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sabato 17 novembre 2012

I sogni dopo l’acciaio

L’acciaio non viene bene al cinema. L’altro film omonimo troncò a Pirandello la carriera di sceneggiatore, e a Soldati per anni, suo sostituto, e al regista tedesco Ruttmann. Ruttmann si rifece con la moglie di Erich M. Remarque (un capitolo a parte di quel primo “Acciaio” è la moglie di Remarque, Jutta Zambona, che dopo avergli rivisto “Niente di nuovo sul fronte occidentale” e scritto l’ultimo capitolo, lo lasciò per il muscoloso Ruttmann, il regista, che intanto collaborava con Leni Riefenstahl nel capolavoro che non si può vedere, “Trionfo della volontà” – Remarque si consolò al Lido di Venezia con Marlene Dietrich, e dopo la guerra con Paulette Goddard).
Mordini se ne tiene lontano, sulla traccia del  romanzo premiato di Silvia Avallone, raccontando una storia di speranze e di amori – di lei per lui, di lei per lei eccetera. Guardando l’Elba, l’isola di fronte, l’ultima estate di sogni di due ragazze. In una Piombino deserta,  dopo la stagione (il sogno?) industriale. Invece delle fiamme e il fumo dell’acciaieria, una città metafisica.
Stefano Mordini, Acciaio

Giustizia all’Aja contro la Serbia

Assolti i croati, con giubilo di Zagabria, il tribunale dell’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia si rivela per quello che era, il proseguimento della guerra dell’Occidente contro la Serbia. Per nessun altro delitto, rispetto agli altri protagonisti della mattanza, che il sospetto di vicinanza, religiosa e politica, con la Russia. Con un tribunale americano a tutti gli effetti dietro i giudici “ballerini di prima fila”, la svizzera Da Ponte, gli italiani Antonio Cassese e Fausto Pocar.
Prima dei generali croati Gotovina e Markac, erano stati assolti il bosniaco Izetbegovic e il kosovaro Haradinaj. I morti sono di tutti i fronti, i condannati solo serbi. Insieme con gli espulsi, sfollati o deportati, anch’essi tutti serbi, circa un milione. 

venerdì 16 novembre 2012

Il debito è europeo, il rating speculativo

I giudici di Andria che rinviano a giudizio le agenzie di rating fanno vecchia provincia. Ma è vero che il rating è strumento e arma della speculazione. È un criterio di valutazione della buona gestione dei patrimoni, societari, bancari, nazionali. È quindi uno strumento necessario e utile. Ma serve da bussola alla speculazione. Per il fatto stesso che è oggetto di indiscrezione e pubblicizzazione, e anzi di aspettativa. E perché è arbitrario.
Il Giappone ha un debito pari al 220 per cento del pil, contro il 120 per cento circa dell’Italia. Ma ha un rating migliore di quello italiano. E nell’ultimo decennio lo ha avuto anche molto migliore, di due e tre gradini. Né si può dire la differenza giustificata dall’economia: nell’ultimo decennio il Giappone ha subito tre recessioni, e da quasi un anno è nella quarta. Il rating migliore del Giappone si spiega solo con la potenza delle sue multinazionali. Che sono anche committenti delle agenzie di rating. Mentre la debolezza dell’Italia è stata accentuata nel momento in cui si è individuata una faglia nell’euro.
Dieci anni fa, all’avvio dell’euro e ancora dopo, a rapporto debito-pil non migliore di quello di oggi, lo spread del Bot sul Bund era di 30-40 punti base (0,3-0,4 per cento), fisiologico. Quando le incertezze del secondo governo Merkel nella crisi successiva ai sub prime, e le imprudenze della Bundesbank, hanno aperto la faglia nell’euro, le agenzie di rating sono intervenute selettivamente. Hanno messo nel mirino un debito nazionale piuttosto che un altro a condizioni analoghe di rischiosità. Non hanno toccato la Francia o il Belgio, dove grandi banche sono fallite e grandi corporations sono sovvenzionate, e hanno attaccato l’Italia, dove le banche sono le più solide. Inoltre, hanno attaccato con la strategia degli Orazi e Curiazi. Non subito, e non collettivamente, il debito europeo. Che sarebbe stata l’unica cosa da fare: il debito euro è europeo, checché si dica della debolezza dell’unione monetaria, ancorché addebitato a questo o quel paese - come si fa a dare il massimo dell’affidabilità al debito tedesco se solo fallisse la Grecia? Un errore è stato fatto alla creazione delleuro
http://www.antiit.com/2009/03/consolidare-il-debito.html
e ora non c’è altra soluzione al debito se non europea.
Le agenzie di rating hanno attaccato, a scadenza arbitraria, questo o quel paese che poteva essere rappresentato più debole. La Grecia per le note ragioni. Poi l’Italia, che non presenta nessun rischio, ma dove l’opinione pubblica è settaria e prezzolabile. Per ultimo la Spagna di cui tutti sapevano da sempre che il boom era fittizio e di giro. E ora, l’“Economist” ne è l’araldo, puntano la Francia.
È come se le agenzie di rating facessero il “lavoro sporco”, puntando l’Italia, o la Francia,  per puntare l’euro. Il downgrading preventivo dell’Italia, in rapporto all’upgrading costante del
Giappone, è più un’apertura della faglia alla speculazione sull’euro che un giudizio cautelativo.
La agenzie di rating non hanno d’altra parte alcuna funzione istituzionale o d’interesse pubblico. Lavorano per gli interessi proprietari – le agenzie di rating sono private. E degli stessi soggetti analizzati, attraverso forme di cointeressenza, più o meno dichiarate: le agenzie di rating prosperano con le commissioni, e sono le aziende, le banche, i gruppi finanziari a commissionare le analisi. 

