Cerca nel blog

giovedì 1 settembre 2011

Problemi di base - 72

spock

Quanto pesa sul pil l’indigenza morale?

Se il Sud è stato ricco e ben governato, un tempo, perché adesso è mafioso?

Dopo vent’anni di Milano l’Italia sta peggio, e Milano?

Vent’anni fa Milano prendeva le redini dell’Italia, per lanciarla nel burrone?

Il Vento del Nord che da vent’anni governa l’Italia era infetto? S’è infettato? L’Italia è infettiva?

Quei russi che in guerra davano la caccia ai tedeschi non saranno stati ebrei?

Ma allora gli ebrei non sono stati sterminati nei lager, se erano russi?

Perché Gunther Grass dice scemenze?

spock@antiit.eu

Faust in casa-squillo alla Fellini

Un soggetto felliniano. L’uomo “fallito”, che si è lasciato vivere inerte, solitario, monologante, vuole perseguire “il castigo dell’Utenza”. Finché arriva, sempre monologando, da sé alla conclusione: “Per sollecitare la Disgrazia debbo diventare un soldato del diavolo?” E apre una casa-squillo, nella sua casa: “Col diavolo dunque, per arrivare alla giustizia, cioè a Dio”.
Raffaele Nigro nell’introduzione tenta di farne un calco verghiano, “rovesciato”, come di chi rifiuta la “roba” e la vita nemica. Per allineare il racconto all’antico comunismo di Répaci, di cui fa “l’amico di Gramsci”. Allo scrittore rimproverando l’invenzione della casa-squillo. Che invece prende tre quarti del testo. Perché Répaci è altro: il bordello è il nocciolo della narrazione, ed è ben faustiano, nei limiti del “piccolo” personaggio - tragico nei limiti della commedia all’italiana, seppure felliniana. La Morte, detta Disgrazia o Madonna Nera, restando anche in questo modesto orizzonte l’atto supremo di liberazione.
Un soggetto onirico e una narrazione pop, il genere “Boccaccio 70” anticipato – il racconto è del 1958, con dentro le novità “Canzonissima”, il giovedì, la “600”, e lo scandalo delle squillo da centomila, uno stipendio. Con non minori invenzioni: un’altra lettura del lolitismo, o la persecuzione dell’odore – “si può sparare a un odore?”. Un’esplorazione della Morte, tema di buona letteratura trascurata, Landolfi, Lucentini, lo stesso Malaparte.
Leonida Répaci, Il pazzo del casamento, Rubbettino, pp. 145 € 9,30

martedì 30 agosto 2011

La verità è meglio doppia

Può la politica, anche nobile (etica, progettuale, resistenziale), rovinare il giudizio e la filosofia? Sì.
Si dice solitamente la passione politica, ma non c’è nulla di appassionante attorno a Berlusconi, lo è di più il bar a Roma il lunedì, dopo la partita. No, la rovina è proprio la concezione della politica, una dichiarazione d’indigenza filosofica.
Vattimo, attivista del partito dei Valori (attivista di Di Pietro...), è contestato da altri attivisti dello stesso Partito nell’ultimo almanacco di filosofia di “Micromega “ 5/2011), De Monticelli, Flores d’Arcais. E da Ferraris con asprezza. Ma lui stesso nello stesso Almanacco dice in un lunga intervista che nel caso di Berlusconi la verità è sicura, benché testimoniale, mentre nel caso dei serbi che mutilano i bosniaci no, benché documentata. Siccome non c’è opportunismo possibile in Vattimo, la sua è una doppia verità.
Gianni Vattimo, Addio alla verità, Meltemi, pp. 143 € 13

Il mondo com'è - 68

astolfo

Clericalismo – Le origini della democrazia contemporanea sono nella chiesa, e così i suoi difetti, sono nel clericalismo: voracità, parassitismo, invadenza, corruzione, rivendicazionismo (diritti), e l’odierno conflitto d’interessi (controllori\controllati, giudice\reo). È la chiesa che ha aperto e sperimentatola varie forme di governo dal basso, con una mobilità sociale senza precedenti e senza limiti. Ha sperimentato quindi anticipatamente anche le degenerazioni. Già dall’età della Pataria, dopo il Mille, se essa nacque, come sembra, come reazione alla corruzione dei costumi, nelle chiese e nei conventi.

