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sabato 2 maggio 2015

Il mondo com'è (215)

astolfo

Colpa - Ci sentiamo tutti sempre colpevoli, è nel bagaglio della coscienza critica, cioè dell’Occidente. La Germania eccezionalmente, perché ha perso la guerra.

Coppia – Fanno pena e simpatia Marazzita e gli altri giudici di “Forum”, che devono sorbirsi più spesso i rimasugli di un amore, di una vita coniugale, col sottinteso che magari i cocci si ricompongano (il sottinteso della trasmissione, la tensione che sottostà, è il “miracolo”). Mentre i giudici sanno benissimo di fare la constatazione di un decesso – la cartella che dovranno leggere di sentenza probabilmente se la scrivono prima, gliela scrivono gli sceneggiatori.
Il problema nella coppia è come lo poneva Petrarca – a maggior ragione nella coppia in appartamento, segregata e quasi coatta: non è di essere amato ma di amare. La  ricetta del Petrarca – il problema nella coppia, anche con figli, è l’intervenuta aridità, l’inaridirsi. Il reciproco incolparsi non è spiegarsi, è un processo a qualcosa che è finito, per lo più imperdonabile – giusto la questioni di pelo caprino di “Forum”.
Educazione – È stata a lungo quasi esclusivamente femminile, la trattatistica si esercitava sull’educazione delle fanciulle. E quasi tutta incentrata sul pudore, una forma di difesa. Nei primi e più antichi libri è solo questione di consigliare le forme di difesa, contro la natura o la stessa umanità lasciata a se sessa, istintuale. Ma delle ragazze e non dei giovinetti, come sesso debole. Non per sopraffazione ma a protezione.
Fascismo-  Fu “nazionalista ma non nazionale”. Fu anzi il primo “salto nell’Europa”, per un malinteso bisogno di modernizzare – la modernizzazione come adeguamento, di una pretesa inferiorità a una pretesa superiorità (Mussolini contestava la “razza nordica”, ma si adeguava). È la tesi di Corrado Alvaro, “Pratica di letteratura” (in “Il nostro tempo e la speranza”), che così la spiega: “La dittatura fu il coronamento di questo sforzo di esorbitare dai termini della vita nazionale e, sembrerà ardito dirlo, ma lo dirò, fu una finestra aperta sull’Europa, un tentativo  di uguagliarsi a un ipotetico mondo internazionale”. Rinunciando alla tradizione e a quelli che si chiameranno i “caratteri originari”: “La dittatura era nazionalista ma non nazionale: rifiutava la tradizione come troppo domestica e dimessa, rifiutava come ignobile tutto quanto, popolare, è apporto a una cultura viva, e infine rifuggiva da una cultura nazionale perché la cultura si risolve sempre in critica e libero esame”-.
Femminismo – Non funziona nella coppia, e anzi ne rifugge: tendenzialmente è single – da vecchia paucciana con aperitivo e crociera. Per il motivo che Corrado Alvaro prefigurava nel 1950: “La donne apprende male l’arte di Don Giovanni Tenorio, un’arte che proviene dall’incapacità di volere bene, che si vendica di questa incapacità, diventando collezionista; ma per sostenerla ci vuole una forza,una durezza, una fondamentale disperazione dei propri sentimenti”, che non perché donne evidentemente si ha. Il femminismo attivo, dell’odio di genere, non porta nessuno in nessun luogo – ma questo ormai si sa.

Italiano – È desueto. Un paradigma e un termine di riferimento che sembra non reggere più, dopo il benessere, il giustizialismo e la cultura della crisi. Non c’è più storia, praticamente, dell’Italia. Non se ne fa la sociologia, se non le caricature massgiudiziarie della corruzione e della mafia. Rileggendo “”Il viaggio in Italia” di Piovene, o Corrado Alvaro, è riferimento indiscusso. Quindi fino agli anni 1950. Anche rileggendo Arbasino, in tempi quindi meno remoti, è riferimento costante,seppure epidermico, tipico del blabla lombardo. Ma irresoluto, e come tela di fondo fragile, piena di faglie, partendo dalla “gita a Chiasso”.

Libertà – C’era la libertà romana – fatta di oppressione, anche brutale, ma non importa. C’era, e c’è, una libertà tedesca. Che però non si sa cosa sia. Quella romana era la legge. Quella tedesca sarebbe tribale e anarcoide. Non individualista perché si vuole di popolo, ma anarcoide. E in realtà non lo è – è più conformista. È stata “inventata” dai filologi come calco della “libertà romana”. C’è invece – ma non si celebra – la libertà anglosassone : io e il mio Dio, o dell’individualismo. Con pochi e minimi vincoli, e più sociali che statuali. Eredità celtica?

Mammismo – “Non c’è Paese che abbia tanto esaltata la madre da secoli, e non ce n’è uno che abbia fatto tanto spreco dei suoi figli”. Partendo dalla modernizzazione, per cui Roma non è più Roma: gli osti fanno i ristoratori, i ragazzi non sdraiano più indolenti sui muri al sole. Nel breve saggio con cui coniò la categoria, “maternismo” o mammismo”, Alvaro ci arriva per cerchi concentrici: la madre è la speranza.
Roma viveva allora, 1950, la storia di un’elefantessa allo zoo che si era rifiutata di allattare l’elefantina da lei generata.L’elefantessa aveva agito “pressappoco come aveva agito Catone di Utica, uccidendosi per la perdita della libertà romana”.  In un favola alla Esopo la morale sarebbe: “Soltantogli uomini tengono alla vita essendo schiavi. Un animale mai”. Un animale schiavo.

Opere pubbliche – Sono lo “Stato” – nella sua forma deteriore, di esibizione. Per mezzo secolo, fino alla caduta del fascismo, l’Italia, unico paese in Europa e al mondo, si è dotata di uffici postali, stazioni ferroviarie, caserme, ministeri, tanto gonfi quanto vuoti. Di accesso scomodo, e con spreco enorme di spazi. A nessun fine se non segare una certa immagine dello Stato, come il. Superiore dispensatore di privilegi ai suoi amministratori, custodi, mediatori.

