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sabato 2 gennaio 2021

Berlinguer liberale

Il riformismo va “da Carlo Rosselli a Enrico Berlinguer”, anzi da Gobetti a Rosselli e a Berlinguer. Con un po’ di Moro. Per tre pagine su “la Repubblica”. Va bene che Scalfari era amico di Berlinguer, dice Scalfari, si vedevano a cena, e l’amicizia in certi ambienti conta. Ma Berlinguer sarà trasecolato, là dove sta, a sentirsi dire liberale.
Tutto si può dire. A una certa età, poi. E a Scalfari è sempre piaciuto esagerare – si è fatto pure poeta, e papalino. Ma nell’intervistone che gli consacra nel primo numero del nuovo anno del loro giornale, raccogliendone le confidenze, Molinari lo asseconda, in ogni curva del pasticcio, non è questione di memoria malmessa - il primo federalista europeo Altiero Spinelli viene ricordato come fautore della invisa confederazione.... E un albero genealogico stranissimo ne viene fuori dello stesso Fondatore. Che non è mai stato radicale, anche se fondò il partito, non è mai stato anticomunista, non è mai stato socialista – non un solo socialista è citato nelle tre pagine sul riformismo. Ed era confidente di Moro – di Moro, che non dava confidenza a nessuno. 
Tutto si può dire - o omettere: che Moro Berlinguer lo ha voluto morto, lo stesso Moro che non aveva voluto i berlingueriani nel governo del compromesso, il giorno che fu rapito. Succede anche che quod Deus perdere vult, dementat prius. Ma il giornalismo? Un minimo onesto?

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (444)

Giuseppe Leuzzi

I Wiener Philarmoniker hanno suonato il concerto di Capodanno ammassati, e senza mascherina – compreso il maestro Muti, pure tanto osservante. Inframezzati da proibitissimi balletti in coppia.  Un’ora prima l’orchestra della Fenice e il coro si vedevano in tv distanziati e (eccetto naturalmente i fiati) con la mascherina, compreso il maestro Daniel Harding. Il contagio è una cosa seria. Oppure no? Ordine e disordine non hanno parallelo.
 
Si dice - il Musikverein di Vienna fa dire - che i Philarmoniker avevano fatto il tampone, così Muti, i ballerini e tutti. Ma: e l’esempio? Sarebbe costato disfare le poltrone di platea per sistemarvi l’orchestra, ma il contagio è una cosa seria. Oppure no – è per sfigati?
 
“Io amo le donne del Nord, più chiare, responsabili”, dice Orlando, uno dei (troppi) personaggi di “Un Marziano a Roma”, la commedia di Flaiano. Però le vuole “inserite nella Natura”, maiuscola. Anzi, aggiunge, “semmai il loro mistero è questo: la naturalezza”.
Che avrà voluto dire? Il Nord confonde l’abruzzese Flaiano.
 
“Conosce la questione meridionale?”, chiede un altro personaggio della stessa commedia, di nome Orlando, al Marziano. Il quale risponde: “Non conosco nemmeno un mese di fame”. Questo è più chiaro. Ma è vero?
 
Ai cittadini di Andria darà da pensare Calvino, che fra le città inventate di Marco Polo nelle “Città invisibili” ci mette un’Andria, “la sola città che io conosca cui convenga restare immobile nel tempo”. Di più: “Del carattere degli abitanti d’Andria meritano di essere ricordate due virtù: la sicurezza in se stessi e la prudenza”. Andria è una città che, pur stando a pochi chilometri da Bari, fa provincia a sé, con Barletta e Trani, locupletata di solidi posti pubblici, questura, Asl, consiglio metropolitano – oltre che del federiciano Castel del Monte. 
 
Dov’è la mafia
Nella serie di premi per tutti del governo Conte, ce n’è uno anche per gli editori che investono nel digitale. Un premio si penserebbe al contario, perché investire nel digitale è abbandonare il cartaceo – la stampa, la distribuzione, l’edicola, già dimezzata nei numeri, e il giornale in lettura pacata,  distesa, ragionata, non casuale, non per occhiate, non nei ritagli di tempo, che non fanno opinione e nemmeno informazione. Ma digitale è bello, e quindi il premio non si discute. Se non che.
I beneficiari del premio sono centinaia. Per somme modeste, come è d’uso per questo governo – le mance. Si  arriva ai cetomila euro (90 mila per l’esattezza) col sesto classificato, Mondadori. E ai 200 mila euro con il secondo e il primo classificato, Gedi e Wolters Kluiver Italia – Gedi, per l’esattezza, 197.436, 92 euro, Wolters 200 mila precisi. Dei quali però, dei primi due, Gedi e Wolters, l’assegno è barrato da un asterisco. Che in fondo alla classifica si legge come segue: “Fruizione sospesa in attesa di verifica Antimafia”.
Si può dire la mafia come Dio, in ogni luogo. O l’Antimafia, maiuscola? Wolters Kluwer non sappiamo chi è (è, dice il prospetto, una società olandese-olandese di servizi d’informazione per i mercati legale, sanitario, fiscale e finanziario – un’idea non da niente, una banca senza insoluti, una miniera, che ha fatto incetta dell’editoria professionale italiana, di editori e pubblicazioni settoriali, leggi i marchi Ipsoa, Cedam, i marchi tecnici Utet, e altrettali). Gedi è una società Exor, degli Agnelli, che edita “La Stampa”, “La Repubblica” e molti altri quotidiani “di sinistra” - oltre all’“Economist” in Inghilterra.
C’erano una volta Dio e il diavolo, ora ci sono la mafia e l’antimafia – ed è peggio: dov’è l’inferno?
 
