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sabato 22 ottobre 2022

Ombre - 638

“Il dollaro si è apprezzato al suo massimo livello dal 2000”, nota il bollettino settimanale del Fondo Monetario Internazionale, “essendosi apprezzato del 22 per cento contro lo yen, del 13 per cento contro l’euro, e del 6 per cento sulle monete dei mercati emergenti, dall’inizio dell’anno”. Questa guerra fa bene al dollaro.

Il presidente Joe Biden, di cui Obama che lo ha avuto vice per otto anni dicea “never under estimate the ability of Joe to fuck up everything”, mai sottovalutare la capacità di Joe di mandare tutto a puttane”, fa la guerra contemporaneamente a Russia, Cina, Iran, e altri paesi di passaggio, tipo Arabia Saudita. Si dice anche che è anziano, ma il fegato non gli manca. Vuole gli Stati Uniti soli al mondo, più ancora del terribile Trump?

Si insiste a dire la Garbatella, il quartiere romano di Giorgia Meloni, una borgata. Mentre è proprio un quartiere, creato con un piano urbanistico, nella viabilità, gli spazi pubblici, i volumi, i collegamenti. Si insiste anche per legare Meloni al fascismo. Qui con più verità, ma tacendo che la Garbatella è stata creata, progettata come quartiere, urbanizzato, nella Roma del fascismo, che bene o male non costruiva  per arricchire i palazzinari – non soltanto loro.

Giorgia Meloni non ha finito di leggere la lista dei ministri sul tg 1 che Rai 3 ne faceva la satira, riavvolgendo il nastro a velocità – come a dire: è una buffonata. La Rai di governo e di lotta.

Si presenta il segretario del Pd Letta alle consultazioni al Quirinale circondato da ben cinque donne, ognuna con un titolo, presidente di qua, responsabile di là. che non dice nulla. Voleva irridere le quote rosa – avendo già segato le donne nelle candidature elettorali?

“Siamo parte della classe politica che negli ultimi dieci anni è stata al governo senza avere mai vinto le elezioni”, constata l’onesto Bonaccini, il presidente Pd dell’Emilia Romagna. Già, una sorta di nomenklatura – il sovietismo non persiste solo in Russia.

Non si sa per quale motivo il ministero dell’Economia, cioè Draghi, ha deciso di dare l’ex Alitalia a Air France piuttosto che a Lufthansa. Cioè si sa – Draghi si vede con Macron, il presidente francese – ma non si può dire. Ma perché dire che i dubbi dei manager Itavia-Alitalia sulla cordata di Air France sono di lesa maestà, come fa “la Repubblica”,  ogni giorno, annunciando inchieste, processi e condanne? Un manager non ha il dovere di segnalare i rischi per l’azienda? Le guerre tra fratelli sono assassine.

“Il maestro Yuriy Kerpatenko è stato probabilmente assassinato nel mese di settembre”, scrive giovedì “The Economist”, guardingo. I giornali ialiani, invece, una settimana prima sapevano chi lo ha fatto assassinare, Putin, a una certa ora, un certo giorno, davanti casa. Hanno informazioni migliori.

“Gli Nft, non fungible Token, sono passati di moda prima ancora di capire che cosa fossero”. Sono, erano?, oggetti, reali o digitali, scambiati online, in bitcoin, a quotazioni vertiginose. A volte il millennio digitale, più che andare tecnologicamente sempre di corsa, sembra un mondo di furbi. Tanto da risultare irreale – come invece non è: è ben reale, solo stupido.

L’Inter, o il suo proprietario, la famiglia Zhang, fa un amento di capitale a debito, 100 milioni, sul quale si pagano interessi del 12 per cento, spiega Cottarelli al “Corriere della sera”.  Una lotteria. Le squadre di calcio “non possono” fallire, basta un po’ di applicazione per spolparle.

In passato era lo stesso padrone del club milanese, l’indonesiamo Thohir, un mediatore d’affari con sede alle Caymane, a pagarsi interessi elevati, a spese del club. Dell’8-9 per cento, in tempi di tassi zero. Sui prestiti al club che intermediava da banche asiatiche.