Il menu è un necrologio

È l’ultima plaquette, rimasta incompiuta, forse in omaggio al titolo, della poetessa “licenziata dalla vita”. Una raccolta di tredici componimenti, corredata affettuosamente dagli editori delle poesie “ultime”, non compiute e\o non trascritte. Di gratificante lettura, per affezionati e non. Cambia il traduttore, che è ora Silvano De Fanti, e non segue l’originale nelle rimette baciate, le assonanze affettuose, i ticchi di sonorità che si riconoscono, ma la grazia è immutata. Piccole scoperte: “Il menu è un necrologio”, anche dell’insalata. Insofferenze: “Ci sono cataloghi di cataloghi.\ Poesie sulle poesie \....\ Almeno una volta ogni tanto\ ci sia l’odio dell’odio.\ Perché alla fin fine\ c’è l’ignoranza dell’ignoranza”. Malinconie: sia pure la poesia, “nel migliore dei casi\... letta attentamente,\ commentata e ricordata”. Come le mappe, dove “in ogni seme nero\ la gente vive”, e “con indulgenza e buonumore\ sul tavolo dispiegano un mondo\ che non è di questo mondo”.
Wisława Szymborska, Basta così, Adelphi, pp. 85 € 10

Letture - 117

letterautore

Citazione – È tutto, ed è una trappola. Nell’Io claustromane di Thomas Bernhard: “Siamo chiusi in un mondo che cita continuamente tutto, rinchiusi in una citazione continua che è il mondo” (“Perturbamento”). O: “In fondo tutto ciò che viene detto è citato” (“Camminare”). E in “Correzione”: “Tutto il resto è correzione della correzione della correzione”. Siamo murati, come nella casa di correzione, un carcere.
Parliamo per citazioni, tutto ciò che diciamo è stato detto, infinite volte. O il miracolo è che si possa dire di nuovo, come se non fosse stato detto?
La citazione, anche quella che non c’è nell’originale, tiene caldo. È una forma di originalità: il filosofo cinese di Brecht, Ciuang-ze, scrisse un libro di centomila parole formato per nove decimi da citazioni. È un dialogo, diceva Thomas Mann, il modo di dialogare di chi riflette, con l’introduzione di personaggi e esperienze. E lo ripete nel  letteratissimo avvio del trattato impolitico, che Furio Jesi promuove a “spettacoloso romanzo”, quello dove azzarda che i tedeschi sono più russi che latini: è vero che con le citazioni si fanno errori. Possono anche essere false, sostiene Debord, se avulse dal contesto e dall’epoca. Ma, in quanto dialogo, introducono concetti sublimi, o autorevoli, o generali, che non usa dire in conversazione, per quanto eletta. E fanno risparmiare: perché dire con saccenteria quello che con spirito di novità è stato detto prima? Sono anche buone compagne, non soltanto nella solitudine. Ingeborg Bachmann dice che sono cose: le usa non perché belle o significative ma in quanto sono.

A volte la solitudine fa bene. È una forma di riposo, come il sonno. A condizione d’indirizzare i pensieri su grati percorsi. E questa è la funzione della lettura, della letteratura. Quand’anche sprofondata nell’inferno sconfinato, la buona letteratura ha effetto corroborante. Nel senso che produce idee. A lungo nei secoli se ne sono ricavati centoni, accumuli cioè di saggezza, e repertori, ghiommeri, frottole. A volte produce storia. Che il linguaggio è oggi lo stesso del fascismo, per esempio, locuzione per locuzione, il linguaggio di massa che il futurismo inventò quale segno dell’avvenire e il Duce fece suo, con la grafica squadrata, affermativa. Giusto perché non diceva nulla.
Buona filosofia se ne potrebbe ri-cavare, del genere del sorite, la storia del mucchio argomentata da Zenone, o da Eubulide, per cui, non essendoci salto tra il singolo e il molteplice, non c’è il vero e non c’è il falso. Qualcuno ne ha ricavato un “Libro degli amici”, facendone a sua volta letteratura. Senza elevarsi a tanto, chi avesse cominciato a raccogliere questi “amici” da ragazzo, nelle agendine di scuola, potrebbe dire i pensierini una consolazione. Non del genere sapienziale, chi se ne frega. Sono una rassicurazione. Eco talvolta indistinta, sintonia, consonanza, se non identificazione, con un personaggio o il suo autore. Una scoperta anche, molto sa di ritrovarsi. Tra amici solidi.

Confessione - Voltaire, che scrisse brevissime Memorie, in realtà un ritratto fuori ordinanza di Federico di Prussia, si vergognava “al ridicolo di scrivere di me stesso”.

O non è ogni narrazione di sé? In termini manageriali una strategia si direbbe un romanzo, la tattica un racconto. Ma le storie in realtà non hanno protagonista, il protagonista è una finzione. Perché ci vuole un protagonista in ogni narrazione? Per specchiare l’ego del narratore. La narrazione è per questo forma espressiva in voga, a dispetto di Quindici, Eco e il Gruppo 63 che decretavano la fine del romanzo: rispecchia l’epoca dell’ego diffuso. Senza arroganza, bisogna darsene uno. Il progetto, anche aziendale, è parola, il capitale è letteratura.

Genere - “Tutti i generi sono buoni”, assicura Dumas, “eccetto quelli noiosi”.

Lettura - La storia è tecnica, cioè progresso, diceva Sterne, ma scrivere non è che un sinonimo di chiacchierare. Con interlocutore muto? Il libro è illusione che si perpetua.

Leggere, operazione attiva e non passiva quale il viaggiare, si può solo da fermi.

“Giudicate la Riforma come volete”, irrideva Quinet, “resta che il protestantesimo ha bisogno che il popolo legga”. Questo è vero: la lettura non insegna, un libro raramente rende saggi, ma distende i nervi. La lettura è una dinamo, accumula nella quiete energia e potenziale.

Il libro – il racconto, la poesia - che si scrive da sé era l’ambizione di Ingeborg Bchmann, dall’inizio di “Malina”. Non nel senso della scrittura automatica. Non per una disoggettivizzazione ma per una radicalizzazione della soggettività. Mentre è vero che il libro si ricrea alla lettura – si legge da sé.

Misantropia – Non è più materia letteraria per essere condizione di vita? Dopo Freud, con tutto l’ardore che il dottore ci mise per essere il solo e unico interprete di se stesso – più di un messia. E della principessa Bonaparte tradusse in vecchiaia in tedesco, mentre lasciava Vienna a Hitler, il libello su Topsy, che era il chow-chow della signora defunto. Anch’egli amava il leonino cagnetto cinese, che anima trepido il palmo d’una mano, ne ebbe almeno due, e alla Bonaparte ne magnificò “la simpatia aliena da ogni ambivalenza, il senso di una vita semplice esente dai conflitti difficilmente accettabili con la civiltà, la bellezza di un’esistenza compiuta in sé”.
La misantropia c’è, dopo Freud, dominante e aliena. E tuttavia la sua è passione e non scienza, per la foia che si esalta nella pratica dominante, il tennis – la socievolezza come una partita di tennis.