Dov’è la mafia - 2
Alla vigilia di Natale Vincenzo Iaquinta, il centravanti della Juventus e della Nazionale campione del Mondo 2006, è condannato in appello per detenzione illegale di armi. In un processo che vede suo padre Giuseppe, impresario edile originario di Cutro in Calabria in attività a Reggiolo, nel reggiano, condannato per mafia. “Fino a qualche anno fa ero un campione del mondo. Oggi con mio padre Giuseppe sono vittima della giustizia italiana”, ha videomessaggiato il calciatore. Con parole da avvocato, ma sdegnato: a torto a ragione?
Il padre è condannato in una inchiesta, “Aemilia”, che ha colpito tutti i (piccoli) imprenditori calabresi nel reggiano. Tutti mafiosi, affiliati di un Nicolino Grande Aracri. Non è un caso: era successo prima in Piemonte e in molti casi nel milanese: quando gli immigrati diventati imprenditori danno fastidio – lavorano bene a prezzi competitivi – l’accusa interviene di associazione mafiosa. Non c’è da dimostrare nulla: fra i dipendenti o le frequentazioni c’è sempre qualcuno che ha un parente, di sangue o acquisito, o anche solo un compare, con precedenti. E la mafia è fatta, non c’è reato da dimostrare.
Giuseppe Iaquinta, dice “la Repubblica-Bologna”, era un imprenditore di successo. Nel 2012 è stato escluso dagli appalti pubblici, dal prefetto di Reggio Emilia Antonella de Miro, come è nei poteri dei prefetti, incontestabili. Nel 2015 è stato dichiarato mafioso. Al primo processo, scrive “la Repubblica Bologna”, un fatto incontrovertibile fu accertato: “Che Iaquinta faccia parte dell’ambiente, per i magistrati è dimostrato da una storia in apparenza minore: un’estate alla casa al mare in Calabria gli rubano due ombrelloni. Avrebbe potuto lasciar correre, o al contrario denunciare. Invece chiama un piccolo mafioso locale e se ne lamenta. E tutto si risolve in poche ore, con gli ombrelloni tornati miracolosamente al loro posto. Per l’accusa è la dimostrazione dell’atteggiamento mafioso”.
Vincenzo, il figlio, il calciatore, è condannato in tribunale e ora in appello a due anni per un motivo semplice. L’interdittiva prefettizia del 2012 alla Iaquinta Costruzioni comporta il ritiro del porto d’armi, e delle armi costudite in virtù del permesso. Vincenzo Iaquinta immagina l’interdittiva parte di un tranello mafioso: “Acquista due pistole”, spiega il cronista di “la Repubblica-Bologna”, ed invece di custodirle a casa propria le consegna al padre. È un reato”. Da qui la condanna, ma solo a due anni, essendo bene o male un nazionale di calcio, con la condizionale. 
Nello stesso appello, al processo “Aemilia”, Grande Aracri è stato condannato all’ergastolo per due omicidi. Assolti invece i tre coimputati, condannati in primo grado, “per non avere commesso il fatto”.
 
Il primo virus
Milano ha coltivato a più riprese, in questo ritorno di contagio, l’idea di porsi all’origine della pandemia. Che ha datato a novembre 2019, forse a metà novembre, comunque prima di Wuhan. Si occupa cioè non di confutare una possibile accusa del genere - è ben un’accusa – ma di attribuirsela, come un primato.  Come un blasone: che Cina, il focolaio è la Lombardia! Che sembra stupido, e probabilmente, fatti i conti, lo è. Ma il bisogno di oneupmanship, sono il primo e il migliore, è indistruttibile, una malattia.
Lo stesso bisogno è comune ai tedeschi. Un  complesso di superiorità che è di inferiorità, il bisogno di dirsi sempre i primi e i migliori. Forse per la comune origine “razziale”, di tradizioni e quindi di mentalità e linguaggi – ma i tedeschi svizzeri, austriaci, di Boemia e di Transilvania non ce l’hanno. Di sicuro è dei popoli sconfitti, che hanno in perpetuo bisogno di rigenerarsi. Ma chi ha sconfitto Milano, che nessuno nemmeno combatte?
O forse Milano vuole imitare Roma, che la Rai ha celebrato con “Il primo re”, di squartamenti con le mani, le pietre, e a randellate.   
La storia si può raccontare anche così. A Pechino il regime trinariciuto non si smentisce, e lavora  alacre per dimostrare che il coronavirus è stato importato in Cina da qualche servizio segreto estero. Pronta la Lombarda rivendica il primato dell’infezione, a metà novembre 2019, in un bambino di quattro anni. Il leghismo se la batte con l’arcicomunismo? In effetti è un primato.

leuzzi@antiit.eu

Il giallo di malavoglia

“Arsenico e vecchi merletti” nel traffico di Atene, e tra i suvlakia, i ghemistà, le alici in forno, il caffè con cornetto e gli altri alimenti di cui Markaris abbonda, ogni giorno del racconto. A un certo punto è questione di terrorismo, da qui il titolo, “Università del crimine”: “La maggior parte dei terroristi, almeno in Grecia, ha fatto studi universitari”, annota qualcuno – e uno dei morti è stato in Italia, ha avuto contatti con “Lotta Continua”.
Poche le novità: il commissario Charitos diventa capo di se stesso, e nonno. Che però implicano altre molte pagine. Tanto più che “riferire al capo” richiede ora numerose e lunghe pagine di riunioni a piramide, fino ad arrivare ogni volta, ogni due mattine, al ministro, come tutti impaziente. In più, i coniugi Charitos hanno fatto una vacanza, per quanto breve, nell’Epiro natio, dove hanno incontrato persone e visto cose per loro straordinarie. Il giallo è dei professori universitari che lasciano l’insegnamento per la politica, salvo poi tornare a riprendersi la cattedra: alcuni vengono fatti fuori per questo motivo. Quindi molte pagine pure sullo stato lacrimevole dell’università, in Grecia – e altrove?
Si legge, ma niente resta. Markaris sembra che non ne abbia più voglia. Fa ancora tesoro della simpatia della Grecia, di Atene, della cucina, del modo di essere. Ma disattento, anche con buchi logici. Molto del giallo è attorno a un professore obeso bulimico. Una bulimia di cui però nessuno si chiede la causa, nemmeno la sociologa chiamata a leggere oltre i comportamenti, e il lettore-inquirente è indeciso: che se ne deve attendere?
Petros Markaris, L’università del crimine, La nave di Teseo, pp.323 € 13

venerdì 1 gennaio 2021

Problemi di base naturali, virali, solitari - 615

spock 

“La natura tutta è congenere”, Platone – anche il virus?
 
“La natura del vivente è eterna”, Platone – id.?
 
“In tutte le cose della an tura c’è qualcosa di meraviglioso”, Aristotele?
 
“Non c’è bene che sia nocivo”, Platone?
 
E non c’è male che sia buono?

“Una solitudine profonda è sublime, seppure di un sublime terribile”, Kant?

“La compassione non è una virtù”, Nietzsche?