Emigrazione e esclusione - Completata l’unità nel 1870, il governo di Roma, in cerca di nuove opportunità di benessere, avviò una politica d’incoraggiamento all’emigrazione verso l’Australia, paese dagli immensi spazi vuoti, bisognoso di manodopera. I risultati magri sono da attribuirsi sopratutto all’opposizione dei sindacati australiani, che volevano braccianti e non artigiani o specialisti. I sentimenti anti-italiani rimasero forti fin dopo la fine della prima guerra mondiale nel Queensland e nell'Australia Occidentale, dove diedero luogo a numerosi incidenti.
Le restrizioni divennero paralegali nel 1901, alla costituzione della Federazione delle Colonie. Il governo federale, benché il paese avesse una popolazione di appena 3 milioni e mezzo di abitanti, decise di limitare l’immigrazione, adottando la politica dell’ “Australia Bianca”. Questa politica escludeva l’accesso a gente di colore, e diede inizio a quella che poi divenne una sfrenata persecuzione degli aborigeni e degli asiatici, in particolare dei cinesi e dei kanaki. Ma il razzismo arrivò al punto di rifiutare immigrati dai paesi del Sud-Europa, allo scopo di mantenere inalterato il carattere anglo-irlandese della Federazione. Queste preclusione serpeggerà fin dopo la seconda guerra mondiale. Ma fino ai primi anni Venti ebbe il carattere di una vera e propria esclusione.
I primi problemi sorsero sul finire dell'Ottocento, perché gli italiani accettavano salari inferiori nelle miniere, in Australia Occidentale, e nelle piantagioni di canna da zucchero nel Queensland. Le liti durarono per un ventennio, finché alcune commissioni d'inchiesta governative stabilirono che il lavoro a basso costo nelle miniere era parte di un sistema di cottimo, che fu abolito, mentre per la canna da zucchero fu il sindacato ad abbandonare il terreno: solo gli italiani avevano infatti volontà e competenza per questa attività, che da allora è rimasta nelle loro mani.
Più gravi furono le ostilità nell'area di Griffith, una zona di sviluppo agricolo dove gli italiani, arrivati fra i primi all'avvio dei programmi di irrigazione, si mostrarono più efficienti degli altri assegnatari, in generale ex militari, che non conoscevano il lavoro nei campi. La tensione giunse al culmine alla fine della prima guerra mondiale, quando molti reduci sollevarono ufficialmente la questione dell'espansione italiana nella zona di sviluppo agricolo, e ne contestarono anzi la stessa presenza. La Water Conservation and Irrigation Commission rifiutò di registrare i passaggi di proprietà agli italiani, motivando il provvedimento con l’esigenza di riservare le aziende di bonifica ai nati in Australia e specificando che era contro l'interesse nazionale creare una comunità italiana nella zona di bonifica.
Le due comunità vissero per anni una vita separata. Gli italiani non erano ammessi nei club, nelle organizzazioni femminili e nella vita politica locale. Si ebbero anche chiese cattoliche separate per gli italiani e gli irlandesi. Finché la decisione della Water Commission non fu rovesciata in tribunale. Queste avvenne quando già la presenza italiana nell'area di Griffith era dominante. Dopo di allora si fecero sforzi anche ufficiali per introdurre gli italiani negli organismi sociali, agricoli, giovanili, femminili, e le due comunità cominciarono a mescolarsi.
Ma il peggio doveva ancora avvenire, ed ebbe per teatro le città minerarie dell'Australia Occidentale. Qui si ebbero numerosi scontri a partire dal 1918, al ritorno dei soldati dalla guerra. A Kalgorlie, nel 1934, ci furono due morti, una dozzina di feriti, e ottanta arresti. Gli italiani venero definitivamente allontanati. Poiché i minatori si rifiutavano di lavorare con immigrati dal Sud Europa, le aziende introdussero per i dipendenti un esame di dettato di inglese. Molti italiani persero il lavoro, e quelli che lo mantennero non rimasero a Kalgorlie a lungo.
Nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta, un'altra ondata antitaliana si produsse sul tema dell'antimafia. Si disse che molte attività di pesca sulla costa, e il commercio degli ortofrutticoli, settori a predominanza italiana, erano nelle mani della mafia. Ma i sospetti sono caduti da soli.