Nudo – La “Venere dormiente” alla Gemäldegalerie di Dresda è il più bel nudo che si sappia, o inno alla carne, di splendore incorruttibile. Di Giorgione, il cui paesaggio è altrettanto necessario che la figura tizianesca: il posto giusto del corpo è nella natura e non al chiuso, senza i capricci dell’intelligenza, altrettanto vero che la “Lattaia” di Vermeer. Un paesaggio dove l’uomo si muove vivo, non gli spazi aperti del Correggio che saranno del barocco, senza prospettiva né punti di riferimento. Un esterno che è un interno, l’estensione di un interno, un significato, un linguaggio concluso. Correggio che, dice Berenson, “dipinse grazie muliebri quali non se ne sono viste, né avanti né dopo, nell’Europa cristiana”, e neanche negli Usa, ne avrebbe fissato la figura e il carattere in parallelo col gesuitismo pittorico. La “Venere dormiente” viene prima, a un’altra unità ambisce. Il pittore mori-va mentre Ignazio aveva le prime visioni. Sulle quali bisogna intendersi.
È vero che l’immagine del mondo fu fissata nel Cinquecento secondo i canoni del nudo e quelli religiosi, che i gesuiti congiunsero, che “sempre trassero profitto dalla umana fragilità e conciliarono sensualità e fede”. Questo ancora Berenson lo sapeva - ma già le cose cambiavano, il laicismo infettandosi di puritanesimo. Fino al Cinquecento Cristo si rappresentava nudo, mentre gli altri crocefissi, i ladroni per esempio, si dipingevano bardati. Nudo è il mistero dell’incarnazione, anche il Bambino Gesù è spesso nudo. E la Madonna: in Tirolo e Lombardia capita di vederla seminuda, dalla cintola in su. Secondo l’argomento agostiniano “piedi in terra, testa in cielo”, i piedi essendo sineddoche per genitali.

letterautore@antiit.eu

giovedì 15 novembre 2012

Ombre - 155

“Il dominio d’uno buono si dice Regno o Monarchia; d’uno malo si dice Tirannia; di più buoni si dice Aristocrazia; di più mali Oligarchia; di tutti buoni Polizia; di tutti mali Democrazia”. È un uno degli “Aforismi Politici” di Tommaso Campanella, in carcere, a fine 1601. Semplice.

Corvo, Izzo, elezioni, Anna Maria Cancellieri ci è o ci fa?

“Cinque sfidanti, un vincitore”: il partito Democratico. È commosso Curzio Maltese alla prima del Pd alle primarie, leggere per credere:
Ma è possibile che le lettrici di “Repubblica”, pur esaltandosi, siano maltesiane?

Tirano Monti per la giacca, che si candidi e faccia vincere il Centro. Per ignoranza o malafede, soprattutto dei giornalisti - Monti non è candidabile, e non può fare liste a suo nome, essendo senatore a vita.
Oppure per stupidità. Uno ha che messo tante “patrimonialine”, come signorilmente le chiama Monti, non prenderebbe un voto – forse nemmeno della Merkel, ammesso che la Germania possa votarlo.

Una maggioranza lombarda al Senato restaura il carcere per i giornalisti infedeli. Ci sarà anche qui la mano della ‘ndrangheta?

Sarebbe esilarante, se non fosse angosciante, la gimkana con cui Ambrosoli tenta di sganciarsi dall’abbraccio del partito Democratico.

Ha ragione Albertini o il giudice Robledo, che lo accusa, sui derivati sottoscritti dal Comune di Milano? Il giudice dice che Albertini appaltò alle banche il calcolo della convenienza dell’operazione - una perdita di 72 milioni, fino ad ora. Fu cioè complice di una truffa. L’ex sindaco dice che il calcolo era stato fatto dai suoi uffici. Che sono quelli che lo accusano, e ai quali il giudice crede. È comunque una storia di ordinaria amministrazione a Milano: fregare.

C’è una sensazione subalterna, più forte della principale, attorno ai derivati al Comune di Milano: che ha ragione Albertini e torto la Procura, un angiporto. Dire dell’ex sindaco, cittadino come tutti e manager di professione: “Non sa nemmeno che cos’è un’obbligazione”, è linguaggio postribolare.

La Procura e il Tribunale di Milano che danno ragione a due truffatori internazionali e torto ai Salesiani, nella vicenda dell’eredità Gerini, non si sa se sono più squallidi o malfattori. Non c’è limite al peggio. Sono però politicamente scorretti: Milano diventa meno ipocrita?

Nell’enciclopedia filosofica tascabile di Maurizio Ferraris per La biblioteca di Repubblica, alla voce “Libertà”, la prima uscita, non figura nessun liberale. Kant e Hume naturalmente, e una paginetta di Constant, accanto a Gide, Sartre, Vonnegut. E Pasolini. Non Tocqueville né Berlin. Nessun italiano: Mazzini, Cattaneo, Croce, Einaudi, Salvemini, Gobetti.

Raffaele Bonanni dubita che la ministra Fornero foglia azzerare i vertici degli enti previdenziali, per assicurare posti agli amici suoi (all’Inail) e del Pd (all’Inps) – il Pd è il partito del suo consigliori, Francesco Tomasone. Vero o falso? Vero. Perché i presidenti sono del partito (ex) di Bonanni, la Dc.

Più originale in traduzione

Il quotidiano come sorpresa. L’happy end obbligatorio, per Darwin e i più (“Consolazione”), le previsioni del tempo (“Il giorno dopo”), l’“Incidente stradale”, l’alfabeto che si anima (“ABC”), il tempo scaduto (“Il vecchio professore”). Dove l’eternità è “L’orribile sogno del poeta”. Per parlare della morte, che è la novità della plaquette – la penultima pubblicata in vita, nel 2005, dal premio Nobel 1996. Che non è un punto fermo, fa notare il traduttore, ma appunto due punti. Per l’ironia delicata, l’umorismo, la leggerezza. Una poesia civile “civile”.
Qui ancora più sorprendente è la traduzione di Pietro Marchesani - quanta Szymborska è Marchesani? “Moralità boschiva” difficilmente si postula in originale, semanticamente così densa.
Wisława Szymborska, Due punti