spock@antiit.eu

Il Barbiere all’Opera, divertito e divertente

Un’opera finalmente rappresentata e goduta per il divertimento, per la musica e il belcanto. Daniele Gatti ha concertato Rossini come Rossini, senza fisime – secondato da un’orchestra che sembra un’altra da quando Augias ne faceva sull’“Espresso” il prototipo dell’infingardaggine. Martone ha abbandonato i capricci di cui aveva accasciato qualche anno fa, sempre a Roma, la “Carmen” e seconda in tutto – se si eccettua una ragnatela di fili del tutto inutile - l’estro di Rossini. Facendo dei pettoruti cantanti anche degli attori, e attori comici, l’arte più difficile di tutto. Grazie all’ausilio filmico di molti episodi – a partire dalla cavatina d’esodio, di Figaro qua, Figaro là in scooter, condotto dal maestro Gatti con mascherina, casco e frac.
Di Alessandro Corbelli, il basso-baritono Don Bartolo, che non manca una scena, non si sa se apprezzare più l’intonazione o il movimento – benché aggravato da una sedia a rotelle. Il “Pace e bene” di Lindoro-Almaviva all’inizio del secondo atto è un capolavoro di mimica del tenore Ruzil Gatin, che pure non salta una nota. Russo, come Rosina, Vassilissa Berzhanskaya, ventisei anni. Un giovanissimo polacco, ventiseienne anche lui, il baritono Andrzej Filonczyk, è un Figaro indemoniato, canta anche piegato in due,  comunque sempre in movimento, vertiginoso.
Gli est-europei costano poco, ma fanno meglio l’opera, con più adesione – si divertono per divertire? Il merito è anche della gestione dell’Opera di Roma, del maestro Gatti e di Martone: aver saputo amalgamare tante diverse esperienze per un Rossini alla potenza. Lo spettacolo è la registrazione della prima del Costanzi il 5 dicembre, a scena vuota. Il terzo successo della gestione Fuortes quest’anno di clausura imposta, dopo il “Rigoletto” fantasmagorico al Circo Massimo in estate, e la “Zaide” allo stesso Costanzi alla ripresa. Quando si vuole e si sa, si può fare.
Dopo il teatro e il docufilm, buca lo schermo – per ora solo Rai - anche l’opera. Rai 5 non è censita da Auditel, ma le si danno per questo Rossini, in una notta dedita in tv solo al passatempo distratto in attesa della mezzanotte, ascolti sul mezzo milione, superiori a molte televisioni nazionali in chiaro.
La rappresentazione è inframezzata all’intervallo da filmati d’epoca, di quando anche il Costanzi celebrava la prima stagionale, facendo sfilare personaggi di richiamo, Magnani, Lollobrigida, Liz Taylor, Callas, Francis Ford Coppola…. Nostalgia del mondo che fu? Sottorrato dagli stessi Fuortes e Martone, dai loro danti causa generazionali. L’opera è, alla fin fine, musica cantata, gioia.
Mario Martone,
Il barbiere di Siviglia, Opera di Roma, Rai 5

giovedì 31 dicembre 2020

Secondi pensieri (438)

zeulig


Demiurgo – Il Dio di Platone è Platone: il mentore, il filosofo secondo Platone, colui che dà le forme - chiama il modo e lo definisce.


Filosofia – Si compone (costruisce)? S’intuisce? Il lascito platonico o aristotelico, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Kant, Hegel, gli stessi asistematici Kierkegaard, Schopenhauer, Heidegger, autori di dozzine di pagine di riflessioni al giorno, con una vita pratica peraltro densa di impegni, personali, politici, professionali (insegnamento), e distrazioni, ne fanno un lavoro quasi enciclopedico. Ma, certo, non senza impennate, o colpi d’ala.


Idee – Sono essenza e verità, immutabile? Modello archetipo, fondamento della conoscenza? Soggettive e oggettive, finite e infinite, fisiche e concettuali? O non sono un prodotto, un derivato – la verità stessa non è un prodotto, derivato, le verità?

Idea, in fondo, è vedere: quanto di più adattabile della vista, in tribunale, nell’escussione dei testi, e anche fuori, tra gli arbitri di calcio, le giurie, i voyeurs, l’occhio della cine- e telecamera? Sono quelle di Cartesio, un composto, mobile, sia quelle avventizie (esterne) che le fattizie opera dell’ingegno) e le innate.
L’intuizione è un derivato, di un linguaggio, una tradizione (più tradizioni), una società, una storia.  Volubile anche, per il giudizio perennemente attivo, all’opera, instancabile, in milioni, miliardi, di combinazioni. La natura è certamente molto limitativa, ma anche l’intelletto è condizionato.
 
Sono le idee modello del reale – quelle che danno la forma, definiscono. Delimitano, ma essendo limitate, delimitate: le idee cambiano, non solo in politica.


Immortalità – L’immortalità dell’anima è la fonte e il dispositivo della morale. Della dialettica male\bene, di una distinzione. Non c’è altro fondamento  che il darwinismo, che non è propriamente una legge morale – homo homini lupus.
 
Innatismo
– C’è, in innumerevoli forme. Non nel dispositivo platonico, dell’anima e le idee. Ma tutto si radica.  
 
Intellettuale – È di massa: è - ha una funzione - in rapporto alle masse. Mentre la psicologia profonda delle masse, ormai è dimostrato, è fascista. Dello stesso fascismo che ha inventato le avanguardie, con Pareto, Mosca e Ortega y Gasset - che fascisti non sono ma l’intraprendente Mussolini, che li ha messi a frutto, se l’è appropriati: le élites, notabili per censo e anche intellettuali.
Le avanguardie non potevano non piacere a Stalin, che nel 1935 forgiò l’intellettuale dei Fronti popolari, l’utile idiota pronto a illustrare il partito non suo. Il suo Compagno di strada è traduzione di Mitlaüfer, che sa di gregario.


Le masse sono specchio delle élites, sosteneva Ortega y Gasset, aspettano di essere plasmate da spiriti superiori. Vengono dal lessico di Weimar gli intellettuali, quelli che denigravano la dissidenza e l’originalità, intellettuali-massa.
Un’élite camuffata da egualitaria, lo dice Allan Blom. Che sfrutta l’egualitarismo, si può aggiungere, e lo devitalizza.
È una forma di potere, il potere intellettuale, che è esclusivo. Il potere si esercita con l’esclusione. E l’intelligencja è una maniera di esclusione.

Simmel lo fa sociale: “L’uomo puramente intellettuale è indifferente a tutto ciò che è propriamente individuale”.  Fu “operatore” in una parte del Sessantotto, adiacente a “Tempi Moderni”, a iniziativa di Cesare Garboli. Una sorta di salariato. Ma senza funzione se non per il prodotto: giornalista, redattore editoriale, pubblicitario. Fu detto anche Intellettuale Collettivo. “Organico”, orrenda parola, è di Gramsci. Fu Mitlaüfer a metà degli anni 1935 con i Fronti Popolari, “indipendente di sinistra” col partito Comunista nel dopoguerra.


Lettura – È pratica solitaria. È, come la riflessione, la maniera con cui la solitudine si fa sociale, comunicazione, scambio.
 
Libertà – È anarchia. Il liberale è benpensante, possessivo, passatista, ma queste sono le concrezioni della sua lunga permanenza al potere, che ne fanno un conservatore. Il pensiero liberale, che poi è il principio della libertà e la sostanza della borghesia eterna, è l’individualismo, il contrario cioè della conservazione e della proprietà, e insomma l’anarchia.
Il Vaticano e i comunisti hanno accettato perfino Hitler, ma mai il liberalismo, e questo spiega tutto: la libertà non si addice alle masse. È cibo troppo raffinato.
 
PlatoneQuantum mutatus ab illo”, leggendolo – quanto non è i suoi innumerevoli, minuti, commentatori.
 
Populismo – Ritorna, da un secolo ormai, o da due, per la concezione del mondo come guerra civile globale, e questo per effetto di una teologia secolarizzata? Sulla matrice trinitaria della storia di Gioacchino da Fiore, secondo la quale, dopo il regno del Figlio succeduto a quello del Padre, l’umanità è in attesa del Terzo Regno, della salvezza in terra. Da qui la mitizzazione degli impulsi e gli ideali delle masse. Le quali sono però inette a Dio, senza teologia né morale.
 
