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sabato 25 maggio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (394)

Giuseppe Leuzzi


Gattuso “solitario y final”, arguiva questo sito giovedì 9 maggio. Ma, poi, a Milano, Gattuso è solo un terrone. Bene quando correva, con la bava alla bocca - “Ringhio”. Ora vuole dirigere?

Ne “Il filo infinito” Paolo Rumiz trova a San Gallo “un manoscritto scoperto di recente, che narra in latino il viaggio a Napoli di due monaci nell’ottobre del 1700”.Un resoconto di meraviglie. La fertilità della terra è tale da rendere pigri anche i contadini. Al punto che “si dovrebbe temere che Napoli, a causa dell’inattività e dell’abbondanza di cibo, diventi simile a Sodoma e Gomorra”. Sciagura contro cui Dio ha messo due bastioni di sorveglianza: il terremoto e il Vesuvio.

La Sodoma e Gomorra temuta a Napoli dai monaci di San Gallo non è quella di Proust, ma piuttosto qella biblica, una sorta di Sibari. Questa non si è realizzata, quella di Proust invece sì, almeno fino a Pasolini e ai femminielli.

L’antimafia germanista
Cazzullo celebra Leoluca Orlando sul “Corriere della sera” come paladino antimafia e germanista.
Il sindaco mena il torrone, come sa fare, su ogni argomento. “Palermo non è una città europea, è una città mediorientale. Palermo è Istanbul, è Beirut, è Tel Aviv, è Gerusalemme” - senza sapere quello che si dice. O: “Se ci fosse stata l’Europa delle banche, Mussolini non avrebbe vinto”.
Purtroppo, fra le tante perle può pure vantare: “La mafia c’è ancora, ma non governa più. Quando vado all’Ucciardone mi acclamano; e metà dei detenuti li ho denunciati io”. E anche: “La mia seconda lingua è il tedesco”.
Cazzullo assicura che Orlando “è popolarissimo in Germania, dove ha vinto premi sia come scrittore sia come attore”. Senza ricordare che in una delle sue tante elezioni a sindaco, in due sezioni prese il 100 per cento dei voti espressi, contraddicendo il calcolo delle probabilità. E che fu lui a mettere Falcone nel mirino di Riina, con una campagna velenosa in televisione, alla Rai. Né che in Germania fu premiato, a Monaco, quando da presidente della Regione mise fuori gioco i sali potassici siciliani, di Agrigento, a favore di quelli marocchini, di cui era monopolista la tedesca Salz u.Kali.
A metà anni 1970 si fece festa a Monaco per un film sulla Sicilia. Un documentario sui sali potassici. Al Vier Jahreszeiten, tra un Flying e un altro, cocktail della casa reputato. Il governo bavarese e la città di Monaco, destra cioè e sinistra unite, premiavano l’antimafia. Nelle specie di Orlando. Che aveva studiato con Gadamer a Heidelberg, dice. Lo premiava una fondazione. Nell’ottica di lotta, che estendeva agli interessi parassitari, il premiato promise di chiudere la società isolana dei sali potassici, di cui la Regione poteva disporre, essendone proprietaria. I potassici siculi, spiegava, sono meno competitivi dei marocchini e messicani. Di cui aveva e ha l’esclusiva un’azienda di Kassel. Che finanziava il film e la fondazione.

Essere e non-essere
Si è a volte anche quello che non si è. Specie per quanto riguarda le “radici”. Freud, “Totem e tabù”, se lo diceva nell’introduzione alla traduzione in ebraico, a proposito del suo essere-non essere ebreo: “Nessun lettore di questo libro troverà facile mettersi nella posizione emotiva di un autore che ignora la lingua delle Sacre Scritture, che è completamente estraniato dalla religione dei suoi padri, come da tutte le altre religioni, e che non riesce a condividere gli ideali nazionalisti, ma che non ha mai ripudiato il suo popolo, che sente di essere nella sua essenza un ebreo e che non desidera cambiare questa sua natura. Se gli si ponesse la domanda: «Ma se hai abbandonato tutte queste caratteristiche comuni dei tuoi compatrioti, cosa resta in te di ebraico?» egli risponderebbe: «Moltissimo, probabilmente l’essenziale»”.

L’ammasso (di topi)
Michael Dibdin, “Nido di topi”, spiega il titolo – un “ammasso” in realtà – alla p. 95: “Un ammasso di topi si forma quando in uno spazio ristretto e sotto un pressione eccessiva vivono troppi topi. Le code si intrecciano e più i topi tentano di liberarsi più si stringe il nodo che li tiene uniti, finché alla fine non diventano che un’unica massa di tessuto intricato e si frma un’unica creatura, formata anche da ua trentina di topi tenuti assieme da una coda”. L’“ammasso di topi” non è registrato nei vocabolari né in zoologia, ma è figurazione espressiva – il romanziere britannico lo trova a Peruga città che non amava, ma questo non osta.
Significativo anche il seguito: “Non ci si aspetterebbe che una simile vivente contraddizione sopravviva. E questa è la cosa più sorprendente. Che la maggioranza degli ammassi di topi che si trovano, sotto l’intonaco di vecchie case o sotto le assi del pavimento di un granaio, sono in buona salute e floride”. Dibdin lo dice degli inghippi di un rapimento di persona, tra famiglie, intermediari, avvoltoi, polizie. L’ammasso sopravvive, i topi di adattano, anche se “non è divertente essere incatenati l’uno all’altro per tutta la vita”. E non vengono “scoperti” se non perché squittiscono.
È un similitudine su misura per mafie e corrotti. Cupole, “anonime”, complotti, cospirazioni si segnalano per lo squittio, che sempre c’è. Ma il vero ammasso è sopra il pavimento e fuori dal muro: è quello che sente, gli sembra di sentire, vuole sentire, lo squittio di un altro ghiommero, un altro “ammasso”.

La cosca dei Ponti milanese
Marco Ponti è il tecnico milanese dei 5 Stelle, ingegnere emerito del Politenico di Milano, che su incarico del partito ha calcolato la non fattibilità dell’alta velocità ferroviaria Torino-Lione. Si pensava a una perizia di parte, su basi politiche, ma rileggendola non si sa se ridere: sembra inverosimile. Il dott. prof. ing. calcola che lo Stato, facendo il traforo ferroviario, ci rimette non si sa quanti miliardi per il mancato traffico dei tir: alcuni miliardi per il diminuito consumo di gasolio, e quindi minori accise per il fisco, e altri per i mancati pedaggi autostradali.
Sembra inverosimile perché il Toninelli ministro che si è accordato per questa “perizia” è in teoria dei 5 Selle. E i 5 Stelle hanno in teoria al primo punto del programma la difesa dell’ambiente. Ma alla politica è inutile fare le bucce - la responsabilità alla fine è dgli elettori. La perizia del professore emerito e dei suoi tre collaboratori di studio è un falso. Che per di più paghiamo noi. Commissionato da un Toninelli, ministro, sghignazzante.
Peggio: la disonestà non viene rimproverata, né a Toninelli né al governo, e nemmeno al professore: Milano marcia compatta. Specie se si tratta di fregare il prossimo: Milano ha sempre ragione, e può anche prenderci in giro. Il professore ha escogitato questo volgarissimo imbroglio per intascare i soldi della consulenza senza faticare. Raddoppiando la parcella con la Commissione europea, alla quale ha rifilato per la stessa opera i calcoli opposti (le cifre sono le stesse), di quanto si sarebbe migliorato con la ferrovia l’ambiente, riducendo anche il costo dei trasporti.

Sicilia
“La Sicilia è «fimmina!», così la vuole la pubblicità di un ristorante siciliano a Roma. Per propagandare il suo chef, una donna. Ma non è detto male.