Politica – Il “tutto politico” è antipolitico. Uno svuotamento della politica. La sua riduzione a bega, o come oggi usa a capo d’accusa. Dove tutto diventa politico, lo diventa in senso deteriore, per la stessa politica e per la vita consociata. E allontana dalla politica. Lo vede il (residuo) lettore di giornale, che viene confrontato fastidiosamente con dieci e venti pagine di politica ogni giorno del nulla. O del devoto della Rai, che si sorbisce tediosi tg per la prima metà, un tempo interminabile,  tutti debitamente “politici”: cosa ha detto questo e cosa ha detto quello, tutto lo spettro politico -spettro è la parola giusta.

Vittoriano – Un monumento estraneo a Roma e ai romani. Una cosa – sia pure non un bruttura – a se stante. Non significa l’Italia postunitaria, che al contrario era umile e faticatrice. Non prospetta un disegno, né estetico né politico. È solo grande: si voleva una cosa grande e questo il Vittoriano è. Si può dire esemplare delle opere pubbliche italiane, che per mezzo secolo si fecero nell’ostentazione.  È tuttavia il monumento a Roma più frequentato e fotografato dai turisti. Un caso dell’utilità dell’inutile?

astolfo@antiit.eu

Il tradimento degli intellettuali in Germania

Un libro vecchio e non ristampato, e forse una tesi di laurea o di dottorato, ma una rilettura stranamente prospettica, a ridosso delle polemiche sul nazismo di Heidegger, dell’università degli ani 1930. La guerra 1914-1918 è non solo tedesca, nazionale, ma anche antiliberale e antidemocratica, ideologica. Ci sono nella guerra le radici, proprio nella sconfitta, della debolezza della repubblica di Weimar. Destra e sinistra unite, per il Volkstaat, stato di massa autoritario. “Del Volkstaat” era pubblicazione di Wilhelm Liebknecht, il padre di Karl, e poi del partito socialdemocratico, collaboratori anche Marx e Engels, Diventerà in guerra una bandiera della destra, reazionaria anche se rivoluzionaria. Insieme col militarismo: “Il militarismo tedesco  è nato dalla civiltà tedesca”, afferma l’Appello dei 93, il primo e più argomentato di una serie.
Canfora ha costruito un tronco solido del nazionalismo tedesco, documentato con una ricca antologizzazione di testi militanti, dei migliori intellettuali, filologi storici, filosofi, sociologi, perfino sovrabbondante. Compreso Tönnies, liberale e poi socialista. E Thomas Mann, che non firma gli appelli imperialisti, ma nei “Pensieri sula guerra” “assume toni e svolge pensieri ancora più inquietanti”, annettendo al militarismo Nietzsche, oltre all’amato Federico il Grande  – e Canfora non tiene in considerazione le successive voluminose “Considerazioni di un impolitico”, 1917.
Opera minuta e colossale sul tradimento degli intellettuali. Una sorta di “Notizie di guerra” di Marc Bloch a opera dei migliori intellettuali: tutta l’università tedesca, quattromila professori, con rare eccezioni, perlopiù mute, convertita all’imperialismo, con appelli e manifesti. A partire dall’Appello e dalla Spiegazione dell’ottobre 1914, che fecero scalpore in Europa, a giustificazione dell’invasione del Belgio, a ruota dell’appello analogo degli storici dell’università di Bonn l’1 settembre, con seguito di numerose mobilitazioni. Fino alle missioni d’incoraggiamento presso le truppe d’occupazione, e più in Ucraina che in Belgio. Filo conduttore l’impegno politico e intellettuale di Wilamowitz, filologo principe, di cui Canfora aveva pubblicato la prima raccolta degli scritti politici – forse la traccia originaria dello studio, ma già percorsa qualche anno prima da Arnaldo Momigliano: “Nel quadro complesso dell’interventismo della cultura tedesca negli anni della guerra gli antichisti hanno un posto di rilievo”.
Canfora documenta una “monotona ed ossessiva oratoria professoria”, ipernazionalista, nel 1914, e dopo. Fino a inficiare i fondamenti della repubblica di Weimar, che nascerà tra fortissime resistenze. Una intellettualità più estremista e sciovinista del governo imperiale e degli Stati Maggiori. C’è una “libertà tedesca”, ma è altra cosa, e una “democrazia germanica”. L’“antica libertà tedesca” è la “spontanea subordinazione del tedesco al suo capo”, che sarà poi il Führerprinzip. Nel quadro vecchio-nuovo dello Stato “organico”, il Beamtenstaat di Hegel – nonché di Platone, naturalmente. Il Beamtenstum e il Volkstum di tanta pubblicistica degli anni 1930, hitleriana e non.
La guerra tedesca – del tutto isolata da quella austro-ungarica, Canfora non lo nota ma si vede - fu lo sbocco non casuale della società guglielmina, o nuova Germania. Della “società soddisfatta” di Norbert Elias (il saggio più corposo confluito nella raccolta “I tedeschi”), del 1871-1918, “rigorosamente regolata in senso gerarchico” – quello che all’epoca si chiamava filisteismo. Con una riserva mentale marcata però nel caso degli intellettuali, o forse un congenito opportunismo: con tanto entusiasmo sciovinista cioè, anche allora, nella guerra e tante reticenze dopo. Canfora cita una ricerca del 1920 che dà 75 dei 93 firmatari del primo Appello ignari o in disaccordo coi suoi contenuti e il tono usato.
Un libro venuto sulla traccia dello storico tedesco Fritz Fischer, che cinquant’anni fa ha documentato l’“Assalto al potere mondiale” tentato nel 1914 – Un’opera e uno storico contestati ma non smentiti. Il lavoro di Canfora passò invece sotto silenzio, quasi fosse all’epoca, 1979, propaganda di Berlino, della Germania comunista, benché pubblicato in un collana diretta da Angelo Bolaffi, Cacciari e Marramao. Con l’andamento serrato del pamphlet – anche se di ardua lettura, con estese citazioni in tedesco, nonché in latino e perfino in greco.
Luciano Canfora, Intellettuali in Germania, tra reazione e rivoluzione

venerdì 1 maggio 2015

“Predicatore (predicatore)
Uomo di regime (uomo di regime)
Di destra (di destra)
E di sinistra (e di sinistra)
Di destra (di destra)
E di sinistra (e di sinistra).

