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sabato 26 maggio 2018

La casta dell’anticasta

I nomi sono diversi, ma di poca fiducia, le procedure invece uguali – necessarimente, la politica è fatta di compromessi, ma “con giudizio”. Si inaugura il governo populista all’insegna delle vecchie procedure. Non proprio il manuale Cencelli ma non troppo dissimile. Lega e 5 Stelle vengono peraltro dal trionfo al referendum istituzionale, e la bocciatura della riforma istituzionale ha lasciato le istituzioni com’erano, pasticciate e consociative. In mano alla casta, ora dell’anticasta, solo cambiano i soggetti.
Non se ne parlato, ma ora è l’evidenza. Solo ne ha parlato un politologo, uno solo, Sergio Fabbrini, un mese fa, il 22 aprile, sul “Sole 24 Ore”. Con qualche approssimazione: “Il nostro Paese non è l’unico (tra le democrazie parlamentari con sistemi elettorali proporzionali) ad avere difficoltà a formare un governo. È l’unico però ad avere un sistema partitico che funziona secondo una logica tripolare”. Questo non è vero: e la Germania? e la Francia? Ed “è difficile che sistemi di questo tipo trovino una soluzione governativa attraverso la mediazione tra leader politici”. Anche questo non è vero, ci vuole sempre una mediazione politica per fare i governi, eccetto che negli Stati Uniti -  quando il presidente ha la maggioranza del Congresso, nei due rami.
Ma è da manuale il resto: “Come mai quella proposta di riforma (delle istituzioni), che era riuscita a passare attraverso il Parlamento, non riuscì a passare attraverso l’opinione pubblica?”, chiede Fabbrini. E risponde:  per gli errori di comunicazione dei riformatori. Per il “politicismo” dei vecchi politicanti, che preferirono affossare la riforma con se stessi – D’Alema & co. Ma, cosa più interessante, “perché quella riforma non ebbe il sostegno dell’opinione pubblica organizzata (media scritti e televisivi).
“Le riforma di struttura (come quelle costituzionali) sono necessariamente promosse da élite. Cosa può saperne, il cittadino comune, del bicameralismo parlamentare o del sistema elettorale a due turni? Ogni riforma di struttura richiede una patto tra élite da siglare attraverso l’opinione pubblica organizzata. Un patto che deve basarsi sulla condivisione della ragione che giustifica quella riforma. Nel nostro caso, se la diagnosi della crisi italiana era condivisa (scarsa efficienza delle istituzioni parlamentari, scarsa legittimità elettorale dei governi), non lo era invece la prognosi. Due visioni opposte si sono scontrate. Per risolvere la crisi, una (quella vincente) sosteneva che occorresse liberarsi della Casta dei politici e l’altra (quella perdente) che occorresse invece riformare le istituzioni che generavano quella Casta. Due visioni, peraltro, che hanno accompagnato l’Italia in tutte le fasi critiche della sua vicenda unitaria”.
Muckrakers mugwump
Ed ecco l’assalto, becero, alla politica e alla riforma, del “Corriere della sera” e de “la Repubblica” (su cui si alimentano i tg di La 7 e Sky), alfieri dell’antigoverno, della crisi perpetua, e del governo del non governo. “La strategia dell’anti-Casta è stata formidabilmente promossa da giornalisti e opinionisti (dei principali quotidiani nazionali e reti televisive) che si sono percepiti come dei moderni “muckrakers” (letteralmente, coloro che puliscono la stalla dal letame). Vennero così chiamati, negli Stati Uniti del periodo 1890-1920, i giornalisti che, con le loro indagini sulla corruzione politica, miravano a pulire la stalla dei governi locali (delle principali città del nord-ovest di quel Paese) dalle macchine partitiche considerate la causa di quel letame”. E che posano, in un Paese conformista quale è l’Italia, a Mugwump, il capoccione, il caporione degli indiani Massachusett, grandi predicatori della grande morale. Da Santoro a Grillo, il Grande Mugwump, a Mieli o Mauro. L’antipolitica ha radici ormai robuste, e non da ora, Grillo ha solo mietuto, il più furbo di tutti.
L’esito? Fabbrini: “In Italia, la battaglia contro la Casta (inaugurata da un libro di due giornalisti divenuto un bestseller) è divenuta la strategia intorno a cui si è aggregata una pluralità di interessi. La denuncia della Casta ha consentito di incrementare le vendite dei quotidiani, di alzare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, di soddisfare il narcisismo di accademici o esponenti dell’establishment in cerca di facili applausi. Per i sostenitori dell’anti-Casta, occorreva liberarsi dei gigli magici, dei partiti personali e degli inciuci parlamentari per liberarsi della corruzione, a sua volta causa dell’inefficienza delle istituzioni politiche. La strategia dell’anti-Casta ha contrastato con successo la riforma costituzionale (perché espressione, appunto, della Casta), ha smantellato con successo la credibilità dei partiti tradizionali (perché espressione, appunto, della Casta) e ha promosso con successo i movimenti che ci hanno liberato dalla Casta”.
La sovversione continua. “Le elezioni del 4 marzo scorso hanno portato al più alto tasso di ricambio parlamentare mai realizzatosi in Italia e nelle democrazie parlamentari. Il 65,91 per cento dei deputati e il 64,26 per cento dei senatori sono stati eletti per la prima volta. Fantastico. Però, il letame è stato spazzato via dalla stalla, ma la democrazia italiana è più che mai bloccata. E naturalmente i nostri «muckrakers» hanno ripreso a dire e a scrivere che così non si può andare avanti. Eccetera, eccetera”.
Il modello bolla
Non una soluzione, non una buona. Non finché “Milano” ci governa - affari liberi e politica debole. Ciò è evidente a tutti, Fabbrini lo spiega con parole scientifiche. Il “blocco” è dovuto a due motivi. Alla mancanza di memoria, o di cultura politica: “Una cultura che ha dimenticato la storia drammatica del nostro Paese, che inventò il fascismo per liberarsi della Casta di allora, con le conseguenze che sappiamo. Non si cambia la politica senza riformarne le istituzioni”. Ma “ciò non si può fare senza un’opinione pubblica responsabile”. La politica, soprattutto quando deve riformarsi, necessita “un’opinione pubblica responsabile” – secondo il “modello a cascata” di Karl Deutsch, sociologo della comunicazione. Quella per cui “le élite (politiche e d’opinione) riconoscono un interesse nazionale e si impegnano per costruire il consenso su di esso tra i cittadini”. Oggi come sempre, anzi più di prima, ma per contrastare l’azione dissolvente dei social: “I il modello alternativo di formazione delle opinioni dal basso (il bubble up model) non può funzionare, “quelle riforme sono troppo complesse per essere decise attraverso consultazioni popolari”.
Tutti d’accordo: “Naturalmente, occorre combattere la corruzione politica, contrastare l’abuso del potere, favorire il ricambio delle rappresentanze parlamentari. Tuttavia, se non si riformano le istituzioni, tutto ciò non basta per migliorare la democrazia italiana”. E: “Come è avvenuto spesso nella nostra storia, il radicalismo (dell’anti-Casta) e il conservatorismo (delle istituzioni) si sono alleati per lasciare le cose come stanno”.