La mostra di Antonello da Messina ha suscitato entusiasmo in America. Scrive sulla “New York Review of Boooks” Ingrid D. Rowland, di “Un pittore non umano”: “Nessuno ha mai dato altrettanta penetrante attenzione a come la luce opera”. La mostra si tiene a Milano. Messina ha dedicato a Antonello una mostra, ma nel 1953. Organizzata dal buonissimo architetto Scarpa, veneziano.

Zamparini dopo Zonin e altri veneti, leghisti come bisogna essere e non tanto avventurosi, compra e vende con grande e sicuro beneficio in Sicilia. Dalle vigne agli immobili e alle squadre di calcio. Come anche in Calabria, e probabilmente altrove al Sud, veneti non di tanto profilo, ma ugualmente attivi - hanno fatto bei soldi a Rocca Imperiale e nell’Alto Jonio.
Nei fatti il leghismo è un modo di disprezzare per comprare meglio. Ma i siciliani che - dopo i calabresi - votano Lega?

Sant’Agata è la patrona, veneratissima, di Catania. La sua festa e la processione gli eventi più importanti. Quest’anno però finite sotto inchiesta, scrive Salvo Palazzolo su “la Repubblica”, perché si sono fatte scommesse sul percorso: “Hanno scommesso sull’orario di rientro di sant’Agata in cattedrale”, a fine processione, “e sui tempi della tardizioale acchianata di Sangiuliano”.
L’acchianata, salita, dove la pesante vara della santa deve essere trainata e sospinta, è “la terzultima tappa della processione agatina”, informa Cataniatoday, “vissuta ogni anno con grande partecipazione da parte dei devoti. Dall’andamento dell’acchianata dipende il tempo della processione”. E quindi si fanno scommesse? In Sicilia niente è inimmaginabile. Anche un  Procuratore Capo, Zuccaro, e un vescovo che non hanno altro a cui pensare.

In posa seminudo con un pinocchio in mano e il libello nell’altra, Cateno De Luca ha vinto al ballottaggio, contro un candidato di Forza Italia, ed è sindaco di Messina.. Cosa promette De Luca? Un po’ di Dc.

Avendo bisogno di un cattivo senza scrupoli a Parigi, per il suo giallo-parodia del giallo all’inglese, “Il sorcio”, Simenon lo fa “siciliano d’origine”. Passato per New York, “naturalizzato americano”. Il top del top.

Stendhal, che non è mai stato in Sicilia, ne ha idea precisa. Presentando “La duchessa di Castro”, “traduzione” di un processo celebre di metà Cinquecento, lo data da Palermo, e della Sicilia fa “un paese singolare”: “Somiglia, si dice, all’Africa”. La cosa parte da lontano.

Di questo, però, Stendhal precisa di non sapere, se la Sicilia è l’Africa. Mentre “quello che per me è certo”, dice dell’isola, “ è che non somiglia all’Italia, se non per le passioni divoranti”. Senza limiti: “È ben dei siciliani che si può dire che la parola impossibile non esiste per essi quando siano infiammati dall’amore o dall’odio, e l’odio, in quel bel paese, non proviene mai da un interesse di denaro”. 

Ignora il mare. Da cui pure è circondata. Da cui è stata sempre conquistata. Non c’è figura di marinaro nella storia e nella letteratura, se non sbiadite – quelle dei “Malavoglia” sono il rifiuto del mare. Non c’è un siciliano che sia partito all’avventura e alla conquista – ce ne sono, m alla Cagliostro, alla Cosa nostra.


leuzzi@antiit.eu

Pene d’autore


Dell’arte di vendere libri, magari dopo averli fabbricati. Proprio, come un qualsiasi prodotto. Una cajenna per l’autore, sotto la ferula d’inflessibili editori, e le loro addette stampa. E dell’autore nudo, senza aureola, “misero per essere orfano, orfano per esser naufrago…”, eccetera, come recitava un vecchio manuale di diritto diplomatico e consolare. Qui non propriamente naufrago ma confinato a pensione di seconda categoria, con vista interna cieca, e polvere sui ripiani. O del libro in generale come una dannazione - “qui nessuno compra libri”, eccetera. Sette racconti allegro con moto. Spiritosi, veloci, ma stranamente inappetibili: ci sono materie non raccontabili?
O Manzini è come Schiavone, il suo commissario, che un po’ ce l’ha col mondo:  “pene d’autore” è il tema, la delusione, anzi si direbbe la miseria, che segue a ogni libro, a ogni pubblicazione, tanto più se in pompa, con duecento, o quattrocento, presentazioni, in duecento, o quattrocento, luoghi diversi, benché tutti eguali, grigi e faticosi, un rituale stanco, le solite venti persone, le solite domande, le solite risposte, e l’imperdibile firmalibro. Racconti di un rituale quasi macabro. Anche dove l’inventiva è sfrenata.
Il lungo “Racconto andino”, un giallo semiserio che è quasi un romanzo attorno al Grande Autore Sudamericano, passa di sorpresa in sorpresa, gargantuesco, fino alla morte, senza che il bestseller ne venga a soffrire, anzi s’incrementa, si gonfia, scoppia, letteralmente - i bestseller per la precisione: la morte ne implica un altro. Un noir, squinternato, come piacciono a Manzini. Ma con una vena torva: trattato con sgarbo, come una scudisciata, che lascia freddi.
Nel mezzo lo scrittore fa i conti col “bullismo autoriale”: la voga di proporre\imporre al lettore le vicende dell’autore, anche minime. Lo fa in forma satirica, ma algida, come da necroforo. Lo stesso negli sfoghi di malumore – non si sorride e non si consente, l’autore non vuole. Pontiggia è “forse il più immenso scrittore italiano del Novecento” – ma, certo, può ancora recuperare;  “Solo due uomini” sfuggono alla regola dei Meridiani, che ricompattano solo autori morti: ma chi, Scalfari e Camilleri, Arbasino e Scalfari, Camilleri e Bevilacqua? La rabbia sembra stagionata, siamo alla revulsione.
Antonio Manzini, Ogni riferimento è puramente casuale, Sellerio, pp. 275 € 13

venerdì 24 maggio 2019

Cronache dell’altro mondo (35)


Si discurte in America se e come fare la guerra all’Iran. Come se si potesse fare la guerra all’Iran. Tante università e tanti scienziati politici che ci danno lezione, non sanno dov’è e cosa è l’Iran.
Cinquanta psichiatri hanno dichiarato Trump pazzo.  Ma il ruolo e la metodologia della della psichiatria negli Usa è inquestone: cosa è la follia, e chi è il pazzo?
L’America benpensante si illude e si consola che sia stato Putin e eleggergli Trump. Che non è vero, e non poteva essere vero. Ma è vero che l’America ha condizionato molte elezioni altrove, per esempio in Italia. Più volte. Anche con molti soldi.
Michael Avenatti, un avvocato a percentuale, si era illustrato ricattando Trump per conto di una pornostar. Sull’onda del ricatto si era anche messo in lista per fare il presidente degli Stati Uniti – o almeno, in quella veste lo ha presentato il “Corriere della sera”. Ora si scopre quello che si sapeva, che è un truffatore. Con vari processi a carico, col rischio di 300 anni di carcere – che significano trecento anni di carcere?
Una delle truffe di cui Avenatti è accusato è essersi intascato 300 mila dollari dell’anticipo di una casa editrice alla sua assistita pornostar per le memorie. Le memorie di una pornostar, che è andata a letto con Trump, valgono milioni. Di solo anticipo.
La pornostar di Trump non è la prima, tutte le donne che hanno avuto un rapporto con un candidato presidenziale, poi lo ricattano. Il ricatto normalmente si conclude con una transazione: il ricattato paga. Ma questo estingue l’adulterio: cioè, se l’uomo paga l’amante o la prostituta per tacere, il matrimonio è salvo.
Il produttore Weinstein paga 44 milioni di dollari alle donne che lo hanno accusato di violenza carnale. La violenza non c’è stata perché la responsabilità penale è stata derubricata. L’uomo, grasso e piedipiatti, si vede anche male come stupratore. Semplicemente ha pagato due milioni ogni rapporto. E questa è tutta la morale.