Se andiamo avanti così
Chissà come si farà
Chissà (chissà)
Come si farà
Chissà (chissà).
(Adriano Celenrano, coda al “Ragazzo di via Gluck”)

Problemi di base . 226

spock

Meglio patire il male che infliggerlo, chi lo dice?

Meglio essere puniti per aver inflitto il male che non esserlo?

Il tiranno che può tutto quello che vuole senza essere punito è un infelice?

Lo dice Socrate, ma socraticamente?

Kant faceva l’elemosina a chiunque gliela chiedesse, portava monete nuove per questo: cioè non faceva l’elemosina?

Quanto buoni si può essere per la nostra propria quiete?

“Se incontri il Budda uccidilo!”, è il precetto di Budda: era un represso?

O: i salvati devono essere assassini?

spock@antiit.eu

Quando il Sud aveva una storia

“L’eterna teoria del lasciar fare e lasciar passare mi pare che non debba applicarsi senza qualche
restrizione; giacché altrimenti passano solo la miseria e la corruzione”. Detto da destra. Villari non fu l’inventore della questione meridionale, contrariamente alla vulgata (quello sarà Salvemini, di Villari allievo: “L’unità d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro”), lui era un unitarista convinto, ma della questione sociale. Cosa su cui invece si sorvola, da destra e anche da sinistra. Perché l’ha proposta da storico rispettoso della realtà, e quindi da una scomoda posizione: è l’Italia unita che lascia i poveri e bisognosi allo sbando, senza assistenza e senza prospettive, nelle “Lettere” di Pasquale Villari del 1862,  a ridosso dell’unificazione e dell’applicazione delle leggi eversive: le rendite mantenevano i poveri e i malati bisognosi. Se ne appropria la borghesia, sotto il pretesto dell’anticlericalismo, e ogni sua funzione sociale è cancellata, se non sotto le specie dell’avidità e la corruzione.
Quando pubblicò le “Lettere meridionali” più tardi, nel 1876, lo storico espunse queste prime che aveva mandato alla “Perseveranza” di Milano nel 1861 e nel 1862 - di cui già aveva fatto una plaquette (l’edizione online riproduce anche queste). Qualificandosi più per propugnare una politica liberale, che oggi di direbbe di sinistra. “Quando io penso a quello che ha fatto in questi ultimi anni il Ministero conservatore dell’Inghilterra (dove lo storico napoletano aveva risieduto, n.d.r.) in favore dei poveri… mi sento per la vergogna salire il rossore sul volto”.
Due delle lettere seconda serie, dirette al direttore dell’ “Opinione”, sono analisi tuttora valide de “La camorra” e “La mafia”. Villari pone l’origine della camorra nell’abolizione del feudalesimo e nell’unificazione dell’Italia. Nell’uso spregiudicato dei camorristi come gestori dell’ordine e del commercio da parte di Liborio Romano, il ministro borbonico dell’Interno passato con Garibaldi, e dei nuovi amministratori. E nell’abbandono a se stessa della plebe da parte dello stato unitario. Mentre in antico la Corte, le grandi famiglie e i conventi davano di che vivere alle masse. C’era un equilibrio, seppure non produttivo.
“Un primo colpo” questo equilibrio “lo ebbe dall’abolizione del feudalismo. Le grandi fortune si divisero, incominciò la piccola proprietà, e, per le mutate leggi, una serie di interminabili litigi innanzi ai tribunali. Molto se ne avvantaggiarono il ceto degli avvocati e la borghesia; ma la plebe si trovò come abbandonata, perché le scemate fortune non potevano facilmente aiutarla, e le nuove industrie non sorgevano”. Più tardi Villari osserva: “La legge suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia e intimidisce, e sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commettere delitti, ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene colpevole; protegge i colpevoli contro la giustizia… L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio la sua opera”.
Della mafia molto c’è di nuovo. Ma sulle origini è Villari ancora il migliore interprete: la mafia fa capo ai paesi vicini a Palermo, segnalava nel 1875, ai Monreale e Partinico, e cioè alla Conca d’Oro e al Golfo di Castellammare, dove non esiste grande proprietà, e la piccola proprietà è dominante. La piccola proprietà che recinge la città, chiusa tra le sue grandi famiglie, domina il paese, in accordo con gabelloti, campieri e commercianti di grano, con l’usura e la violenza. La mafia nasce nella Sicilia occidentale “dalle condizioni speciali della sua agricoltura”. La mafia e il brigantaggio sono la conseguenza di una crisi sociale acuta: è tesi della Destra liberale, che Villari anticipava, ma che altro c’è da dire?
Una miniera di “novità”. Compresi i  greci della Calabria e in Terra d’Otranto, “dove si parla un dialetto, ch’è assolutamente greco”. Una peculiarità di cui non si parla, o giusto perché i tedeschi ne parlano: “Il Niebuhr aveva già notato questo fatto; più tardi qualcuno dei nostri canti popolari greci fu pubblicato in Germania; e vi furono anche dei dotti i quali pretesero sostenere che quello era greco antico”. Dotti anch’essi tedeschi, questa storia non riguarda l’Italia. Poi si cala il sipario: la storia è scomparsa dal Sud.
Pasquale Villari, Le lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia, free online 

giovedì 30 aprile 2015

Ombre - 265

Fra i grandi censori dell’Italicum, la legge elettorale che dà le candidature in mano ai capipartito, ci sono due deputati, Rosy Bindi e Alfredo D’Attorre, eletti in Calabria. Dei quali la Calabria non sa nulla, e loro stessi probabilmente non sanno dov’è la Calabria. Una volta che Rosy Bindi ci andò per la campagna elettorale, se ne fuggì lo stesso giorno spaesata.