Linea della palma - È ipotesi diffusa, e anzi opinione certa, da ultimo di Sciascia, che il malgoverno italiano sia opera dei meridionali, di siciliani e napoletani: la “linea della palma”, diceva lo scrittore siciliano, ha risalito la penisola. È possibile: sono meridionali in prevalenza prefetti e direttori generali, gli operosi cultori del non fare, e i settatori della legge inapplicabile, dettaglista, ogni giorno aggiornata, dalla Corte Costituzionale, ricettacolo di vegliardi paglietta partenopei, in giù. Ma, se sono decisivi, lo sono però da servi obbedienti: quando non servono, o diventano importuni, li buttano via – prima li buttavano i piemontesi oggi Milano.
Il problema vero è se serve lo Stato, e a che serve. Se serve, o quando serve, il meridionale viene liquidato senza residui, entità trascurabile. Il problema dell’unità è il problema dello Stato - non della comunità di lingua e di cultura, che c’era da secoli prima dell’unità, e anzi da millenni: se serve, appunto, e a che serve. Per una certa idea dell’Italia, fino al 1943, lo Stato serviva e fu creduto, anche quando traviava. La Repubblica ha cancellato l’idea e la funzione dello Stato. Minata non surrettiziamente dalla dottrina eversiva della chiesa, dello Stato quale semplice “provveditore di opere”. Su cui s’impianta la corruttela, grande e piccola, minuta, quotidiana. Una derivazione non obbligata, ma così è stato ed è – di questa ambivalenza, l’operosità eslege, si hanno tracce vistose nelle attività del vicariato a Roma e dell’arcivescovado a Milano, o nella mammella sempre turgida del volontariato o terzo settore.
Questa cancellazione materiale - o sostanziale - dello Stato potrebbe essere un primato della storia mondiale e della scienza politica: una società complessa e avanzata che prospera senza Stato. La salute, il bisogno e l’istruzione demandando alle istituzioni caritatevoli, dunque a preti e suore, di cui le vocazioni tornano a crescere, non ultimo per questa prospettiva manageriale. Ma c’è arrivata prima l’America Latina: “Il paese va avanti di notte, quando il governo dorme” era l’incipit di John Gunther, “Inside Latin America”, settant’anni anni fa

astolfo@antiit.eu

lunedì 29 agosto 2011

La corruzione sistemica, della giustizia

Tanti complotti ma, miseramente, individuali: le moltissime inchieste, annunciate, effettuate, in via di giudizio, a carico dei berlusconiani, con profusione anche di mezzi investigativi, sono per arricchimento o corruzione personale. Col fumus persecutionis, per quanto inconfessabile, il dubbio della giustizia politica. Nessuna inchiesta che individui o ipotizzi una corruzione sistemica del berlusconismo, politica cioè, di partito. Che è invece quella che si è esercitata e si esercita nella cintura milanese, da Monza a Sesto San Giovanni, “bianca” e “rossa”, e purtroppo sempre “democratica”. Un fatto notorio, anche se la vicenda di Penati non dovesse concludersi con una condanna, o comunque con un giudizio, quello negato dalla giudice Mangelli. C’è una giustizia che si fa e una giustizia che si sa, così vanno le cose.
Non è il solo paradosso. Un altro è che Penati visibilmente fatica a capacitarsi che il suo comportamento sia da scandalo, tanto assoluta è l’impunità verso la corruzione sistemica. Finora il Pci-Pds-Ds, che la pratica ovunque dove governa, a Firenze e Bologna come in Umbria, non è mai stato indagato anche se la cosa è di dominio pubblico. O è stato indagato quando amnistie o prescrizioni l’avrebbero protetto - già nel 1992 ne andò indenne, con apposita leggina di pochi mesi prima.
La vicenda Penati tocca anche la corruzione sistemica di Milano, il cuore degli interessi del sistema che ci governa, le grandi banche e i grandi affari, spesso immobiliari, con una prevalenza qui della curia sugli immobiliaristi. E questo non è un paradosso, è una triste verità. Che la Procura di Milano, la più imponente, dotata e, perché no, qualificata d’Italia, eviti di perseguirla.Ben due procuratori di Milano esperti di reati economici, Alfredo Robledo e Stefano Civardi, non hanno trovato nulla sulla Milano-Serravalle. Ma non cercavano nulla: da esperti avevano derubricato il reato a abuso in atti d’ufficio.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (99)

Giuseppe Leuzzi

“Ciccio Perre, la primula rossa”, titola la “Gazzetta del Sud” dell’ultimo carceriere latitante della signora Sgarella, rapita dodici anni fa. Un ricercato che è stato preso mentre dormiva a casa sua. “«Bravi, mi complimento»”, ha detto Francesco Perre al comandante dei carabinieri”, continua il giornale. Come se Perre fosse il maresciallo Rommel, e il comandante il generale Montgomery. Sempre si fanno dire queste stupidaggini a questa facce da bandito, che tutto denuncia ignoranti oltre che violenti. Sono formule che educano i malviventi? O è il giornalismo pigro, ripetitivo. Nessuno ci crede, ma se ci credesse dovrebbe accreditare fair play alla ‘ndrangheta, che è invece animalesca.