La Buenos Aires di Borges


“Il tango, soprattutto la milonga, è un simbolo di felicità”. Una felicità che per Borges è durata tutta la vita. Una “Storia del tango” aveva già in “Evaristo Carriego”. Oltre a vari poemi su tanto e milonga. Qui sono raccolte quattro conferenze del 1965, a Buenos Aires, che però sono un omaggio principalmente alla città di fine Ottocento, che Borges non conobbe ma immagina e crea continuamente, qui e altrove. Per un proposito di argentinismo, o meglio di criollismo, di immedesimazione patriottica, maturato nel giovane Borges, spiega Tommaso Scarano, che ne cura l’edizione italiana, al ritorno dai viaggi di studio in Europa: “di un nazionalismo «popolare», autentico e ordinario”. E l’A rgentina nel mondo è, dice a un certo punto, “gaucho” e “tango”.
Conversazioni, qual Borges prediligeva e nelle quali eccelle, inesauribili, variegate. Racconti di racconti, di aneddoti, personaggi, luoghi e frasi famose. Sempre col gusto aneddotico, che allevia le digressioni. In cui si parla anche del tango. Ma per porre problemi più che soluzioni. Ha a che fare col gaucho? Improbabile, più col compadrito, guappo di città. Mafiosetto di città, dal coltello facile, per provare la sua superiorità. E sicuramente coi bordelli. Non è il popolo che inventa il tango, che anzi rifiuta. Poi i teppistelli lo portarono a Parigi, che lo adottò, e lo impose agli argentini – lo stesso Gardel era un Charles Gardet, di Tolosa. La parola resta misteriosa: suona africana, tango, ma non c’erano più negri in città a fine Ottocento.
La Buenos Aires d’antan su cui Borges più volentieri divaga è per lo più immaginaria, ma consistente. Nel quartiere genovese della Boca il tango si immalinconisce. Dopo essere stato criollo e rissoso.
Due lunghi poemi coronano le conferenze,  “El tango” e “Milonga de Jacinto Chiclana”. Che Piazolla ha musicato in occasione della pubblicazione delle conferenze in volume nel nel 2016, per i trentanni della morte di Borges – ma la musica di Piazzolla Borges non amava, lui era per il tango tradizionale.
Jorge Luis Borges, Il tango, Adelphi, pp. 170 € 14

giovedì 23 maggio 2019

Appalti, fisco, abusi (153)


Il Comune di Roma affitta 70 autobus in Israele. La Motorizzazione Civile ne rifiuta il collaudo, per gravi carenze. Il Comune di Roma li fa collaudare in Germania, dove la ditta che li affitta ha delle referenze - ma anche la Germania va con cautela, finora ne ha collaudati solo quattro. Tutto illegale, e anche costoso. Ma non colpevole per la giustizia.

Si fa una multa a Roma per divieto di sosta, passibile di riduzione del 30 per cento se si paga entro cinque giorni. Per evitare la riduzione i Vigili Urbani non lasciano avviso. La riduzione è per legge e quindi non la possono cancellare. Ma la gravano delle spese di notifica, che impongono in 14 euro. L’equivalente della riduzione.  È illegale ma è la “nuova” amministrazione.

Le pratiche pubbliche si chiudono normalmente con una tassa, un bollo. Che però non è disponibile nell’ufficio dove si tratta la pratica, al municipio, al catasto, alla asl. Bisogna andare da una tabaccheria vicina (ce n’è una anche al catasto, che a Roma è in campagna), comprare la marca da bollo, ritornare, rifare la fila, il più delle volte perdendo la priorità nella coda.

Questo per i bolli da decine di euro. Per quelli da uno-due euro si può invece pagare allo sportello. Non in contanti, col bancomat. Che non è possibile per ammontari più elevati.

Tim spinge, con email, lettere e telefonate, a passare alla fattura online. Che però non si legge. Bisogna entrare per leggerla in MyTim. Che da sempre è in rifacimento – “il servizio è momentaneamente sospeso” da sempre. Un’azienda che viene contesa benché venda servizi  onerosissimi e non abbia neanche un recapito – che Grillo poteva dichiarare fallita già dieci anni fa.

All’ospedale  (p.es. il Fatebefratelli all’Isola Tiberina a Roma) il telefono del Cup, del Centro unico prenotazioni, non risponde – risponde sempre occupato. Agli sportelli lo sanno: “Sì, non c’è personale per rispondere”. A Roma una prenotazione val bene mezza giornata di viaggio. Anche una giornata. In taxi perché non c’è parcheggio.

La mafia femmina

Rivisto su Rai 1 tal quale, senza le oleografie della Giornata della Legalità che l’avevano seppellito (oggi 23 maggio Mattarella decreta Giorno della Legalità, in memoria di Falcone, ma è una cosa diversa , è un thriller di fattura inconsueta per l’Italia. Nei ritmi: le accelerazioni, compresi gli inseguimenti, tesi ma credibili, le sorprese, le attese, le sorprese. Nel dialogato, semplice e caratterizzato, non di maniera. Nella recitazione, specie delle donne che ne sono in larga parte protagoniste, Marina Crialesi e Ester Pantano: sfrontate (piene di sé), furbe, iperconnesse, le vere custodi della legittimità mafiosa, il vero volto della violenza. Un piccolo classico, molto innovativo.
La sorpresa più grande è questa: il forte matriarcato dietro il frusto patriarcato, quale è scontato delle società arcaiche.
Enzo Monteleone, Duisburg, linea di sangue

mercoledì 22 maggio 2019

Letture - 385

letterautore


Aleppo – “Aleppo, che fu Oriente e oggi è soltanto decadenza”, era rovina già nel 1953. Tale la trovava Moravia, in una corrispondenza per il “Corriere della sera” che “7” ripubblica. Effetto dell’etnocentrismo? O non è ignoranza, è provincialismo. Moravia,che viaggiò molto, e di molti mondi scrisse, non ne ha scritto nulla di memorabile, solo luoghi comuni.

Filisteo – In disuso in questo dopoguerra, è concetto che ha accompagnato la cultura europea, specie tedesca, dal romanticismo alla guerra di Hitler – in disuso ma non disfenomenico, anzi in tutto collimante con le più contemporanee espressioni dell’opinione pubblica, le chat, i social, i blog. Persona di studi, e anche di cultura, ma rigido, non aggiornato, non disponibile. Misoneista in genere, ostile cioè al nuovo e al diverso, gretto, retrivo, lo dice la Treccani. Sta per borghese torpido e insieme pieno di sé, quello che ha sempre ragione anche se non sa di che.
Un termine emerso con la Restaurazione – i repertori linguistici storici lo attestano attorno al 1830 - a opera dei Brentano, Clemens e Bettina, e di von Arnim. Ma in senso restrittivo, per chi “non aveva scuole”. Dal  Philister del gergo goliardico tedesco, per chi non aveva studi universitari – essendo già allora l’ordinamento degli studi in Germania compartimentato, tra chi, alla fine della scuola dell’obbligo, proseguiva col ginnasio-liceo, e quindi con l’università, e chi invece andava a un mestiere, seppure supportato da un diploma, di scuola tecnica-commerciale. Oggetto – bersaglio – di molto Nietzsche furioso, dopo esserlo stato dei teorici del romanticismo. Nelle “Inattuali” e un po’ ovunque. 
Nella prima “Inattuale”, non spiegandosi il trionfalismo culturale per la vittoria sulla Francia, Nietzsche lamenta: “Com’è possibile che fra le persone colte di Germania regni la più grande contentezza, una contentezza che, dall’ultima guerra in poi, si mostra addirittura costantemente pronta e prorompere in un costante tripudio e a trasformarsi in trionfo?... Che genere di uomini dev’essere giunto a dominare in Germania…? Questo genere di uomini, voglio chiamarli per nome, sono i filistei colti”. Una figura di cui contesta “la potenza da supremo giudice” del paese.
Anche Hofmannstahl successivamente se ne lamenterà, segnatamente in una conferenza tenuta a Monaco nel 1926. All’università, ma come fulcro di un evento politico di larga eco. Lamentando con Nietzsche la sopravvenienza, a pochi anni dalla guerra perduta del 1914-18, di “tutto ciò che è sazio, fiacco, debole, ma, nella sua fiacchezza, tracotante e contento di sé: il filisteo colto tedesco”. Indignato che “un tale atteggiamento di tracotante sazietà dello spirito abbia potuto guadagnare terreno tra la maggioranza di quella grande tragica nazione”.

