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sabato 12 gennaio 2019

I tecnici tradiscono

È fuori misura l’avventatezza e anche l’incompetenza di Marco Ponti, un ex professore di Economia Applicata al Politecnico di Milano che occupa la vecchiaia fungendo da consulente della Casaleggio Associati e di Toninelli. Uno che fa il ministro dei Trasporti e che ha nominato una commissione di suoi fedeli per decidere se (non) fare la Torino-Lione - ma non vuole neanche decidere che non la farà:
Di suo Ponti sette anni fa, al momento della pensione, non avendo ancora deciso cosa avrebbe fatto da grande, questa Tav la voleva fatta.
Non è una novità. I famosi “tecnici” che una non lontana campagna dei grandi media voleva al governo del Paese sono inattendibili: malati di protagonismo, incoerenti – e anche non alieni alla corruzione.
Un precedente illustre è quello del piano nucleare Donat Cattin del 1975.  Voluto da Ippolito, dominus del Cnen, appoggiato da Eugenio Peggio e tutto il Pci. Finché durò il compromesso storico coi governi Andreotti tutti i tecnici nucleari furono a favore. Poi, quando il Pc uscì dal governo, negli anni 1980 furono contro. Fino al referendum del 1987, quando il Pci, pur senza prendere posizione, sponsorizzò il no al nucleare.   
Ciò non impedì di sprecare ventimila miliardi di lire per una modesta centrale a Montalto di Castro, prima nucleare, poi convertita, poi ancora riconvertita. Un termoelettrico che sarebbe costato un decimo o poco più senza gli appalti successivi – il business degli appalti trova gli intellettuali sempre entusiasti. Per non dire del business ancora interminato del trattamento delle scorie dei pochi impianti andati in esercizio.

Per il giubileo del Millennio, per il quale il governo aveva stanziato a Roma ottomila miliardi, comprensivi della famosa-famigerata linea C della metro, Rutelli ne restituì la metà intonsi: non volle pensare in grande, gli appaltatori (i soliti noti) non erano pronti. Duemila miliardi li destinò al restauro delle piazze, in un migliaio di appalti e subappalti equamente suddivisi tra costruttori di destra e costruttori di sinistra, garanti le rispettive associazioni. Gli altri duemila li suddivise fra società di studio e consulenza quasi tutte appositamente formate, da ingegneri e architetti, per opere di arredo urbano e pulizia, dalla grattatine dei capperi sulle mure aureliane, che sono lunghe 19 km., aiuole in cemento armato che presto bisognò poi rimuovere, e un nugolo di imprese lapidee di pulitura monumenti. 

Le Mani Pulite di Riina


Il 13 gennaio 2002 si poteva scrivere:
“Mentana lega («Terra») involontariamente le stragi di Riina, 1992-1993, con Mani pulite. È più che un’ipotesi di romanzo: un mentecatto quale Riina, elevato a rango di capo dei capi, che si ritiene protetto dai comunisti, e trucida uno per uno i bersagli che gli solleva Leoluca Orlando. Il giudice avventizio Di Pietro, una carriera in Polizia che i biografi segnalano come caccia alle questurine, e che solo pochi mesi prima non scioperava, contro il sindacato dei magistrati, che singles out” gli avversari da abbattere: non la corruzione, gli avversari uno per uno, roba di sicura origine confidenziale, di servizi segreti. Per ottenere cosa? L’impunità, sia per i comunisti sia per i militari fedifraghi, golpisti o paramafiosi.
Non c’è bisogno d complotto. La congiura è nei fatti: Riina che attacca il governo che lo perseguita segnala a Milano, e alla Svizzera-Liechtenstein, che il governo è attaccabile. Oppure: Riina sa, alla maniera obliqua come va la scienza dei mafiosi, che il governo è sotto tiro – perché lo dice il suo referente Orlando in tv, ma non solo.”

Derrida marinista

Una guida per spiegare Derrida, che lo lascia, anzi lo mostra, incomprensibile. Inattaccabile, sfuggente. Lui per primo “indecidibile”: il decostruzionismo parte da se stesso. A volte (di)scorrevole, anche simpatico, “fulminante”, ma a nessun costrutto. Della filosofia come del marinismo, o concettualismo – o come le “preziose” di un secolo dopo in Francia: una costruzione che tanto più si apprezza quanto più si assottiglia, inconcludente, che parte o approda sempre a un concettino o agudeza, ornandolo di metafore continuate e altre figure retoriche. Appassionanti, forse, per un perito filologo, ma a nessun esito. Non di verità, se non che non c’è verità. Un po’ divertente, decostruire è divertente, ma poi non appassionante.  
Un gran lavoro: decostruire (involontariamente?) Derrida è, sembra, esercizio facile, ma Collins ha filo da torcere.
Mayblin, il fumettista, è invece da ammirare: quanta inventiva, la parte illustrata del volumetto, un paio di centinaia buone di immagini, sono un capolavoro, di avvicinamento se non di spiegazione, un tour de force spettacolare.
Questo “Derrida” fa parte della serie “A Graphic Guide”, ideata a Londra da Richard  Appignanesi.
Jeff Collins-Bill Mayblin, Introducing Derrida, Icon Books, pp. 176, ill. € 7

venerdì 11 gennaio 2019

Secondi pensieri - 373

zeulig


Cultura della crisi – Non è critica ma masochista. Le nazioni possono perdere i loro equilibri “naturali”. Tradizionali, storici, culturali, “istintivi”, per effetto delle crisi economiche e sociali. Il caso tedesco non è un’eccezione tedesca - il fallimento della repubblica di Weimar. David Rousset, l’autore de “L’univers concentrationnaire”, sui lager tedeschi durante la guerra nei quali fu rinchiuso, mette sull’avviso subito dopo: 
“L’odio insensato che presiede e comanda tutte queste imprese (la criminalità del lager, n.d.r.) è fatto dello spettro di tutti i rancori, di tutte le ambizioni meschine deluse, di tutte le invidie, di tutti i dispiaceri generati dalla straordinaria decomposizione delle classi medie tedesche tra le due guerre. Pretendere di scoprirvi gli atavismi di una razza, è precisamente fare eco alla mentalità SS.
“Ogni catastrofe economica, ogni crollo finanziario, e pezzi interi della società tedesca si sbriciolano.  Dozzine di migliaia di persone sono strappate alle forme di esistenza tradizionali ch sono fisicamente le loro e condannati a una morte sociale che è avvilimento e tortura per loro.  Il cadavere delle credenze, l’ossessione dei confort defunti, gli orizzonti intellettuali più stabili rovesciati,  non resta che una straordinaria nudità fatta di rabbia impotente, di litigiosità criminale affamata di vendette e di rivincite”. 

Digitale –“Lo spaventoso regno dove le parole hanno sostituito i fatti” ossessionava già Gogol. È paura atavica – metafisica, a prescindere dai fatti?

Giallo – Eternizza Seneca e la “Medea”, vv. 500 segg., dove ella confronta Giasone. “Cui prodest scelus, is fecit”.
Seneca ebbe più fortuna di Cicerone, che l’aveva preceduto col “Cui bono?” di varie arringhe: essendo un politico Cicerone è ritenuto anche lui condannabile (sospetto). Il giallo dev’essere accusatorio.
È la rivincita dell’invidia, anche là dove è “paziente” – sofferente, vittima. In Chandler per esempio.