Potestas in populo, si è sempre saputo: senza consenso non c’è potere. Ma il fatto – il problema – è che ci sono gli intellettuali, o avanguardie, e ci sono le masse. E il consenso non è un dato, è genere acquisitivo, si vuole manipolato. Che il popolo, insomma, è sostanza evanescente.
Ciò si può arguire a contrariis, per tutti, su un brano di Sartre, la prefazione nel 1972 a Michèle Manceaux, “Le Maos en France”: “Lo spontaneismo dei maoisti significa semplicemente che il pensiero rivoluzionario nasce dal popolo e che il popolo solo lo porta, con l’azione, al suo pieno sviluppo. Il popolo non esiste ancora in Francia: ma dappertutto dove le masse passano alla prassi, sono già il popolo”. Solo i lavoratori possono costituire “una società morale”, una società cioè “in cui l’uomo disalienato possa trovare se stesso nei suoi veri rapporti con il gruppo”. O anche prima: “La violenza rivoluzionaria è immediatamente morale perché i lavoratori divengono i soggetti della loro storia” – ai maoisti Sartre attribuiva “una prassi anti-autoritaria”.
 
Sensibilità –Sartre la vuole legata all’intelligenza, sorgente dell’intelligenza - niente intelligenza senza sensibilità: “La sensibilità e l’intelligenza non sono separate”, anzi “la sensibilità produce l’intelligenza, o piuttosto è la stessa intelligenza” (Simone de Beauvoir, “Conversazioni con Jean-Paul Sartre”. Cui arriva per gradi, nel cosiddetto processo di formazione: “Pensavo (e lo penso tuttora) che si ha una sensibilità, e che il lavoro dell’infanzia, dell’adolescenza, era di rendere astratta e comprensiva, e ricercatrice, questa sensibilità, in modo da farne a poco a poco una ragione d’uomo, un’intelligenza applicata a problemi di ordine sperimentale”. Senza sensibilità, “un uomo razionale, occupato da problemi teorici è un’astrazione”.
 
Tempo – “Un’immagine mobile dell’eternità” in Platone, “Timeo”.


zeulig@antiit.eu

Il narratore felice - prima della (cattiva) politica

Dopo la raccolta dei “Racconti” in tre volumi, una scelta degli stessi, operata da Paolo Di Paolo. Sono racconti che durano alla rilettura. Opera tra le più solide del secondo Novecento.
La narrazione si conferma la parte più felice della scrittura di Tabucchi. Che, chissà, avrebbe dato anche di più e meglio col genere allargato, dopo l’ottimo esito del suo primo e unico romanzo, “Sostiene Pereira”, ma s’ingolfò nella politica bugiarda di “Mani Pulite” - tanto sdegno (per vent’anni…) a nessun esito.
Antonio Tabucchi, Che ore sono da voi?, Feltrinelli, pp. 256 € 17

mercoledì 30 dicembre 2020

Ombre - 543

La conferenza stampa del presidente del consiglio Conte è da latte alle ginocchia – sì, però, vedremo, aspettiamo  per tre ore. Il solito pilatismo avvocatesco, ma specialmente stonato in questa pandemia. Che nessuno dei giornalisti intervenuti fa rilevare – tutti a puntino, con la loro domandina preregistrata. Si fa una conferenza stampa per la propaganda – pubblicità redazionale.  
 
Mediobanca consiglia a Unicredit una fusione. Non la consiglia, la fa prospettare necessaria dal suo “ufficio studi”. Lo stesso che ne sconsiglia l’acquisto ai risparmiatori-investitori in Borsa, se non a prezzo più basso – ne predice-preconizza il ribasso. Per conto dei suoi clienti-padroni francesi, p.es. Bnp Paribas? Questo non si dice, e sarebbe invece l’informazione più importante.   
 
I morti sono un terzo in più di quanto il governo calcola, avverte l’Istat, 84 mila dal primo febbraio a fine novembre, in più rispetto alla media del periodo corrispondente negli anni precedenti. C’è stata una moria generale, a prescindere dal coronavirus? L’avremmo saputo – avremmo dovuto saperlo. Non è una discrepanza statistica, è un vero e proprio occultamento dei contagi e della letalità.
 
Inverosimile il tasso dei contagi nel Veneto, al 30-40 per cento dei tamponi. Cioè: non ci avevano detto la verità, né dei contagi (che non s’impennano in un giorno), né delle attività che sottostanno ai contagi. Nella regione che si voleva modello anti-pandemia.
Ma, stranamente, nessuno ne chiede conto – come già in Lombardia: è l’effetto Lega - abbiamo comunque ragione, e attaccatevi?
 
Inverosimile anche che il tasso di positività (positivi per tampone) raddoppio in due-tre giorni.  Abbiamo dati raccolti a caso? Non c’è uniformità, e perché? Avere – e dare - cifre precise non è il primo dovere del governo? Il governo ce li ha ma non li dice?
I media perché non se lo chiedono?

La verità è che l’Italia ha il più gran numero di morti per coronavirus in rapporto alla popolazione, 121 su 100 mila abitanti. Ed ha un numero altissimo di morti in rapporto ai contagi, il 3,5 per cento - fanno peggio solo Messico (8,5 per cento) e Iran (4,5). Per una sanità costosissima ma da Terzo mondo per qualità.

Un bilancio di previsione che il Senato deve votare a scatola chiusa, in un paio d’ore. Un bilancio di migliaia di elemosine a pioggia, vecchio – eterno? -  stile clientelare. Un bilancio in debito di almeno venti miliardi. Con molte spese senza copertura. Su cui il presidente della Repubblica non ha nulla da ridire.
È più di una crisi politica, di governicchi “comici”, che sanno solo regalare soldi che non hanno – di governi di cacicchi. È anche costituzionale: niente spese senza copertura?
 
Fa scandalo la Germania che si compra i vaccini a parte, prodotti in Germania, coi soldi suoi - a parte dalla Ue. Perché?
Si ha – si propaganda - l’idea che la Ue sia una federazione, mentre non lo è. Non è nemmeno una confederazione – non ha statuto politico, non ha costituzione. Ha poteri burocratici esagerati, che usa in modo assurdo (leggi: come dice la Germania). È, cioè, il peggio di tutto. 
 
Ma non è solo la Germania che fa per sé: un po’ tutta l’Europa si governa come meglio crede. Solo in Italia Bruxelles è maestra di scuola e carabiniera. Da imbe(ci)lli, i media come le istituzioni – i famosi araldi del vincolo esterno.
 
Si fa la Brexit come se fosse un sopruso o un’alzata d’ingegno britannica. Mentre è la presa d’atto di una Ue burocratica, nel nome di non si sa quale norma o idea: fastidiosa, opprimente, assurda. Si dice tedesca ma, più che altro, di teutonica burocrazia.
 
Panebianco spiega lungamente domenica sul “Corriere della sera” che solo il Pd può governare, la destra non c’è, non è europea, etc. Lunedì “La Lettura”, il settimanale del “Corriere della sera”, ripropone per i duecento anni della morte “Napoleone, modernizzatore e populista”. Il sogno è una sinistra bonapartista - era il regime sovietico. Il meglio della democrazia? Degli studi politici?
 