L’opinione pubblica è privata

“I giornali sono visti dai democratici come una panacea per i loro stessi difetti, ma l’analisi della natura delle notizie e della base economica del giornalismo sembra mostrare che i giornali inevitabilmente e necessariamente riflettono, e quindi, in piccola o  grande misura, intensificano, la debolezza strutturale dell’opinione pubblica”. Lippman lo scrive nel 1922, data di uscita di questa sua voluminosa riflessione, Paolo Mieli lo ha appena confermato un mese fa, nell’autocritica, l’ennesima, per il populismo dilagante, da lui incoraggiato con le campagne di stampa del “Corriere della sera” – ma mica solo da lui.
Lippman non ha una buona opinione dell’opinione pubblica, venendo al giornalismo, e ala riflessione sul giornalismo, dalla politica, in qualità di vice-ministro all’informazione (alla “propaganda”) nel gabinetto interventista di Woodrow Wilson del 1917. Del resto, l’opinione pubblica è concetto e fatto ugualmente vaghi. Dopo quasi un secolo non più precisati dei termini in cui Walter Lippman li poneva nel 1922. Perché non c’è un’opinione comune, al contrario: “Le persone vivono nello stesso mondo ma pensano e sentono in mondi diversi”. E perché il mondo non si lascia interpretare univocamente, e anzi presenta vari ostacoli e diversivi, materiali e psicologici: censure e autocensure, o forme di riserbo, tempo, attenzione, aspettative, velocità, semplificazione, linguaggi.
Lippman non si sottrae a Platone, alla caverna di Platone, alla conoscenza come riflesso, barbagli di luce. E l’opinione pubblica disseziona non per fare farne il nocciolo della democrazia, come si vorrebbe, ma per denunciarne gli ingorghi, l’opinione sprofondando nei recessi melmosi della natura umana, non in una illuminata-illuminista ragione. Più consono rimando sarebbe, argomentavamo in “«Il Mondo» non abita più qui”, 1989, p. 24: “Per una volta posiamo utilizzare Platone per stare con i piedi per terra (anche se rovesciando il sottinteso aristocratico della figurazione), nell’altrettanto nota allegoria marina del potere politico: senza «genuina e valida filosofia» nel governo degli Stati non ci sarà mai una «tregua di mali», ma «non è naturale che sia il pilota (filosofo) a chiedere ai marinai (popolo) di essere governati da lui”. C’è e ci deve essere un rapporto governanti-governati, e non confusione.
“Tecnicamente intendiamo per opinione pubblica l’intreccio fra i protagonisti della comunicazione: giornalismo, manifestazioni politiche, editoria, pubbliche relazioni, lobbies, pubblicità. Non è l’informazione. Questa ne è il campo di coltura, ma ha estensione molto più vasta, e spessore più sottile, dell’opinione pubblica. L’informazione si allarga infatti gli archivi, alle banche dati, ai segnali stradali, ai servizi di consulenza, legali, bancari, assicurativi, al consumo, agli elenchi del telefono, etc.. È la parola, con le infinite variabili che ogni forma di comunicazione prende. Diventa opinione pubblica quando assume rilievo e concrezione sociale”.
Non abbiamo nulla di meglio, per tenere la democrazia in allenamento, ma senza illusioni. La vaghezza risalta nella metodologia e gli effetti dei sondaggi, che dovrebbero esserne il termometro. Fermi all’obiezione che Herbert Blumer, sociologo della comunicazione a Chicago, avanzava in un sintetico saggio nel 1848, “Public Opinion and Public Opinion Polling”, quando il sondaggio politico entrava in scena, nelle presidenziali americane. Una “analisi scientifica” della “opinione pubblica” non è possibile - tanto meno nella forma dei sondaggi. Non essendo possibile “isolare l’oggetto” della ricerca: opinione pubblica è concetto astratto e generico.
Un testo che fa quasi un secolo, è del 1922, e resta unico - con quello di Habermas, “Storia e critica dell’opinione pubblica”, 1962: l’analisi è scarsa, la materia scivolosa. Questa è la la riedizione 1999 di Lippman. Che fu tradotto solo nel 1963, nel recupero olivettiano della sociologia americana con le edizioni di Comunità. Curato da Cesare Mannucci, primo studioso delle forme della comunicazione – la cui traduzione si ripropone. Nel 1999 è stato ripreso da Tranfaglia in chiave anti-Berlusconi. Di Berlusconi cioè portato dai media, mentre ce li aveva tutti contro, anche i suoi, e questo da solo spiega in abbondanza come l’opinione pubblica tenda a essere privata - anche solo per diritti di proprietà politica, o intellettuale. Il tema ora necessita di ben altro approccio, argomentato e aperto ai new media, i social etc.. Ma la riproposta è utile.
Il libro è vecchio, non ci sono i gruppi di interesse, che poi Meynaud studierà, la radio era agli inizi, con tutti gli altri media “caldi” che poi McLuhan sistematizzerà. Ma la parte critica resiste – ai media, allora a stampa, Lippman riserva appena l’ultimo capitolo.
Walter Lippman, L’opinione pubblica, Donzelli, pp. 315, ril. € 22

venerdì 25 maggio 2018

Ombre - 417

Trump e Kim Jong-un, il dittatore coreano, sono alla guerra psicologica (propagandistica) in vista del match a Singapore il 12 giugno. Ma c’è fretta di dire, sulla base delle rispettive intemperanze, il vertice saltato. Con molte ragioni anche: le astuzie della Cina, gli intrallazzi con Putin, le paure di Seul. Ma tutto sulla difensiva e quasi all’ultima trincea. Mentre è il governo saldo del mondo. Con Trump si fa informazione come lo struzzo, nascondendo la testa.

Deutsche Bank è in crisi da due anni, unica tra le grandi banche europee, benché sempre coronata positivamente negli stress test della Banca centrale europea. Ma non se ne parla. Giusto ora, perché licenzia. Questo però non è colpa dell’Europa: è di una informazione che non c’è – se non va online non c’è.

Trump “in visita a Londra il 13 luglio dopo il summit Nato, si fermerà un giorno in più per andare nel suo golf resort in Scozia”, informa “la Repubblica”: “Ma non si trova nessun partner disposto a giocare con lui”. Addirittura.
Si potrebbe dichiarare il presidente degli Stati Uniti persona non grata, perché no, e avremmo risolto. Ma prima bisogna saper leggere l’umorismo inglese,

“Moriremo contiani”: su “la Repubblica” Luca Bottura ci vuole morti “contiani”, dopo essere morti grillini, e prima ancora berlusconiani, e democristiani. Ma Bottura e “la Repubblica” ci vogliono morti?
 