Si vuole biblico – Del Buono ne ha fatto un’antologia che parte dal “Genesi”. Ma è prodromo del giustizialismo: il detective come il giudice sente il colpevole, e su questo costruisce l’accusa - organizza la caccia, preordina l’azione.
Nella Bibbia si potrebbe fare risalire a Daniele, “esperto nel dare spiegazioni e sciogliere enigmi”. Anche lui però – Daniele è “Dio giudica” – preordinato.

Indizi – Non portano in nessun luogo, se non per l’effetto sorpresa. – che è ben l’effetto della narrazione storica, per quanto storicizzata, ma ininfluente sulla giustizia. Ne è paradigma, tra i tanti, “La regia occulta”, di Giorgio Galli, un politologo, cioè uno scienziato politico. Che ha ragione della “razionalità” – “ha ragione”, cioè sconfigge, batte, fa a pezzi.
Ci sono, si sono fatti, almeno trecento “Shakespeare”, tutti fortemente indiziati, e un numero incalcolabile di Omeri e Ulissi, dove “tutto combacia perfettamente” - Ulisse paradossalmente si vuole sia stato dappertutto nel mondo, eccetto che nel Mediterraneo. Ma senza ombra di verità.
Le detective story li ha intronizzati, prima che gli storici e i Carabinieri. Ma gli indizi non esistono, non come segni di colpa. Casuali e polivalenti. Anche nelle anamnesi: Nanni Moretti in “Caro Diario” ridicolizza i medici perché non hanno tenuto conto dei sintomi, gli “indizi”, ma in realtà hanno sbagliato perché ne hanno tenuto conto. Sherlock Holmes, Poirot, e gli altri eponimi della detective story sono simpatici, e risolvono, non perché trovano gli indizi ma perché li inventano, partendo da personalità e punti di vista eccentrici. Sherlock Holmes e Poirot prosperano moltiplicando l’inverosimile, per il suo aspetto romanzesco.

Populismo – È uno dei pilastri dell’Eccezione Americana, nella formazione storica degli Stati Uniti, e nella sintesi di Seymour Martin Lipset- l’autore di “Luomo e la politica”, e di tanti studi sulle rivolte studentesche di fine anni 1960, nonché di un “Why Socialism failed in the United States” - in “American Exceptionalism: a Double-Edged Sword”, 1996: “L’ideologia della nazione può essere descritta in cinque parole: libertà, egualitarismo, individualismo, populismo, e laissezfaire”. Distinta dal conservatorismo, dal “comunitarismo statale” unificante, dal mercantilismo, dall’aristocraticismo di altre formazioni sociali similari – le europee.
Questo nel quadro di un’organizzazione costituzionale peculiare, dogmatica: “Nati da una rivoluzione, gli Stati Uniti sono un paese organizzato attorno a un’ideologia che include un insieme di dogmi sulla natura di una buona società”. C’è un “americanismo”, “un «ismo» o ideologia nello stesso modo che il comunismo o il fascismo o il liberalismo sono ideologie”. Citando Chesterston: “L’America è il solo paese al mondo fondato su un credo. Quel credo è definito con lucidità dogmatica e anche teologica nella Dichiarazione di Indipendenza”.
Il fondamento del credo è, analogo ai Radicali in Gran Bretagna, quello dei Jeffersoniani tra i padri fondatori. Che poi trasmigrerà tra i Democratici, ma non esclude i Repubblicani. Dell’interesse medio, che non guarda ai ricchi e non si organizza sui poveri. È l’aspetto che aveva colpito Tocqueville fin dall’inizio di “La democrazia in America” e a cui va fatto risalire la connotazione populista del sistema politico e costituzionale americano: l’interesse convergente di quelli che oggi si chiamano i ceti medi nell’organizzazione dello Stato, peculiare agli Stati Uniti, tra i “non ricchi” e i “non poveri”. Per essere una democrazia, si direbbe, piccolo borghese.
Il concetto è ribadito nel 1906 da H.G.Wells, un antipatizzante, in “The Future in America: A Search After Realities”: “Essenzialmente l’America è una classe media diventata una comunità, e così i suoi principali problemi sono i problemi di una moderna società individualistica, forti e chiari”. E specificava: “I due grandi partiti politici in America rappresentano un solo partito inglese, il partito medio borghese Liberale”, senza Conservatori, e senza Laburisti. Del vecchio spirito liberale settecentesco, che era contro la nobiltà e i privilegi acquisiti, ma anche “contro le restrizioni sugli affari: il suo spirito era essenzialmente anarcoide  - l’antitesi del Socialismo.

zeulig@antiit.eu

Braccianti e migranti, da Casignana a Melissa

Un romanzo sull’occupazione delle terre nella Locride, nell’agro di Bovalino, a Casignana, nel 1922, sui terreni della principessa di Roccella, amministrati e di fatto appropriati da un ex amministratore ora piccolo proprietario in proprio. L’occupazione si fece in base alla legge Visocchi, che dopo la guerra del 15-18 lasciava ai reduci libera l’occupazione delle terre incolte. Ci sarà la repressione – intanto c’è stata la marcia su Roma – ma il racconto non è per questo scontato: La Cava lo rianima con personaggi e accadimenti non stereotipi di questo tipo di letteratura. I contadini sono guidati dal sindaco socialista. Non ci sono solo le complicità dello Stato con i ricchi, ci sono anche le liti tra i contadini e i pastori. E i traditori. Il maresciallo dei carabinieri invece si batte per i contadini. Il “feudo”, ubbia storica in Calabria, prende qui la sua dimensione, di abbandono e di frazionamento, di sminuzzamento, degli interessi e degli orizzonti.
Un docuromanzo del 1974, pubblicato da Einaudi nel 1975. Recensito da Magris. Con una prefazione fuori tempo di Fofi – fuori tempo già allora, alla prima pubblicazione. La lettura commuove per la contemporaneità dei fatti di Melissa, altro nome calabrese illustre per l’occupazione delle terre, nel secondo dopoguerra, finita questa in tragedia, che oggi (non) si illustra per il salvataggio di 49 migranti naufragati alla sua marina, Torre di Melissa – tre più della Sea Watch che invece riempie le cronache e commuove, si spera sinceramente, i bennati. I melissesi, senza polemiche, e senza navi né fondi dello Stato, li hanno salvati tutti, anche la madre che non sapeva nuotare e non voleva mollare il bambino, e il bambino rimasto incastrato nella chiglia del barcone. Le occupazioni di terre on riescono, ma lo spirito è gagliardo.
Mario La Cava, I fatti di Casignana, Rubbettino, pp. 213, ril. € 16

giovedì 10 gennaio 2019

Letture - 370

letterautore


Ateo amareggiato – È categoria di Orwell, “Su e giù per Parigi e Londra”<. “La specie di ateo che non tanto non crede in Dio ma ce l’ha in antipatia”.

Femminismo – “Donne verso l’ignoto”, un film del 1951 di William Wellman con Robert Taylor, soggetto di Frank Capra, vede le donne al comando in America già un secolo prima. Centocinquanta donne si iscrivono a Chicago a un’agenzia per mogli di pionieri del West, gli avventurosi scapoli che, raggiunta un’età e qualche agio nella lontana California pensano a mettere su famiglia. Il viaggio è terribile: tre mesi di montagne impervie deserti, serpenti, indiani, soprusi, senza più guide, senza più carri, ma le donne, quelle che sopravvivono, raggiungono il matrimonio.