mercoledì 14 novembre 2012

Galileo era Mosè

Un libello sorprendentemente moderno. Per gli argomenti – gli undici contro Galileo, gli undici a favore – e più per lo stile terso. Secco, preciso, filante, in latino. Di enorme digerita cultura malgrado una vita da perseguitato, per metà tra i processi e le fetide segrete del Castel Nuovo a Napoli. Di immensa dottrina, di spirito equilibrato, malgrado la fama d’intemperante,  di forte intelligenza ragionativa - molti sono i mondi, le terre, i mari, “siamo come vermi nel formaggio”.  Di uno che si firma “Frate Tomaso Campanella, calabrese”. Monaco a San Giorgio Morgeto, Nicastro, Cosenza, Stilo – in Calabria c’erano molti conventi domenicani. Sopravvissuto grazie a tre studiosi e uomini di fede tedeschi, Christoph Pflug, Caspar Schopp e l’editore di Francoforte, Erasmus Kempfer, morto giovane – l’autobiografia aveva consegnato a Parigi a Gabriel Naudé, che l’ha perduta..
La difesa fu scritta prontamente e inviata a Roma nel 1616, al tempo del primo processo. Singolare l’assoluta mancanza di prevenzione antigiudaica. Negli anni della Controriforma, poco dopo le leggi restrittive di Paolo IV. Alla tradizione ebraica, a Mosè, e a Pitagora”di stirpe giudaica benché nato in una città greca”, Campanella fa ascendere la verità galileiana.
Tommaso Campanella, Apologia per Galileo

Dietro le tette rifatte, Obama

Ci sono le tette rifatte delle protagoniste, e c’è l’Fbi contro la Cia. Sono le due verità, per ora, dello scandalo dei generali negli Usa. Che potrebbero portare a un rovesciamento della politica filoislamica di Obama, se non dello stesso Obama. L’alto tradimento, dietro la mancata denuncia dei generali felloni Petraeus e Allen, c’è solo da meravigliarsi che non sia stato prospettato. Perché Obama sapeva, da tempo. È il terzo fatto della vicenda: il silenzio del presidente.
L’attacco è anzi, tramite l’Fbi, al Pentagono e non alla Cia. Questo lo spiega il luogo della farsa, Tampa in Florida. Il luogo del Central Command militare dove si sono decise e realizzate da una dozzina d’anni le missioni democratizzatrici del Medio Oriente.
Non scontate, ma nemmeno singolari, le manovratrici siliconate dello scandalo. Due civette furbe, a loro volta manovrabili. Una, la consolessa onoraria della Corea del Sud a Tampa, Fa., piena di debiti, lei e il marito. Con godimento loro evidentemente. Con accortezza tramite l’Fbi. Non molta, l’una ha condotto all’altra, e ai generali. Due rompicoglioni, di cui è difficile che un uomo, sia pure un generale, si potesse incapricciare. Che hanno stimolato una folta corrispondenza internet, e l’hanno conservata. Per darla all’Fbi. 
Impossibile sfuggire alla certezza che l’intera vicenda sia manipolata. Si parte dal sesso: oggi è d’obbligo (Strauss-Kahn, Berlusconi, l’israeliano Katsav), dopo il caso-pilota Clinton è materia di scuola. Mentre è stato normale per decenni un Fbi diretto da un gay intemperante. O Kennedy, che scopava compulsivo anche durante le cerimonie ufficiali, con donne non tutte consenzienti. Si prosegue con le assurdità: donne civetta, corrispondenze accese su computer controllatissimi, la tempistica dello scandalo. La storia vera è di ricatti tra l’Fbi e la Cia. E di colpe della Cia da coprire in Libia, con l’allontanamento di Petraeus.  

Più tasse più tasse – 2

Dunque la patrimoniale dopo la patrimonialina. Che tanto ina non è dato che si applica a tutti, ricchi e meno, sulle case che tutti hanno. Senza riguardi per la giustizia, il fisco in Italia, dopo settant’anni di Repubblica, non sa che farsene della giustizia. E che ancora una volta si applicherà alle case e alle dichiarazioni fedeli del reddito, il fisco in Italia non  sa fare i controlli incrociati, tra chi possiede le supercar per esempio e ha una seconda residenza in Svizzera o a Montecarlo, pur non avendo reddito tassabile.
Più tasse più tasse: le tasse chiamano altre tasse. La crisi fiscale dello Stato non si risolve con le tasse, questo lo sanno, da ormai quarant’anni almeno, anche gli analfabeti.
http://www.antiit.com/2009/03/consolidare-il-debito.html
Ma è l’unica ricetta che Monti e i suoi professori sanno pensare, e i partiti che lo sostengono. Non per ignoranza, ma per ignavia: i professori sono burocrati. Anche l’obbedienza europea lo è: ha governanti talmente mediocri che sanno solo dare ragione ai ragionieri.

martedì 13 novembre 2012

Contro la Fiat, coi santini

Cinque candidati del Pd al governo dell’Italia, tutti contro la Fiat, tutti per la chiesa - nelle persone naturalmente egregie del cardinale Martini e di Giovanni XXIII. Nel “contesto” surreale di Sky, coi tempi limitati a un “servizio tv”, il confronto fra i cinque si è segnalato per questa doppia irrealtà. Che è intesa realtà dai guru dell’immagine, per i quali soprattutto conta “colpire”. Ma, se non c’è altro fieno in cascina, è incredibilmente vuota.
Una sinistra che non è più socialista. E non è nemmeno cattolica, appellarsi a due “santini” non vuole dire nulla. Che non sa che c’è la recessione, e che la recessione è un  grande male. Contro la Fiat, si aveva questa impressione, ma non contro la disoccupazione. Pensando che la Fiat crei, e cancelli, i posti di lavoro a capriccio.
Ma i cinque non pensavano. Erano solo attenti a seguire mentalmente i trainer, nelle lunghe sedute cui li avevano costretti. Per mostrare il lato migliore del volto in tv. Non è un apprezzamento, ma è una consolazione – aspettando sempre di trovare qualcosa “sotto il vestito”.