Il professor Panebianco argomenta che non c’è Europa al di fuori di Angela Merkel, perché “in Germania e nelle democrazia nordiche al seguito ci sono gruppi entro i rispettivi establishment
che da tempo accarezzano l’idea” di dare un calcio nel sedere all’Italia. “Al seguito” della Germania è da presumere. Bisogna abbozzare dunque, il vecchio appeasement. Bella Europa, democratica.
 
“Il governatore della California Gavin Newson, lamenta “The Nation”, “sta per fare di Alex Padilla il primo senatore latino, per occupare il seggio lasciato da Kamala Harris, il solo senatore donna nera”. Harris, indiana di origine, obietterebbe: colorata può servire, in epoca di minoranze, ma nera sicuramente non per una indiana.
 
“Condanno sia il neoliberismo sia il populismo”: è fermo come roccia l’arcivescovo di Milano Delpini con Cazzullo. Si direbbe uno d’altri tempi, pieno di certezze. Senza più armi ma ben temibile. È sempre una chiesa che condanna.
 
Sbagliano molto l’arbitro La Penna e il Var Mazzoleni di Juventus-Fiorentina. Tutto a danno della Juventus, come si vedeva, peraltro senza problemi, su Sky. Un caso? Non può essere, è una delle certezze del calcolo delle probabilità.
Lo stesso fanno Doveri e Irrati in Juventus-Atalanta – con più mestiere. Il calcio-scommesse è morto? Deve vincere Milano?
 
S’agghiommera la giustizia napoletana sul calcio, che controlla in Procura e nei Tribunali: il giudice Sandulli, romano napoletano, sbaglia in appello la motivazione della sentenza su Juventus-Napoli.
Oppure l’ha sbagliata apposta, per farsela rigettare all’ultimo, definitivo, grado di giudizio?
Si dice che Napoli è morta, ma è ben viva: tanta squallida furba protervia è inimmaginabile, ma è ben reale.

I romei traditi da madre Grecia

Ritagli, frattaglie. Otto rimasugli del Camilleri greco – greco di Turchia, trapiantato in Germania. Un paio del suo “Montalbano” Charitos – sposato, con figlia e genero, e cucina domestica – svogliati. Gli altri sono appunti - le “rotte dei migranti” che l’editore vanta nel sottotitolo non ci sono. Ma il racconto lungo “Tre giorni”, che prende la metà dell’antologia, merita: è una primizia, straordinaria.
Un racconto sui greci di Istanbul – Costantinopoli, “la Città”. Sui “romei” – romani. Una delle tre o quattro grecità distinte: di Turchia, della Grecia continentale, di Creta, di Cipro. Un racconto vivace. Straordinario perché è un mondo di cui non si parla mai. Turchizzato o meno ma comunque sempre estraneo ai turchi – anche prima dell’islamizzazione forzata imposta da Erdogan. Straordinario anche perché è colto in un momento in cui è la grecità a minacciarlo: l’avventurismo del vescovo Makarios a Cipro, contro i turchi isolani, con la formazione di un gruppo terroristico antiturco, l’Eoka. Il racconto è una cronaca del 5-8 settembre 1955, dell’attentato alla residenza di Kemal Atatürk a Salonicco, del tempo in cui vi era stato in esilio, e del conseguente pogrom antigreco a Istanbul. Che Markaris ha vissuto evidentemente da vicino, allora aveva 18 anni, non era ancora emigrato in Germania, e sa comunque rendere vivo.
Con una  verità semplice: portano il velo, in Turchia, le donne, per loro volontà, anche contro la volontà dei mariti.
Petros Markaris, L’assassinio di un immortale, La nave di Teseo, pp.186 € 12

martedì 29 dicembre 2020

Il mondo com'è (418)

astolfo

Tommaso “Fedra” Inghirami – Fu lui, direttamente in contatto con Raffaello, il suggeritore delle storie – del programma iconografico - della “Stanza della Segnatura”? Mediatore delle “Sententiae ad mentem Platonis” di Egidio da Viterbo. È l’ipotesi che il Dizionario Biografico della Treccani avvalora, di Inghirami mediatore tra il frate agostiniano e il pittore.
Originario di Volterra, Inghirami studiò a Roma, presso l’Accademia Romana di Pomponio Leto. Frequentata anche da Alessandro Farnese, con cui si legò d’amicizia. Partecipando alla messa in scena di opere teatrali latine, parte della pedagogia di Pomponio Leto. Il soprannome Fedra, che si porterà per tutta la vita, gli sarebbe derivato dalla partecipazione, come Fedra appunto, a sedici anni, nell’aprile 1486, a una rappresentazione accademica dell’“Hyppolitus” di Seneca, davanti al palazzo del cardinale Raffaele Riario a Campo dei Fiori, dove continuò a improvvisare, in versi latini, mentre l’impalcatura crollava. L’aneddoto è ripreso da Erasmo da Rotterdam in una lettera del 1513, dove dice di averlo appreso direttamente dal cardinale. Il “Dizionario” Treccani registra  il soprannome nelle varianti Phaedrus e Phaedra, aggiungendo: “Quest'ultima forse allusiva anche all’orientamento sessuale” dell’Inghirami, attestato in altre lettere, di Mario Maffei a Jacopo Sadoleto e di Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli”.
A Roma, dove rimarrà a vivere, in ambito curiale ma senza prendere gli ordini, curerà diverse rappresentazioni teatrali, variamente ricordate dai contemporanei – e celebrate dopo la morte, nel 1516, da Paolo Giovio con parole commosse. Nel 1513, nelle feste romane per il conferimento della cittadinanza a Giuliano e  Lorenzo dei Medici, curò la rappresentazione del “Poenulus” di Plauto, la commedia dei “mangiapolenta”, o del ragazzo cartaginese rima schiavo poi affrancato. L’anno dopo, per il carnevale, sovrintese al corteo di 19 carri allegorici in Agone (piazza Navona),
Nel 1505 era stato nominato anche direttore (praepositum, prefetto), della Biblioteca Vaticana. Attorno al 1510 fu ritratto da Raffaello – il ritratto a palazzo Pitti. Era celebrato come il nuovo Cicerone nella Roma di Leone X, di ciceronismo imperante - Erasmo lo ricorderà qualche anno dopo come “dictus sui saeculi Cicero”. Sarebbe morto cadendo da una mula sotto le ruote di un carro carico di sacchi di grano trainato da bufali.
 