Stimato pediatra di Genova si uccide per la vergogna, perché il figlio è stato carcerato a Monza con accuse infamanti e false. La moglie, che voleva suicidarsi anche lei ma non ce l’ha fatta, viene indagata dalla Procura di Genova per istigazione al suicidio. Una Procura che non ha nient’altro fare? A Genova? Utile taglio sarebbe alla spesa pubblica.

Nonché niente da fare, alla Procura di Genova non c’è il senso del ridicolo. Ma non ci vuole la laurea per fare il giudice? O i laureati ora sono stupidi?

Corrado Carnevale a Monza, Corrado Carnevali a suo tempo in Cassazione, il ciclo continua. Della giustizia in maschera.
Un nome che è un identikit, dunque. Non fosse per la “i” finale che di uno denota l’origine settentrionale - bolognese di fatto. L’altro ovviamente è meridionale – siciliano, che altro poteva essere? Nord e Sud uniti dunque, per una volta, nella lotta.

Fotomodellismo al “Corriere della sera”, con le bambine afghane: “Le nuove afghane con skateboard e casco sul velo”. Con foto di Jessica Fulford-Dobson, che dev’essere una perfezionista, oltre che patita di skateboard: le bimbe hanno tutto l’apparato regolamentare. Tutto lustro come nei film di guerra inglesi, quando se ne facevano. Con articolo osannante di Nadia Hashimi, bella americana di origini certo afghane: le donne a Kabul? libere e pugnaci.

Tre miliardi di perdite del Tesoro con le banche d’affari, che vuole che sia? “Appena il 3,5-3,7 per cento del costo complessivo “ del debito (circa 80 miliardi l’anno). Roba da non credere, ma la dirigente del Tesoro che dà questi numeri minimizza. E non c’è nessun giudice che indaghi sulla  rendita che paghiamo alle banche – tre miliardi l’anno fino al 2040. Chi al governo e alla Banca d’Italia ha voluto il salasso – ma i nomi si sanno: Monti, Passera, Grilli, Saccomanni, Draghi? Perché?

Una “villa da nababbi” è stata acquistata in Austria da un emissario della cosca Pesce di Rosarno, Claudio Lucia, con la carta di credito. Una American Express Centurion, rilasciata solo a “pochi clienti facoltosi al mondo”. La villa ora sequestrata è stata comprata sette anni fa. Poi dice che la mafia è inafferrabile  

È straordinaria, perfino incomprensibile, l’unanimità dei corrispondenti e commentatori italiani sulla vicenda greca. Contro la Grecia, che invece ha ragione: se l’Eurozona vuole un compromesso, come dice, perché alza sempre l’asticella? Il “partito tedesco”è così forte? Magari non paga nemmeno, è solo sudditanza psicologica.

“Risolveremo la questione greca”, promette Angela Merkel. Poi interviene Schaüble, oppure Draghi, oppure Juncker, e trova che la questione si risolverà sì, ma solo se la Grecia toglie il disturbo. Europeismo non è. Non è nemmeno arte di governo. È un gioco di speculazione?

Il consiglio comunale di Reggio Calabria, a maggioranza Pd, rende omaggio a Piero Battaglia, l’ultimo sindaco democristiano, dedicandogli la sala consiliare. Battaglia è morto una dozzina d’anni fa, dopo essersi fatto tredici anni di carcere, con imputazioni a catena, a mano che si dissolvevano. Per uno che non è stato riconosciuto colpevole di nulla non è male. Ma la dedica si è fatta senza nessuna autocritica.

Il consiglio e la giunta comunali in carica a Reggio Calabria sono l’esito di elezioni ravvicinate dopo il commissariamento del Comune per mafia. La giunta e il consiglio precedenti sono stati commissariati per mafia pochi mesi dopo aver vinto le elezioni dal governo Monti. Senza che poi nessuna imputazione fosse mossa, non specifica, non in sede giudiziaria. Erano di destra, questo sì.

Greta e Vanessa sì, Giovanni no. Non c’erano soldi per i riscatto? Sono andati tutti per Greta e Vanessa? È un questione di genere, prima le donne e i bambini? Di origini, sociali, etniche?

McKinsey prospetta tra sette anni una Cina affluente: tre quarti delle famiglie apparterrà alla classe media, con un reddito annuo tra i 10 e i 35 mila euro – che a parità di potere d’acquisto vale il doppio di quello europeo (il costo della vita è in Cina molto minore). È la vittoria del comunismo? In parte – la severità delle legge, la solidità istituzionale. Soprattutto è un miracolo del mercato: portare in meno di mezzo secolo – la globalizzazione si fa ascendere alle quattro modernizzazioni di Deng, primi anni 1980 – una popolazione grande due volte tutto l’Occidente, al livello dello stesso Occidente.