L’odio-di-sé meridionale
Si legge periodicamente, per esempio sul “Corriere della sera”, di uno “scempio edilizio” in Puglia o in Sicilia. Su denuncia delle associazioni ambientalistiche locali, documentate, precise, tignose. Mentre non si legge mai nulla sugli scempi, verrebbe da dire quotidiani, ma sempre organizzati, autorizzati, voluminosi, della costa ligure o della Brianza. Si continua a far pensare la Brianza come quella di Gadda, dei colli di Milano, mentre non è che un suburbio inframezzato da capannoni, con code chilometriche a tutte le ore.
L’ambiente non è anch’esso indivisibile? Lo è, le associazioni ambientaliste sono equanimi e denunciano tutto. Ma quelle del Sud sono determinate fino all’autodistruzione.

Francis Ford Coppola ha investito molto a Bernalda, il paese del materano da cui proveniva suo padre, e ci ha portato a sposarsi l’adorata figlia Sofia. Niente di più apprezzabile, anche perché il famoso regista niente pretende in cambio. Ma ha solo un trattamento pettegolo e ribaldo dai “Diari”, le “Gazzette” e i “Quotidiani” che fanno l’opinione in quell’area jonica.

Si fanno ovunque in Calabria e Sicilia nel mese di agosto, confortate dalla politica delle notti bianche, del divertimento fornito gratis ogni sera dal Comune, sagre e feste. Tutte da un paio d’anni con nomi dialettali (“ ‘A fera da pittara”, la festa del ficodindia), o dialettizzati (“Canzonandu”, “Tradizionandu”, “Tarantellandu”). Che sono dialettizzazioni, non parole d’uso. Di realtà mediocri: imitazioni di spettacoli tv, o di manifestazioni di successo. L’invenzione dei nomi, benché anch’essa mediocre, esaurisce in genere ogni proposito.
Sono “ritorni” diversi da posto a posto. In funzione del diverso grado di sviluppo, vecchia categoria tuttavia significativa, e delle diverse mentalità. Molti scoppiettii di ballo tradizionale, che poi è la tarantella, eletta a soul del Sud (ma non è folk?), si fanno dopo il successo della pizzica salentina, rinverdita da Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò quarant’anni fa, e poi cresciuta sprovincializzandosi: i suoi festival sono ora romani, nazionali e cosmopoliti, la sua musica un genere redditizio, a straordinaria capitalizzazione. Queste copie sono invece modeste, retrattili: una chiusura in se stessi. Come il vezzo di parlare il dialetto anche in presenza di estranei, e un dialetto di cui si accentuano forzosamente le cupezze, le chiusure, soprattutto nel napoletano, ma anche in Sicilia e, più ancora, in Calabria. Si parla cioè con astio, per non comunicare.

Calabria
Nel Settecento, e ancora nell’Ottocento, non si viaggiava in Calabria. Da Napoli si partiva per la Sicilia via mare. Volendo andare in Calabria era consigliato fare testamento, e viaggiare in gruppo. Nessun viaggiatore è stato però molestato in Calabria, neppure dalla malaria. Eccetto Gissing, ma siamo nel Novecento, nella Calabria già italiana da cinquant’anni.

C’erano nel Settecento tanti preti calabresi in Germania. “Ecco perché questo paese s’è abbrutito”, esplode a un certo punto Carlantonio Pilati, il giurista trentino che fu viaggiatore intrepido nella regione nel 1775, nella prima delle sue due lettere dalla Calabria, “e perché si vedono in Germania tanti preti calabresi che dicono quattro messe al giorno, e si contentano di mangiare gli avanzi dei valletti dei signori tedeschi”.
Gli “avanzi dei valletti” sembra eccessivo, i preti malgrado tutto sapevano – dovevano mostrare di sapere – di latino. Ma Pilati individuava (bene) nella persistenza del dono, in regime di capitalismo e di diritti-doveri, la radice della debolezza dello spirito d’iniziativa.