Napoleone
– Ebbe ammiratori importanti in area germanica, malgrado le tante guerre da lui imposte oltre Reno, e detrattori radicali in area francese. È con un pamphlet radicale contro Napoleone che Benjamin Constant, svizzero di Losanna, nato da famiglia di ugonotti francesi rifugiati nel secondo Cinquecento, esordisce nel 1813, a 46 anni, dopo aver molto viaggiato, e sostenuto un paio di duelli, “Dello spirito di conquista e dell’usurpazione”. Un’opera, precisa nella prefazione alla terza edizione - datata Parigi, 22 aprile 1814, a ridosso dell’esilio di Napoleone - “scritta in Germania nel novembre del 1813, e pubblicata in gennaio; e ristampata ai primi di marzo in Inghilterra – “la nobile Inghilterra” della prima prefazione, “asilo generoso del pensiero, illustre rifugio della dignità umana”.
Nella prefazione alla prima edizione l’aveva detta “parte di un trattato di politica terminato da parecchio tempo”. Ma, per quanto trattatistico, spiegava ancora, era un saggio nato dall’“orrore che mi ispirava il governo di Bonaparte” - e la “nazione che ne portava il giogo”, senza ribellarsi.
Presentava se stesso come “uno dei mandatari di un popolo ridotto al silenzio”, da francese cioè. Esordendo, nella prefazione alla prima edizione, che diceva un po’ travagliata, in questi termini: “Il continente non era che un vasto carcere”, finché “a un tratto, dalle due estremità della terra, due grandi popoli si sono risposti, e le fiamme di Mosca sono state l’aurora della libertà del Mondo”. Aggiungendo peraltro: “Non c’è, in questo libro, una sola riga che la quasi assoluta totalità della Francia, qualora fosse libera, non si affretterebbe a firmare”-
 
Peste bianca
– Fu così detta la tubercolosi, a lungo in Europa, da metà Seicento a tutto l’Ottocento, la causa maggiore di morte. Per infezioni di cui non si veniva a capo.
Ne fa in breve la storia Remo Bernabei, “La tubercolosi: una lunga storia” (free online):
“Anche in mancanza di dati epidemiologici precisi è nota l’epidemia di tubercolosi in Europa, che probabilmente iniziò nel diciassettesimo secolo e che durò duecento anni; era nota come la Grande Piaga Bianca forse per distinguerla dalla Peste bubbonica (la Morte Nera). Nel 1650 la tubercolosi era la principale causa di morte e morire di tubercolosi era considerato inevitabile. L’alta densità della popolazione e le condizioni sanitarie indigenti che caratterizzavano molte città dell’Europa e del Nord America crearono un ambiente idoneo alla diffusione del morbo. Dal 1600 al 1800 la Tubercolosi causò il 25 per cento di tutte le morti”.
“Nel XIX secolo la tubercolosi fu soprannominata oltre che “Piaga Bianca”, anche “male di vivere”, e “male del secolo”. Era vista come una “malattia romantica”. Si pensava che soffrire di Tubercolosi concedesse al malato una sensibilità nascosta. La lenta progressione della malattia permetteva una “buona morte” consentendo alle vittime di mettere ordine nei loro affari. La malattia cominciò a rappresentare la purezza spirituale e la salute terrena, portando molte giovani donne del ceto alto ad impallidire volutamente il loro viso per avere un aspetto malato. Il poeta britannico Lord Byron scrisse, nel 1828, “mi piacerebbe morire di tubercolosi”, aiutando a far divenire popolare questa malattia come la malattia degli artisti. George Sand amava ciecamente il suo “tisico” amante, Fryderyk Chopin, lo chiamò il “povero melanconico angelo”. In Francia, furono pubblicate più di cinque novelle in cui si narravano gli ideali della Tubercolosi: “La signora delle camelie” di Dumas figlio, “Scene de la vie de bohème” di Murger,” Les miserables” di Victor Hugo, “Madame Gervaisais” e “Germinie Lacerteux” dei fratelli Goncourt e “L’aiglon” di Edmond Rostand. In letteratura la prospettiva della malattia spirituale e che redime”.
“Si stima che la tubercolosi abbia raggiunto il picco della prevalenza tra la fine del diciottesimo secolo e il diciannovesimo. Una giornata lavorativa di almeno 12 ore con un solo giorno di riposo alla settimana, il consumo di alimenti scadenti con abbondanti dosi di alcool, la condizione di semi povertà di gran parte del proletariato urbano, unite alla visione di un capitalismo senza freni inibitori, queste sono le condizioni che provocarono il passaggio della Tubercolosi da endemica ad epidemica e pandemica nel Regno Unito tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo”.
Il primo lockdown – limitato – si ebbe a Napoli: “La convinzione che la tubercolosi fosse una malattia contagiosa trovava sempre maggiori consensi e a Napoli, nel 1782, Domenico Cotugno sollecitò per questo motivo la promulgazione di una legge sanitaria per la profilassi sociale della malattia: Ma due anni dopo re Ferdinando, che rifiutava l’idea della contagiosità della tisi, revocò alcune delle disposizioni cautelative fatte approvare da Cotugno”.
“I termini consunzione tisi continuarono ad essere usati entrambi nei XVII e il XVIII secolo, fino alla metà del XIX secolo, quando Johann Lukas Schönlein introdusse il termine “tuberculosis”.
“Solo nel 1882 (il futuro, 1905, Nobel) Robert Koch comunicò alla Società di fisiologia di Berlino di aver scoperto il microrganismo responsabile della letale Tubercolosi polmonare, che denominò due settimane più tardi, nella rivista scientifica “Berliner Klinische Wochenscrift”, “Tuberkelvirus” (cioè virus della Tubercolosi). E descrisse questo microrganismo come ”Sottile, la cui lunghezza è metà-un quarto del diametro di un globulo rosso, molto simile al bacillo della lebbra, ma più affilato”. Era stato appena provato che la tubercolosi era contagiosa.
“Da quando fu provato nel 1880 che la malattia era contagiosa, la tubercolosi divenne una malattia conosciuta e le persone infette furono costrette ad entrare nei sanatori che sembravano prigioni, anche se i sanatori per le classi media e alta offrivano cure eccellenti e costante attenzione medica. La Germania fu all’avanguardia in quel periodo perché, grazie alla legge di assicurazione sociale contro le malattie (1883), furono costruiti numerosi sanatori ad Hannover (70 letti), a Grabowsee (189 letti), a Oberderg (114 letti), a Stiege (80 letti”). 
Nel New England nel 1800 si contarono 1.600 morti per 100 mila abitanti.
A New York per tutto l’Ottocento moriva di tubercolosi fra il 4e il 5 per mille della popolazione – 400-500 per 100 mila aitanti.
Il tasso di mortalità per tubercolosi in Italia è passato dai 210 decessi per 100 mila abitanti del 1887 a 39 nel 1951.

astolfo@antiit.eu

Viaggio nella clausura

Rumiz rilegge il diario della pandemia, del primo lockdown, da metà marzo, che è venuto tenendo per “la Repubblica”. All’ombra del convento benedettino dell’Isola di San Giorgio a Venezia, dopo “la terrificante acqua alta del novembre 2019”. Una clausura volontaria dopo quella obbligata. E ne ricava un altro metro della vita, del mondo. Non poveristico ma critico: del dispendio di materiali e energie per una vita di commercio, di consumo, di ilare autodistruzione, convinta.
Un viaggio in surplace. La claustrofobia – il tetto del veliero è la tessa condominiale. La gita in cucina - “c’è il dovere del pessimismo”, ma intanto i fagioli crescono. Gli incontri senza storia e i minimi aneddoti dei mesi della clausura non volontaria.  Partendo dalla collera contro l’Europa, incomprensibile nella pandemia (ma no, è comprensibilissima), che ha pensato di proteggersi dal virus mettendo dei paletti alle frontiere  - e godendo delle disgrazie degli altri, nel caso dell’Italia, che è stata la prima infettata.