Si celebra la probabile vittoria di Bagnai e della Ducati al mondiale moto come la prima “doppietta” tutta italiana dopo 50 anni. Trascurando che Ducati è tornata sul mercato e alle corse passando dieci anni fa alla Lamborghini, cioè alla Audi, cioè alla Volkswagen. Dopo trenata e più anni di quasi chiusure in mani italiane.

In uno sceneggiato Rai si fa sentire il rumore costante che le pale eoliche fanno – un caso di inquinamento acustico, irrimediabile. L’associazione delle imprese eoliche protesta con la Rai. Il rumore non va fatto sentire?

Si lamenta la Germania che “paesi amici”, Stati Uniti e Norvegia, “praticano cifre astronomiche” per fornire il gas in vece di quello russo. E si lamenta a ruota anche la Francia. È il mercato? No, ci sono interessi diversi e contrastanti dietro le sanzioni alla Russia.

Si fanno confronti internazionali sulla spesa sanitaria pro capite, 3 mila dollari l’anno in Itaia, 10 mila negli Stati Uniti. Come se la sanità in America fosse tre volte e mezza migliore che in Italia. Mentre è peggiore e soprattutto classista. Non si dice che la spesa sanitaria in America è di gran lunga privata, cioè più costosa, e che l’assicurazione medica costa una enormità.


 

Giufà tra i macellatori di cadaveri

"Avvocato d’insuccesso” è il sottotitolo delle miniserie Rai tanto annunciata– il personaggio è quello dei gialli di Diego De Silva dalla stesso titolo. Uno spasso, sepure a ritmo ineguale – è il problema delle serie tv, tenere tesa e prolungata la rete della pubblicità serale, la più redditizia.

Il trickstar non è una novità, il pasticcione che l’ha vinta non sa come. Il Giufà che molte ne affronta o crea e qualcuna anche la risolve. Questa miniserie Rai si distingue per utilizzare la maschera incerta e la camminata sbilenca di Massimiliano Gallo. La prima puntata anche per le scene dal vero dei Tribunali, fuori dai rituali mediatici (di cronisti che non ci sono mai stati?). Specie di quelli civile, con le stanze piena di avvocati, un tempo si fumava anche, che sottraggono o impongono incartamenti a un piccolo giudice seduto a una piccola scrivania, il quale quattro volte su cinque si limita ad un rinvio – la quinta è quando le parti sono addivenute a un accordo e glielo sottopongono per avallo.

Altre trovate illuminano nella prima puntata la malinconica scena, molto ben tagliate e montate. I colloqui di Vincenzo Malinconico, uno che vive solo, con il “Mister Fantasy” della sua infanzia, Carlo Massarini, che gli trova le soluzioni, gliele suggerisce. I colloqui con l’ex moglie, che s’immagina sempre nel suo letto. E alcuni ritratti dal vero. Le cataste di carte (leggi, repertori, memorie) che gli avvocati si portano dietro e non usano mai. La conversazione dell’amico avvocato perditempo. L’avvocatessa bella del palazzo di Giustizia, l’intoccabile. Meglio ancora, le figlie del camorrista, un capolavoro – Malinconico, “io faccio il civile”, si trova a difendere, nessuno sa come, un macellaio sospettato di essere il macellatore delle vittime di camorra (sì, anche lo strano è vero).    

Alessandro Angelini, Vincenzo Malinconico, Rai 1

venerdì 21 ottobre 2022

Il dominion della lingua

Alle 13.30 di giovedì la premier inglese Liz Truss, che alle 13.30 di mercoledì affermava ai Comuni “sono una combattente, non una codarda”, si è dimessa. Come? Tra i conservatori inglesi succedono cose di cui non si sa mai la ragione.

Il settimanale “The Economist” intanto andava in stampa con una copertina che raffigurava la premier in tenuta guerriera ma falsa, da centurione romano del Colosseo per la foto-ricordo mediante gratifica, sotto la scritta “Welcome to Britaly”: non c’è niente di peggio dell’Italia - o è invidia?

“Il paragone è inesatto”, spiega la direttrice inviando la rivista online, della copertina intempestiva. Ma “cattura qualcosa di reale”. Che cosa? Tre, “per l’esattezza”: l’instabilità politica, la crescita stentata (pochi investimenti, scarsa produttività), le gestione dei titoli pubblici di debito, fonte d’incertezza.