Pilati apprezza ad Altomonte, “luogo celebre fra gli antichi per la bontà dei suoi vini”, tra essi “il Vinum balbinum di Plinio”, un vino nero. Di cui Altomonte prestò a Siracusa “i primi semi”, e che i siracusani “chiamano ancora «vino calabrese»”. È il Nero d’Avola, il vitigno del momento. Che ad Altomonte non c’è più.

Alla cooperativa agricola Valle del Bonamico, patrocinata a suo tempo dal vescovo di Locri mons. Bregantini nel quadro della bonifica del santuario di Polsi, la Prefettura di Reggio Calabria nega la certificazione antimafia. La realtà qui è sempre capovolta.

A mons. Bregantini, che il Vaticano ha prontamente esiliato a Benevento, alcuni giudici a Reggio contestavano la creazione di un impero economico. Non massoni, a quel che si può sapere.

Castellace, borgo creato nel Settecento come confino per galeotti, poi sviluppatosi lungo la strada di transito per Gioia Tauro e la Salerno-Reggio, ha anch’esso ad agosto la sua Madonna. Che celebra con una lunga processione su questa strada. Nella coda che si forma di alcuni chilometri cinque o sei macchine fanno il sorpasso, per portarsi autorevolmente in testa. Sono tutte Audi 4 Tdi, nere. Fornite dallo stesso concessionario? Blindate?

Un mensile di cronaca nera che si edita a Palermo, “S”, fa un’edizione per la Calabria, che vende a 4 euro e raccoglie pubblicità. Dunque una regione che non compra libri compra assidua la cronistoria delle famiglie mafiose. Le cronache infatti, di brutte facce e storie inerti, molto burocratiche, sono di mafia, assortite da un indice accurato dei nomi.
O non saranno quel paio di centinaia di nomi citati a garantire la diffusione della rivista? Anche la pubblicità è di una ditta che “S” dice mafiosa.

La Calabria ha molto mare, molto pulito, salvo l’occasionale sporcizia di superficie per l’incuria degli amministratori, non inquinato cioè, trasparente, e anche molto colorato. Ma ha poche bandiere blu, a differenze di coste molto inquinate, alla vista, al gusto, allo stomaco e anche all’olfatto, nell’Alto Tirreno e nell’Adriatico. Quest’anno è riuscita a riavere una quinta bandiera blu per Gioiosa Marina, dopo l’intervallo di un decennio nel quale le cubature del paesino si sono moltiplicate per dieci. Ma un mese dopo la bandiera blu il sindaco e tre assessori sono stati arrestati per mafia. Non c’è collegamento?

Moio, Scullino, Arma di Taggia, Ventimiglia, il giornale riporta nomi familiari, di successo lusinghiero in politica, vice sindaco, sindaco, e tuttavia finiti nella cronaca nera. Nomi poco frequenti, i patronimici, che s’immaginano figli o nipoti degli stessi con cui si facevano nell’infanzia le scorrerie per agrumeti, valloni, fiumare, o per nidi di passeri sulle selle alte degli ulivi - e infatti Rohlfs li attesta a Castellace e Sitizano, circoscritti. Di famiglie mitissime, emigrate anche per questo, per odiare la prepotenza.
Il reato è il “voto di scambio”: aver cercato voti presso i calabresi emigrati. L’origine li condanna ancora alla terza generazione?