Per il giramondo la scoperta del mondo in cui vive. Della compagna Irene. Dei figli, anche se lontani. Dei nipotini. Le curiose vicinanze che si creano nel distanziamento, nella impraticabilità del movimento. Degli amici anche mai sentiti, lontani. Dei ricordi.

La verità è che è una crisi ma non una catastrofe. O forse una catastrofe, soprattutto per chi vive lavorando, ma non un’ecatombe. Ma abbiamo paura di tutto.  
Questi “Appunti per una clausura”, come recita il sottotitolo, vengono buoni per la seconda ondata – e per la terza? Rumiz è pessimista, ma l’Europa, come gli spiega il libriccino di Steiner, “Un’idea d’Europa”, ha la pelle dura.

Paolo Rumiz. Il veliero sul tetto, Feltrinelli, 125 € 13

lunedì 28 dicembre 2020

Problemi di base di mercato cinese - 614

spock
 
Jack Ma non è più campione nazionale: non è più in linea?
 
Con il Partito, con i Generali?
 
Un cinese può investire liberamente in Europa, anche in America, un europeo non in Cina – neanche un americano? 
 
Non si può arrestare un cinese, con motivazione, fuori della Cina, ma si possono arrestare i cinesi, senza motivazione, liberamente in Cina?
 
Perché l’Europa fa accordi con la Cina sottobanco – come il papa?
 
Perché l’Europa fa accordi con la Cina nei mesi vuoti tra una presidenza americana e l’altra: si nasconde? si vergogna?
 
La globalizzazione disgrega la democrazia (Josep Colomer-Ashley Beale): non doveva globalizzarla, esportarla?

Il commercio libera - Constant?

spock@antiit.eu

Anche il virus è nordico

Il covid-19 (infezione polmonare) è nordico? Non si dice – non si può dire? - ma è l’evidenza.
Nel bilancio dei decessi per covid-19 al 16 dicembre, stilato dall’Istituto Superiore di Sanità, il 65,2 per cento dei pazienti deceduti come Sars-Cov-2 positivi (41.413 su 63.562) è registrato in Lombardia, Veneto, Piemonte e Emilia-Romagna. Con pesi diversi per le quattro regioni, ma con percentuali totali analoghe nelle tre fasi della pandemia come registrate dall’Iss, marzo-maggio, giugno-settembre, ottobre-15 dicembre – solo nella terza fase la percentuale è leggermente minore, 49,5
In alternativa a una predisposizione locale (climatica, territoriale, edilizia, urbanistica, alimentare, di stile di vita), si può spiegare la concentrazione di contagi e decessi con una disarticolazione del sistema sanitario, di prevenzione e cura. È possibile: sono le regioni, la “rossa” Emilia-Romagna compresa,  dove il privato è stato privilegiato nella spesa per la salute. Ma le statistiche delle morti per tubercolosi, ancora negli anni tra le due guerre, danno le stesse regioni quelle più colpite – insieme con le province di Nuoro e Brindisi.

Pompei riscoperta dalla Francia – e dalla tv

Dopo il successo in prima serata del teatro, chi l’avrebbe detto, col “Natale in casa Cupiello”, Eduardo ripreso da Castellitto, successo di pubblico anche per un documentario. Tre milioni di spettatori per Rai 2, che non he mai avuti tanti, il 12-13 per cento di tutti quelli che guardavano la tv ieri sera – Rai 2 si attesta, quado va bene, sul 7 per cento.
È la documentazione della ripresa degli scavi a Pompei, dopo alcuni decenni. Che ha portato al dissotterramento, su un’area ristretta, da una piccola équipe, di un vicolo con tre residenze: una ricca, una popolata di donne e bambini, e quella dell’ora famoso Termopolio, la piccola osteria affrescata e piena di oggetti d’uso.
Una ripresa anonima, tra antropologhe e archeologhe nell’attività quotidiana. Senza glamour, anzi ordinaria, perfino grigia. Tenuta su al montaggio dal direttore di Pompei, Massimo Osanna, che accompagna la piccola avventura professionale come il nome comanda. Dunque, basta poco per svegliare la curiosità culturale.
Un lavoro di oltre un anno. Di produzione francese – è in Francia che si fa spettacolo con la cultura?
Il documentario ha accompagnato la mostra su Pompei che ha tenuto banco dall’1 agosto fino ai Morti a Parigi, al Grand Palais.
Pierre Stine,
Pompei, ultima scoperta, Rai 2

domenica 27 dicembre 2020

Letture - 443

letterautore
 
Amsterdam
– Fra le “città invisibili” di Marco Polo-Calvino “c’è la città a forma di Amsterdam, semicerchio rivolto a settentrione, con canali concentrici: dei Principi, dell’Imperatore, dei Signori”.
 
Avventura
– I romanzi d’avventura aprono “la terra, tutta la terra”, ai ragazzi – la aprivano quando Sartre era piccolo, un secolo fa (Simone de Beauvoir, “Colloqui con J.-P. Sartre”), ora non si fa più geografia (è razzista?). Aprono all’avventura i luoghi remoti, ovviamente: “A Parigi è raro che si veda sorgere un Pellerossa con le piume sulla testa e una arco in mano”. E più ancora i romanzi d’avventure, di “giovani eroi in aereo o in dirigibile”, che vanno per continenti remoti.
 
Comunisti
– “I comunisti non credono all’inferno, credono al niente. L’annientamento del compagno Nizan fu decretato” – e fu radicale, cattivissimo anche dopo la sua morte al fronte nel 1940, nella drôle de guerre, la guerra per finta contro l’invasione tedesca. Combattuta poco e male anche per il sabotaggio dello sforzo di guerra decretato dal sindacato a guida comunista dopo l’accordo di Stalin con Hitler per la spartizione della Polonia, contro il quale Nizan aveva protestato, ponendosi “fuori del partito”.
Cattivissimo Sartre ricordando l’amico di gioventù Paul Nizan nel 1960, nella prefazione alla  riedizione Maspéro di “Aden Arabie”. La richiesta dell’editore lo raggiunse all’Avana, dove si era innamorato di Castro. Dopo aver ripudiato il comunismo cui si era avvicinato nel 1951, per le giornate della pace, che il partito Comunista promuoveva dopo che Stalin ebbe sperimentato la bomba atomica.
 