Film – “È qualcosa di molto simile a un sogno”, L. Wittgenstein, che ne andava pazzo, “Movimenti del pensiero”, 25: dei sogni alla Freud.

Italia tedesca – Nonché vilipenderla e vilificarla - su tutti Thomas Mann – la Germania letteraria più frequentemente vuole annettersi l’Italia. Sullo sfondo di Carlo Magno, degli Ottone, del Barbarossa e di Federico II di Svevia. Studi seri vogliono Dante tedesco, o comunque longobardo. E prima ancora vogliono tedesca la Scuola siciliana, l’isola essendo all’origine della poesia italiana, per l’influsso e l’opera di Federico II, il “secondo vento di soave” di Dante, di Svevia cioè o Germania, a Palermo. Altri studi vogliono il toscano una dialettizzazione del tedesco e non del latino, per via delle aspirate – ma allora, più propriamente, sarebbe tedesco il fiorentino. Perché sono “tedesche” pure parole chiave come “casa”.
Malaparte, che era tedesco, si voleva invece arcitaliano. Anche Goethe giovane si sarebbe voluto romano.

Leggere –“Leggere assorda la mia anima”, L. Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 40.

Lutero – “Lutero non era protestante”, L.Wittgenstein, id. 42.

Manzoni – Un realista. Ai “Promessi sposi” Hugo von Hofmannstahl nel 1927, nella prefazione alla riedizione tedesca del romanzo per il centenario, attribuisce un ruolo di ponte, o comunque intermedio, tra la “socievolezza” del mondo francese delle idee e l’anarchismo speculativo tedesco, trovandoci un fondo di giusto realismo. Nelle parole di Elena Raponi, la germanista, nel commento a “L’opera come spazio spirituale della nazione” dello stesso Hofmannstah, 1926: “Tra l’atteggiamento scettico e secolare dei Francesi da un lato, e l’ansia di interiorità e la tensione metafisica dei Tedeschi dall’altro, Hofmmanstahl sembra suggerire l’esistenza di una terza via, la possibilità di armonizzare e conciliare superficie e profondità, percezione del reale e istanza metafisica… Che egli avrebbe di lì a poco identificato in un’opera precisa della letteratura europea, «I Promessi Sposi» del Manzoni”. Al romanzo, notava Hofmmanstahl, i francesi avrebbero potuto obiettare la mancanza di pointe, i tedeschi di sentimenti intensi, “ma sotto questa ingenuità e quest’aria quasi quotidiana c’è una profondità molto grande e vera passione… Tutto è pieno di realtà,… in ogni impulso c’è una coscienza dei confini (come limiti non sociali, ma come posti da Dio), persino una gioia dei confini – ma intanto è in ogni attimo possibile un salto dei confini e un precipitare impetuoso verso l’infinito, addirittura verso Dio”.

In questi termini si può dire che Manzoni ha orientato tutta la narrativa italiana. Compresa quella apparentemente avulsa e singolare di Pirandello.
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Mare Africano – È in Pirandello, “Taccuino di Harvard”, appunti degli anni a cavaliere del 1900, il mare di Agrigento, oggi Canale di Sicilia - quello percorso dagli scafisti libici, fino a Lampedusa. Non tranquillo: i suoni del Mare Africano Pirandello registra come “mormorio”, “borbogliar”, “fragoreggiar”.

Remake – Non fa buoni film. Il genere si è moltiplicato, è un’industria, con i produttori indipendenti, e con le reti audiovisive, Hbo, Sky, Amazon, Netflix, per l’abbattimento dei costi in videoripresa, mentre si capitalizza sul titolo e sul precedente. Ma l’industria del remake è poco gradevole, quasi sempre deludente. Equivale alla copia che usava delle arti classiche, dei marmi, delle pitture. Magari oneste, ma non un altro originale. Il remake è invece dell’epoca dei multipli, dell’“oggetto d’arte”, dell’arte seriale. Cioè dell’artigiano, anche buono e ottimo. Ma della fine dell’estetica.

Selfie – “Niente mi sembra danneggi per sempre il ricordo di un uomo più dell’autocompiacimento. Anche quando si presenta nelle vesti della modestia”, Ludwig Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 39.

Ulisse – Immortalato da Omero e Dante, eroe modello della contemporaneità – di Joyce, e poi di Kavafis e Pavese, nonché di tutti i viaggiatori, sia pure in crociera - era un figuro, un intrigante truffaldino, un brutto ceffo, per di più assetato di sangue, una specie di Brusca, che fa uccidere i bambini come Astianatte, per chi ne scriveva nell’Atene classica, Pindaro, Sofocle, Euripide.
Due le odi di Pindaro, le “Nemee” VIII e IX, in cui Ulisse è preso a partito per il la contesa con Aiace. Nella “Nemea VIII” quale “principe di parole ingannevoli, ideatore di astuzie, insinuatore di subdole menzogne, sempre pronto ad aggredire gli uomini nobili e a esaltare quelli infami”. Rigettato da Socrate, che lo configura perno e ispiratore dei sofisti. Sofocle e Eschilo lo dicono “seme di Sisifo”, il Brusca del mito. È bugiardo e “tragediaturi” per Sofocle, nel “Filottete”. Euripide, che su Ulisse aveva dedicato una perduta tragedia, “Sisìfo”, lo fa carnefice di piccoli e indifesi, Astianatte, Ifigenia e le donne in genere, in più opere, “Troiane”, “Ecuba”, “Elena”. La commedia lo faceva crapulone. Una commedia di cui resta il titolo lo vuole anche disertore , “Odisseo disertore".
Era anche un vile: si finse pazzo per non andare alla guerra di Troia. Il giovane Palamede, figlio di Nauplio, uno ingegnoso, lo scoprì, e allora Ulisse si vendicò mandandolo a morte con una falsa accusa: nascose nella sua tenda una lettera suppostamente scritta da Priamo, il re di Troia, e un piccola quantità d’oro, e lo fece accusare di tradimento e giustiziare. A Ecuba, nelle “Troiane”, che a sorte andrà schiava di Odisseo, Euripide fa lamentare: “”Ahimé\, ad un uomo abominevole, infido ho avuto in sorte\ di essere schiava,\ avverso alla giustizia,\ mostro che viola la legge”, dalla “duplice lingua”.
“Ulisse il Cretese”, quale lo delinea l’insigne specialista francese di Creta e la scrittura unilineare, Paul Faure, evoca  irresistibile il paradosso del mentitore: “Un cretese dice: tutti i cretesi sono bugiardi”. 
Sempre nelle “Troiane” è Ulisse che convince i maggiorenti Achei a trucidare anche Astianatte, il bambino figlio di Andromaca e Ettore, per “sterminare la stirpe”.


letterautore@antiit.eu 

La patrimoniale c'è già, occulta

Bisogna pagare 400 euro al Comune per diritti di segreteria, oltre a fornire planimetria aggiornata di un “tecnico” accreditato al catasto, per poter ampliare un gabinetto in bagno doccia, con l’utilizzo dello stesso scarico. È il costo minimo della Segnalazione Certificata di Inizio Attività, per nessun servizio reso. Una tassa.
Qualsiasi riparazione in una casa o in appartamento, gli scoli, i discendenti, le grondaie, il tetto, i servizi, va fatta con una Scia, pagando cioè i diritti, oltre la pratica del “tecnico”. In aggiunta all’Imu, alla Tasi, alla ricchezza mobile, e alla stessa Tari, che è una tassa sull’immobile, disgiunta dai rifiuti prodotti.