I fichi rubati sono più dolci

Un capolavoro regalato. Nella collezione Rubbettino dei viaggiatori in Calabria, che pure è un gioiello. Con la novità che Rotella non fa il Grand Tour, come ha usato per un paio di secoli fino all’anteguerra, ma scopre l’Italia e la Calabria qualche anno fa e per caso, lui che di mestiere fa l’editore a New York: accompagnando il padre scultore a Perugia, in vacanza, lo convince a tornare, di malavoglia, giusto un week- end, a Gimigliano, il paesino in Calabria dove il genitore è nato e ha trascorso l’infanzia – il padre è avulso dalle origini. La scoperta è che ci possono essere tesori in una realtà modesta e anzi povera. Basta non avere pregiudizi.
Questo sito aveva recensito “Fichi rubati”, cioè più dolci, qualche tempo fa: “Non è un libro nuovo. Fa dieci anni questo piccolo capolavoro della letteratura di viaggio, ma non trova editore in Italia. La novità è questa. È un libro di scoperta, ma di scoperta della Calabria, dove non si legge – è per questo che il libro non si traduce? Ma costa poco in originale, e si legge difilato, benché semplice, perché semplice – non bisogna sapere molte parole d’inglese”.
Niente di eccezionale: piccoli eventi, persone di paese. Ma tutto viene raccontato con effetto di sorpresa, nella sua diversità, nelle radici, nei significati reconditi, storici, mitici, o solo di adattamento. Una scoperta. Perfezionata e approfondita in soggiorni successivi, con una migliore conoscenza della lingua.
La scoperta si fa attraverso la memoria femminile, che sola assicura la persistenza, mentre il nonno e il padre la rifiutano. Quindi attraverso il cibo, la devozione, la parentela – l’unico ingolfato nel “tutto è mafia” è lo studente, il “novissimo”, che all’università “segue” teatro e danza. Ma niente di bozzettistico. .
Un miracolo pure di precisione, nell’originale americano, con pochissimi errori nei toponimi o termini italiani, “Delianovo, “capicola”, roba del genere (ma ha un “cazzo americano” invece di cazzone), e solo uno o due errori di fatto. Uno forse non per colpa dello scrittore: un’addetta del consolato italiano a New York lo convince che non può avere la cittadinanza italiana via nonna, perché le donne fino al 1935 “non avevano diritti civili”. L’altro è l’uso costante di ocean per i miti mari mediterranei, il Tirreno, lo Ionio – eredità forse della Florida, dove l’autore è nato e cresciuto. Anche “affumicare la carne” è sbagliato: il maiale in Calabria si bolle o si secca all’aria, facendolo poi “rinvenire” nell’olio – ma può darsi che negli Usa, dove i nonni e i prozii dello scrittore ne continuarono il rito invernale, abbiano dovuto ricorrere all’affumicatura, altri climi.
La Calabria viene meglio con i figli degli emigrati? Bisognerà rivalutare il tribalismo.
Mark Rotella, I fichi rubati e alter avventure in Calabria, Rubbettino, pp. 382 € 7,90

mercoledì 29 aprile 2015

Dopo de Bortoli la frutta, in sacrestia

Si conclude domani la direzione al “Corriere della sera” di Ferruccio de Bortoli, gentiluomo e direttore d’orchestra, in un silenzio inquietante. Dopo un settennato minato dal dimezzamento delle vendite, da una linea che non è antiquato dire clericale, surrettizia e avida, e da una crisi probabilmente definitiva del gruppo editoriale, poiché non c’è più da spolpare. Resta il credito, la tradizione. Ma giusto per alzare il prezzo. In realtà il “Corriere” è in vendita, poiché non potrà comprarlo Elkann – ragioni di monopolio, di milanesità, di redditività.
Il dimezzamento delle vendite si può dire generazionale, “demografico”: quanti sono i venti-trentenni  che comprano il giornale? Ma per il resto un’ombra cupa avvolge il giornale. Va via de Bortoli con ampio preannuncio, come usa nelle buone aziende. Ma senza un motivo. E senza un sostituto. Il giorno prima dell’apertura dell’Expo, per la quale Milano vive, un dileggio. Si penserebbe il giornale una casa di vetro, che fa la morale a tutti per tutto, e invece è un buco nero.
Un licenziamento, mascherato male. Che ha preso la forma di un “accordo per un piano di transizione agevolato”. Ma il “piano di transizione” non c’è stato e si arriva al cambio di poltrona senza discussione né candidature. E del resto de Bortoli l’ha detto – la cosa non dev’essere stata indolore se lo ha spinto a forzare il riserbo: “Ho accettato la proposta di uscita che mi è stata fatta dall’azienda” – molti soldi e pace: “Non ho dato io le dimissioni”.
Il settennato ha confermato la curia al centro degli affari a Milano. Solo il campo degli affari è cambiato: non più l’immobiliare, la rendita urbana, ma la sanità. Sotto l’ombrello del cardinale Martini più che del suo successore – ma l’occupazione della sanità privata-pubblica era già cosa fatta. E sempre attraverso Bazoli e Intesa. Con l’uomo di paglia Rotelli, trasformato in un decennio da funzionario a più grande industriale della sanità, nonché titolare di un quarto (!) della proprietà Rcs – quando non bisognava metterci dei soldi.
Una cosa molto ambrosiana, cinica, che ha dato dispiaceri probabilmente decisivi a quel sant’uomo del papa Ratzinger (l’offensiva contro Bertone, che aveva osato opporsi, è stata sanguinosa). Salvo ritirarsi – ritirarsi dal “Corriere” – una volta compiuta l’opera con l’appoggio del giornale. Senza avere sprecato un solo euro d’investimento. Anzi, di più: dopo avere coperto, e forse imposto attraverso il signor nessuno Braggiotti, l’affare Recoletos, per cui ora la Rcs è minacciata di fallimento. Su Recoletos e la sanità, se de Bortoli non è stato complice, sicuramente ha sbagliato.
De Bortoli ha coperto la deriva clericale del giornale. Del clericalismo peggiore, quello degli affari, di un cinismo volpino e totale, senza mai prigionieri. Un’offensiva estesa a Berlusconi, con la primadonna Boccassini e i giudici  (le giudici)  di sacrestia e di curia, beghini e beghine dagli incisivi acuti. Ma Berlusconi ha evidentemente un pelo sullo stomaco più alto, se è riuscito a salvare il patrimonio dalle condanne (De Benedetti, l’ex moglie, il carcere), e ora si porta compratore.