leuzzi@antiit.eu

La devastazione del Sud a opera di Napoli

Tre lettere della vasta “corrispondenza” di viaggio di un giurisperito trentino del secondo Settecento, buon suddito dell’Austria e buon fedele della chiesa, ma appassionato antiassolutista e anticlericale. La prima sorpresa è dunque il personaggio, autore anche di notevoli opere di diritto, in tedesco e in italiano. La lettera introduttiva è su Napoli, di cui Pilati rimarca la tolleranza religiosa e insieme la bigotteria – dalla tolleranza sono esclusi gli ebrei, ma Napoli “può tranquillamente fane a meno, giacché in questa città ci sono molti lombardi”. Le altre due sono sulla Calabria.
La Calabria Pilati vuol farci credere di avere girato per tutti i suoi anfratti in pochi giorni: le due lettere non hanno valore testimoniale. Ma il giudizio è sicuro. Nota l’estrema miseria. Attraversando “orribili montagne” e pernottando “nelle capanne di contadini ancora più orribili” – non è il protoromantico in cerca di emozioni. Rileva anche l’abbandono di molte industrie e la trascuratezza di molte coltivazioni. Tra esse registra il “vino calabrese” di Avola, il vitigno esportato dalla Calabria a Siracusa precursore del Nero d’Avola. Il vino di Fossa, nei pressi di Reggio, dice pari al “migliore Borgogna” – Fossa che oggi non si nemmeno dov’è. E prima, dice, era peggio: “Prima che i genovesi avessero iniziato a frequentare i villaggi lontani (commerciando), il paese era ancora meno popolato e gli abitanti più poveri, csa che ha spinto i baroni calabresi a far venire degli albanesi nelle loro terre”. La Calabria mancando di porti, il poo comercio si faceva con le pinche, piccole imbarcazioni, genovesi – “Laigueglia manda su questa costa più di venti piche l’anno”. Ma, benché creda ai banditi (“è ridicolo volersi burlare, come pretendono certi viaggiatori, dei banditi del Regno di Napoli”, contro cui Napoli metteva in guardia ognuno che volesse avventurarsi nella regione), se ne dimentica nelle sue presunte peregrinazioni in posti remoti e isolati.
Una silloge messa insieme da Giuseppe F. Macrì, che la correda d’interessantissime note. Macrì spiega nell’introduzione l’eccezionalità del viaggio in Calabria all’epoca, molto sconsigliato a Napoli. Reintroducendo nella polemica meridionalistica la devastazione di Napoli, prima che l’incuria e lo sfruttamento, verso i suoi territori e le sue popolazioni. Pilati gli dà ragione, venendo a parlare delle coltivazioni: “Gli abili finanzieri napoletani hano avuto modo d frenare su questo punto, come pure su molti altri, l’industriosità degli abitanti”. E più in generale del modo di porsi di Napoli nei confronti del suo “entroterra”.Il disgusto per Napoli porta peraltro lo stesso Pilati a negare che nella città si possano gustare i frutti delicati di cui sbavano i viaggiatori. Tutti vittime del sentito dire.
Carlantonio Pilati, Per antichi sentieri, Rubbettino, pp. 121 €7,90