Questo è vero e non lo è. Nel senso che la cosa si potrebbe dire al contrario: tutto quello che l’Italia ha fatto sulla traccia britannica, le privatizzazioni, della sanità e degli altri servizi pubblici, le Autorità di controllo, la grande distribuzione, con centri commerciali, il seven-eleven, le domeniche aperte, è stato un disastro, sociale ed economico. Differisce solo la narrazione, come il funerale di Elisabetta II ha dimostrato, lo storytelling, e in questo l’Italia è sicuramente il cattivo esempio. E naturalmente differisce la lingua: l’italiano non è l’inglese.

Nei fatti, come dice la direttrice dell’“Economist”, che cos’altro ha l’Inghilterra per pretendere di fare il maestro di scuola? “Unboxed”, si legge oggi, la fiera della creatività britannica – liberata (dalla Ue), intende il nome  - è costata 120 milioni di sterline ma pochi sono andati a vederla, nemmeno un quarto di milione di persone. Londra ha fatto la Brexit per la vanità di poche persone. Ha una famiglia reale che si vende benissimo, perché tutti sappiamo l’inglese, senza fare nulla, eccetto che scandali. Ma non è una scuola di buona amministrazione. Non nelle nazionalizzazioni, non nelle privatizzazioni. Non nel governo dell’economia, che ristagna da cinquant’anni. Dopo aver costretto gli inglesi alla tessera annonaria per dieci anni dopo la guerra. Non della moneta: Soros si arricchì nel 1982 a spese della lira, ma ancora di più a spese della sterlina. Benché gli inglesi da un decennio potessero viaggiare all’estero solo con 50 sterline. Per non parlare delle guerre ribalde, da ultimo all’Iraq.

Ma non c’è paragone fra la Gran Bretagna e l’Italia, “The Economist” ha ragione: l’Italia ha perso la parola, come Liz Truss.

Thomas More santificato da Shakespeare

Il caso di Thomas More, lo sceriffo di Londra assurto a cancelliere (primo ministro) del capriccioso  Enrico VIII, rispettato a corte e in tutta Europa, celebre inventore di “Utopia”, amico da sempre di Erasmo di Rotterdam, fatto decapitare dallo stesso re perché si opponeva al divorzio e al successivo matrimonio con Anna Bolena, “una condanna che sconcertò  il mondo” (Nadia Fusini – cioè l’Europa, occidentale), visto dalla parte della vittima – ora santo della chiesa. Un dramma a più mani, Anthony Munday, ideatore, Henry Chettle, Thomas Dekker, Thomas Heywood, e da ultimo Shakespeare, di fine Cinquecento-primi Seicento, regnante Elisabetta, la figlia di Enrico VIII. More ne esce “affabile, geniale, divertente, oltre che fine studioso e umile servitore dello stato” (Nadia Fusini). Segno di grande libertà di espressione, malgrado i sospetti perduranti di “papismo” tra i cattolici, o le posizioni in qualche modo assimilabili a quelle dei cattolici.

Il dramma non andò mai in scena. Per le ripetute richieste di modifiche del Master of the Revels, il maestro delle feste, di fatto il censore, documentate nel manoscritto superstite dell’opera, e poi per il fallimento della compagnia che lo aveva in repertorio. Le censure sono singolarmente senza cattiveria: vertono non tanto sulla persona di Thomas Moore, sull’apologia che il dramma ne fa, quanto sul suo ruolo nel primo atto, di pacificatore, in qualità di sceriffo, della rivolta popolare londinese detta “Malo Calendimaggio”,  Ill May-Day”, del 1517, contro gli stranieri. Un migliaio di persone, folla allora considerevole, protestò contro gli stranieri, gli immigrati diremmo oggi, saccheggiandone fondaci e abitazioni. More domò la rivolta parlando, così vuole il dramma (in realtà tredici rivoltosi furono impiccati, e 400 processati, poi perdonati): ascoltando i rivoltosi, spiegando loro le ragioni morali e di convenienza di non assaltare i negozi e le abitazioni degli stranieri. Solo l’anno prima aveva pubblicato, in latino, dopo lunga riflessione, la sua celebre “Utopia”. Il metodo More piaceva naturalmente al censore, ma la rivolta del 1517 lo turbava, avrebbe preferito che non se ne parlasse. Era meglio, a suo parere, non farla rivivere: ogni rivolta è contro l’autorità – la corte, il re, il regno.