Gli Skripal padre e figlia, dimessi dall’ospedale a Londra dopo essere stati avvelenati da Putin, non sono contenti del trattamento ricevuto. Del trattamento sanitario, “troppo invasivo”. La figlia, addirittura, chiede di “poter tornare a casa in Russia”. Da Putin .

Continua la guerricciola di Macron contro l’Italia per l’influenza in Libia. Macron come Sarkozy: ha anche lui prestiti che non vuole rimborsare?
La guerra di Sarkozy a Gheddafi per non ripagargli gli ingenti finanziamenti, politici e personali, non fa vergognare la Francia, al contrario.

Macron non sa nulla della Libia, non che si veda, ma si agita molto. Ha già fatto fare un paio di volte la pace, invita all’Eliseo i vari capataz, convoca conferenze, senza averne nessun titolo – non si media senza il consenso degli interessati. E questa è l’Europa, altra non ce n’è. Della Francia che ha ridotto la Libia alla miseria, e alla guerra civile cronica. Della Francia migliore, naturalmente, con Macron.

L’opposizione a Trump è divisa: “Il tentativo di liberarsi del presidente con l’impeachment può portare al disastro a novembre”, al voto di medio termine presidenziale, titola il “New Yorker”, in prima fila contro Trump. È solo tattica politica che ci infliggono.

Raggi chiude la Casa delle Donne a Roma, sono morose con l’affitto.
Ci voleva un sindaco donna per togliere alle donne la Casa delle donne.

A San Lorenzo a Roma pagano la Tari solo due su dieci. A Trastevere tre su dieci. Quartieri popolari da decenni riqualificati, cioè ricchi. Ma il “popolo” è traccia indelebile.
Nel VI Municipio, Tor Bella Monaca e dintorni, eponimo del nuovo popolo che governa Roma, non si sa quanti la pagano, molti residenti non si iscrivono per questo all’anagrafe.

La sindaca Raggi si supera. Invece di tagliare l’erba ai Fori ci manderà le vacche a pascolare. Col contributo, purtroppo, della Coldiretti, che dice: “Un’alternativa moderna alla tradizionale transumanza”, e “una manutenzione più economica”. Anche igienica, come no. E poi bisognerà trovare i soldi per eliminare le zecche,e ripulire gli escrementi. Il nuovo è contagioso, un’epidemia.

Il sogno di Scalfari

Diderot-Scalfari, accoppiata da sogno. Senza ironia, Scalfari culmina una vita operosa con la riflessione sulle questioni ultime. Da vetero-neo illuminista – anche se l’illuminismo esercita come sempre in modo selettivo.
La pietra sente? Galateria dice il “Sogno di D’Alembert” “il capolavoro della letteratura materialista”. Nel senso della lettura, probabilmente. Anche se c’è troppo e si va di fretta, come alla spesa al supermercato: fisica, fisiologia, etica, tutti i temi e i problemi sono affrontati e asseverati in chiave materialistica dai tre personaggi della pièce, D’Alembert, Julie de l’Espinasse, e soprattutto Bordeu, clinico illustre – che però viene da Montpellier, anche lui, come Rabelais... Fino all’onanismo e all’omosessualità, multigender. Ma l’argomentazione è semplice, troppo, benché lunga.
Scalfari la raddrizza, limitandosi a richiamare il “mistero” della mente. Il suo titolo riprende da una prova di Dio, o della creazione, poetica di Fontenelle, “Conversazioni sulla pluralità dei mondi”, cui lo stesso “Sogno di D’Alembert” accenna: delle rose la cui memoria non va oltre il giardiniere, e il giardiniere si dicono unico - “abbiamo sempre visto lo stesso giardiniere”. A Diderot deve molto, in particolare la formazione dell’Io, dei tanti Io, con cui ha avviato nel 1994, in contemporanea con questo “Sogno”, la sua riflessione filosofica, “Incontro con Io”.Ma qui si contiene, a un quarto del falso D’Alembert-L’Espinasse: un esito gradevole, di brio e concisione. E un calco apprezzabile di Diderot. Ma quasi un pastiche - da non escludere, considerandone l’indefettibile ironia (lo spiritaccio calabrese della “zannella”?): sembra una caricatura. Nel linguaggio e nella conclusione – il creato come una “monarchia costituzionale”.
Sul tema scalfariano, peraltro, lo stesso Diderot aveva già provveduto, nell’articolo “Enciclopedia” della sua Enciclopedia, che Daria Galateria riprende in fine: “Una considerazione soprattutto non bisogna perdere di vista: se si bandisce dalla faccia della terra l’uomo o l’essere pensante e contemplante, lo spettacolo patetico e sublime della natura diventa una scena triste e muta”. Questi illuministi amano scuotere le verità, anche le loro.
È la riedizione della compilazione promossa da Elvira Sellerio per la sua casa editrice nel 1994 - che viene ripubblicata, in contemporanea con Repubblica-L'Espresso. Con il “Dialogo tra D’Alembert e Diderot”, anch’esso scritto interamente da Diderot. E un ampio saggio di Daria Galateria che è la parte più godibile della compilazione e vale la lettura: l’illuminismo si illumina. A partire dal concepimento del “Sogno”, “nel cuore dell’afosa estate del 1769”.
È curioso che Diderot abbia sentito il bisogno di “dialogare” con D’Alembert, da cui si era estraniato da anni e che non  stimava. E con la di lui ninfa egeria, la matura e brutta de L’Espinasse, benché apprezzata per il suo salotto da tutta la Parigi intellettuale. Per di più insolentendo entrambi. Galateria una ragione ce l’ha: “D’Alembert era per divertirsi”. L’enunciato eversivo – ma poi così tanto? – era “più piccante in bocca al prudente D’Alembert”.
Molto Diderot si perdonava e gli viene perdonato, il consulente a stipendio della zarina di Russia. Era ottimo scrittore, quasi quanto Voltaire. Ma filosofo? 
Diderot-Scalfari, Il sogno di D’Alembert-Il sogno di una rosa, La biblioteca di Repubblica-L’Espresso, pp. 159 € 10
Sellerio, pp. 181 € 10

giovedì 24 maggio 2018

Appalti, fisco, abusi (119)


Tim-Telecom ha di fatto abolito il numero disservizio, il 187. L’unica società di servizi (public utility) che se ne priva. Gli abbonati dirottando verso il sito – che è quando dire escludere i quattro quinti degli abbonati da ogni informazione. Una società di pubblico disservizio.

La stessa Tim-Telecom è l’unica società di servizi ad utilizzare ancora gli importuni call center che assediano l’utenza per la promozione. Con offerte peraltro facilmente identificabili per fasulle.