La pensione si fa con le multe

La sindaca di Roma Raggi ha proposto un contratto ai Vigili Urbani in cui accumuleranno futeoribusta, validi anche per la pensione, con le multe: più multe stradali più pensione. Sembra incostituzionale, incentivare la tutela della legge e dei regolamenti, ma la sindaca non si pone problemi: nessuno a Roma glieli pone e i Vigili Urbani, ai quali deve la sorprendente elezione, hanno finalmente il prezzo dell’impegno profuso.
Grillo, o meglio Raggi, ha vinto a Roma come si ricorderà dopo il commissariamento del Comune, per l’azione severa di polizia svolta dai Vigili Urbani contro il sindaco in carica Marino. Lo trovarono infatti in delitto di parcheggio in zona vietata. Stabilendo per questo un fertile contatto, tramite i fratelli Marra, con la futura candidata 5 Stelle. Per una campagna che porterà Marino alle dimissioni.
Non bastando il parcheggio vietato, al dossier contro il sindaco Dem furono aggiunti gli scontrini personali caricati sulla carta di credito comunale, ma questo poi si dimostrò una bufala. Marino pretendeva che i Vigili, che hanno il record dell’assenteismo, lavorassero, ogni tanto, e il conflitto diventò insanabile. Finché Raggi non spuntò.

Non si ride se non c’è la guerra

L’allineamento, la simultaneità, il passo, la cadenza, tutte le sottigliezze dell’“addestramento formale”, delle giornate di noia della vita in caserma, a marciare avanti e indietro, quando fare i “dieci giri di campo!” in punizione erano un sollievo la mattina alla sette, specie con l’ora solare, per prepararsi a niente. Anche se dietro l’angolo c’è la morte. Dopo avere ucciso magari non si a chi e non si sa quanti. Tutte le stupidaggini della vecchia naja ci sono. Che assillano uno squadrone di piloti e navigatori, a rischio ogni pochi giorni, le missioni si moltiplicano, della pelle nei bombardamenti, Contro un’agguerrita antiaerea tedesca, da Roma a Bologna. In un’isola di Pianosa, trasformata in base aerea americana per la riconquista dell’Italia nel 1944, singolarmente affascinante. Ma non si ride. Non come il precedente del 1970, di Mike Nichols.
Ben fatto, anzi meglio fatto, ma non si ride. L’antimilitarismo si è dileguato forse con la naja, che mezza Italia non ha vissuto, e chi l’ha vissuta l’ha rimossa. Forse ci volevano interpreti-personaggio, riconoscibili – Nichols disponeva di Martin Balsam, Art Garfukel, Alan Arkin, Paula Prentiss, la stessa Olimpia Carlisi, Orson Welles, Jon Voight, Anthony Perkins, Martin Sheen.
O forse, più probabilmente, perché il tempo è alla crisi, ma di tipo ipocondriaco, di gentile mania depressiva, senza più il ricordo, e quindi il timore, della guerra. Forse per gustare i film contro la guerra, contro la burocrazia militare e gli imboscamenti, bisogna avere presente o temere una guerra reale, coi corpi spiaccicati. I capolavori del genere sono del decennio 1960-1970, da Tutti a casa” al “Catch-22” di Nichols – il ’70 è anche l’anno di Altman, “Mash”, Elliott Gould, Robert Duvall, Donald Sutherland.
George Clooney, Catch-22, Sky

martedì 21 maggio 2019

Secondi pensieri - 386

zeulig


Alberi – Tronchi solidi ma di natura femminea? È ipotesi del giovane Pirandello, in una breve poesia del “Taccuino segreto” (p.199): “Fusti d’acacia giovane, di dense\ chiome, indolenti al vento s’abbandonano\  che par debba spezzarli; e invece godono\ femmineamente di sentirsi aprire\ e scomporre così le chiome, e volgono\ il vento elastici flessibili\ in moto d’onda, in vortice di nuvole…”.
È l’aspetto forse più singolare (identificativo) della specie. Assente nel repertorio che Alain Corbin ne ha redatto, “La douceur de l’ombre. L’arbre, source d’émotion de l’Antiquité a nos Jours” -dell’albero mezzo di scrittura:
http://www.antiit.com/2015/05/quante-emozioni-sotto-lalbero.html?m=0  “nonché scrittura esso stesso: testimone fisico e metafisico, degli eventi naturali e della stessa storia, come e forse più dei mammiferi, per quanto intelligenti e memoriali. Metamorfico, metempsicotico, durevole. L’idea più approssimata nel reale alla resurrezione e all’eterno”:  “L’albero evoca più la rigenerazione-resurrezione che la morte”.

Decadenza – Si accompagna all’attivismo, alla febbrilità. Paul Veyne, “Le «Leggi» di Platone e la realtà”,  stabilisce che la filosofia e la storia antiche legano il vitalismo alla decadenza. E l’antinomia lega alla consistenza vacua dello stile di vita occidentale: “Il volontarismo pervade tutto ciò che la società greca e romana vuole essere. Esiste un’osses­sione greco-romana della virilità. I Greci e i Romani, quando hanno l’incubo del crollo definitivo delle città, sognano questa catastrofe come una decomposizione dei muscoli sociali. E di se stessi che hanno paura. E gli oppositori si comportano in mo­do analogo. Da Platone a san Girolamo ci sono stati uomini che si sentivano in esilio nella società reale, della quale avvertivano il cattivo funzionamento: trascorrevano giornate tristi”.

Dio – È artigiano, è pensato come tale. Lo scopre Wittgenstein nel diario di Skjolden (in “Movimenti del pensiero”), a conclusione di lunghe pagine di riflessione in tema: “È curioso che si dica che Dio ha creato il mondo e non: Dio crea continuamente il mondo” Si risponde: “Si viene fuorviati dalla similitudine dell’artigiano”, che fa la scarpa, un lavoro compiuto, che dura per qualche tempo. Mentre la creazione non può che essere continua: “Perché mai deve essere più grande il miracolo che il mondo  ha iniziato a essere, rispetto al fatto che continui a essere?” E: “Se si pensa Dio come creatore, la conservazione dell’universo non deve essere un miracolo altrettanto grande della sua creazione - anzi non sono entrambe una cosa sola?” .

Identità – È di fatto molteplice, non singolare. Per Pirandello e, oggi, Jumpha Lahiri – l’identità è materia letteraria? Sì, si rispondeva von Hofmannstahl già un secolo fa, poco meno, nel 1926, a scongiuro contro il rozzo nazionalismo etnico. Singolarizza per decisione o scelta, ma è in sé composita. Per il singolo e per l’insieme. Sul piano psicologico ma anche materiale, compreso il linguistico – si parla e si scrive in molteplici maniere la stessa lingua. Si vuole unitaria-univoca per opposizione, sempre sul piano sia psicologico che sociale, ma subito dopo si fraziona o divide. È un coacervo, di dati e anche di pulsioni – quindi instabile.