Freud – Curiosa rilettura Citati fa di Freud su “la Repubblica” di oggi. Un don Chisciotte. Soffriva di depressione, sotto il peso del “senso di colpa: soffriva di fenomeni isterici, emicranie e nevrosi”.. Cercava l’infinito, da Parigi a Girgenti. Aveva “un fortissimo senso del dovere”. Ed “era lieto, allegro, scanzonato”. “Non conosceva ma disprezzava la medicina”, e “si castigava per non essere medico e per non avere la minima idea di cosa fosse la vera medicina”. “Amò la moglie con una passione totale, che crebbe sempre”. “È difficile parlare della tenerezza e della violenza di cui invase la moglie, per cui nutriva un amore illimitato”. Ma la moglie non tradiva con la cognata Minne, sorella della moglie, a Roma, in Svizzera e altrove – almeno con la cognata? E non era medico? Depresso, quando - con tutti i malanni che si infliggeva?
Freud ha amato molto le donne in famiglia, la madre Amalia naturalmente, che sempre fu giovane, senza complessi ricambiato, la cognata e la figlia Anna. Scherzoso e ridanciano a nessuno è mai sembrato – e probabilmente lo offenderebbe. Uomo fascinoso, senza dubbio, se le donne volentieri si spogliavano. In sogno sempre a cavallo, che è, spiega il discepolo Groddeck, la donna. In uno è la cognata. In un altro sogna di possedere, che verbo, le tre damigelle delle tre figliole, all together, in carne, materne, vezzose. S’è risparmiato le sorelle, che erano cinque. Che all’Anschluss lasciò a Vienna pronte per il lager, benché il suo ammiratore Mussolini gli avesse ottenuto di portare con sé liberamente parenti e amici – si salvò solo Anna, sposata Bernays, il fratello della moglie, che Fred osteggiò in vario modo per motivi di interesse, e per questo era emigrata negli Usa.
Non era raro – e non lo è, in ambiente teutonico - avere una compagna che non è la moglie per  viaggi, e Freud viaggiò volentieri con la cognata Minna, a Roma, sul lago di Garda e altrove. Le donne, pazienti, amiche, discepole, vedendo come animali femminili. “L’amavo molto”, disse a un amico alla morte di Lou Salomé, sua straordinaria corrispondente, “ma stranamente senza tracce di richiamo sessuale”.
Ebbe una figlia bellissima, Anna, e la tenne chiusa in casa. La figlia amava le donne, e Freud non lo seppe mai. Anna si portò in casa l’amica del cuore, che era la casa di Freud. Una vita a tre di cui Freud non si accorgeva, a Vienna e a Londra. Anna tenne in terapia il figlio dell’amica per 45 anni.

Giallo – Il meccanismo base resta l’agnizione, forse il più antico degli artifici narrativi, il riconoscimento

Eternizza Seneca e la “Medea”, vv. 500 segg., dove ella confronta Giasone: “Cui prodest scelus, is fecit”.
Seneca ebbe più fortuna di Cicerone, che l’aveva preceduto col “Cui bono?” di varie arringhe. Essendo un politico, Cicerone è ritenuto anche lui condannabile (sospetto), mentre il giallo dev’essere accusatorio.
È la rivincita dell’invidia, anche là dove è “paziente” – sofferente, vittima. In Chandler per esempio.

Borges, che lo ha praticato, prima dei racconti onirici-metafisici, lo ha degradato poi recensendo Ellery Queen: “Questo genere (forse il più artificiale fra quanti ne contempla la letteratura) non è riuscito a competere con l’assordante realtà….”, di Al Capone.

Lo crea Poe in soli quattro racconti – “l’ingegnoso inventore americano nordamericano Edgar Allan Poe” dell’indispettito Borges. Col detective e l’amico-spalla del detective, e tre situazioni tipiche:la camera chiusa, il colpevole insospettabile, il caso reale. Negando il giallo – il fiuto-onniscienza del detective – nel mentre che lo crea.

Poe è di più, un filologo divertito. Lo spiega Canfora nelle note al cap. XVIII di “Convertire Casaubon”: “Nihil sapientiae odiosius acumine nimio, il motto latino adottato da Edgar Allan Poe nel racconto «The Purloined Letter» (a partire dalla seconda edizione)”, niente ritengo più odioso della sapienza ingegnosa, “viene da lui attributo a Seneca, ma non appartiene al filosofo spagnolo. È un apocrifo, inventato dallo stesso Poe. Che inizialmente l’aveva inserito nella terza edizione di “The Murders in the rue Morgue”,  poi eliminandolo e introducendolo in altra forma nella “Lettera rubata”: “Il nostro amico Prefetto è un po’ troppo astuto per essere profondo, perché Nihil sapientiae odiosius acumine nimio è, forse, l’unico rigo del puerile e debole Seneca non insignificante”. Mentre ha lasciato nelle prime pagine de “Gli assassinii” Dupin che dice della polizia di Parigi: “Tanto esaltata per il suo acumen” mentre è “fatta di gente furba, nient’altro”.  

Tutte le trame di Wilkie Collins sono soggetti, o “ghiommeri” di soggetti, per film e telefilm: mezze luci, sensazioni, chiaroscuri, sorprese.

Hammett - “Il falcone maltese” (non) deriva da Henry James “Le ali della colomba”?

Italiano In “Diario dell’interno” Paul Auster dedica il ricordo più lungo, un paio di pagine abbondanti, al barbiere di quartiere, Rocco, di quando lui era bambino. Che era stato il barbiere di Thomas Edison, e quindi irradiava il fascino dello scienziato.

Kafka – Si voleva indiano, un indiano d’America: “Se solo uno fosse un indiano, sempre allerta, su un cavallo da corsa, piegato contro il vento…” è un suo racconto di una frase, con titolo, “Il desiderio di essere un pellerossa”, del 1909 – c’erano già i film western? Benjamin prende il frammento molto sul serio, nel secondo capitolo del saggio su Kafka, “Un ritratto d’infanzia”. Questo è il sogno, dice, di Kafka, bambino “dagli occhi infinitamente tristi”: una vita libera, di avventure. Che espliciterà più tardi, spiega, nel romanzo “Amerika”. Il protagonista Rossmann, nota Benjamin, è “l’uomo dei cavalli”, ross essendo in tedesco destriero: “Che il romanzo «America» abbia un carattere particolare appare già da nome del protagonista. Mentre nei precedenti romanzi l’autore non si rivolgeva mai a se stesso che col mormorio di un’iniziale, vive qui la sua propria rinascita nel nuovo mondo col suo nome intero”.

Kapò – “L’espressione kapò è verosimilmente di origine italiana e significa testa”, arguisce Raymond Rousset, un sopravvissuto ai lager, nella prima testimonianza scritta dal di dentro, agosto 1945, “L’univers concentrationnaire”. In alternativa Rousset aggiunge in nota: “Due altre spiegazioni possibili: Kapò come abbreviazione di Kaporal, o contrazione di Kamerad Polizei, espressione impiegata nei primi mesi a Büchenwald”.