Il lato debole di Camilla Cederna, il razzismo

Nell’adolescenza che si è ricostruita ne “Il desiderio di essere come tutti”, Francesco Piccolo ricorda di essere rimasto infastidito nel 1978 da questa Cederna, dall’accanimento, dall’affastellamento senza respiro di malevolenze. È improbabile, aveva quattordici anni - piace pensarlo un ragazzo come gli altri. Ma anche se retroattiva, la sensazione è quella: a una rilettura sembra tutto sguaiato e falso. Un classico della denigrazione. Condito dal disprezzo. Che è in realtà razzismo. Al modo sottile, inavverito forse tanto è connaturato, della Cederna (come di Bocca), dell’ironia che a stento copre – vuol far scoprire – la repellenza a pelle. “La” Cederna è una che, come tutti i lombardi, sta bene a Capri e a Panarea, anche a Pantelleria, ma i meridionali non li sopporta, se non per obbligo civico. Da qui il sarcasmo fuori misura, per ben 250 pagine fitte.
La stessa presentazione dell’editore suona imbarazzata alla rilettura. “Questo libro è nato da un amore profondo per la democrazia, i suoi organi, i suoi istituti, i suoi valori e persino i suoi simboli”, la scheda esordisce con le scuse. Dopo una copertina rispettosa, e anzi lusinghiera. La Cederna infastidiva tutti quanti – il ricordo è vivo di quando all’assemblea di redazione di “Repubblica” una mattina preannunciò l’uscita del libro, nel silenzio di Scalfari, lo sguardo ostinatamente fisso nel vuoto. Aveva i suoi lati deboli. E quando usciva dal pettegolezzo era spietata, senza freni.
Camilla Cederna, Giovanni Leone, la carriera di un presidente

martedì 28 aprile 2015

Reazione a sinistra

Si chiama “Reazione civica per Polistena” la lista del candidato sindaco a Polistena Michele Spanò. Polistena è una cittadina sulla Piana di Gioia Tauro, teatro di solide famiglie politiche, i Valensise col Msi, e i Tripodi col Pci, ma da molto tempo e tuttora governata dall’ex Pci. Spanò è un ex Pci passato in Sel. E si candida contro il candidato Pd, che è di Sel, Anna Giancotta. Le primarie da cui Gianotta è uscita candidata sono state tenute mentre Spanò era impedito in ospedale. I pronostici sono per Spanò.
Sul fronte della destra, invece, Marco Fraquelli, sociologo politico allievo di Giorgio Galli, trova in “Altri fascismi”, corposo censimento dei fascismi minori (svedese, inglese, svizzero, macedone, finlandese, norvegese, slovacco, etc.) una vocazione di sinistra sotto le dittature. Che le dittature avrebbero confiscato o conculcato, tradendola.
Fraquelli è uno studioso che trova la modernità meglio vissuta da destra: A destra di Porto Alegre. Perché la destra è più no global della sinistra”, e “Omosessuali di destra”, sono suoi titoli, oltre a “Il filosofo proibito”, Julius Evola, studio d’esordio. Ma annovera tra i fascisti, sia pure “minori”, oltre alla triade famigerata di Céline, Pound e Hamsun, anche Ingmar Bergman e il fondatore dell’Ikea in Svezia, Yeats in Irlanda, etc. E il fascismo puo argomentare perseguitato dalle dittature in casi importanti, in Spagna da Franco, in Romania da Antonescu, in Portogallo da Salazar.
La destra che si vuole sinistra non è una novità. Tra gli omosessuali dichiarati e di destra Fraquelli aveva potuto includere gli Apostoli di Cambridge, Kim Philby, Anthony Blunt, Guy Burgess, Donald Mac Lean, che erano spie di Stalin. Ma ora è come se una vera sinistra possa solo essere di destra. Michele Tripodi, il sindaco Pd uscente di Polistena, innalza a bandiera della sua gestione il miglioramento della posizione finanziaria netta del Comune, già peraltro molto solida.

La Consulta dei privilegi, e del farniente

Dieci anni fa Giuliano Vassalli decideva: “Dei nove anni in cui fui giudice alla Corte Costituzionale non mi sembra sia il caso di scrivere”. Sabino Cassese, che di Vassalli ha condiviso tutto, dalla lealtà politica socialista all’anticonformismo, dei suoi nove anni invece ha tenuto un diario, quasi giorno per giorno, delle grandi e delle minute cose, che ora pubblica. E non complimentoso: la Consulta non funziona, funziona male, al di sotto delle attese.
Cassese critica la pratica dello scaricabarile: sottrarsi il più possibile alla giurisdizione. E l’uso di premiare con la presidenza chi è prossimo alla pensione, con l’effetto di svilirne il ruolo – la pratica è invalsa per consentire al pensionando di raddoppiare l’assegno previdenziale. Ma a questo proposito, poiché parliamo di centinaia di migliaia di euro, sarebbe stato più giusto rivedere tutti i privilegi assurdi della categoria. Altro che la casta politica! L’assegno minore è superiore a quello del presidente della Repubblica. Ma allora si sarebbe dovuto dire di tutto l’ordinamento giudiziario. Fermo ai privilegi di Mussolini.
Resta l’aneddotica. In effetti, per quanto male si possa pensare di tanti privilegi, stupefacente.
Sabino Cassese, Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale, Il Mulino, pp. 300 € 22

lunedì 27 aprile 2015

Alfaniani in rotta

Con Berlusconi in Liguria, dove dopo mezzo secolo si apre qualche possibilità per la destra. Con Renzi in Puglia, dove il successo è assicurato. Il partito di Alfano è in rotta, si può dire, duplice.
Di preferenza Alfano nuove verso il Pd. Là dove il Pd ne ha bisogno alle regionali, dove da solo non può farcela: il Veneto e la Campania e, ora, la Liguria. Ma curiosamente, gli ex socialisti non fanno parte di questa tendenza, Cicchitto, Sacconi, etc., che dovrebbero essere naturali vicini del Pd. La cosa si spiega col fatto che Cicchitto, Sacconi, etc., non hanno e non portano voti. Ma, allora, gli altri alfaniani? Si fanno meno scrupoli.  
Quello di Alfano è il partito delle poltrone, almeno finché dura la legislatura. Al voto bisognerà avere i voti, che invece latitano – non si può dire ma si sa. L’aggancio a sinistra e a destra è già un rompete le file e trovatevi il posto. Anche perché l’Italicum, che gli alfaniani non possono non appoggiare volendosi un pilastro del governo, lo imporrà. Insomma, una forma di eutanasia.
Lo sciogliete le fila è conseguente all’eclisse di Formigoni in Lombardia, uno dei due bacini elettorali sui cui gli alfaniani contavano. Essendo Formigoni il referente di Comunione e Liberazione, ed essendo il voto confessionale in Lombardia sovrastante. Lupi, di cui Alfano non può privarsi, tiene ancora accesa qualche speranza, ma gli ex di Comunione e Liberazione non hanno più alcuna presa sul voto confessionale, E anche in Sicilia, “la regione di Alfano”, le promesse non sono buone - le due regioni sono determinanti nelle elezioni politiche italiane.
In Sicilia sono invece i berlusconiani che giocano direttamente col Pd. Ad Agrigento, Enna e altrove. Così come nelle Marche. La rotta del centro-destra è conseguente, oltre che ai suoi propri vizi,  all’attrazione che esercita il Pd di Renzi – una constituency assicurata.