È riferimento dilagante in opposizione all’insicurezza: un baluardo, ma semplificato, come rimedio a uno stato febbrile, morboso, per eventi improvvisi e ingovernati. È – può essere – quindi terapeutica, una sorta di autoanalisi, come di chi va  dallo psicoterapeuta per “ricostituirsi” – un ricostituente. Ma instabile, come è delle analisi terapeutiche - preconcetta, avventurosa, anche limitativa. Oppure è una parola d’ordine, un chivalà. E quindi un progetto politico.
L’esistenza non si circoscrive, e in sé non si finalizza. Se non appunto come strumento, come accorgimento a un fine pratico, immediato, selettivo. .     

Inferno – Nasce come diga al crimine. Nella sintesi di Cicerone all’ultima delle “Catilinarie”: “C. Cesare ritiene che gli dei immortali non abbiano creato la morte come castigo ma come legge di natura e riposo dalle fati­che e dai dolori, e perciò i saggi non l’hanno affrontata con rilut­tanza, i forti spesso persino con gioia; la prigione, al contrario, e tanto più quella a vita, è stata inventata come castigo eccezionale per i delitti più esecrandi. E questa la ragione per la quale i nostri padri, al fine di infondere terrore ai malviventi durante la vita, vollero che dopo la morte i malvagi soffrissero supplizi sempiter­ni, poiché sapevano o che se non ve ne fossero stati la morte in sé non faceva paura”.

Marxismo democratico – Trascurato dagli studi per un secolo ormai, prima dalla censura del Diamat, il comunismo sovietico, poi, da Praga al crollo del Muro, dalla censura di ogni comunismo, ha avuto negli anni 1930 un minimo diritto di cittadinanza. In antitesi ai fascismi. A opera specialmente di un comunista viennese, Otto Maschl, che negli ani 1930, in fuga dalla Mosca staliniana a Parigi, adotterà lo pseudonimo di Lucien Laurat, e finirà per scrivere durante l’occupazione tedesca per riviste collaborazioniste. Gli studi di Laurat sulla proposta di Rosa Luxemburg – riuniti in inglese nel 1940 sotto il titolo “Marxism and Democracy”, non tradotti in italiano (né se ne trova traccia in Althusser, Bobbio, Colletti e altri che hanno indagato nella stessa direzione) – vanno oltre la critica del leninismo, alla quale Luxemburg è confinata, per aprire alla funzione di governo e all’interattività istituzioni-pubblico: la democrazia cresce dall’interazione tra le forze di governo che non si concepiscono come semplici detentrici del potere, e le masse che via via la stessa funzione di governo illumina e convoglia alla gestione collettiva.

Postmoderno – Si prolunga nella citazione di citazioni. Prolifera, estenuato, nel Millennio, dopo ave governato fine Novecento.  Nelle arti figurative, al cinema e in letteratura, replicando il pastiche in serie. il rifacimento di rifacimenti. Il postmoderno propriamente detto si dilettava di citazioni, ora si è alla citazione di citazioni. Si parodia Sergio Leone, che parodiava il western americano. Si rifà, si riscrive, il modello è la copia.

Progresso – Non è una freccia, si sa, ma non è nemmeno una marcia in avanti. Anzi, è più una melassa. Non necessariamente in surplace, ma pasticciato e da sceverare – una melassa di buono e cattivo. È una scelta, del giudizio, non una cosa o un fatto. Qualsiai novità (miglioramento, sviluppo) è suscettibile di applicazione dannosa o retrograda. Di più e peggio avviene (è possibile) in materia umanistica: di dritti, politici e no, di doveri, di male, di bene, di giusto e ingiusto, opportuno e inopportuno.


zeulig@antiit.eu

Festa per Leonardo

Per il cinquecentenario una festa, un volume da sfogliare con beneficio dell’occhio e della mente. Con i contributi di Cacciari, autore ora di un “Saggio sull’umanesimo. La mente inquieta”, e Sgarbi. E il recupero di articoli d’epoca dei settimanali Rizzoli, di quando il giornalismo era cosa seria, insieme con elaborati nuovi. Facendo strame del “Codice da Vinci” naturalmente, che pure ha reso miliardari Dan Brown e i suoi editori – Leonardo “tira” molto.
Le “macchine” celebrate non funzionano, scopriva Franco Bordieri su “L’Europeo” nel 1983 – ma le idee sono tutte buone, il principio del (mancato) funzionamento. Alcune ancora da inventare, come “la città sull’acqua”, che i nuovi Navigli, spiega Salvatore Gianella, potrebbero realizzare a Milano. Un uomo di visione. Un poeta della scienza, inventore ardito, fantasioso  – compresi gli esperimenti di pitture (affreschi) a perdere. 
Un genio solitario, da bambino, figlio non voluto, e poi sempre, dappertutto dove visse, a Firenze, Roma, Milano, Parigi. Stranamente insensibile al fascino del sesso, scopriva Emilio Radius nel 1952, sempre su “L’Europeo”: “Dipingeva maschi grotteschi e signore trascendenti”, asessuate – “ma nei suoi magnifici ritratti femminili si riflette un’infinita tenerezza”.
Utile la guida di Valeria Palumbo e Luca Zanini, sui luoghi di Leonardo: posti tutti per qualche verso affascinanti.
“Oggi”, I segreti di Leonardo, pp.122 ill. € 4,90

lunedì 20 maggio 2019

I dolori di Grillo

Si assiste allo spettacolo di Grillo in teatro con disagio. Non fa ridere, e già per questo è malinconico. Lo è suo malgrado probabilmente. E per motivi suoi probabilmente. Ma è come se anche lui fosse sbalordito dalla realtà che stiamo vivendo, che è quella che lui ha creato, coi “vaffa” e con la rete. Un mondo volgare, di piccoli arrivisti. Superficiali, incapaci, corrotti.
Uno che vive a Roma subisce a ogni passo tanta pochezza come un pugno nell’occhio, senza difesa possibile.  Imposta da una ragazza forse più incapace che cattiva, che comunque presiede senza scrupoli una banda di malfattori. Piccoli, rubano le migliaia non i milioni, ma sfrontati:  gli sfioramenti sullo stadio dell’As Roma, e sugli altri impianti o attività dello sport, le carriere dei vigili urbani (ora hanno più pensione se fanno più multe…), gli speculatori dei bassi e i piani terra, a favore dei quali si decretano a raffica nefaste isole pedonali. In un’atmosfera di ladrocinio concitato.
Fuori dalla fogna mefitica della sindacatura capitolina, se uno riesce ad alzare lo sguardo, non trova se non piccoli maneggioni di una vecchissima politica. Che si fanno belli sperperando il denaro pubblico: sussidi, pensioni, posti. I contribuenti – le gente che alvora – gravando per questo di nuove tasse e altri debiti. Non un euro di investimento, non un programma, nemmeno una promessa. Piccola gente, piccolo Grillo.

L’anno del Napoli

Se sono già partite le scommesse per l’anno prossimo, è facile vincere, anche se alla parità: sarà l’anno del Napoli - basta che la squadra non venga smantellata in estate. Tutte le altre concorrenti si sono smantellate da sole, nel nome del calcio-business. Ridotto alla rincorsa ai veti o quaranta milioni di quota nelle coppe europee. E alla compravendita degli atleti, per lucrare sulle fatturazioni, sulle  commissioni a osservatori, agenti e promotori.
Si smantellano la Roma, l’Inter e il Milan. Si smantella la Juventus, che pure vinceva senza sforzo. Allenatori nuovi, moduli nuovi,  giocatori nuovi, c’è nel calcio la stessa corsa insensata al “nuovo” che ha portato al voto politico l’anno scorso. Al non sperimentato, al meglio vergine. Basta che non sia vecchio, anche se funziona.