Pasolini –Accomuna nel culto sia la sinistra che la destra, che pure ha avversato entrambe. Ma non senza motivo – il culto. Specie quello di destra, che sembrerebbe  il più incongruo.
S’era perduto nel Sessantotto. S’era perduto prima, con Totò e Riccetto, se lui è l’uccellaccio e non più l’uccellino, tra borgatari che sfrattano i più borgatari, e fottono le più sfigate. Nel Movimento giovanile non s’è ritrovato, mentre scalava il “Corriere della sera”, pur professando l’innocenza dei giovani. Siamo tutti malati, disse poi sul “Corriere della sera”, perché siamo tutti fascisti, la Dc e la Repubblica, i non violenti per la stupidità.
Non tutti peraltro: nella nuovissima, allora, 1971, “Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza”, sei volumi, 4.600 pagine, il nome di Guido non c’era che fece la Resistenza, il suo sì, benché si fosse imboscato. Nell’episodio Freud-Einstein di “Porcile”, non girato ma illustrato nella sceneggiatura che subito pubblicò con le note, voleva ebrei che anelano l’impalamento e negroni inastati di nome Cock, Ball e Balloon. Una estetica nazista più che fascista – i nazisti erano perversi conclamati, la forza piccolo borghese mettevano tutta nelle palle.
Per le lucciole il problema erano i pesticidi. In Giappone già lo sapevano e le coltivavano in ambiente immune, liberandole nei giardini in albergo per la stagione.

letterautore@antiit.eu

I Riina e le mafie


 A proposito di Lucia Riina, figlia di Totò, che, nullatenente a Corleone, a Parigi apre in centro il bistrot d’autore “Corleone”, vale rileggere cosa si poteva scrivere del padre ventun’anni fa, a fine 1997:
“Totò Riina consegnato (sacrificato) dalla mafia? Lui non lo ammetterà mani, è ben il capo dei capi – è personaggio da “cultura” popolare: il brigante Musolino, il bandito Giuliano… Ma è ipotesi probabile. Con essa tutto combacia.
“Dopo di lui sembra che non ci sia più mafia, e invece tutto continua come prima, solo che i suoi sostituti, i suoi giuda, hanno un mercato garantito. L’uomo era pericoloso per la mafia, col suo disegno di assecondare l’antimafia di Orlando e del Pci: assassinio di Lima, assassinio di Falcone, assassinio di Borsellino, patti con Sica, Orlando, Violante.
“Con gli attentati-avvertimenti ai monumenti nel 1993,  e col comizietto al Tribunale di Reggio Calabria contro “i comunisti” (cioè: “Questi sono i nuovi nemici”), Riina mostra di avere cambiato. Ma la mafia vuole anche silenzio. 
Non gli hanno fatto fuori la moglie e i figli. Ma la moglie è sorella di Bagarella, altro uomo di rispetto, i figli non potranno non finire male.
“Altri motivi convergenti: con Riina sono finiti gli arresti dei capi amfiosi – Provenzano fa figura di imprenditore, se non da confidente in proprio. È finita anche la collusione mafia-politica. È finita ogni emergenza mafiosa.
“I siciliani in fondo hanno seguito l’esempio dei Mammoliti in Calabria, di Castellace-Gioia Tauro. Che hanno accusato i mafiosi di Rosarno insieme ai socialisti, assicurandosi l’impunità e il mercato.
“Riina pensava di fare con le bombe il pendant di Mani Pulite. Ma la logica moralistica di Mani Pulite ha bisogno di capri espiatori, e uno è stato lui.”

Il sacro in allegria col profano


Un libro del 2000 presto introvabile, benché per ogni aspetto notevole e forse un capolavoro – come ogni opera, musicale e musicologico, di De Simone, di cui Napoli purtropo trascura la qualità sempre eccelsa, di studi e composizioni  - compreso, purtroppo, Peppe Barra, che la “Cantata dei pastori” da De Simone resuscitata riprende a ogni Natale. Profusamente e bene illustrato da Gennaro Vallifuoco. La ricostituzione e l’uso, teatrale e quotidiano, miracolosi di un linguaggio misto di italiano (toscano) e napoletano (popolare).  Introdotti da un saggio avvincente sulla genesi e la trasformazione dell’opera, nel quadro della teatralità napoletana – correggendo anche alcune conclusioni di Croce, per documenti emersi successivamente. Firmata con una lunga colonna di anagrammi sull’autore, da “Demostene Erborio” a “Sodomito ben erbe”, a sottolineare la giocosa creatività della ricostituzione. E seguita da una silloge di testi in tema, di Edoardo Boutet, Croce, Simoni, Gigli, Lorenzo Minervini.
Croce ricorda “il siciliano Andrea Perrucci” nel 1699, l’anno stesso della “Cantata dei pastori”, per “la più compiuta trattazione della commedia dell’arte nel suo libro  «Dell’arte rappresentativa meditata e all’improvviso»”. Il titolo originario della cantata, sotto lo pseudonimo di “Casimiro Ruggiero Ugone”, era “Il Vero Lune tra le ombre ossia la Nascita del Verbo umanato”.
Croce ricorda anche, ne “I teatri di Napoli”, che il dramma è stato “ritualmente rappresentato la notte di Natale in parecchi teatri di Napoli dei più popolari”. Lui steso ricorda di averlo ascoltatao “al Mercadante e alla Partenope in via Foria, alla Fenice in piazza Municipio e al san Ferdinando a Pontenuovo”. E ne fa una lunga sintesi. Pur avvertendo che le rappresentazioni variavano di fatto l’una dall’altro – per una descrizione delle rappresentazioni rimandando a un articolo di F. Petriccione sul “Corriere della sera” di Milano nel 1941, il 23 dicembre, e al volume “Sua eccellenza San Carlino”, di E.Boutet, 1901.
Di suo Croce ricordava “La rappresentazione procedeva tra frequenti interruzioni, e motti, e dialoghi,che si ripercotevano dai palchi al proscenio ,per opera di curiosi venuti ad osservare il grottesco spettacolo, e di giovinastri, che facevano il chiasso. Ma nell’attenzione intensa di coloro che riempivano il lubbione (lombardo per loggione, n.d.r.) e le ultime file della platea, nei loro sforzi per ottenere il silenzio, nelle loro esclamazioni d’impazienza e di sdegno, era la protesta di una fantasia e di un sentimento conservatisi costanti nei secoli. E a me pareva di avere intorno la plebe napoletana del Seicento, che seguiva quei drammi ora con le lacrime agli occhi e compunta di devozione ora abbandonandosi e franche risate” con Stazzullo e Sarchiapone.
Roberto De Simone, La cantata dei pastori

mercoledì 9 gennaio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (385)

Giuseppe Leuzzi


A Cicala, un migliaio di abitanti ai piedi della Sila Piccola, un’esperienza d’integrazione diffusa della demenza senile è in atto da otto mesi. Applica un metodo nuovo, la Terapia espressiva corporea integrata, ideata da Elena Sodano, psicoterapeuta di Catanzaro. Punta a prolungare la qualità della vita attraverso una coabitazione autonoma e integrata insieme: invece delle pasticche un ambiente aperto, tra gente più o meno della stessa età e mobilità, e di interlocutori-fornitori addestrati con un “tirocinio comportamentale” a facilitare il dialogo, dal parroco al barista.
È l’applicazione di una ideazione della londinese Alzheimer Society, organizzare comunità Dementia Friendly, avviata in Italia dalla Federazione Nazionale Alzheimer, senza soldi pubblici. Cicala fa da pilota, associando  la Community londinese al metodo Teci di Elena Sodano. Se ne parla (poco) solo perché lo hanno scoperto in Norvegia: una giornalista, Charlotte Nagel, ci ha fatto un reportage per le organizzazioni norvegesi che si occupano dell’invecchiamento.