La fede cattolica sì, la chiesa no

“Non provo in alcun grado amore per la Chiesa propriamente detta”. Questa “autobiografia spirituale” confidata al padre Perrin, suo sostegno negli anni tristi dello sfollamento a Marsiglia, 1940-1942, è una serie di  fratture, ma tutte coerenti: lettere e riflessioni di straordinaria intensità, anche per uno spirito profano.
Simone Weil ha un senso preciso del religioso e della religione, e della sua aspirazione a “farsi cattolica”: Dio, Cristo e la fede sì, li ama “quanto può amarli “un essere così miserevolmente insufficiente”, i santi pure, “la liturgia, i canti, l’architettura, i riti, le cerimonie cattoliche”, anche “i sei o sette cattolici di autentica spiritualità che il caso mi ha fatto incontrare nel corso della vita”, la chiesa no. Della chiesa ha paura. “Non per la sua colpa”, non tanto, ma perché “essa è un fatto sociale”. Una comunità, che ingloba. Questo le fa paura. Non tanto per individualismo, quanto perché si sa “influenzabile”, con “una forte tendenza a essere gregaria”.
“Il cristianesimo” peraltro “è cattolico di diritto ma non di fatto. Tante cose ne sono fuori”. Soprattutto per l’uso del’anatema, della scomunica. Simone Weil lo integra, nel saggio formidabilmente denso che intitola “Forme dell’amore implicito di Dio”. Che propone una teologia oggi al centro del papato, di Ratzinger e di Bergoglio – anche se il credito non viene riconosciuto: “Distaccarsi dalla propria falsa divinità, negare se stessi, rinunciare ad immaginare di essere il centro del creato, riconoscere che tutti i punti del mondo sono altrettanti centri allo stesso titolo e che il vero centro sta fuori dal mondo, significa acconsentire al fatto che la necessità domina sulla materia e che la libera scelta sta al centro stesso di ogni anima. Questo consenso è amore. Questo amore, in quanto si rivolge alle persone pensanti è carità del prossimo, in quanto si rivolge alla materia è amore per l’ordine del creato, oppure – che è poi lo stesso – amore per la bellezza del creato”.
Con molti pilastri solidi piantati nell’antropologia e sociologia del religioso. Per un’etica e una filosofia pratica piene di verità. Su Amore, Bellezza, Piacere, Matrimonio, Assoluto, Poesia, Provvidenza, e sugli stessi misteri, Creazione, Incarnazione, Finalità, Necessità. La natura, la bellezza, la bellezza del creato. Una trattazione diversa “delle forme del potere”, dall’“Iliade”, il poema della forza, compresa al Cristo. Sulla misericordia divina. Sulla preghiera anche, dopo un primo rifiuto. Sulla compassione.
Interessante è il ritratto che della filosofa traccia il padre Perrin presentando la raccolta nel 1949.. Per l’esito deprimente dell’esperienza di operaia in fabbrica, che non la lascerà più: “La prova fu superiore alle sue forze: l’anima fu come schiacciata dalla coscienza della sventura ed ella ne rimase segnata per tuta a vita”. E per la poliedricità degli interessi e le enormi energie intellettuali, malgrado la prostrazione fisica, durante i due anni di sfollamento a Marsiglia. Malgrado lo sradicamento, elaborò e pubblicò numerosi e importanti saggi: “L’Iliade o il poema della forza”, “L’agonia di una civiltà”, “L’ispirazione occitanica”, Le “Intuizioni pre-cristiane”, su Platone e i pitagorici, e quelli confluiti in questa raccolta, “L’amore di Dio e il male”, e il fertilissimo “Forme dell’amore implicito di Dio”. Mentre come “letture predilette” aveva le “Memorie” del cardinale de Retz, e “I tragici” di Agrippa d’Aubigné.
L’”amore implicito di Dio” è la religione costituita: le chiese, l’intermediazione. La religione è senz’altro parte del sentimento religioso e va rispettata. Ma non tutte in egual modo: “La religione di Israele, per esempio, dev’essere stata un’intermediaria molto imperfetta, se si è potuto crocifiggere Cristo. La religione romana forse non meritava a nessun titolo il nome di religione”.
Singolare la confidenza di Simone al padre Perrin della tentazionne del suicidio a quattordici anni “a causa delle mie mediocri facoltà naturali”. Una delle incertezze dell’adolescenza, ma nel suo caso singolare, precisa: il confronto con “le doti straordinarie di mio fratello (il matematico André, n.d.r.), che ha avuto un’infanzia e una giovinezza paragonabili a quelle di Pascal”. Singolare anche la “conversione”: a Solesmes, celebre per i riti della Settimana Santa, nella Pasqua del 1938, l’arcangelo la visita in persona di “un giovane inglese cattolico”, che le fa conoscere i poeti inglesi detti metafisici e le fa scoprire l’amore, “Love” di George Hebert (“L’amore mi accolse… L’amore mi prese per mano… «Bisogna che tu sieda», disse l’Amore, «che tu gusti il mio cibo». Così mi sedetti e mangiai”).
Simone Weil, Attesa di Dio, Rusconi, remainders, pp. 181 € 6,46


domenica 26 aprile 2015

Il mondo com'è (214)

astolfo

Chiesa – Il miglior foro d’informazione, anche di pietas se non di culto, è il sito www.chiesa.espresso.repubblica.it
www.chiesa.espressoonline.it, curato da Sandro Magister.
La roccaforte cioè della laicità: il sacro si trova fuori della chiesa.