Il dramma segue Thomas More dall’Ill May-Day all’ascesa al potere, alla disgrazia, con rispetto sempre della persona, anzi con ammirazione: un’agiografia. Oggetto di molta filologia (anche in Italia, con una prima traduzione che questa edizione apprezza molto, nel 1981, a opera degli anglisti  Vittorio Gabrieli e Giorgio Melchiori), è stato scarsamente rappresentato.

La lettura è piana. Sorprendente appunto in quanto rivaluta il cancelliere decapitato, saggio qui in tutte le occasioni, a corte come in famiglia, anche nella disgrazia finale, chiuso nella Torre, come già nella rivolta del Calendimaggio. È una dramma storico. Sorprendente in questa edizione più per il paratesto, delle curarici e traduttrici Nadia Fusini e Iolanda Plescia.

L’introduzione di Nadia Fusini, che intitola il suo saggio “Il puro folle”, di Thomas More che incarna il “puro folle” di Erasmo (una sottolineatura che egli stesso fa in una lettera familiare, ricordando che il suo nome in greco, moros, significa folle), fa emergere la storia sorprendente della rivolta contro gli stranieri, per gli stessi motivi che oggi si agitano contro gli immigrati: hanno abitudini strane, anche nel mangiare, rubano il lavoro, violentano le donne. Spiega i tortuosi procedimenti del Master of the Revels, del censore – che si ritiene anche autore, comunque partecipe del business teatrale, che non è opera d’autore isolato quanto industria,  commercio culturale. A un certo punto consiglia – il censore qui sempre “consiglia” – di dire gli stranieri del 1517 “tutti lombardi”, evitando di dirli cioè “lombardi e francesi”, perché ora la politica regale è di avvicinamento alla Francia. Tutte sottigliezze di questo genere, mentre resta indiscussa l’apologia di Thomas More.

Fusini dà un’identità agli autori. Munday, “il miglior plotter” dell’epoca, ideatore di trame, a cui altri autori si rivolgevano per avere un intreccio su cui lavorare, era un mangiacattolici. Fusini lo dice ”un elisabettiano a Roma”, tratteggiandolo personaggio da romanzo: “”Londinese nato nel 1560”, con More morto da venticinque anni, a scuola “sotto la direzione di un ugonotto francese rifugiato a Londra, aveva compiuto un viaggio a Roma con Thomas Nowell, di simpatie cattoliche, soggiornando presso il cattolico English College nella capitale, per poi tornare in Inghilterra e scriverne una satira feroce, The English Roman Life, nel 1582. E sempre lui diventerà una spia del governo inglese e  renderà testimonianza contro il gesuita Edmund Campion, scrivendo una serie di pamphlet contro i martiri cattolici”. Resta la curiosità: scrisse la trama di “Sir Thomas More” su richiesta di un autore papista, magari solo in petto? In altri tempi si sarebbe detto di sì, anzi si sarebbe detto che il papista nascosto era Shakespeare, ma gli studiosi di Shakespeare da qualche tempo sono cauti – è perfino finito il gioco “Shakespeare era un altro”.

La parte di Shakespeare è stata identificata nell’argomentazione di More ai rivoltosi dell’ll MayDay, la scena 6, 155 versi su 265 – aggiunta al copione in appendice, l’app. 2. Che rimanda Iolanda Plescia a Lampedusa, agli sbarchi oggi: “Imagine, dice More: «Immaginate di vedere gli stranieri disgraziati,\ coi bambini sulle spalle, i loro miseri bagagli,\ che arrancano verso le coste e i porti per imbarcarsi…»”. Più altri 21 versi alla scena 8, sulla verità del potere. Una riflessione, nota Plescia, analoga a quella di Ulisse in “Troilo e Cressida”, cui Shakespeare si applicava nello stesso arco di tempo. Al discorso di Ulisse che anticipa Hobbes, sul “lupo universale”, il potere che finisce per divorare se stesso, avendo divorato ogni preda possibile - o non rinvia piuttosto alle argomentazioni oratorie di Antonio nel “Giulio Cesare”, dove anche c’è da venire a capo di una sommossa popolare? Un’argomentazione tutta secentesca, del disordine che chiama disordine: “Secondo questo metodo\ nessuno di voi arriverà alla vecchiaia:\ altri furfanti, in balia delle loro fantasie,\ con quello stesso pugno, le medesime ragioni, lo stesso diritto,\ come squali vi attaccheranno, e gli uomini come pesci famelici\ si ciberanno gli uni degli altri”.