Narra il “Repertorio dei matti della città di Roma”: “Di una si diceva ch’era nata ad Alessandria d’Egitto, ma in realtà era nata a Roma, e in Egitto c’era andata sua madre che l’aveva abbandonata subito dopo averla partorita, figlia di padre ignoto.  Lei era andata in Egitto a cercarla, la madre, ma era tornata a Roma perché aveva capito che lei non la voleva  tra i piedi. Aveva provato a rintracciare il padre, e aveva scoperto che era calabrese e che faceva di cognome Del Duce. Allora aveva rinunciato ad incontrarlo: «Non voglio essere ricordata come la figlia del Duce»”. Era Anna Magnani.

Del cinema, “arte tipica del nostro tempo tendenzioso”, Alvaro nota che si esercita a “fare a meno della verità” al Sud: “In America, quando vuole osare, (il cinema) si sfoga sulle regioni del Sud: l’esotismo nazionale. Se non esistessero i meridionali, di tutti i paesi, di tutte le latitudini nessuna esclusa, i cineasti non avrebbero la corda sociale da toccare col minimo di scandalo, la «denunzia» come si dice in gergo”.

Il Sud è però l’unico momento di verità per il cinema, sempre secondo Alvaro: “Appena il cinema tocca qualcosa di meno indifeso e pittoresco, entra nel suo vero regno che è la falsità e la convenzione”.

La mafia e la hubris
La forza in Omero non è permanente. Gli eroi soccombono spesso, anche per mano di non eroi, anche senza inganno. Solo nelle mafie benché sia sopravvenuto un Dio di giustizia, la forza è permanente: programmata. Anche attraverso le distruzioni reciproche, che sono una forma di risorgenza.
La forza in Omero è hubris. La hubris, violenza incontrollata, non è tratta da usanza germanica, anche nella forma della faida. Ed è del tutto inconsistente con la mafia, che è invece calcolo e dissimulazione. C’è la hubris, la violenza incontrollata, accanto alla mafia, a Pesaro, a Duisburg. È una possessione malefica.
Nasce caratteristica di Achille, l’“eroe” dell’“Iliade”, “l’Eccellente” in Omero. Che è cattivissimo: infierisce sul cadavere di Ettore per giorni, fino a che Giove in persona non deve scendere dallOlimpo per bloccarlo. È il  furor latino. La “furia francese” dei predoni di Carlo VIII. Che accomuna anche il berserkir  delle saghe teutoniche. Una forza bruta, che in antico si faceva accendere negli uomini dagli dei, per ghiribizzo e per mettere alla prova, e poi dagli stessi bloccata – cioè inspiegabilmente.

Gli scrittori di contrada
Una curiosa pagina, di avocazione e insieme di ripulsa, ha Corrado Alvaro, solido comparatista delle cultura europee e extra,  sulle letterature locali, recensendo il film di Duvivier sulla “leggenda di Parigi”, “Sotto i tetti di Parigi” – una prosa del 1952, ora in C.A., “Al cinema”, 200. Di elogio in particolare per Napoli, che ha saputo passare “più facilmente di ogni altra nostra (leggenda metropolitana, n.d.r.) dal dialetto alla lingua letteraria e alla letteratura”. Che ha la leggenda “la più densa e ricca di motivi, quella che ha più mistero di vita urbana”. Mentre “quella di Roma è rimasta appesa tra Belli e D’Annunzio: in quello i preti, in questo le donne”. Abbattendo lo steccato, tutto italiano, della letteratura alta e bassa: “Il pregiudizio della letteratura regionale o provinciale come mondo limitato in confronto a quello borghese e cosmopolita, alle ambizioni di una letteratura formalmente nazionale, ha impedito più di uno sviluppo tra noi, dove i letterati temono l’appellativo, soltanto italiano e della letteratura italiana, di provinciale. Non si capisce perché debba esservi una gerarchia tra scrittori metropolitani e scrittori di contrada. E c’è voluta la voga degli scrittori americani perché questa distinzione fosse attenuata. Non si capisce perché parlare di Milano o di Roma sia letteratura cosmopolita, e parlare di Sicilia sia regionale”.
Ma poi, subito dopo, trova il localismo limitato e limitante – senza secondi pensieri in riguardo all’Aspromonte? Napoli si è presto “esaurita” – “tutto quello che è nato come espressione d Napoli, la canzonetta, il frizzo, la tradizione comica, il facile sentimentalismo, il realismo e la retorica”. Di Giacomo ne ha fatto la summa, e dopo non c’è più nulla: “I dialetti si esauriscono presto in un solo poeta”, Porta per Milano, Belli per Roma, Di Giacomo, eccetera. E Alvaro, viene ovvio aggiungere, “Gente in Aspromonte”, per la Calabria.

L’odio-di-sé
L’odio-di-sé è concetto e pratica tipicamente tedeschi – e in ambito germanico, più in particolare,  dell’ebraismo prima di Hitler. Ma ora, da qualche tempo, unicamente italiano. Non c’è altrove, viaggiando in Europa o in America, un tasso di autodenigrazione così ricorrente, anzi non c’è affatto, specie con gli stranieri. L’autocritica che sconfina nell’autofustigazione e l’autodistruzione. Così comune in Italia di tutto ciò che è italiano, che si tratti dell’automobile o del parco in montagna, perfino del pelato e del gelato.
Si dice con sempre maggiore convinzione, e sincero disprezzo, “all’italiana”, per dire inventivo e trucibaldo, approssimato, malfatto, furbo, traditore. Di matrimoni, commedie, risate, calcio, trucchi, inganni, trappole promesse, accordi, impegni, leggi, e piatti di cucina..
È in questo odio di-sé che tutto al Sud è deleterio. Il Sud è giusto da sopportare, la compassione è una virtù, e poi non bisogna cadere nel razzismo. Ma non più di tanto. E ciò è vero per gli stessi meridionali.
Questo del Sud è un vezzo culturale, ormai storicizzato col e dal Risorgimento. Introiettato, dopo sei o sette generazioni, a realtà indelebile. In altra cultura politica si direbbe il complesso d’inferiorità iniettato per un fine, in una strategia di sottomissione. Come togliere i denti a una tigre. Peggio, educare alla subordinazione, partendo dalla cancellazione di sé.
Si dice del meridionale che manca d’iniziativa. E sarà così, poiché i meridionali se lo dicono, se uno legge i loro giornali, ed evidentemente ci credono fermi. Salvo in altro ambiente – il meridionale è per questo stesso fatto nomadico - competere e anche vincere.  

Le Calabrie
Usa il plurale per la Calabria oggi propriamente detta, per la vecchia suddivisione amministrativa, del regno borbonico e subito dopo. Ma piace ricordare il toponimo al plurale per lo scambio che c’è stato col Salento, la primitiva Calabria. Toponimo greco – molto comune tuttora in Grecia, anche diminutivo, Calabretto-Calabritto - che vuole dire abbondanza. Agli occhi dei primi navigatori greci, ma anche per la natura: l’ampiezza dei terreni coltivabili, la feracità – una ragazza di pasticceria a Patrasso, che era stata in Italia, richiesta di un’impressione disse, dopo averci riflettuto: “L’Italia è grande”. Per l’abbondanza di ulivi e vigneti, che in Grecia prosperano ma in plaghe ridotte, al confronto minuscole.  
La Calabria era ricca e il Salento povero negli anni 1950. Quando i commercianti di Gallipoli (grossisti, mediatori), protagonisti del vecchio cabotaggio, il trasporto via mare lungo la costa, giravano per la piana di Gioia Tauro per incettare la materia prima, l’olio d’oliva, da rivendere ai raffinatori del Nord. Mentre il bracciante salentino vi emigrava per dinverno nelle annate piene, per “fare la stagione” da operaio nei frantoi – per supplire il bracciante-operaio locale, già emigrato al Nord, nella Liguria di Ponente sopra Savona-Imperia e a ridosso delle Alpi Marittime, in Piemonte e in Provenza. Il Salento che oggi è un capolavoro, nel recupero e la salvaguardia dell’ambiente e dei beni culturali, nella pulizia dell’aria e dell’acqua, e anche nella produzione di reddito. Mentre la Calabria arranca ai livelli bassi delle classifiche nazionali del benessere – la ricchissima plaga di Gioia Tauro probabilmente alle ultime posizioni. Sono bastati pochi anni di politica avveduta nel Salento, con D’Alema, Gennaro Acquaviva, Buttiglione. Di risorse. Spese. Non male – non del tutto.