Il calcio aziendale

Lacrime finte ancora ieri a Torino attorno alla Juventus, col padrone Agnelli da un lato, l’allenatore Allegri dall’altro, la squadra, sempre furba, di ipocrisia quasi luciferina, e i tifosi, che avevano pagato per poter piangere. Di un calcio cioè che è solo, quando lo è, un business. Piccolo, micragnoso. Almeno nell’accezione torinese - o più probabilmente italiana, confluendo questo tipo di sport nello stato nazionale di derelizione.
Si dice il calcio sempre più aziendale, come lo vuole Agnelli. Ma allora con una diferenza. Che in Italia l’aziendalismo si vuole ed è micragnoso, ragionieristico – salvo sforare i bilanci, come lo stesso Agnelli fa, lui di centinaia di milioni. Non sa investire, non sa creare. E distrugge anzi il patrimonio. Non sa creare miti, o sogni, che sono la vera materia dello sport, dell’agonismo.
Altrove questo potenziale è al contrario sostenuto – si chiama marketing, ma allora intelligente. È il caso soprattutto delle squadre britanniche, che hanno un seguito enorme, con ricadute cospicue  sui bilanci, in Asia, fra le grandi masse, ma anche in Africa e perfino in America Latina. Cosa di cui il calcio italiano non si cura. Ha saputo creare dei miti in passato, ma a sua insaputa, e ora nel calcio ragionieristico è solo applicato a distruggerlo.
Il Milan aveva un enorme seguito con i tre olandesi e Sacchi e non ha saputo stabilizzarlo, non se ne è curato. La Juventus, che ha “creato” John Charles, Boniperti, Platini, lo aveva in Del Piero, popolarissimo in Asia, e l’ha cacciato – Del Piero come altri benchmark, Buffon, Pirlo, oggi Allegri.

L’Italia ignorante

Lo studio di Pagnoncelli sull’“Italia ignorante”, anzi stupida, è stato criticato da questo sito venerdì come incompleto. Nella parte fondamentale: chi è il sarto, che taglia l’abito di questa Italia fuori misura? Meglio ancora: chi è il maestro di questa “classe” di ignoranti? Sottolineando il ruolo mancato o fuorviante dei media, che sono poi i veicoli dell’opinione pubblica: televisione, giornali, sondaggi, libri, che indirizzano l’opinione fingendo di esprimerla -  “obiettivamente”: ipocrisia solo italiana, ma indistruttibile.
Una semplice mancanza si potrebbe aggiungere che rileva e sconquassa la buona opinione che Pagnoncelli e i media danno di se stessi: l’assenza di ogni criterio di giudizio, che non sia pregiudizio. Media che hanno dato un contributo sostanziale, continuano a darlo, allo squartamento, al disossamento, dell’Italia. Con la lotta alla corruzione nel nome di più corrotti – affaristi, giudici. Alla casta nel nome degli intoccabili – giornalisti, giudici. Alla libertà d’opinione nel nome  dell’antifascismo. Perfino all’antimafia, non si può dire nel nome della mafia ma praticamente sì.
Fanno la morale, pontefici della pubblica opinione, personaggi che hanno mandato un avviso di garanzia falso a Berlusconi alla vigilia di un impegno internazionale.  E poi mille, o duemila, plotoni della Guardia di Finanza, a giorni alterni, a perquisirlo. Difendere Berlusconi è difficile, ma l’Italia che lo avversa è migliore? Berlusconi è stato solo un falso scopo, come si dice in artiglieria: puntare un obiettivo per tirare altrove, sull’opinione pubblica., sul voto degli italiani.
Il falso scopo
Siamo vissuti per venticinque e passa anni, trenta ormai, nell’inganno. A opera di chi? Dei “migliori” giornali e giornalisti, e dei migliori giudici: della migliore opinione pubblica. Di chi è la colpa?   
Pagnoncelli forse non ricorda, ma non ci vuole molta memoria. Tutto è cominciato con l’avvento di Mani Pulite, che ha segnato il passaggio dell’Italia sotto la ferula di Milano, i suoi affarucci, al coperto dei suoi editori. A opera di giudici fascisti, o picisti, o corrotti, non ce n’era uno buono – ce n’era uno perfino dei servizi segreti. Sotto la guida di un andreottiano. Uno, il più invadente e milanesizzato di tutti, aveva appartamenti in comodato in centro città dalle banche per i suoi cari. E si era fatto “prestare” cento milioni da un indagato che aveva mandato in prigione – al quale li aveva  restituiti, diceva, in biglietti, in una scatola da scarpe. Una banda che decretò colpevoli di corruzione solo i socialisti, i liberali e i repubblicani, con la Dc non andreottiana.
Si dice una giustizia politica ma è farle un complimento, anche se la giustizia politica è il vero fascismo. È una giustizia corrotta, anche nel senso proprio: dei soldi, delle carriere, dei posti.
Non c’è stata più verità da allora. Ma che colpa ne ha l’Italia?

I dolori del non più giovane Pedro

Almodovar rinasce, dopo una lunga afasia, tra crisi creativa e ipocondria, che deriva verso la depressione. In una sorta di racconto di formazione, alla Werther, che però non è il Pedro giovane ma quello maturo.
Non Almodovar, è Banderas che rinasce. Che però tutto lascia supporre sia lo stesso Almodoar, compresa la sopravvivenza col tiro di eroina. Esce dal guscio finalmente con un paio di amici, che s’incaricano di metterne in scena l’ultimo atto, e con i ricordi della madre e quindi dell’infanzia, incluso il primo desiderio sessuale che lo invade bambino al punto da stordirlo.  Resusciterà con un copione, che intitola “Il desiderio” – “La legge del desiderio” è il primo film, trent’anni fa, della trilogia selfie di Almodovar, che questo dovrebbe aver concluso.
Il consueto melodramma di Almodovar, con meno scherzi e più malinconia, e resurrezione finale. Un racconto lineare, gradevole.  Scandito questa volta senza scarti né agudezas. Il personaggio, dice Almodovar presentando il film, che è tutto suo, ne è anche soggettista e sceneggiatore, è in realtà Banderas, che se ne è impadronito e lo ha imposto, giorno per giorno, sul set e allo stesso autore. È verosimile. Banderas gioca il personaggio curiosamente col solo sguardo, tra spento e sottilmente ironico.
Come Moretti
Altrettanto curiosi sono, per uno spettatore italiano, i calchi. Sul fondo di una canzone di Mina 21961, “Come sinfonia”. Penelope Cruz, la madre giovane del protagonista, è in tutto Sofia Loren - eccetto che nella presenza fisica. Mentre Nanni Moretti è dappertutto, specie con “Caro Dario” e “Mia madre”. Ultimi di una serie di calchi, vicendevoli?, di due registi quasi coetanei (sì come autori di film), che vanno forse in parallelo, ma Moretti con più autonomia: il “gruppo” (gli amici-attori, a lungo trademark di Moretti), le fisse, l’amicizia, l’infanzia, la solitudine nella grande rete, convulsa, dei rapporti umani e di lavoro, al limite della misantropia. In un racconto sempre in soggettiva - si dice oggi del selfie per sintesi, con un termine in voga, ma la soggettiva è semrpe stata la loro forma espressiva. Anche il tono narrativo è similare, semiserio. E lo schema evocativo: la scoperta (lo sguardo da bambino), l’intromettenza nelle vite degli altri – i coprotagomisti e gli stessi spettatori - e gli sdegni teatrali.
Pedro Almodovar, Dolor y Gloria