Si legge molto della lotta in corso per il controlo di Tim-Telecom. Per il controllo dela rete, su cui la società prospera, avendo raddoppiato due anni fa, semplicemente, il canone.
Il gruppo telefonico ex pubblico Grillo poteva dichiarare tecnicamente fallito all’avvio del suo blog e al’assemblea societaria del 16 aprile 2007.

Il 730 approntato e propagandato dall’Agenzia delle Entrtate è sempre singolarmente carente sulle spese farmaceutiche, che pure dovrebbero essere certificate in automatico dallo scontrino parlante, col tesserino fiscale-sanitario. Nonché sui rimborsi da assicurazione obbligatoria, che invece, al controllo diretto, li certifica con chiarezza e semplicità.

Il 730 onlne del Fisco ha una procedura talmente complessa per le modifiche che perfino il fiscalista professionale trova più comodo non avvalersene. Il 730 precompilato è una trovata pubblicitaria? Ma quanto costa non si può sapere.

“Un appalto pubblico, un cantiere pubblico, dura 25 anni. Ridurlo di qualche anno non dovrebbe essere difficile”. È considerazione dell’allora capo del governo Craxi trent’anni fa. Oggi la durata media non è inferiore, ma non se ne occupa nessuno.

Il Grande Romanzo Americano senza l’America

Il “grande romanzo americano”, dell’America del secondo Novecento, lo è. Ma solo nella denuncia della violenza. Nazionale, politica, sociale. E individuale: se non di chi va a scuola a uccidere i compagni per nessun motivo, quella di chi spara e uccide fuori scuola dicendosi paladino dell’anti-sistema - il sistema della violenza… In questo è anche un atto di coraggio – nessun autore europeo, tedesco, italiano, francese, ha osato sputtanare così bene il terrorismo degli anni 1960-1970, confuso o stupido quando non è corrotto, scorciatoia per non lavorare.
Ma l’America non c’è, non essendoci un contesto più ampio, una prospettiva. Un contesto, del più grande mondo che l’America controlla: il comunismo, le multinazionali, le guerre, una costante di questa America. O un  controcanto o una controluce, come si sarebbe potuta indirizzare meglio. Il terrorismo nasce contro la guerra al Vietnam, ma la guerra non cè.
Ce ne sarebbe bisogno, la guerra perduta è un bel plot, ma non  è stato scritto e non si scrive. La “Pastorale” non è “Guerra e pace”, è lennesimo storione familiare. Allargato agli americani non ebrei in pochi particolari, non edificanti: lo snobismo, il settarismo, loltraggio - la moglie, irlandese cattolica, che si fa ingroppare al lavello di cucina dall’architetto wasp.
Seymour Levoy “lo Svedese” , ottimo sportivo, grande lavoratore e buon padre, è troppo solo e quasi fuori quadro - un fissato, un folle. Forse “differente”, forse perché ebreo – c’è un problema ebraico a identificarsi con l’“America profonda”? Che pure è semplice. La narrazione è per questo parziale, limpeto politico si spegne. Si chiude con lo scandalo Watergate, con le rituali abominazioni. Uno scandalo che per molti aspetti rimane incomprensibile, se preso nel senso ancora corrente negli Usa, sbagliato, di un presidente al di sotto del suo ruolo, e non come rivalsa del “sistema” contro chi – Nixon, Kissinger – aveva saggiamente accettato la sconfitta, in Vietnam e sul dollaro.
Resta la storia, quasi grandiosa, dell’onest’uomo che il fato invidia e tradisce. Anche negli affetti. Una tragedia, benché non contenuta, nel New Jersey, periferia di New York. Ma al di là delle intenzioni, che lo relegano nel ruolo del Bravo Americano.
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi, pp. 425 € 14

mercoledì 23 maggio 2018

Il governo inutile

Vent’anni fa, giorno più giorno meno,  si annotava questo:
“Il governo ha un bilancio negativo (tasse, Sud, Sanità, trasporti, occupazione) ma l’opposizione non lo dice. È peggio dello stesso governo, una opposizione inutile –che ha una sola battaglia, al difesa di Berlusconi. Violenta, perfino assurda, è l’abolizione del sistema sanitario nazionale con le misure dette del redditometro o sanitometro: nessuno se ne è accorto.
“Su Roma e in qualche altra città si può ipotizzare un modello consociativo, su interessi (immobiliari?) equamente ripartiti fra destra e sinistra. Ma a livello nazionale c’è solo incapacità – incapacità perfino di spendere parole, che non costano nulla”.

L’Italia a credito

Ieri, vent’anni fa, il debito s’imponeva:
“Si fanno Boc, obbligazioni comunali, Napoli fa prestiti, Roma fa prestiti, si faranno magari i Boos, per le attività sportive, o i Boac, per le attività culturali (culinarie?), pronubi banche e finanziarie anglosassoni evidentemente disinteressate – non cattivi, mediatori che volentieri finanziano tutto accollandone le cartelle agli ignari sottoscrittori che fanno capo alla City e a Wall Street.
“La finanza estera – fare debiti all’estero – è meno controllata. Ma tutto ciò è noto. Fu fatto a più riprese con la Germania di Weimar, anch’essa in ristrettezze finanziarie. Non c’era comune o consorzio che non prendesse soldi a prestito a Londra o a New York per finanziare una piscina o un pezzo di autostrada – Adenauer, il cancelliere parsimonioso, allora sindaco di Colonia, più di tutti. Senza patrimonio e senza base economica: chi vivrà pagherà”.