Nord e Sud normalizzati
Una Normale di Pisa a Napoli oltre che a Firenze? Sì, perché no, dà lustro e porta risorse. Ma quando i fondi, 50 milioni, il napoletano Di Maio li ha dati da spendere alla Federico II, l’università di Napoli, Pisa si è ribellata. Studenti e professori uniti nella lotta. Contro il direttore della stessa Normale, Vincenzo Barone, centauro partenopeo-pisano – rifiutato alla Normale ai diciott’anni si era iscritto alla Federico II.
Hanno protestato gli studenti. In piazza. Con i cartelloni. E gli accademici. Che oggi si sono riuniti per silurare Barone, il “napoletano”. Si può apprezzare, come manifestazione di verità.
Si era creata confusione col gialloverde di maggio. Col leghista Salvini senatore della Calabria. E col partito siculo-napoletano di Grillo buffoncello, che vuole rivoluzionare l’assistenzialismo.
Il “forza Vesuvio” della Normale fa il paio con la congiura fiorentina contro Schiavone, altro centauro tosco-partenopeo, altro reo di commistione con Napoli. Nel suo caso con un Sum, Istituto Italiano di Scienze Umane, dentro il quale Firenze e Napoli formavano “dottorandi europei” con i centri di eccellenza di Parigi, Londra e Francoforte.
Il leghista professore Miglio confessava che passando l’Appennino a Firenze si sentiva all’estero. Ma il Nord si è allargato.


leuzzi@antiit.eu

L’amore consuma - l’autore


Nel filone degli amori trasgressivi, aperto a fine Ottocento dall’indomita Rachilde, quello fra lui giovane e lei matura è il meno scandaloso e\o il più praticato, anche perché diffuso “in natura” -   Macron e la sua non più giovane moglie ne sono l’istituzionalizzazione. Questo si distingue perché lei è una monaca, nientemeno. Ma soprattutto perché è una storia d’amore travolgente ancora nel 1984. Non molto tempo fa, e sembra preistoria.
Trasgressioni alla francese, eleganti, da romanzo di moeurs, di passioni travolgenti ma a modo. Senza il pecoreccio. Senza neanche le scene gelide di sesso d’obbligo nelle analoghe americane. Il genere che Umberto Notari nel primo Novecento e Camilleri nel secondo hanno tentato di importare, senza successo – dopo D’Annunzio naturalmente.
Una storia di amour fou scritta dall’autore, come il già classico “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet, a diciotto anni. Sopravvissuto a questo primo enorme successo – Radiguet morì poco dopo  – “Japrisot” (Sébastien Japrisot è nome d’arte, anagramma di Jean-Baptiste Rossi, di famiglia italiana emigrata a Marsiglia) ha poi scritto gialli e lavorato per il cinema, anche da regista, anche per questa storia, “Les mal partis”, ma senza esiti che si ricordino. L’amore consuma.
Sébastien Japrisot, La cattiva strada, Adelphi, pp. 220 € 18

martedì 8 gennaio 2019

Problemi di base - 464

spock

Il mercato fa bene al comunismo?

La guerra è utile ai potenti?

“I Greci credevano ai loro miti” (Keynes)?

Gli americani credono ai loro?

“Il  secondo è il primo degli ultimi” (Enzo Ferrari)?

Chi andrebbe al Louvre, museo record di incassi, senza la Gioconda?

spock@antiit.eu


Autoritratto d’autore, con correzioni

Auster continua a raccontarsi: dopo il corpo (“Diario d’inverno”) lo spirito – ma a lui piace comunque raccontarsi, in “L’invenzione della solitudine”, in “Sbarcare il lunario” (“Hand to mouth”), nella stessa “Trilogia di New York”. Dalle primissime immagini di sé e del mondo alle ultime. Pur sapendo che la memoria è traditrice e inaffidabile. E discrezionale: esulcerativa e lenitiva. Non opera di storia dunque, nemmeno di biografia, ma di amorosa cura-di-sé – una sorta di autoritratto verbale, a puntate.
Un racconto scorrevole ma ininteressante. Un lungo capitolo, settanta pagine, lo prende la sinossi dettagliata, scena per scena e anche backstage, di due film che avrebbero determinato il destino dell’autore, “The shrinking man” (“Radiazioni BX: distruzione uomo”) e “I am a fugitive from a Chain gang” (“Io sono n evaso”, 1932) – Auster ci ha preso gusto, dopo aver tratteggiato in “Diario d’inverno” un film del 1950, “D.O.A.”, per dire “siamo tutti alieni a noi stessi” (D.O.A, dead on arrival), ma lì solo per ua dozzina di pagine. Come a dire: che strana è la vita? Un altro terzo va alla rilettura delle lettere scritte alla prima moglie, Lydia Davis – quando questa, anch’essa scrittrice, che vuole lasciarle in archivio a un’istituzione, gliene chiede il permesso.
La scoperta di essere “ebreo” ha invece qualche interesse. Conferma che l’ebraismo è stato imposto, per esempio agli americani che l’avevano rimosso, come i suoi familiari, da Hitler - “La risorgenza dell’ebraismo nell’America postbellica fu la conseguenza diretta dei campi della morte”. Anche la rilettura del Sessantotto, nelle lettere all’ex moglie, ha un sussulto: in poche righe Auster ne dà la carica liberatoria, tra “occupazioni” e repression - in America violentissima, si arrestavano gli studenti a migliaia: “Come se gli eventi di aprile e maggio ti avessero dato una scossa di elettricità e ti avessero riportato alla vita”. Ma “gli anni” ormai seriali sono di una vita come un’altra, non memorabili se non interscambiabili. Delle efflorescenze, i bubboni, i turbamenti, le scoperte, gli eventi, minimi e minimissimi. In nota, in breve, un omaggio a Allen Mandelbaum, l’infaticabile traduttore di Dante, Ungaretti, Quasimodo e tanti altri, zio materno, sua guida e sostegno in una famiglia disastrata.
L’originale americano usa il testo a didascalia di un centinaio di foto d’epoca, degli anni della vita  di Auster. Che la narrazione sollevano a suggestione d’epoca. 