Senza Zeman né De Rossi, con Baldini

Ragione vorrebbe che se deve partire De Rossi, l’As Roma si liberi anche di Zeman, che ha sbriciolato De Rossi, un quarto del capitale, e il direttore generale Baldini, che ha voluto Zeman. Invece rimangono i colpevoli, si espelle la vittima.
Il caso dell’As Roma è più che un problema di tifo e di tifosi. È un’azienda. È in Borsa. Ed è dell’Unicredit. Attraverso il portage di piccoli affaristi statunitensi.
È anche un problema sportivo. Di una società che volutamente si impoverisce: Baldini e Zeman hanno vanificato l’ottimo lavoro del direttore sportivo Sabatini, che aveva arricchito la Roma, a basso prezzo, dei migliori talenti giovani sul mercato. Ma un problema di trasparenza, e quindi Consob, si pone, sulla gestione del club stesso da parte di UniCredit, del vice direttore napoletano Paolo Fiorentino.
Si dice che la Roma di Baldini e Zeman sia una freccia nella lotta sorda di Milano, nel caso di Unicredit, contro Torino (la Juventus è la Fiat). Ma più probabile è che Baldini non sia un mero funzionario del portage americano, bensì parte in causa. In una qualche forma. 

Ma lo Stato è napoletano

Non ci sono solo i diciotto di “Affari & Finanza” al controllo delle leve del potere a Roma, tutto lo Stato, si può dire, è napoletano. Gestito da napoletani. Il settimanale di “Repubblica” cita De Lise, Coraggio, Carbone, Fiorentino, Patroni Griffi, Pinto, Canzio, Tomasone, Troiano. E il Quirinale? Anche il Viminale, Manganelli, Izzo. E la Corte Costituzionale, cinque membri su quindici. E la Cassazione. E le Procure, i Tar, la Corte dei conti.
Gente tutta timorata di Dio, e piena, s’immagina, di scienza del potere. Ma di non altrettanto acume, se l’Italia si trova dove si trova. Soprattutto nelle pieghe delle procedure e del diritto, nelle quali la città eccelle e nelle quali purtroppo si annida il malaffare. Certo, senza colpa dei napoletani eminenti. Tomasone è per esempio Elsa Fornero: non ce n’è altra all’infuori di Tomasone, gaffes studiate incluse, che però è uno del Pd che studia da politico. De Lise ha fatto del Tar del Lazio il giustiziere d’Italia, molto autoritario.

Fisco, abusi, appalti – 18

Si riesce a cogliere qualche barlume, volendolo, dalla lettura attenta delle bollette. Uno è l’Iva sull’imposta erariale e sulle addizionali enti locali. Una tassa sulle tasse. È incostituzionale? Sì. È anche illegale.
Le bollette della luce e del gas sono diventate, dopo la liberalizzazione dell’energia, illeggibili. Grazie all’Autorità per l’Energia, che ha imposto una serie di dettagli inutili. Le sovrafatturazioni da allora si moltiplicano, gli anticipi dei consumi, i depositi cauzionali, le stime, i conguagli, una tariffa frammentata in voci incomprensibili.
L’Autorità è stata istituita per proteggere gli utenti. Ma si finanzia con un prelievo sul fatturato delle aziende del settore (per quanto non si sa, ma è una cifra rilevante, sui 200 milioni l’anno). Che quindi più fatturano più pagano.

Un  altro barlume, per esempio sulla bolletta del gas, è che si riesce a pagare 138 euro per consumi di costo minore della metà, 62 euro. Ci sono sopra l’imposta erariale, le addizionali locali, e l’Iva, sul gas e sulle imposte. Ma soprattutto c’è un secondo fattore di costo: la rete. Bisogna pagare il gas due volte, una al fornitore, e una alla Snam Rete Gas. Che non vuole poco: 3 euro al mese per l’allaccio (più Iva); e 16 centesimi (più Iva) per ogni metro cubo consumato. A che titolo?
Sempre per il principio che più si fattura meglio è, per l’Autorità di controllo?  

Perché i comuni e le circoscrizioni non obbligano le reti (pubbliche) dell’elettricità, l’acqua, il gas, il telefono, a fare gli scavi tutti insieme, e secondo piani di preordinati di intervento, invece che per caso?

Perché i comuni si (ci) accollano i costi di ripristino del manto stradale, in occasione dei ripetuti scavi per la manutenzione delle reti dei servizi, invece di pretenderlo dalle società concessionarie dei servizi stessi, gas, elettricità, telefono, acqua?

Secondi pensieri - 123

zeulig

Amore – Boris Pahor lo vorrebbe insegnato tra le materia scolastiche (“La villa sul  lago”, p. 95). Ma come precetto e non come logica. “Che non c’è peccato”, vorrebbe insegnato, “all’infuori di quello contro l’amore”. Come un dovere dunque? No, l’idea funziona se pedagogica, conoscitiva, e non normativa, doverosa: che vuol dire che bisogna credere all’amore? Ma muoversi come se sarebbe senz’altra una novità.

Ironia – In Jane Austen qualcuno ha “la non incerta impressione che l’ironia sia un insulto celato in un sorriso”. Ma bisogno essere granitici per pensarlo, tutti d’un blocco. L’ironia è anzitutto uno scherzo, una forma giocosa.

Rorty ne fa la rete della società liberale o “liberale”. Sul presupposto che ogni linguaggio, e ogni società, è “contingente”. Legata a un “vocabolario” o set di espressioni, di grumi comunicanti. L’“ironista” è quello che, possedendo altri “vocabolari”, o comunque essendone a conoscenza, ha “dubbi radicali e continui” sul suo proprio vocabolario, senza naturalmente la pretesa che il suo sia il “vocabolario” definitivo o esclusivo. Proust lo è, dice Rorty, che costantemente ricontestualizza e ridefinisce i personaggi che presenta. Nietzsche lo è perché sa che ogni verità è contingente, anche se di suo tende a metafisicizzare. Heidegger lo è perché rigetta la metafisica, anche se con eccessiva verbosità. Il miglior ironista è Derrida, il decostruttivista, che così ricrea il suo passato (Rorty è specialmente ammirato di “La carta postale: da Socrate a Freud e al di là”) invece di essere creato dal passato. Orwell non lo è, rappresentando la “crudeltà istituzionale”: non solo la mette in scena, ma ne è l’agente segreto, poiché depriva la comunità liberale della speranza – Orwell è un liberale che non è ironista, Heidegger un ironista che non è un liberale.

Libertà – Non ce n’è mai stata così poca come da quando ce l’hanno imposta.