L’attacco di Berlinguer all’Italia

Bassolino racconta di essere andato una volta a casa sua, di Berlinguer, e di averlo trovato con le Clark ai piedi, di cui si scusava: “Me le hanno regalate le mie figlie, le porto quando sono a casa”. L’uomo forse era semplice, come tutti, ma ricordarlo gelido ai forum di “la Repubblica” inveire contro tutta la sinistra politica che non fosse la sua è fatto difficile da obliterare.
Il titolo di Del Prete è forte, ma per un fatto grave: Berlinguer ha scompaginato la sinistra, il Pci compreso, e ha condannato la quinta, o quarta, potenza industriale, come dice Perry Anderson, della “New Left Review”, all’incapienza. Stiamo parlando del Grande Conunista che il Pci ha venerato e venera, quello che ne rimane, e del santino di “la Repubblica” e i bennati di quel giornale. Viviamo peraltro ancora in clima berlingueriano, malgrado il botto del 4 marzo, le ricordanze per la morte di Moro ne sono agghiacciante testimonianza, alla Rai e nei grandi giornali.
L’icona dei Pci, oggi tutti ex per causa sua e perfino grilini e leghisti, era un uomo fuori dei tempi, e anche della dimensione politica. Vessillifero da sinistra di quella antipolitica, da Mani Pulite a Grillo che è la carne della destra e ora avvilisce il Paese. Cosa evidente a tutti, eccetto che al Pci, “chiesa” facile da stregare, al niente che ne resta. Il compromesso con la Dc, imposto da Berlinguer quando il Partito era ancora forza egemone, lo ha presto slombato, a partire dalla primissima elezione politica, nel 1979. Si ricordano con mestizia, ma sarebbero materia aristofanesca, i miserandi ministeri monocolore di vecchietti e perditempo con cui Andreotti beffardo salutò il voto favorevole del Pci nei governi del compromesso, prima e dopo l’assassinio di Moro.
I tempi cambiano dopo il 4 marzo? È possibile – per questo verso auspicabile. Del Prete, giornalista di lungo corso a “la Repubblica”, seppure decentrato, è ora recensito sullo stesso giornale, immemore di aver portato il Pci alla dissoluzione, Scalfari è pur sempre un vecchio liberale, assecondando le follie di Berlinguer – dapprima, poi asservendolo al mercato: le riforme di Luigi Berlinguer all’Istruzione a favore dei privati, e le “lenzuolate” di Bersani a favore della grande distribuzione ancora bruciano e fanno vittime. È un miracolo: Del Prete non si nasconde. Berlinguer infine emerge per i gravi danni che ha fatto. Agli assetti politici. A quelli giudiziari. E anche, ci sarebbe volute più insistenza, a quelli economici.
A questi soprattutto. Con un veterosindacalismo che ha lasciato due, ora tre, generazioni scoperte di ogni tutela in un mercato incontrollabile. Dall’occupazione della Fiat che voleva a fine 1980 (l’occupazione della Fiat….) alla marcia dei 40 mila nella stess Torino, per protesta contro il suo avventurismo. Ma non è il solo aspetto di Berlinguer che va esaminato, quell’oltranzismo mascherava una incapacità politica totale. Ci sarà da lavorare, or ache la diga del silenzio è rotta.
Del Prete ha comunque il merito di avere aperto la strada. Con giudizi precisi su fatti accertati. Quelli politici: l’ambiguità del rapporto con Mosca, l’abbraccio con la Democarzia Cristiana senza condizioni più, una resa: “La sua ostinazione a non passare il Rubicone facendo diventare il Pci un partito di governo in Occidente fece pagare un prezzo molto salato al Pci, e più in generale al popolo italiano, rinviando all'89, quando oramai era diventato inevitabile, quello che poteva essere fatto almeno dieci anni prima".
Ma anche questo va rivisto. Un “patto di conservazione” lo dice Del Prete. Ma che nasce dalla faziosità. Fino al livore e all’odio, contro tutto ciò che era radicale, socialistia, repubblicano, liberale, o si esprimeva attraverso i partiti di questo orientamento. Oggetti di una guerra di sterminio. Grazie alla capacità di mobilitazione dei grandi media che il suo Pci controllava, “Corriere della sera” e “la Repubblica”, e delle Procure della Repubblica.
La sinistra sarebbe stata un’altra senza Berlinguer? Cioè viva, e vincente? Certamente sì, era maggioritaria quando lui la sconquassò. L’Italia sarebbe stato un paese migliore, più ricco e più democratico? Certamente non sarebbe stato il paese del populismo, dell’emigrazione (si parla di immigrati, ma molti emigrano), della disoccupazione, e del lavoro precario a paghe da fame, impossibilitato peprfino a fare figli. Che colpa ne ha Berlinguer? L’italia sarebbe stata un’altra senza di lui. Senza la “diversità” comunista. Che non era niente, tolti i legami con Mosca.

Antonio Del Prete, L’inganno di Berlinguer, Pendragon, pp. 237 € 16


martedì 22 maggio 2018

La Repubblica Felice

“Alla fine degli studi era proibito cercar lavoro presentando un curriculum in quanto chi si loda si sbroda. Si incoraggiava la disoccupazione o il sottoimpiego (impara l’arte e mettila da parte)”.
La cuccagna era già opera di U. Eco dieci anni fa, in una Repubblica Felice che sembra una premonizione. In forma di “Utoppia”, con le due p, di una “Insula Perdita”, da lui ritrovata non dice dove. Basata sul “Principio Utopico Fondamentale” che il popolo ha sempre ragione – qui ancora nelle forme proverbiali.
Una Repubblica esilarante, prima che si avverasse. C’è anche il papa en travesti: “Era difficile riconoscere i sacerdoti perché l’abito non fa il monaco e questi uomini di Dio viaggiavano sempre sotto mentite spoglie”. In festa continua: “Si lavorava pochissimo, perché a ogni santo la sua festa, e pertanto esistevano 365 giorni giorni festivi all’anno”.
Non finirà bene: “Dopo pochi mesi dallo stabilimento di questa Repubblica Felice, ci si era resi accorti di come il Principio Utopico rendesse difficile la vita quotidiana”. In crisi l’agricoltura - “quando la pera è matura cade da sola”. E la falegnameria - “convinti che chiodo scaccia chiodo, si martellava senza costrutto”. Difficile la circolazione stradale, “assunto che chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non quel che trova”. In conclusione, dopo pochi giorni: “Il Legislatore, pensava che da cosa nascesse cosa, ma dal frutto si conosce l’albero e tutti i nodi vengono al pettine”.
La fine è malinconica, quanto l’avvio è stato trionfale: la Repubblica Felice del senno popolare è presto estinta, col “senno di poi” – “Averlo saputo prima che ogni legno ha il suo tarlo e ogni medaglia il suo rovescio”.
La profezia di Eco è una “recensione spuria” pubblicata in “Almanacco del bibliofilo”, 2007, sotto il titolo “Paese che va usanza che trovi” – ora in “Costruire il nemico”.

Problemi di base regali - 420

spock

È Meghan più nera o più bianca?

È più attrice o più innamorata?

Il brutto anatroccolo è Meghan o Harry?

Meglio nera che operaia, fa più fico?

Ma addomesticata, con cappellino, predicatore e gospel?

Le  dame nere indossavano i cappellini della Regina, ma la Regina non cantava il gospel: è un incontro di culture?