domenica 28 agosto 2011

La nausea di Giovanna, prima di Sartre

Un romanzo sul disagio di vivere che avrebbe potuto diventare “La coscienza di Zeno” del secondo Novecento. Un documento, se si vuole, degli anni Trenta, ma ben più radicale de “Gli indifferenti”. Di una ragazza contro gli uomini, negli affari di sesso e in tutti gli altri. E contro le donne. Contro il padre, il fratello del padre, i propri fratelli. Contro la mamma, le sorelle e la famiglia, l’amore, l’amicizia, la generosità disinteressata. Odio fisico, la nausea di Sartre anticipata. Una storia pubblicata postuma, che si continua a suggerire autobiografica, per un minimo successo di scandalo, mentre cozza con la vera biografia, di giovane scrittrice determinata, cosciente del proprio disagio.
Capita di scoprire, spesso non per caso, che il neo realismo viene dal fascismo. E che opera come la livella di Totò, una mannaia a cui non si sfugge. O un antiparassitario, che dissecca nel mentre che purifica. Così i suoi tre santi protettori a Milano, dove Giovanna Gulli ventenne si era trasferita da Reggio Calabria per fare la scrittrice, Zavattini, Marotta e Répaci, ne hanno segnato il destino postumo: se hanno imposto la pubblicazione del romanzo a Garzanti, nel 1940, lo hanno consegnato all’indistinto del neo realismo. E all’oblio: oggi nessuno sa di “Caerina Marasca”, né di Giovanna Gulli. Il sito Calabria on line, peraltro benemerito nella registrazione dei letterati della regione, la fa morire a 23 anni nel 1917. E del romanzo, che rappresenta solo figure maschili positive, dice che “mette sotto accusa il dominio maschile, non c’è un solo personaggio maschile che sia descritto in maniera positiva”.
La narrazione è – tra i tanti punti di originalità - non femminista (e neppure una delle cosiddette “scritture al femminile”). Per cui la Gulli è trascurata dal ricco filone di studi di genere. Con molti appigli pauperistici, che fatalmente la indirizzano al neo realismo. Ma senza nulla in realtà di vittimistico, e senza nulla di rivendicativo: la sua abiezione è l’impossibilità di essere. Pane! è il leitmotiv della prima parte, la fame. La malattia e la morte della seconda. La prostituzione della terza. Se ne parla a ogni pagina, con insistenza, e detti così sono tre travi di resistenza di quello che sarà chiamato il neo realismo. Ma il collante è il disagio di vivere, l’impossibilità: dell’amore, dell’amicizia, della famiglia. L’incapacità di essere, di “soffrire i sentimenti” (312). Con l’aggiunta: “Dire che Caterina amava è poco: ella era pazza d’amore”. Il tutto può fare un melodramma, senza musica per giunta, una “Signora delle camelie” verbale del Novecento. Oppure una figura maestosa, l’“Anna Karenina”, col piglio devastante degli “Umiliati e offesi”. E questo è: la Gulli sa essere Tolstòj e Dostoevskij – anche se non beneficia del vago esotismo che si lega al mondo russo.
Sa pure che la cosa meraviglia, e non lo contesta: “I sintomi di questa malattia sono innati e latenti”, dice della sua storia (345). Ma con limiti: il peggio della malattia è “non riuscire a uccidere il pensiero”. La storia vera del romanzo è questa. C’era in Italia, nel 1938, una storia di disagio esistenziale senza fondo. Di un scrittrice ventisettenne che stava per morire all’improvviso di polmonite, Giovanna Gulli. Ragazza volitiva, che a diciannove anni si è trasferita da Reggio Calabria a Messina, per fare la segretaria nella sede di un’agenzia giornalistica, e dopo un paio d’anni a Milano, per fare la scrittrice. Dove ha cercato e ottenuto l’attenzione di Zavattini, che ne scriverà, Répaci, Marotta, Giuseppe Longo, direttori d’importanti periodici, ha pubblicato racconti e collaborato a trasmissioni radio per bambini. Questo romanzo non era piaciuto ai maggiori editori, malgrado gli illustri patrocinanti, e uscirà postumo da Garzanti. Con estesi tagli. E con la lettura neo realistica che lo condannerà all’ammasso delle opere minori – ha un senso che il neo realismo nasca col tardo fascismo: è l’annegamento nella mediocrità, l’indistinto del “sociale”, inteso “siamo tutti buoni con i poveri”.
Non sappiamo cosa sarebbe stato il romanzo senza i tagli. Quello che ne resta è comunque una storia di forte disagio di vita. Non c’è altra narrazione cupa come questa, segno del tempo. Di allora come di oggi, anche se non c’è più la “fame”: lo sradicamento è oggi perfino radicale, il vuoto di vita. Non è una storia di povertà che conculca l’ansia di riscatto sociale, o di sopraffazione – che purtroppo la nota a questa coraggiosa riedizione ribadisce, “la ricerca e la speranza di Caterina di «esistere meglio, al meglio»” legando alla “società stravolta dal bisogno e dalla sopraffazione”. Il rifiuto è radicale, “naturale”, senza scampo. La povertà vi è derisa, con cattiveria, e così ogni altra consolazione. Della generosità si traduce il calcolo, dell’amore la sofferenza, dell’avventura la fatica, della stessa disperazione l’egoismo (del padre,della madre), in uno stato d’ipocondria costante e cumulativo. La città è Napoli. Ma è una “simil Napoli”: la storia si vuole delocalizzata e spersonalizzata. È decontestualizzata, nei luoghi, nelle occupazioni, nel ceto, o le abitudini sociali, di proposito, con protervia, una sorta di metafisica del disadattamento.
Giovanna Gulli, Caterina Marasca, Rubbettino, pp. 387 € 5,90

Ombre - 100

Protesta l’“Avvenire”: la chiesa paga le tasse, dice il contrario il partito dei massoni e radicali, quello di chi non paga le tasse. Ma quanti sono i massoni e i radicali?

“Colpi micidiali” dice “Famiglia Cristiana” le manovre del governo a luglio e agosto: “Un serial killer non avrebbe potuto fare meglio”. Mentre il cardinale Bagnasco con monsignor Crociata vanno a Madrid per dire che gli italiani devono pagare le tasse. E la chiesa, perché non le paga?
Non le parrocchie, che si meriterebbero magari di non pagare nessuna tassa, tanto è utile il lavoro che fanno. No, la chiesa tutta: il vicariato di Roma per esempio, o l’arcivescovado di Milano, così ricchi d’immobili e terreni esentasse, con libertà di fabbricazione. Davvero la patrimoniale non spaventa Bagnasco, il più grande immobiliarista d’Italia, e forse del mondo?
Per non dire del terzo settore, alla cui ricchissima ombra – tale da oscurare le superpagate energie alternative – prospera tanto sottogoverno.