Globalizzazione – Ha ridotto e anzi sconfitto le diseguaglianze tra paesi sviluppati (Ocse) e l’ex Terzo Mondo. In meno di un trentennio, grazie alla liberalizzazione del commercio mondiale. L’atlante storico delle diseguaglianze redatto dalla Fondazione Hume-Il Sole24 Ore lo conferma con dati statistici: il mercato ha fatto, da questo punto, di vista, il miracolo.
Lo sviluppo tentato per quattro decenni con la “cooperazione”, o programmi di aiuto, dell’Onu-Unctad, la Banca Mondiale, lo stesso Fondo Monetario Internazionale, e altre agenzie, è stato fallimentare, l’apertura del Terzo Mondo agli scambi mondiali ha invece radicalmente rovesciato le posizioni. I paesi ex poveri sono quelli che sono cresciuti e crescono più rapidamente: tutta l’America Latina e tutta l’Asia galoppano verso lo status di paesi industrializzati, socialmente più stabili, politicamente autonomi, con basi che possono essere proficue per la stabilità democratica.
L’Africa sub-sahariana fa eccezione, e alcuni paesi asiatici (Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan, Sri Lanka) ma per motivi interni, di divisioni tribali (etniche o religiose), e comunque sono anch’essi lontani dall’indigenza e l’immobilismo di trent’anni fa.  

Privacy – È il West del mercato, la nuova frontiera del business. Tutta la rete si è sviluppata e si sta sviluppando con l’acquisizione dei dati privati e privatissimi. Dalle abitudini di navigazione o  acquisti, istantaneamente repertoriate e utilizzati al marketing e alle vendite, alla creazione di reti di comunicazione basate su dati personali e personalissimi - dall’infanzia delle persone ai legami di amicizia, dalle tradizioni (cittadine, regionali, linguistiche) alle comunità di interessi di ogni tipo e colore.
In due decenni la vastissima miniera del privato è stata scavata e viene messa in valore. Google, facebook, amazon sono solo i capofila più visibili di un vasto, agguerrito, mercato di dati personali, comprendente merci e servizi più diversi, a partire dalle banche e assicurazioni.      

Resistenza Non era scontato che il Pci partecipasse ala resistenza antitedesca. In un fronte comune, cioè, con le altre forze antifasciste. Fu una scelta di Togliatti. Lo ha ricordato Napolitano a Roma il 23 aprile, presentando il libro di Aldo Cazzullo “Possa il mio sangue servire”: “Togliatti schierò il Pci nel fronte antifascista. E per vincere le resistenze interne, annunciò a Napoli che poco prima a Torino, il 5 aprile 1944, erano stati fucilati il generale Perotti, il capitano Balbis e altri militari, insieme con l’operaio comunista Eusebio Giambone”.
La Resistenza fu un movimento spontaneo e pluriparititco, solo in un secondo momento monopolizzato dal Pci.

Rosario – È lo strumento di devozione più diffuso, in uno in tutte le grandi religioni – almeno quelle ospitate alla mostra del sacro di Torino, “Pregare”: il cattolicesimo, con le chiese ortodosse, e l’islam, l’induismo, il buddismo. Con un’origine probabilmente  comune: il bisogno di contare. Le salmodie, le giaculatorie, le preghiere ripetute (all’origine del rosario cristiano era l’abitudine di recitare i 150 salmi di Davide – poi 150 Pater Noster, poi 150 ave Maria) sgranando i nodi di filo per contare. È  comune dunque la preghiera ripetitiva, leniente più che evocativa o esorcistica.
Nel cattolicesimo è caduto in desuetudine con l’abband0no del latino. Nell’ultima  derivazione era mariologico, passato dall’Ave Maria a una serie di attributi della Madonna molto evocativi in latino, e probabilmente intraducibili. Si continua a recitare il pomeriggio in alcune emittenti chiesastiche, ma non pi in chiesa.
Nel “Gattopardo” è il filo conduttore di tutta la vicenda – era il principe a condurre ogni sera il rosario in casa, coi familiari e i domestici: una fine anticipata.
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Socialisti – La cancellazione del partito Socialista dalla storia d’Italia non riguarda più Craxi, la damnatio memoriae. Sebbene Craxi avesse stroncato l’inflazione, dal 22 al 3 per cento, grazie anche al referendum contro la scala mobile che i lavoratori appoggiarono, sconfessando Lama e la Cgil, e portato l’Italia al quarto posto tra le grandi economie. Va più in radice. Nelle celebrazioni che si preparano della Costituzione, non un evento ricorda la creazione nel 945, a ridosso della Liberazione, del ministero per la Costituzione, che Pietro Nenni propose e assunse. Un’idea dello stesso Nenni, con Massimo Severo Giannini, che del ministero fu il consulente, e Giuliano Vassalli, capo del Comitato di Liberazione Nazionale romano. In precedenza, lo sradicamento aveva colpito il centro-sinistra – quello storico, 1958-1971, che promosse il rinnovamento del diritto di famiglia, del lavoro, dell’urbanistica, e creò il sistema sanitario nazionale – grandi novità le curi ricorrenze sono state passate nel più totale silenzio (fino a non ricordare che il famoso-famigerato art.18 ne era espressione. L’esperienza più innovativa e fruttuosa della storia della Repubblica.
Per faziosità? È possibile, gli storici della Repubblica devono la cattedra tutti al partito Comunista, e molti anche un posto in Parlamento – non tutti, ma tutti quelli che possono scrivere la storia. Ignoranza non può essere.

astolfo@antiit.eu

Il giallo dell'incapace

Il detective è “un giovane idiota, testardo e pieno di sé”: è il giallo che mancava – il committente se lo risolve da sé. Uno di sei racconti, per il resto maggiordomi “Jeeves” o “Ponsonby”, e gentiluomini sfaticati. Tutti incapaci.
P.G.Wodehouse, Delitto all’Excelsior, excelsior 1881, remainders, pp.19 € 8.25