Uno su due ha seguito in tv il matrimonio di Meghan, come uno su due ha votato Di Maio o Savini: c’è rapporto?

spock@antiit.eu

D’Annunzio per dannunziani

Una cosa Boulenger dice che oggi sembra nuova: “Ho sempre sussultato ascoltando Gabriele d'Annunzio parlare dell’Italia. Non è solo figlio ma anche amante del suo paese; e una bruciante e concentrata tenerezza sprizza da tutti i suoi pori”. Per il resto niente di che: noterelle di un secolo fa, di nessun interesse, nemmeno di curiosità. Ma si vede che D’Annunzio tira.
Molta Venezia, dove Boulenger si reca a incontrare D’Annzio in guerra – ma al Lido. Molto di maniera. E poi nella preparazione di Fiume, con le inevitabili “poesia del cielo e della terra”, e “l’arte che si fa azione”, insieme con l‘ ardore religioso, linfa di gioventù”, e “uno straordinario creatore di energia e bellezza”. Roba del genere: “Nel pieno del XX secolo, avevamo avuto la possibilità di vivere in una sorta di città santa delirante per la parola del suo profeta. Assistevamo a un’esaltazione mai vista, una vera frenesia patriottica di un intero popolo, cui ogni giorno il suo capo offriva il conforto dell’anima, l’aiuto morale, il viatico, si potrebbe quasi dire la comunione, in discorsi sempre nuovi, pronunciati in piazza o sul campo di addestramento, su una scalinata di un edificio o sul balcone del Palazzo”.
Dopo Venezia e Fiume Boulenger, che la Treccani dice “uomo sportivo, uno dei primi a introdurre lo sport in letteratura”, si fece un Ardito del Vate per il resto dei suoi anni. A Gardone D’Annuzio si fa trovare profumiere. E al francese che se ne stupisce spiega che disegna anche stoffe e vestiti: “Come si può parlare di frivolezza quando si tratta di ingentilire la vita?” D’Annunzio non era scienziato, e questo solo gli mancò. Per il genio universale.
La riedizione è a cura di Alex Pietrantoni, con una introduzione di Giordano Bruno Guerri.
Marcel Boulenger, Chez D’Annunzio, Odoya, pp. 150, ill. € 14

lunedì 21 maggio 2018

Il mondo com'è (342)

astolfo

Arabia Saudita – È - e resta malgrado le riforme - al centro dell’irredentismo o nazionalismo islamico. Non solo perché lo ha finanziato e finanzia. Ma per la sua stessa conformazione tribale, che ne configura l’isolamento e l’ostilità. L’islam in Arabia Saudita, che ne è il Luogo Santo per eccellenza, dà forte il senso di essere imploso, chiuso, irrancidito. Altrove è garbato, talvolta lezioso, sempre modesto. In Arabia Saudita, dove è stata fino a recente l’unica ragione di vita, prima del boom petrolifero, sembra acuirsi una sua intima schizofrenia. Che viene detta complesso d’inferiorità, con tutta l’acredine che questo comporta, nei confronti dell’Occidente dominatore, ritenuto solo più fortunato, ma la cui natura sembra diversa: è il rifiuto del mondo e insieme il desiderio di cavalcarlo, più accentuati entrambi che nel cristianesimo - l’Occidente, da cui gli arabi hanno ripreso tutto quello che non avevano o avevano perduto, la poesia e una qualche gioia di vivere, il sogno, la magia, il delirio, la filosofia, è semmai loro parte integrante.
Succede alle società tribali all’ora delle nazioni. Tanto più quando si erigono a difesa della tradizione, mentre solo coltivano l’esclusione, dell’infedele come di ogni altra tribù. Con cattiveria, con ferocia anche, il confine ravvicinato rende l’insicurezza permanente.

Bermuda, conferenza delle – Poco nota conferenza anglo-americana del 1943, che sancì una sorta di non intervento nelle politiche tedesche di sterminio. Fu ufficialmente una Conferenza sui Rifugiati. Organizzata dal Foreign Office britannico, sulla base di una proposta avanzata il 20 gennaio, a partire dal 19 aprile, con l’intento di coinvolgere gli Stati Uniti sul problema dei profughi dalla Germania e dai paesi occupati. I lavori si prolungarono fino al 30 aprile, chiudendosi con un nulla di fatto. Fu una conferenza governativa bilaterale, cui gli Usa parteciparono con una delegazione capeggiata dal presidente di Princeton, Harold Doss, e la Gran Bretagna con un sottosegretario agli Esteri, Richard Law. Le organizzazioni sioniste presentarono documenti e richieste. Ma furono ignorate. In realtà Stati Uniti e Gran Bretagna alla conferenza solo si occuparono di collaudare gli scambi di informazioni sulle proprie politiche e sui rispettivi rifugiati politici.

Lev Gumilëv – Figlio di Anna Achmatova, finì presto in Siberia, nel 1946. Vittima della relazione che la madre poco meno che sessantenne aveva allacciato a Mosca con Isaiah Berlin, tornato nella Mosca che aveva lasciato da ragazzo come giovane (trentacinquenne) diplomatico inglese, in realtà come spia -  le frequentazioni di Berlin inguaiarono anche Pasternak e Sacharov (ai vent’anni Achmatova, a Parigi in viaggio di nozze con Nikolaj Gumilëv, poeta, gli aveva preferito per più di una notte Modigliani, pittore fantasioso e latino). In realtà Gumilëv era già stato confinato, per via del padre e della madre – in totale si fece quattordici anni di Siberia. Ma ritornato a Mosca da quest’ultimo confino sarebbe diventato un teorico del nazionalismo russo, oggi caro a Putin. Nei suoi due aspetti, dell’Eurasia, e della Russia come polo d’attrazione etno-geografico.
Sui due temi Gumilëv aveva vedute storico-culturali più che politiche. Specie sull’Eurasia, che configurava come una funzione attiva, per dare senso storico a latitudini semidesertiche, ritenute senza storia. Sull’etnicità, di cui è il teorico, finiva invece per confluire nel nazionalismo panrusso. L’etnogenesi distingueva in ethnoi bene individuati, gruppi etnici distinti, e in suerethnoi, formazioni che superano le differenze etniche per comunanza di linguaggi, passionalità, e carisma. Del carisma elaborò una delle prime definizioni, come identificazione in un capo. Come moto dal basso verso l’alto, più che imposto dall’alto. Il carisma legandosi alla passionalità, la forma attiva di esercizio del carisma stesso, la costituzione di un superethnos si fa attorno a un capo.