Nel suo dizionario a dispense di filosofia per “La Biblioteca di Repubblica” Ferraris si rifà a Vonnegut, al racconto “Cronosisma”, e al mistero del libero arbitrio. Un  riferimento romanzato migliore lo avrebbe trovato ne primo romanzo di Flannery O’Connor, “La saggezza nel sangue” – “un romanzo comico su un cristiano malgré lui” lo dice l’autrice, sul predicatore evangelico disgustato che elabora “una chiesa senza Cristo”. Flannery O’ Connor lo spiega nella nota alla riedizione del 1962: “Può trovarsi la propria integrità in ciò che non si è capaci di fare? Penso che di solito vi si trova, perché il libero arbitrio non significa una volontà, ma più volontà in conflitto in un uomo. La libertà non si può concepire semplice. E una che a un romanzo, anche a un romanzo comico, si può solo chiedere di approfondire”.

Morale - Uno cerca la morale della morale, dice Bachmann, e i conti non tornano. Da che si evince la morale? C’è Dio, ma chi ne sa nulla. Darwin lo dice un istinto, come quello che regola le api nell’alveare.
Il peccato originale è in fondo l’anima collettiva. Le anime se ne liberano nel presente come una colpa. Nella Grecia antica immergendosi nel Lete, il fiume dell’oblio. I cristiani sostituirono al Lete il Giordano, facendo del rito purificatore una rinascita e del suo ministro il precursore della salute. Nelle catastrofi balena l’anima. Il punto è: cambia qualcosa, cambieremo noi tutto, o siamo parte di quei moti oscillatori, indecisi, della storia? La storia è pesante.

Morte – L’inconscio la ignora, aveva scoperto Freud: la visione è per l’io impossibile – “anche Pavese la alterizza, “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Storicismo – È finito col Muro, sii dice. Con l’ultimo grande disegno di utopia-provvidenza in azione. L’ultimo fallimento della “tradizione hegeliana”. Eccetera. O non è cominciato (ricominciato) con la caduta del Muro. C’è stria dove non  c’è sistema, ideologia. Anche il sistema e l’ideologia sono storia, ma come ingredienti.
Quello che viviamo, peraltro, il mercato, non è una grande disegno – seppure (forse) non hegeliano?

Tempo –  È, aggiornato a Wittgenstein, l’oggi che non è. Il tempo atemporale di Weininger.  E di I. Bachmann, “Malina”: “Il tempo non è oggi”, l’oggi è il momento fuori del tempo. Impensabile se non a corredo di una psicologia, un personaggio – una finzione. È il rovesciamento della “linea del tempo”, da Cicerone a Hegel, della storia provvidenziale, seppure secolarizzata, e in questo benemerito, ma non più di tanto.
Vivremmo dunque nel passato e nel futuro. I quali però sono solo oggi. Anche in senso temporale: la storia (passato) è pochi secondi nella giornata di vita dell’universo. E più nel linguaggio, la coscienza delle cose: è il presente che legge (fa) il passato e modella il futuro. L’ipotesi fantascientifica del futuro che modella il presente, come aspettativa o destino, è la predestinazione: il desiderio di un castigo.

zeulig@antiit.eu

Più cristiano di Cristo, gotico Usa

Il “wiser blood” del titolo, il sangue più saggio, è quello del predicatore nipote di predicatore che, contro fornicazione e blasfemia, si fa apostolo di una “Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocefisso”, nel Sud bianco – “Gesù è un trucco per i negri”. Scritta a 25 anni, pubblicata a 27, nel 1952, la novella fa di Georgia e Tennessee un ritratto forse più vero di quello socialmente impegnato di Faulkner. Su un’aneddotica esile, con personaggi di scarto, ma non eccentrici: in molti al Sud della Bible Belt si vogliono religiosi senza Dio, migliori.
Un altro linguaggio, un altro “tempo”, quello desueto del Sud. Anche se qui è il Sud degli Usa, e anch’esso remoto, degli anni dopo la guerra. Un’aneddotica e una scrittura anomale, fuori del canone occidentale - che è un canone settentrionale. Flannery O’Connor, lei stessa a sua volta minoranza nel Sud della “cintura biblica”, in quanto cattolica figlia di cattolici, ne restituisce gli odori e i sapori con un parlato anch’esso minoritario e desueto – grande sfida per la traduttrice Marcella Bonsanti. “La religione del Sud, è qualcosa che, come cattolica, trovo penosa, commovente e cupamente comica”, scrive in una lettera (raccolta nell’epistolario “Sola a presidiare la fortezza”) . Da qui la sua stessa definizione di “romanzo comico”, che dà come chiave di lettura alla riedizione del 1962: “L’ho scritto con allegria e dovrebbe essere letto, se possibile, allo stesso modo. È un romanzo comico su un cristiano malgré lui”. Su un fondo drammatico, che tiene su l’aneddoto: “Non avendo nulla che corregga le proprie eresie, la gente le elabora drammaticamente”, aggiunge.
Con una chiave personale, di scrittrice di carattere. C’è, come nei racconti per cui è apprezzata, una sorta di evidenza fisica, della scena e dei personaggi. E un fondo gotico, che non è estraneo alla tradizione narrativa americana, anche se non del Novecento (Poe, Hawthorne). Con l’ironia anch’essa caratteristica degli autori di quel filone. Che è la chiave per far gustare al lettore come “normali” situazioni assurde, secondo il canone, e anche strampalate.
Flannery O’Connor, La saggezza nel sangue, Garzanti, pp. 220, euro 17,60

lunedì 12 novembre 2012

La leggerezza dell’amore

Una storia d’amore, semplice e miracolosa, in tre lunghe carrellate, su poco più di una giornata. Sul lago di Garda pieno di grazia. Un capolavoro di leggerezza.
È uno dei primi romanzi, 1955, di Pahor, qui tradotto in una lingua sempre viva (semplice) da Marija Kacin. L’autore di “Necropoli” (“fra i capolavori della letteratura dello sterminio”, Magris) torna a interrogarsi sul male, del lager dove ha passato due anni, del fascismo, spietato con le minoranze (la villa è quella di Mussolini a Salò), ma riconciliato, con sua sorpresa, alla vita dall’amore.
Boris Pahor, La villa sul lago, Zandonai, pp. 189 € 13,50

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (151)

Giuseppe Leuzzi

Si discute perché la Scala apra l’anno verdiano con  Wagner. “È come se a Bayreuth aprissero l’anno wagneriano con Verdi”, sussurra un orchestrale a Torno. Senza che la Scala o il Comune si difendano. Perché il fiuto è sempre forte a Milano, il fiuto del vincitore. L’anno non è della Germania?