La casta per eccellenza, fascista perfino nelle apparenze, è in Italia la giustizia, come tutti sanno. Ma non per la Rcs: nel suo ampio catalogo delle caste manca proprio la giustizia. Né per i suoi moralizzatori principi, Rizzo e Stella, che sul “Corriere della sera” con cura la evitano. Per rimediare, a fronte della concorrenza, de Bortoli ricorre a Gabanelli e Iovene, i responsabili di “Report”: doppi incarichi, con doppie retribuzioni, pubbliche, abnormi, spesso autogestite, doppie carriere, anche in absentia, conflitti d’interesse da paura, da controllori\controllati.
Dopodichè, dopo avere tanto osato, lo stesso de Bortoli fa le pulci alla Rai, nella stessa pagina, che (non) ha censurato “Report”.

Non vige più, ma solo da qualche anno, lo stupefacente principio del “galleggiamento”, spesso accoppiato all’ancora più stravagante “trascinamento”, di cui G. Leuzzi dava vent’anni fa alcuni incredibili esempi in “Fuori l’Italia dal Sud”. Per il galleggiamento tutti i pari grado beneficiavano degli avanzamenti di un singolo giudice. Per il trascinamento, quando la carriera di un giudice era ritardata (per malattia, incapacità, reato), tutti i giudici più giovani del suo grado avevano diritto alla sua retribuzione. Un paio di giudici condannati per pedofilia una quarantina d’anni fa, e poi reintegrati per derubricazione del reato e\o amnistia, comportarono un riallineamento retributivo (galleggiamento) di migliaia di magistrati, che, più giovani, maturarono il diritto al retribuzione dei due ex condannati seniori.

Ci volle la prima grande crisi dello Sme-euro, nel 1992, per imporre la cancellazione del privilegio. Nel frattempo esteso ai morti, col “galleggiamento sul morto”, uno che fosse transitato nei ruoli prima della scomparsa, e “a catena” - il “galleggiamento successivo e reciproco”, per cui si “galleggiava” su un collega, che aveva a sua volta “galleggiato” su un altro, e così via. E appena cinque anni prima, nel 1987, esteso ai comandi militari. Allertando tutta la Funzione Pubblica, mai così vispa e rapida.

Cinque pali e cinque gol, di cui uno dopo una trentina di passaggi. Sembrava una partita estiva d’allenamento, ma era Barcellona-Napoli, che molti in tv hanno potuto vedere. I giornali no, non l’hanno detto. Troppo umiliante per i giornalisti sportivi? Il loro calcio, il calcio italiano, è di chiacchiere.

Nell’interminabile psicosociologia del senso comune che viene svolgendo ogni lunedì ormai da una ventina d’anni sul “Corriere della sera” (il senso comune sfugge da tutte le parti), Francesco Alberoni tocca lunedì l’ingratitudine. Ricorda il Satana di Milton che si ribella a Dio per il fardello insopportabile della riconoscenza, menziona l’invidia, critica l’eccesso di generosità nel dono. Gli manca una categoria: la gratitudine\ingratitudine a intermittenza. Molto diffusa nel giornalismo, un settore ad elevata mobilità. Capita di essere salutati effusivamente da molti in certi periodi, ed evitati in altri: dipende dalla posizione che si ha.

“Lasciare l’abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle dei giovani è una vera colpa storica e morale”, dice a Comunione e Liberazione Napolitano. Strabiliante. E poi?
Dopo il Monaco Scalfaro, di sacro fuoco acceso, il quaresimalista Napolitano: quanto male il compromesso storico ha fatto alla Repubblica?

Il “Corriere della sera” offre lunedì lo spazio a Giuliano Pisapia di celebrarsi, malgrado i tanti aumenti di tariffe e di tasse. Pisapia ricambia scusandosi: “Sui poteri forti mi sono espresso male”. Non sono forti, vuole dire: il “Corriere della sera” fa tanta paura?

“Anzianità, vanno al Nord quasi due pensioni su tre”, calcola “Il Messaggero”. Ma non si può rimproverarne lo statista Bossi: lui almeno lo sapeva. Sono i giornali che non lo dicono.

Gli Indignados spagnoli sono indignati per il costo delle Giornate mondiali della gioventù di papa Ratzinger. Il governo replica: non sono costate nulla, anzi lo Stato ci guadagna cento milioni. Probabilmente non è vera né l’una né l’altra cosa, c’è solo da indignarsi.