Olocausto – A lungo non fu parte della guerra – e dopo la guerra della storia. L’obbrobrio del nemico è parte della guerra, e a un certo punto la resa incondizionata e la colpa collettiva emersero. Non lo sterminio, che pure si sapeva, non c’era bisogno d’inventarlo o simularlo. Jan Karski lo denunciò subito: il 10-12 agosto del ’42. Witold Pilecki, un ufficiale polacco della Resistenza, ne diede testimonianza scritta, e Karski fuoriuscito diligente ne fece parte ai capi religiosi e politici in Occidente. Il governo polacco in esilio già ne aveva dato prove. La resistenza polacca lo documentò nuovamente a ottobre del ’42. Le Nazioni Unite lo dettagliarono a dicembre. Il “New York Times” ne aveva riferito il 30 giugno e il 2 luglio. Nell’autunno del ‘42 c’erano state le prime condanne dei persecutori. L’eccidio degli ebrei fu insomma un segreto alla Poe, bene in vista.
Nelly Sachs sapeva nell’esilio a Stoccolma, nel ‘43, quando scrisse “il tuo corpo è fumo nell’aria”, l’epicedio per il “fidanzato morto”, il giovane che mai la amò. Malaparte, ospite gradito a Varsavia del “Re tedesco di Polonia” Hans Frank, lo diceva e lo scrisse nel ‘43, degli ebrei morti in massa, nel ghetto e fuori, per fame, impiccagione, mitra, dei vagoni piombati, delle ragazze ristrette nei postriboli. A fine ‘43 circolava in Svizzera un “Manuale del maggiore polacco”: uno studente di medicina, Jerzy Tabeau, evaso da Auschwitz, che vi stimava in mezzo milione gli ebrei già eliminati nei lager. Ma la consegna era del silenzio: i russi, che liberano Auschwitz a gennaio del ’45, ne parlano a maggio, senza menzionare gli ebrei.
Il disprezzo dell’ebreo era in Germania un fatto, prima di Hitler. Le bor-ghesie degli affari e dell’intelligenza erano in Germania antisemite. Non neutre, erano ostili: gli ebrei avevano il torto d’imitarle, invece di starse-ne tra gli stracci nel ghetto. E le masse: “Sì, parla bene, l’ebreo!”, dicevano gli operai nel ‘19 e gli altri compagni proletari di Werner Scholem, che era il loro candidato al Bundestag. Lo stesso Heidegger, i critici gli fanno torto: non è un democratico, ma pochi tedeschi lo sono – si pensi al socialismo tedesco. È colpevole nella misura in cui tutti i tedeschi sape-vano e dicono di non aver saputo. Il “Deutschland erwache!”, “Germania sveglia!” di Dietrich Eckhart, l’“amico paterno” del Mein Kampf, appuntato sui labari nazisti, era seguito da “Jude verrecke!”, crepi l’ebreo.

Wewelsburg – Fra le tante ricostruzioni più o meno veritiere degli influssi misterici sul nazismo, il castello di Wewelsburg rappresenta un dato sicuro, avendone dato conto in più punti Himmler nei cosiddetti “Diari” - specie alle pp. 188-89 dell’edizione italiana. Così come sonoc erte le propensioni misterico-mitiche dello stesso Himmler, uno dei maggiori collaboratori di Hitler, e a un certo punto quello con più poteri, di maggiore fiducia.
A Wewelsburg presso Paderborn, l’accampamento di Carlo Magno, Himmler teneva riunioni esoteriche. Jünger vi ha partecipato: inviarono Ernst Schäffer a cercare il Graal a Montségur, vicino Lourdes, e dal Dalai Lama.

astolfo@antiit.eu

Quel Proust è Debenedetti

“Un altro” nel senso di ancora uno, l’ennesimo. Ma il volumetto si segnala per l’introduzione di Eleonora Marangoni, l’autrice di “Proust. I colori del tempo”. Che finalmente fa uscire Debenedetti dall’indistinzione professorale. Con i ricordi familiari, di Water Pedula, di Moravia e di altri. Debenedetti figura scopritore di Proust in Italia, nel 1925. È inesatto: Corrado Alvaro lo aveva preceduto, traducendolo, e Lucio d’Ambra scrivendone. Ma è sicuramente il sistematore critico della “Recherche”, su cui non cessò di riflettere e di scrivere. Fino al lungo e denso “Rileggere Proust”, del 1946, pubblicato postumo in una raccolta di saggi proustiani con questo titolo. Marangoni e Sellerio ripescano qui la “Radiorecita su «Jean Santeuil», il primo incompiuto tentativo di romanzo di Proust, di cui si è appena pubblicata una nuova traduzione. Trasmessa dal Terzo Programma Rai l’1 ottobre 1952, stampata da Macchia col titolo “Radiorecita su Marcel Proust”.  Articolata per tre voci, una donna, il pubblico e un critico.
Debenedetti stesso era perplesso, presentando la pubblicazione, sull’opportunità di stampare un radiodramma – dove “le parole volano”. Ma, curiosamente, la pièce funziona come rappresentazione della critica, del mestiere di critico, più che di Proust: come si formano i giudizi. Del “Santeuil” si parla pochissimo, giusto per dire che Proust coltivava “il” romanzo da giovane.  
Giacomo Debenedetti, Un altro Proust, Sellerio, pp. 122 € 10

domenica 20 maggio 2018

Secondi pensieri - 346

zeulig

Civiltà – Si interpreta –propone come resa, all’insegna del compromesso. E della superiorità morale: la superiorità consistendo nell’accettare le condizioni esterne, i “diritti degli altri”. Sotto l’insegna del rifiuto dell’etnocentrismo. Luogo di mite rassegnazione e generosa disponibilità. E  del dialogo, in forma di confronto ma più di meticciato, di mescolanza.  Dopo una lunga storia in cui è stata conquista e resistenza.
Il rifiuto dell’etnocentrismo, la pretesa al suo rifiuto, è esso stesso etnocentrico – non condiviso,  non nei grandi numeri e non fuori dell’opportunismo. Ma in forma mediata, attraverso una cattiva conoscenza o memoria. Della storia e dei fini ultimi, a partire dalla sopravvivenza. Pretestuoso peraltro nella forma del non-scontro di civiltà. Con l’Occidente che si pretende fronte e luogo di pace, e quasi di non-violenza. E lo stesso l’islam.

Fake news – È di oggi ma viene da lontano: il Novecento è stato il secolo della falsificazione. Della storia, delle idee. Fino alla “falsificazione della falsificazione”. Per il fine che giustifica i mezzi – per l’ideale. Che però non si dice – il cinismo si imputa a Machiavelli, e questo basta. Ora siamo alla falsificazione esibita, e quasi propagandata. 
Si prenda la contesa con l’islam, di cui è il turno ora, nella contesa millenaria, di invadere l’Europa. L’islam – falso su falso – contesta come “cristiani” e anzi “crociati” europei che per lo più sono laici e atei.

Intellettuale – Categoria e persona da “chi l’ha visto”, sparita all’improvviso dacché era dominante, e in cattedra. È forse una chimera – l’intellettuale della “Repubblica” di Platone, il buon governante, per la forza delle idee-ideali. Ma non è mai stata attiva in democrazia. Nell’ambito delle politiche culturali sovietiche sì, del Comintern e del Cominform - per l’abilità anche propagandistica di Willi Münzenberg, che li organizzava.
È categoria più in auge in regimi politici monocratici, o oligopolistici. È categoria tipicamente, anche quando è critica, ancillare al potere.
Idealizzata nell’egemonia di Gramsci, è figura che invece conclude direttamente al populismo. A quello odierno, democratico (elettorale) e non fascistoide (squadracce): porta fatalmente al disincanto. E più quando si esercita liberamente, come funzione critica – ma nel caso italiano per volontà settaria di distruzione, di pregiudizio: si veda il coronamento di Rodotà come nume santo di Grillo.