domenica 19 maggio 2019

Il mondo com'è (375)

astolfo


Agenti russe – Si moltiplicano le gentildonne russe che traggono eminenti occidentali, politici o affaristi, a mali passi: Anna Chapman, Maria Butina, Natalia Veselnitskaja. Generalmente, in questi ultimi anni, negli Stati Uniti. Ora anche alle Baleari, dove una “Aljana Makharova” ha sputtanato mezzo governo austriaco. Generalmente bionde, ma non necessariamente: Chapman è “la rossa”, Veselnitskaja è mora. Ma non sono una novità, dame russe hanno infioretto il Novecento, a Londra, Berlino e Parigi, in proprio o accanto a personaggi illustri, negli anni del sovietismo. In quegli nni, però, non con gli uomini d’affari, le relazioni d’affari erano interrotte, ma con gli intellettuali.
Le agenti più famose sono state Christa Wolf a Berlino Est e Julia Kristeva in Bulgaria e a Parigi - moglie di Philippe Sollers e animatrice di “L’Infini”, la rivista dell’editore Gallimard. Mentre resta da accertare il ruolo di Elsa Triolet, moglie di Aragon e scrittrice in proprio - Triolet per un precedente matrimonio, di suo Elsa Kagan, sorella di Lilja Brik.
Lilja Brik fu una collaboratrice stretta di Stalin, una allumeuse addetta alla sorveglianza di Majakovskij e altri letterati. Majakovskij fu sempre sorvegliatissimo. Nei movimenti, e anche negli innamoramenti. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York decise di recarsi a Parigi e rimettersi col poeta, Lilja l’anticipò, promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata.
Catturata presto dai servizi russi, come Lilja Brik, e come lei molto influente fu la baronessa Budber, Marja Ignat’evna Zakrevskaja detta “Moura”. Alle calcagna come segretaria di Gor’kij a Sorrento, di cui, al momento del rientro nell’Urss, trafugherà gli archivi. Poi sposa a Londra, con lo stesso incarico, di H.G.Wells.
Fu probabile sposa-spia la moglie di Artur London, il leader comunista cecoslovacco coinvolto nel 1952 nei processi a Praga – poi riabilitato. E si sospetta pure la moglie del filosofo Lukáks – che pure le faceva l’amore ogni giorno, metodico, dopo pranzo. La sposa spia (anche la fidanzata spia è quasi un trademark sovietico. Molto chiacchierata è stata pure “gala”, Elena Dmitrievna Ianovna D’jakonova, moglie o amante di Paul Éluard, il poeta, di Max Ernst e di Dalì.
La figura dell’“infiltrata” è a volte mediata: una non-russa manovrata da un agente russo. È il caso della moglie dello scrittore tedesco Uwe Johnson, Elisabeth, che lo portò al suicidio: la moglie lo tradiva nel senso che lo spiava, riferendone a un agente cecoslovacco che agiva per conto del Kgb russo.

Birra\vino – Fanno le due Europa, più che la differenza fra Europa latina e Europa nordica. Il Medio Evo tedesco da primato, di Alberto Magno e Hildegarda, le cattedrali e i mistici, Adamo di Brema, Ugo di san Vittore, Wolfram di Eschenbach, Cesario di Heisterbach, era della Germania del vino. Della Mosella, che Ausonio ha cantato, il poeta di Bordeaux. La Mosella è, era, la Germania più romanizzata, col Sud Tirolo ora italiano: ci facevano il vino - si fa poesia col vino, si filosofa con la birra? Vandelberto, abate di Prün, sempre area del vino, versificò il calendario, come Francis Jammes.
L’Europa che non trova radici ne avrebbe due consolidate, per mentalità e linguaggi, l’area del vino e quella della birra. Prima delle monarchie e degli Stati nazional-monarchici, la vite univa Francia e Germania.

Paolo Rumiz, “Il filo infinito”, 67, mescola i due piani: “Il cristianesimo conquistò il mondo anche col vino, e naturalmente con la birra”. La birra è diventata cosa del Nord perché il luppolo è più resistente ai freddi della vite. Ma, insiste, Rumiz, anch’essa viene dal Sud: “La birra non è affatto cosa del Nord, la storia è tutta diversa”. La birra “sbarca in Europa attraverso la Calabria, grazie ai monaci copti d’Egitto, risale la Penisola dall’abbazia di san Francesco da Paola che ne aveva codificato la ricetta, segue la dorsale appenninica. Inonda la Padania lasciando tracce di schiuma sui baffoni dei Longobardi, per poi valicare le Alpi e dissetare le masse carolingie a est e a ovest del Reno, diventare Oktoberfest tra i tedeschi…” .

Bosnia - Il Reggimento di Fanteria Bosniaca, col fez, portò a lungo rovine su tutto il fronte italiano, dalle Dolomiti all’Isonzo.

Demografia – Non si fanno figli in Italia da mezzo secolo, per effetto della “riforma” fiscale, la legge Visentini. Che la famiglia ha disintegrato e abbattuto. Al suo varo, la famiglia italiana si calcolò che veniva a pagare sul reddito un’imposta che era tredici volte quella della famiglia tedesca, e sette volte quella francese.
La riforma che porta il nome del laico Visentini fu tuttavia varata e anzi promossa, nel 1974, dalla Democrazia Cristiana allora in auge, col governo Moro-La Malfa. E dal Vaticano. Che, via la Corte Costituzionale da loro espressa, hanno stabilito essere l’individuo e non la famiglia l’unità patrimoniale. Un passo gigantesco contro il matrimonio. Si apriva anche la corsa alle separazioni, e ai patti matrimoniali ostativi.
Una riforma che costituisce anche un caso per la polemica sul capitalismo: se l’individuo è privilegiato in ambito protestante o non di più in ambito cattolico.

Nestoriani – Cristiani ormai praticamente scomparsi, per persecuzioni, emigrazione, più o meno forzata, e stallo demografico, dalla Siria e dall’Iraq. Dove erano una comunità di alcuni milioni di fedeli un secolo fa, legalmente riconosciuta e politicamente rappresentata, ora ridotti a 1-1,1 milioni. Dei quali 600 mila o poco più caldei e 5-600 mila assiri. Osteggiati da tutti, arabi, persiani, turchi e curdi, e dispersi: in India i più (si ritrovano nel famoso romanzo di Arundhati Roy, “Il Dio delle piccole cose”), e nel Nord America, fra Stati Uniti e Canada.
Organizzati come una tribù, avevano a capo un arcivescovo ereditario, il Catholicos. Mar Shi’mun XXIII, terz’ultimo arcivescovo in carica, lo divenne un secolo fa, nel 1920, a undici anni. Succedeva a uno zio ucciso durante il genocidio assiro in Turchia. Ma presto fu espulso dall’Iraq, nel 1933. Si rifugiò a Cipro, dapprima, e nel 1940 negli Stati Uniti. Dove è stato assassinato nel 1975, da un correligionario per dissidi tribali.
Il successore dell’ultimo Mar Shi’mun è stato eletto. Anch’esso però appartenente a una linea ereditaria di vescovi-patriarchi, i Dinkha: Mar Dinkha IV, vescovo di Urmia e poi arcivescovo di Teheran. A Dinkha IV, morto nel 2015, è succeduto il metropolita di Baghdad Mar Gewargis III - mar è siriaco classico per “signore”, in uso per i santi e i vescovi.
Nella versione caldea, sono particolarmente devoti della Madonna. Sotto il titolo, spesso,Nostra Signora della Buona Morte.

Russia - “La Russia ha bisogno di perestrojka e di glasnost” è di Alessandro Herzen, metà Ottocento.
astolfo@antiit.eu