Similmente per la VW. Che offre alcune diecine di borse di studio a ingegneri neolaureati del Sud Europa. Non una grande spesa, meno di una pubblicità istituzionale nei giornali degli stessi paesi. Una  trovata pubblicitaria eccellente.
Si può trarne un paragone utile con la mancanza di fantasia alla Fiat. Che magari da più lavoro – e non borse – a giovani ingegneri dell’Est Europa o dell’Asia, ma non lo sa. Milano invece ne fa un’occasione per celebrare la Germania invitta.

Si dice che l’unità d’Italia è recente, e va ancora costruita. È invece vecchissima. Ha cambiato pelle più volte, e semmai va vista come una mutazione perpetua, inquieta.

Monti prospetta i paesi del Sud Europa come una Questione Meridionale, nell’intervista con Federico Fubini che apre il libro dei suoi articoli al “Corriere della sera”. Uno scadimento che prospettò per l’Italia nel 1999 all’avvio dell’euro, l’unificazione monetaria dell’Europa, e che oggi ritiene “in parte” intervenuto. Avviene, spiega, quando si entra in un’altra dimensione, o realtà, senza darsene gli strumenti, senza adeguarvisi.

Calabria
Nessun altro Sud suscita sentimenti di “alterità” nei nativi. Non Napoli certamente, non la Puglia né la Sicilia, non la Sardegna. Solo la Calabria suscita collera e repulsione, tra gli emigrati e gli stazionari in uguale misura. Altrove l’odio-di-sé meridionale è temperato da un’immedesimazione di fondo, non è repulsione. In Calabria può esserlo, e spesso lo è: il più feroce antimeridionalismo, razzista, trova sostenitori e corrispondenti in Calabria (informatori, denunciatori).

Un rifiuto analogo si reperiva nel Terzo Mondo all’epoca del ribellismo, negli anni 1960-1970, e più in quello con più storia, l’America Latina. Ora si riscontra in Africa. Nel Terzo Mondo cioè che non ha trovato una strutturazione, una consistenza sociale, nazionale, dopo il colonialismo, e cerca la libertà nel rifiuto. Che è fatalmente di se stessi.

Ci sono più Lombardo e Lombardi in Calabria che greci e albanesi. Hanno diritto anche loro a una cultura protetta?
Un tempo i lombardi, anche svizzeri, cercavano fortuna al Sud. Un tempo remoto, molti secoli fa, e recente, degli affari dopo l’unità.

“Ho guardato Aspromonte”, scriveva a un amico Pascoli ellittico, professore a Messina, “così bello quando è soffiato, alitato, come ho da dire, al tramonto”. Voleva dire afflatus, il latino di cui costruisce un calco: che respira ed è respirato, mosso dai venti.

È stata a lungo il Salento, “Calabria” come luogo di abbondanza. Che si collega all’acqua, al mare? Calabria e Salento sono entrambe due penisole.

Nel viaggio immaginario di Vittorini, “Conversazione in Sicilia”, la Calabria gli si presenta reale: “Paese di fumo e di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un monte, dinanzi al mare, di nomi da sogni antichi, Amantèa, Maratèa, Gioia Tauro”.

Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, pervenne a Reggio non si sa come la notizia che il fascismo era crollato. La città scese per le strade, in un a manifestazione di giubilo, in testa i caporioni del fascismo.

A zannella
Viene derivata dagli etimologisti, compreso il Rohlfs, da Zane o Zanne, nel senso di Gianni. Ma piace connetterla agli zanni della commedia dell’arte, il servo astuto, il trickster insidioso, il giufà o finto tonto. Una figura tra la beffa e la bestemmia, uno sberleffo alla realtà, che sempre il povero (solo,  derelitto, sfortunato) vuole matrigna.
È una pratica costante, quotidiana, di cui gli aneddoti sono quindi infiniti. Antonio Delfino vi eccelle, misurato, nelle sue raccolte di racconti, “La nave della ‘ndrangheta”, “Il raglio dell’asino”. Umberto Santino, introducendo la raccolta di Domenico Zappone, “Il pane della Sibilla”, da lui curata attorno ai “luoghi di Corrado Alvaro”, ne ricorda due stravaganze per cui lo scrittore palmese divenne famigerato negli anni 1950: “Corrispondente da Palmi della sede Rai regionale, diffuse per radio due notizie che destarono grande attenzione e che commossero”. Di un pescespada maschio che si arena alla marina di Palmi “per seguire lo stesso destino di morte della femmina che era stata arpionata”. E “quella di Bobby, il cane che attraverso a nuoto lo Stretto per tornare a Scilla dal padrone che, col cuore straziato, lo aveva abbandonato a Messina perché non poteva pagare la tassa comunale”.
A Brancaleone al tempo del confino di Pavese, nel 1935, uno stimato medico, Vincenzo de Angelis, aveva inventato e praticava a maggio la Festa del Riposo. Avendo Mussolini abolito il Primo maggio, il dottore, socialista, massone, antifascista, convitava i concittadini a bere liberamente, in campagna in cima al paese, e a fischiare. Distribuiva infatti fischietti a volontà, che in coro si esercitavano liberamente.
L’ultimo caso è quello della cittadinanza onoraria di san Giovanni in Fiore a Barack Obama, candidato alla Casa Bianca, a fine agosto 2008. Per avere fatto riferimento, “per tre volte”, all’abate Gioacchino da Fiore nei suoi discorsi. Il “tre volte” evangelico, per discorsi che Obama non s’era neppure sognato. Senza problemi: il sindaco che gli “concesse” la cittadinanza, con tanto di delibera, poi non gliela inviò – se la storia non è di Pippo Marra, l’editore-direttore di AdnKronos International, che la redasse in ottima forma. Solo, la cosa fece il giro del mondo. Sei mesi dopo il Vaticano si costrinse a spiegare che “il monaco di Obama” era un eretico. E un’altra ondata pubblicistica si sollevò.  