È più spesso, anzi prevalentemente, esecutore – il “lacchè” del Cominform – e vittima. Della propaganda. Si vuole l’intellettualità – l’egemonia intellettuale – antagonista al populismo, in tutte le sue forme, anche quelle addomesticate del voto elettorale, e invece ne è la precondizione: la critica senza soluzione è eversiva. L’“egemonia” gramsciana in Italia, che per lunghi anni si è esercitata dentro il partito Comunista, ha condotto alla disintegrazione di ogni forma politica, con la cosiddetta “questione morale” a carico dei partiti (il Pci escluso….), e la riduzione della politica e delle istituzioni a “casta”, senza equilibrio critico. Salvo sposare acriticamente ogni ideologia vincente, da ultimo il liberismo.

Maturità – È l’afflizione a un certo punto di Jünger: “Ho trenta anni, ho fatto l’università, e non ho sostenuto la maturità”. Proprio così.  Non: “Sono stato bocciato”. Ma: “Non ho sostenuto”. E non licenza liceale ma maturità.
È un sogno “legato alla morte”, dice Jünger: “È il sogno delle vergini stolte, del cattivo pater familias, dell’uomo che ha sotterrato il suo talento”.
È sogno ricorrente, diffuso, cercare l’introvabile diploma di maturità, che una qualche autorità abbia richiesto, col dubbio serpeggiante che esso non esista, che l’esame non sia stato passato, anzi forse neppure dato, pur avendolo preparato, con impegno, che gli esiti successivi, l’università, la laurea eccetera, siano falsati in partenza, l’occupazione abusiva. Ma allora nel senso opposto a quello che gli dà Jünger: della maturità non raggiunta ma non per mancanza di applicazione, malgrado l’applicazione. Della maturità sfuggente, forse impossibile. L’inadeguatezza individuale di cui la psicoanalisi fa ora spreco si può dire della condizione umana.

Morte – È privativa, retrattile, nel suicidio, tanto più in quello assistito – anonimo, nascosto. È invece vocazione vitalista nell’ideologia “di destra”, o dell’esperienza, di qualsiasi esperienza. Che si fa – si  fatta quando c’era, nel Novecento - alfiera di morte, negli inni, nei nomi. Ma opera di vitalisti che se la spassa(va)no, inclusi Evola, il Tercio e Heidegger. La morte propugnando come sacrificio nobile o esperienza unica, tanto è inevitabile. Una medaglia, ma anche un corroborante.

Solo la morte è infaticabile, lo stesso istinto a procreare si stanca.

Padre – I padri nessuno se li fila. Tutto quello che fanno o dicono è dovuto e scontato, a meno che non sia da censurare. In epoca femminista e anche prima. Il loro posto è vuoto sulla sedia, anche quando ci poggiano il loro sedere. Sono una presenza dovuta, un fatto espediente. Ma poi i figli, e le figlie, sono come i padri li hanno fatti – naturali e non.

Riti – Si creano? Un Ritual Design Lab nella Silicon Valley, di designer “interattivi”, propone “rituali secolari”. Per organizzazioni o anche persone singole. Ha già un campionario, per le scelte  degli utenti. Ma lavora anche su commissione, in dialogo-…. con i clienti. Sono un linguaggio, sintetico. E anche istantaneo, dunque. Sono marchi.

Saggezza – Si dissolve nel momento in cui si condensa – è il meccanismo della “filosofia perenne” (a Heidegger non bastano 120 volumi di 500 pagine, più una dozzina di “Quadern neri”, e chissà quanta corrispondenza in arrivo, per definire un solo concetto).
L’indefinitezza è di tutti i concetti ideali, che sono mete retrograde – della felicità, della verità, del bene e del male. Ma nel caso della saggezza è soggetta a cornici contestuali. Che, nel mentre che la oggettivizzano – contornano, delimitano - in modo soddisfacente, la storicizzano, su presupposti variabili. Si vedano le raccolte di numerose saggezze di Schopenhauer, sull’amore, la f elicità etc., tratte dai “Supplementi” al “Mondo come volontà e rappresentazione” o ai “Parerga”, rispetto alla loro “fondazione” in Platone, in contesti non (immediatamente) storici. .

Storia – “Sterminio di oche”, Montale.

zeulig@antiit.eu

Non c’è Natale a Nazareth

Un film sommesso, sulla traccia del cinema iraniano. Nei dialoghi e le circostanze. Che sono una sola:  l’invito al matrimonio recapitato dal padre e dal fratello della sposa a parenti e amici. Un’occasione per incontrare tipologie umane e situazioni diverse,  seppure ordinarie. Recuperando linguaggi in via di sparizione, per anacoluti, sintesi, pause, silenzi. In una Nazareth in antifrasi col senso comune, cristiano, del luogo. Sono i giorni di Natale, ma polverosi e anonimi, se non per qualche Babbo Natale di pezza e un paio di alberelli di plastica dimenticati in salottino. In una città che è l’esatto opposto della memoria evangelica: palazzoni, ingorghi, liti per il traffico, sporcizia. Uno spettacolo di rassegnazione. Tra interlocutori quasi tutti in età.
Una prova di bravura: un film sul niente pieno di suggestioni. Compresa, sotto la rassegnazione, e per quanto stinta, una forte resistenza. Non detta ma incolmabile: non c’è amalgama con l’occupante. Che culmina nel dialogo finale tra il padre e il figlio: il padre lavora sotto l’occupazione, il figlio la rifiuta, ma il padre è rimasto a Nazareth, il figlio ha studiato e lavora in Italia. “I giovani vanno via”, è la constatazione del padre, e questo, intende, risolverà la questione. Il film, premiato dappertutto in Europa, in Italia a Roma e Firenze, è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero, ma non è stato ammesso in concorso.
È il terzo film in dieci anni della quarantenne regista palestinese – anche i precedenti hanno avuto lo stesso percorso agli Oscar. Tutt’e tre ambientati nei luoghi di origine, con lo stesso tema: il ritorno di una persona espatriata per studio, che non si trova  a suo agio sotto l’occupazione, e tuttavia non si vede estraneo – non trova tanto sconforto quanto voglia di essere. Un’esperienza che Jacir personalmente ha vissuto dopo gli studi in Europa e negli Usa, salvo essere espulsa dal governo israeliano dopo il primo film - e poi riammessa. Tutt’e tre innestati su aneddoti autobiografici. Wajid, dovere, l’usanza tra gli arabi cristiani che il matrimonio della figlia sia annunciato a parenti e amici personalmente dal padre e dal fratello maggiore, è stata vissuta dalla regista per il suo matrimonio: cinque giorni di partecipazioni, tra decine di caffé e liquorini - a cui lei però ha preteso di partecipare.
Annemarie Jacir, Wajib – Invito al matrimonio