Paul Auster, Notizie dall’interno, Einaudi, pp. 306 € 19,50

lunedì 7 gennaio 2019

Cronache dell’altro mondo 22

Chiunque negli Stati Uniti, anche un ragazzino, anche un pazzo, può comprarsi liberamente armi micidiali, anche un arsenale di armi.
Ogni anno 40 mila persone muoiono sparate, singolarmente e in stragi collettive, senza motivo negli Stati Uniti.
In quella che è probabilmente l’ultima intervista curata da Anna Maria Speroni, intelligente, Jacqueline Bisset su “Io Donna” spiega #metoo, una “campagna delle ricche e famose”, pubblicità gratuita, e che basta non salire in camera d’albergo col produttore o il regista alle due di notte, non vestite da prostitute, non su di giri – “Weinstein era una star”, circuito da tutti a Hollywood, non si fa il conto degli Oscar che ha fatto vincere, perché è lungo
Si fa il conto della non-liberazione dell’Afghanistan. Duemila miliardi di dollari, solo per gli Stati Uniti, con una spesa corrente di 45 miliardi l’anno. Un impegno militare diretto americano che è arrivato a 100 mila effettivi per molti anni, e ora è di 17 mila effettivi, con 2.500 morti. Più le spese e le truppe dei “volenterosi”, Germania e Italia in testa. Per lasciare il paese agli stessi Talebani che lo controllavano all’inizio della guerra liberatrice, nel 2002.

Amore vuol dire gelosia

Un matrimonio felino. Inafferrabile, vago come il gatto di casa. Ben umano, tra corpi nudi, per lo più, ma sfuggente. Non cattivo, e forse nemmeno traditore: come il gatto, cioè la gatta. Ad alimentare una gelosia, questa sì, che lascia senza fiato dall’inizio alla fine.
Con quest’ultimo romanzo, uscito postumo nel 1991, “parrebbe Moravia approdato”, scriveva a suo tempo Enzo Siciliano che ne curò la pubblicazione, “un punto estremo della sua meditazione esistenziale: la vita non si conosce e noi non la conosciamo”. È possibile, Moravia onnivoro non si poneva limiti nemmeno da quel lato lì, contraltare di Sartre a Roma. Ma la storia è ben fisica, e semmai della improduttività dell’armamentario sessuale che ha fissato l’ultimo Moravia, di cosce, pubi, peni, bocche, chiappe, con ogni sorta di amplesso, tutti inesausti. Senza passioni. Cioè no: senza questo algore, di tempi e metodi, da catena fordiana, solo resta la gelosia, un tormento per definizione insaziabile, che qui Moravia punta con poche sbavature.
Il racconto segna anche la fine dell’uomo cacciatore e della donna sfuggente. Impenetrabile malgrado tutto, come la foresta equatoriale contro la quale si staglia. Non la fine dell’uno, e sicuramente non dell’altra, ma del rapporto uomo-donna così concepito. È un altro degli ingredienti, con la fisicità, della gelosia, la macina tossica. 
Letto in epoca di #metoo, di presunto igienismo, il racconto corre su un curioso strato ossessivo. La futura moglie-gatta bussa sconosciuta alla porta con lo slip già in mano. E così via: le posizioni, un po’ di sadomasochismo, molto voyeurismo, la provocazione-ritenzione. Amori gelidi. Ma poi in tutto Moravia gli amori non hanno “soluzione”.
Moravia non s’innamorava, s’incapricciava, già con Elsa Morante?E tuttavia, con tutta l’impermeabilità all’amore, resterà probabilmente scultore di figure femminili - qui le due donne che conducono il gioco. Alla maniera del non finito di Michelangelo. Perturbanti.
Alberto Moravia, La donna leopardo, Bompiani, pp. XXIII+167 € 7,90

domenica 6 gennaio 2019

Ombre - 446

“Il periodo d’oro per la comunità nazionale è stato quella dal 25 luglio 1943 alla fine degli anni Ottanta, e se dobbiamo trovare una data per questa fine è quella del delitto Moro – impresa dovuta più che a terroristi imbecilli ad accorti servizi e nell’interesse anche della politica di altre nazioni – e della morte di Berlinguer, altro risultato della «strategia della tensione»”. È l’attacco della recensione di Fofi alla riedizione di Mario La Cava, “I fatti di Casignana”. Tutto si può dire. Anche sul “Sole 24 Ore”.

Perché Raggi non fa raccogliere la spazzatura a Roma? Per far commissariare l’Ama, e potere così far aprire dal commissario, che non dipende da lei, nuove discariche. Storia metropolitana? Ma non c’è altro. Niente discariche, niente termovalorizzatori, e niente differenziata.

Due anni e mezzo di sindacatura Raggi a Roma e non una buca colmata per le strade, marciapiedi e strade sporchissime, parchi non puliti, mezzi del trasporto pubblico a fuoco ogni giorno per consunzione. Senza mai un intervento di questa donna, una decisione, una promessa, una minaccia. Sembra impossibile, ma è il sindaco di Roma.

La Consob sanziona tre sindaci del “Sole 24 Ore” per omessa vigilanza. La Consob boccia il bilancio 2017 del “Sole 24 Ore” perché non riporta correttamente la svalutazione del quotidiano. Non c’è giorno che una magagna del “Sole 24 Ore” non venga a galla, di una lunga gestione fraudolenta. Del giornale che regola gli affari italiani.

Si fa il conto della non-liberazione dell’Afghanistan. Duemila miliardi di dollari, solo per gli Stati Uniti, con una spesa corrente di 45 miliardi l’anno. Un impegno militare diretto americano che è arrivato a 100 mila effettivi per molti ani, e ora è di 17 mila effettivi. Più le spese e le truppe dei “volenterosi”, Germania e Italia in testa. Per lasciare il paese agli stessi Talebani che lo controllavano all’inizio della guerra liberatrice, nel 2002. Tutto per non aver letto Kipling, i racconti della frontiera, o anche solo “Kim”.

Il lungotevere di piazza del Popolo è recintato da tredici anni. Per un parcheggio interrato, che non si può realizzare per motivi idrogeologici – ci passa il collettore fognario. Ma l’area non si libera – serviva da parcheggio di superficie: l’appaltatore recinta e poi non molla, e fra un appalto e l'altro, ne sono stati fati quattro nei tredici anni, si fa pagare le “opere provvisionali”.

Litigano, lei si prende la roba ed esce, lui la insegue, la raggiunge sulla scalinata verso via Chiaia, siamo a Napoli, la picchia, le mette al collo il colare del cagnetto di lei, per tirarla indietro strattonandola. Intervento dei passanti, poi dei Vigili Urbani, lei finisce in ospedale, prognosi di tre settimane, lui è condannato. Un fato di cronaca come un altro, forse tra ubriachi, o drogati. Curioso, ceto. Sopratutto perché dei due non si danno i nomi, benché siano maggiorenni, né la nazionalità – sono cingalesi. Le minoranze non si proteggono con la censura.

Si è fatta la guerra all’Afghanistan e all’Iraq dopo l’11 settembre, che non c’entravano nulla, per non farla all’Arabia Saudita e agli ambienti wahabiti-salafiti finanziati dall’Arabia Saudita nei quali gli attentatori sono stati imboniti e organizzati. Nascondendo la verità. Per esempio che Atta e altri si erano addestrati al pilotaggio aereo negli Usa, cioè conosciuti e seguiti dai servizi segreti americani.

Conte in ritardo per un  Consiglio Europeo a Bruxelles chiede al cellulare a Angela Merkel di rappresentarlo. Non c’è che la Germania come sponda per l’Italia in sede Ue. Senza Schaüble, però, e con Weidmann tacitato, il ministro del Tesoro e il presidente della Bundesbank che tanto hanno operato per affossare l’Italia, nel 2011 e dopo.

Grandi elogi al direttore, tedesco, degli Uffizi, che reclama la restituzione di un quadro, 00non granché, rubato da un soldato tedesco nel 1944. Uno solo? Mentre il Louvre celebra il record mondiale dei visitatori, dieci milioni. Grazie alla “Gioconda”. Che non fu rubata?