In Jane Austen qualcuno ha “la non incerta impressione che l’ironia sia un insulto celato in un sorriso”. Ma bisogna essere granitici per pensarlo, tutti d’un blocco. L’ironia è anzitutto uno scherzo, una forma giocosa. Può essere una forma di crudeltà. Ma più allora allora, in questa forma istintiva e costante, contro se stessiLa stessa “ironia corrosiva” che è la cifra di Zappone, e l’“eccesso”, Santino imputa alle “dolorose condizioni esistenziali” dello scrittore – sopravvisse trent’anni a una grave ferita di guerra. Ma si può meglio imputarli a un disadattamento, o indiretto ribellismo, esistenziale e sociale insieme, e perfino regionale. Per quell’etichetta “Calabria” sovrimpressa – non sempre ostilmente – e ormai indelebile, interiorizzata. Che non si accetta e non si sa rifiutare. 

leuzzi@antiit.eu

Lo Stato è calabro-napoletano

Dei diciotto  “uomini chiave nei palazzi del potere”, che “Affari & Finanza” ha selezionato, “i mandarini che tengono in pugno l’economia”, tutti eccetto un paio sono meridionali. Napoletani la gran parte, Pasquale De Lise, Giancarlo Coraggio, Luigi Carbone, Luigi Fiorentino, Filippo Patroni Griffi, Marco Pinto, Mario Canzio. O di origini napoletane: Francesco Tomasone, Paolo Troiano. Gli altri sono calabresi: Catricalà, Calabrò, Giuseppe Lucibello, Giuseppe Chiné. O figli di calabresi: Vincenzo Fortunato. Più La Via, il direttore generale del Tesoro, nipote del filosofo siciliano di cui porta il nome. E Mario Torsello, di Taranto.
Se ne può arguire l’eccellenza del Meridione. O l’indigenza dello Stato. O forse soltanto la cultura del posto pubblico, di potere se non di soldi.

Bazoli pigliatutto, contro Passera

È ora Bazoli contro Passera, o piuttosto Passera contro Bazoli. Sul progetto di Grande Intesa Bazoli non naviga più in sintonia col suo pupillo.
Lo spulzellaggio di Passera non è di ora, ma è stato finora solo un moto generale di ripulsa del mentore, o di crescita personale. Mentre ora si appunta sul progetto di Grande Intesa, che Passera avventatamente avrebbe commissionato al suo sodale Claudio Costamagna. Un tassello del progetto di Grande Centro politico nel quale si è immerso da ministro. Che Bazoli giudica avventato - se non frutto della solita “ubriacatura” romana cui soggiacerebbero i lombardi spostati nella capitale.
Passera d’altra parte non è mai stato sulla linea politica di Bazoli. Ma piuttosto su quella di Di Pietro e Fini all’epoca di Mani Pulite, e più continuativamente dell’ex leader del Msi e di An. Che lo ha voluto alle Poste, e col quale ha continuato a coltivare le sue ambizioni politiche. Ritenendosene oggi il rappresentante e l’uomo di punta nell’alleanza con Casini. 

domenica 11 novembre 2012

Problemi di base - 123

spock

Ci hanno imposto la libertà, ma dove ce l’hanno messa?

È l’immagine esteriore a darci quella interiore”, dice Jean Paul: ai raggi X?

Lukács ha “L’anima e le forme”: le forme dell’anima o l’anima delle forme?

Si fa di tutto ma non un partito Socialista, perché? (perché avrebbe il 42,5 per cento)

Perché solo in Italia, di tutta l’Europa, non c’è un partito Socialista? (perché c’è il partito Comunista)

A quando Berlusconi sul water? Crozza, ancora uno sforzo.

Non ci sono più le Br, perché ci sono le scorte?

Perché tutti i lavori pubblici sono d’urgenza?

spock@antiit.eu


L’amore è un patto col diavolo

Il deserto, invocato, si stringe cupo, la luce è aggressiva, il caldo asfissia, la follia incombe, l’hashish sdoppia, l’elemento liquido vi è vischioso, di ragni, meduse, serpenti di mare, moscerini, o altrimenti infestato da squali. È anch’esso assassino, come Berlino, nei due anni d’inferno seguiti al fallimento del lungo quasi matrimonio a Roma con Max Frisch, tra crisi nervose e cliniche psichiatriche, che il progetto di narrativa voleva unificare col deserto. Assassina è in certo senso anche la famiglia, pur amata, del testo che accompagna il “Libro del deserto”, intitolato in italiano, da Pavese, “Verrà la morte”.
“La storia di una delle mie pazzie”, annota la viaggiatrice. In appunti disordinati, riflessioni, immagini. Una storia subito remota – “così lontano laggiù a Berlino, così lontano laggiù ad Assuan”. Rifiutata anche se rivendicata. Per esempio nel sesso estremo, dove “risponde” a tre corpi “con l’assenza di mistero”, col “gusto di carne diversa”, per smascherare l’amore, “la sua mancanza di purezza, l’ipocrisia”: l’orgia è “un plurale neutro”, e “mai più vorrei dormire sola con un uomo”, è un tentato assassinio continuato. Un viaggio estremo nell’annientamento, da turista come tutti.
Scrittrice per filosofi – anche qui la lettura è traviata dalla dotta postfazione di Clemens-Carlo Härle – Ingeborg Bachmann è invece narratrice viva, anche se riflessiva, non sanguigna. “Verrà la morte” è iperbole della famiglia perfino umoristica, un esilarante piccolo mondo antico - che è l’humus più propriamente tedesco che ognuno conosce, anche se da un secolo si vuole ferrigno, non si sa se per le egemonie o per i sensi di colpa. Il “Deserto” è un viaggio dispersione, alla maniera del citatissimo Rimbaud. Un’ossessione più che un’esperienza vissuta, eccetto l’immagine della pazza alla stazione, del pazzo sacro alla festa. Un tentativo di esorcismo del matrimonio fallito, un peso troppo greve sulla delicata Ingeborg, bella d’intelligenza ancora più che di tratti.
L’orgoglio, e più ancora un tesoro di rettitudine e sapienza, umiliato, avvelenato, è la parte che traluce dal racconto e ne fa il segreto. “Il tradimento non è quello che intende la società borghese, infedeltà, poligamia, assenza, ma il non adempiere promesse che l’altro a sua volta ha mantenuto con uno sforzo estremo”. È “la violazione di un patto per tutta la vita”, quello “del segreto che viene fondato tra due persone” e che è la sola cosa che ci può essere tra due persone, “l’amore è un’illusione”. Un patto del resto “che è come quello tra Dio e il diavolo”, che non può non sfociare “nel desiderio di distruzione”.
Ingeborg Bachmann, Libro del deserto