Per il comunismo sovietico, che Camus criticava nei cinque saggi raccolti sotto il titolo “L’uomo rivoltato”, Sartre aveva rotto nell’estate del 1952 l’amicizia più diretta e complice che sia mai stato capace di avere, dopo Nizan, con un uomo - una persona di sesso maschile. Così Sartre riepilogava la vicenda con Simone de Beauvoir nel 1984. nei “Colloqui” romani. Per un equivoco, dice – ma in realtà poi scopre che anche in questo caso non riusciva ad essere amico, amico per sempre, non di una persona di sesso maschile: perché Camus, per contestare una critica virulenta (a giudizio dello stesso Sartre) pubblicata su “Les Temps Modernes”, la rivista di Sartre, da Francis Jeanson, Pcf duro e puro, gli aveva scritto “Signor Direttore”. La critica riguardava soprattutto l’assunto di “L’uomo rivoltato”, che i campi di concentramento staliniani non erano dissimili dai lager di Hitler. Sartre rispose personalmente, al posto di Jeanson: “La nostra amicizia non era facile ma la rimpiangerò. Se voi (i due amici non si davano il tu, n.d.r.) la rompete oggi, è senza dubbio perché doveva rompersi. Molte cose ci avvicinavano, poche ci separavano. Ma questo poco era ancora troppo: l’amicizia, anch’essa, tende a divenire totalitaria; ci vuole l’accordo in tutto o nel litigio gli stessi senza partito si comportano da militanti di partiti immaginari”. 
 
Crittografia
– Edgar Allan Poe la praticò come stratagemma narrativo in “Lo scarabeo d’oro”, dopo averla  teorizzata ripetutamente, in numerosi scritti, come “un eccellente esercizio di disciplina mentale”, consigliabile ai politici, ai generali, agli intellettuali, ai viaggiatori – allora il viaggi era un’avventura in terra ostile. Il successo di pubblico del racconto lo avviò verso la scrittura dei gialli – o meglio noir. Con “Gli assassinii della rue Morgue” e i successivi. Ma prima ancora del successo dello “Scarabeo d’oro” aveva lanciato su “Graham’s”, la rivista  di cui era il direttore, un premio (un anno di abbonamento gratuito), a chiunque avesse risolto uno sei suoi crittogrammi – la risposta dei lettori fu talmente vasta che dovette ritirare l’offerta.  
 
Dante
– La “Commedia” è apocalittica? È un altro aspetto di Dante da considerare.
Del fascicolo che il settimanale “Robinson” dedica a Dante il contributo nuovo è nell’intervista settimanale di Gnoli, che scopre un Gennaro Sasso dantista appassionato alla terza età, abbandonati alla pensione gli studi su Machiavelli: “La ‘Commedia’ è il poema dell’apocalisse e della redenzione dell’umanità.  Dante compie un viaggio cristologico, in cui succedono cose che col primo avvento del Cristo non sono avvenute. La più importante delle quali è la fine del mondo, la compiutezza dei tempi”. Una fine della storia, spiega Sasso, che Dante ha ricavato dalla tradizione medievale. Una lettura non nuova, precisa, ma non nel senso dell’apocalisse: “L’idea che la ‘Commedia’ sia una profezia è stata sostenuta da molti. Ma la vera questione è: di quale profezia parliamo? Quella che Dante immagina nasce dall’esito apocalittico”.
In effetti la “Commedia” è di dopo il Giudizio: ci sono i condannati, i salvati, e i salvati nella memoria e le buone intenzioni, e Dio non governa, splende nella sua gloria..
 
Milione
– Uno dei libri, il “Milione” di Marco polo, come “Le mille e una notte”, dice Calvino, “Le città invisibili”, VIII, “che diventano continenti immaginari in cui altre opere letterarie troveranno il loro spazio” – “continenti dell’«altrove», oggi che l’«altrove»  si può dire che non esista più, e tutto il mondo  è un uniformarsi”.
 
Pagina  Nicola Gardini (“Il libro è quella cosa”) la lega a pagus, “Dalla radice pag-\pak-, che esprime l’idea del fissare”. Da cui “il verbo pango  («fissare», appunto), pax («pace»), compages («struttura») e pagus («villaggio»).
Pagus, il villaggio, è allora il luogo della sedentarizzazione, dopo la lunga stagione del nomadismo. Gardini ne dà un altro senso: “Sulla pagina si fissano le lettere, la pax è qualcosa di fissato, il pagus  è spazio dalle delimitazioni fisse”. Ma il legame di pagus alla sedentarizzazione è più significativo – anche nei derivati paganus e pagensis (paesano, del paese).
 
Perelà, uomo di fumo – L’opera che Pascal Dusapin ha tratto dal racconto di Palazzeschi, nel 2003, è stata rappresentata con grande successo a Parigi (Opéra Bastille) e Montpellier, non in Italia. Il libretto è stato scritto in italiano, dallo stesso compositore. Che ha dato nomi italiani ai tre personaggi femminili: Pena, Rete e Lama,
Dusapin, allievo di Messiaen e Xenakis, era stato prix de Roma dell’Accademia francese.
 
Tala – Baciapile, beghino, è il termine con cui Simone de Beauvoir si riferisce ripetutamente nei suoi colloqui romani con Sartre (“Colloqui con Jean-Paul Sartre”) a Merleau-Ponty, il filosofo che fu molto amico della coppia (molto presente anche nelle “Memorie di una ragazza perbene”, col nome di Jean Pradelle, e nel recente recupero postumo, “Le inseparabili”, come Pascal). Gergo lo dice il Petit Robert, in uso all’École Normale Supérieure per dire “cattolico praticante” – nel caso di Merleau-Ponty si tradurrebbe come “cattocomunista” - di origine incerta: forse da talapoint, monaco, prete, o da “qui va(t) à la messe”.
Nei due testi di de Beauvoir, le “Memorie” e “Le inseparabili”, tutt’e tre i personaggi, Merleau-Ponty, la sua fidanzata Zaza, e Simone de Beauvoir, di Zaza amica del cuore e anche un po’ innamorata, erano cattolici ferventi, di famiglie e scuole cattoliche – in Francia non c’era il “non possumus”, ma ancora un secolo fa il mondo cattolico si distingueva fieramente dalla Repubblica, dalle leggi e le istituzioni repubblicane.

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La regina salvata dagli animali

Dio salvi la regina è sempre l’imperativo. Rivolto al passato, a Vittoria regina appena adolescente. Ma in mezzo alla turbolenze di sempre, pettegolezzi, ambizioni, complotti. E a ruoli invertiti: a salvare la regina sono impegnati gli animali.
Un film animato di classe. Su un’idea semplice: gli animali che il dr. Dolittle accudisce nel suo castello sono un po’ preoccupati per gli umani, che non si comportano bene. È così che partiranno per l’isola che non c’è, per trovare l’antidoto che salverà la regina dall’avvelenamento. Con una serie di inseguimenti marittimi, trainati dalle balene, e tempeste, cannoneggiamenti, naufragi, palazzi, castelli, caverne e cunicoli misteriosi. 
Nel mondo animale si aggirano alcuni umani: Robert Downing, Antonio Banderas, Harry Collett, e pochi altri. Col vecchio trucco degli animali parlanti, umanizzati – solleciti, fanfaroni, dispettosi, acuti, scempi, proprio come gli umani. Doppiato: il doppiaggio nell’edizione originale inglese ha le voci di Marion Cotillard, Ralph Fiennes, Tom Holland, Emma Thompson, eccetera – ma anche  il doppiaggio italiano è simpaticamente caratterizzato.
Stephen Gaghan, Dolittle, Sky Cinema Uno