C’è gran concorso di studi in Francia, per il cinquecentenario vinciano, per dimostrare che Leonardo era francese. Si voleva da Vinci così, per uzzolo, era bastardo ne s’inventava storioni familiari. Scriveva per questo anche in italiano (toscano).

Il Male perfetto come espiazione


La prima testimonianza diretta dei lager, della struttura burocratica, la degradazione fisica e morale dei prigionieri in Germania, le turpitudini, fino al coinvolgimento dei prigionieri stessi nelle nelle crudeltà e le torture, era disponibile già nel 1945. Rousset, sopravvissuto a Büchenwald e a quattro campi di lavoro, compreso Dora-Mittelbau, dove si fabbricavano i missili di Von Braun, lo scrisse nell’agosto 1945, e lo pubblicò pochi mesi dopo, a inizio 1946. Una testimonianza socio-politica, concisa e strutturata: la descrizione minuziosa e ripetuta degli apparati repressivi, e una lettura dell’abiezione che vi si esercitava, delle sue forme e della sua natura.
Ci tornerà su dopo un anno con il voluminoso “I giorni della nostra morte”, una narrativa di un migliaio di pagine di cose viste o sentite nei lager dove era stato rinchiuso, e anche in altri, Auschwitz-Birkenau inclusi. Dove porterà a sintesi l’analisi avviata con questo primo saggio: “La vittima e il carnefice sono egualmemhte ignobili e la lezione dei lager è la fratellanza nell’abiezione”.
Questa reductio intellettualistica, contestabile, lo isolerà – ma qui è esposta con più senso. Ugualmente contestata, per motivi politici, l’osservazione che le SS lasciavano ai responsabili dei campi la scelta di chi mandare a morte, in corvées micidiali o semplicemente, per prostrazione, dritti al crematorio, e i kapò comunisti ci mandavano gli altri. La cosa sarà giustificata ancora qualche anno dopo da Simone de Beauvoir, “Per una morale dell’ambiguità”: “Dal momento che in nessun modo si poteva eludere l’atrocità di questi massacri, l’unico partito era di tentare, nella misura del possible, di razionalizzarla”. Ma già ad agosto del 1945 tutto si sapeva, se non altro per questa testimonianza. Che, benché contestata, fece epoca.
Rousset, che finirà deputato gollista nel 1968, in un partito, Udr, che lo ha visto tra i fondatori, è stato un militante per diritti umani e civili, si direbbe oggi, fin da ragazzo. Di formazione filosofica, fu presto trockista. Per questo espulso dal partito Socialista nel 1935, contribuì a fondare il Partito Operaio Internazionalista (Poi). Fu corrispondente di “Fortune “ e “Time”, mentre militava contro il colonialismo in Algeria e Marocco. Fu arrestato il 16 ottobre del 1943, per avere tentato approcci politici verso i soldati tedeschi. Finirà isolato nel dopoguerra, oltre che per il ruolo dei kapò comunisti nei lager, per avere denunciato per primo e con costanza i gulag sovietici – mentre a destra lo isolava il suo impegno costante contro le guerre coloniali, in Indocina e in Algeria. Con Sartre – che l’anno dopo se ne dissocerà per avvicinarsi al partito Comunista - aveva fondato nel 1948 un Rassemblement Démocratique Révolutionnaire. Sempre alla ricerca di una “terza forza, e sempre isolato.
Didascalica e pignola, la testimonianza di Rousset non ebbe la forza evocativa che avrà Primo Levi. Suscitò passioni politiche ma non lo scandalo, che poi prenderà la dimensione e la consistenza dell’Olocausto. Anche perché lui è personalmente passato per i campi di lavoro e non per quelli di sterminio. Ma ne ha già i materiali, e i riferimenti. “La fuga allucinante” degli ultimi giorni “davanti agli americani”. I “musulmani” –queli che non sarebbero sopravvissuti. Lo humour: “La scoperta appassionante dello humour, non in quanto proiezione personale ma come struttura obiettiva dell’universo. Ubu e Kafka perdono i tratti d’origine legati alla loro storia per divenire componenti materiali del mondo”.
Una prosa secca, anche quando si vuole commossa. Ma informata e informante. Rousset sa anche, agosto 1945, dei “campi di Ebrei e Polacchi: la distruzione e la tortura industrializzate su vasta scala” – compreso Birkenau, dove lavorava Primo Levi, “”la più grande città della morte”. Con la bizzarria dei coinvolgimento degli internati “in attività di ricerca”.
Si può anche dire che anticipa Hannah Arendt e la “banalità del male” al processo Eichmann: la burocrazia del male. Con una sociologia in questo caso molto aderente. Che porta alla complicità di tutti nell’abiezione, vittime e carnefici – o la difficoltà di non cedere al male, quasi impossibile. La “burocrazia” del male, inerte e inesorabile, Rousset documenta inappellabile. La disonestà, se non la crudeltà, è materia di vita: rubare, mentire, anche denunciare.
 L’abiezione viene come espiazione – l’assunto è al centro del saggio, “Le ore sileziose delle SS”: “I campi di concentramento sono la sorprendente e complessa macchina dell’espiazione”. Anche senza colpa: “Il comunista, il socialista, il liberale tedesco, i rivoluzionari stranieri, i resistenti, sono le figurazioni attive del Male. Ma l’esistenza oggettiva di certi popoli, di certe razze: gli Ebrei, i Polacchi, i Russi, è l’espressione statica del Male. Non è necessario a un Ebreo, a un Polacco, a un Russo, di agire contro il nazionalsocialismo: sono di nascita, per predestinazione, eretici non assimilabili, votati al fuoco apocalittico. La morte non ha dunque un senso completo. L’espiazione sola può essere soddisfacente, calmante per i Signori”. Attraverso la tortura, lo sfinimento, l’autodistruzione: “Solo questa filosofia spiega la geniale concatenazione delle torture, la raffinamento complesso che le prolunga nella durata, la loro industrializzazione, e tutte le component dei campi”.Un arsenale interminabile: “La presenza dei criminali di diritto comune, la messa in comune brutale delle nazionalità frantumando ogni comprensione possibile, la mescolanza calcolata dei ceti sociali e delle generazioni, la fame, la paura permanente infissa nei cervelli, i colpi – tanti fattori il cui solo sviluppo oggettivo, senza altri interventi, conduce a quella disgregazione dell’individuo che è l’espressione più totale del’espiazione”. Il resto è semplice: “La morte non sprigiona che poco terrore.Le lunghe file silenziose di impiccati non irradiano che mediocri turbamenti. La tortura in permanenza, trasformata in condizione naturale di essere, intrattiene una paura altrimenti potente”. Un’arma di efficacia singolare: “I campi castrano i cervelli liberi”.
Sembra alambiccato, ma altrimenti non c’è scampo per i sopravvissuti – la catena del Male si prenderebbe anche i non morti, soprattutto loro. Una riflessione affrettata ma con solidi punti di riferimento. Anche perché opera di un germanofilo, in gioventù e dopo. Che al centro della trattazione pone pure questo avviso: “L’odio insensato che presiede e comanda tutte queste imprese è fatto dello spettro di tutti i rancori, di tutte le ambizioni meschine deluse, di tutte le invidie, di tutti i dispiaceri generati dalla straordinaria decomposizione delle classi medie tedesche tra le due guerre. Pretendere di scoprirvi gli atavismi di una razza è precisamente fare eco alla mentalità SS”.   
David Rousset, L’univers concentrationnaire, Les Éditions de Minuit, pp. 159 € 11