Un histyory play, spiega Fusini, “un «dramma storico», un genere essenzialmente elisabettiano”. Che la studiosa fa derivare da Boccaccio, dalla “tradizione del De casibus virorum illustrium”, di cui girava una libera traduzione di John Lydgate dal titolo “The Fall of Princes” – libera in quanto tradotta da una traduzione francese. Iolanda Plescia spiega la preziosità del testo in quanto è “uno dei pochi drammi” elisabettiani “che ci sia giunto in forma manoscritta”.

Un’edizione in inglese e in traduzione, con molte note di contesto, una nota al testo, di come si presenta nel manoscritto, e da che mani è redatto, una nota bibliografica del dramma, dettagliata, comprese le rappresentazioni, una bibliografia essenziale altrettanto dettagliata degli studi ultimi su Shakespeare, e dei cenni biografici. Brevi questi ultimi, ma abbastanza per far capire che Shakespeare è Shakespeare, non uno del centinaio di altre impersonificazioni che se ne sono fatte.

L’unica rappresentazione italiana, a Verona nel 1994, ha avuto Raf Vallone nel ruolo. 

William Shakespeare, et al., Sir Thomas More, Feltrinelli, pp.319 € 12

giovedì 20 ottobre 2022

L’italiano sportivo 2 – la partita di calcio in tv

Le squadre si affrontano

A viso aperto – o scoperto.

La ripartenza è possibile,

attaccare la profondità

con gli esterni offensivi

Cambia gioco

Numero!

Gran numero!

Si chiude il triangolo,

Non si chiude il triangolo,

Si torna al possesso palla,

Ma la squadra ha ancora gamba,

La ripartenza è micidiale,

Cross teso!

Zona tiro!

Svirgola!

Forse un pestone,

Ma gli estremi non ci sono

Per il calcio di rigore

 

Sul rettangolo di gioco

il prospetto delle catene

manca di densità in ampiezza

ma s’accorcia la larghezza

(e si restringe la lunghezza?)

s’intensifica la pressione

fa la sfera una parabola

strana per effetto

di un tiro a rientrare

e infila il portiere

(che vorrà dire?)

 

Nota. Linguaggio tecnico – tecnico? Una partita in Italia deve essere una sofferenza, oltre che sul campo, nel commento.

Il calcio l’ipocrisia italiana vuole asettico. Perché è uno scontro di potere: Juventus, Inter. Milan, Roma, Napoli, tutto s’intende gioco di potere, per quanto micragnoso. Così l’intende il cronista o il commentatore sportivo, che per questo si astiene, parlando incomprensibile?  Oppure li scelgono se incapaci di altro?  

Stampa e opinione pubblica, orrori tra le due guerre

La stampa popolare a Chicago, Washington, New York (del colonnello Robert Mc Cormick, dei fratelli Patterson), Londra (di Lord Beaverbrook e Lord Rothermere) tra le due guerre, e ancora durante la guerra, nonché una parte importante della stampa d’opinione in America (la catena Hearst a Washington), era cinica, demagogica, jingoista (nazionalista-imperialista), antisemita, e filotedesca. Nemica di F.D.Roosevelt in particolare, e di Churchill. Con poca influenza, però, sull’opinione pubblica.  “Dopo mesi di indiscrezioni, editoriali e cinegiornali contro, Roosevelt vinse la seconda di quattro elezioni presidenziali nel 1936 col più largo margine nel voto popolare in cento anni, e con 46 stati su 48”.

Geoffrey Wheatecroft, The Limits of Press Power, “The New York Review of Books” 18 ottobre 2022

mercoledì 19 ottobre 2022

Cronache dell’altro mondo – elettriche (227)

Passare tutto il parco automobilistico all’elettrico, come vuole l’Inflation Reduction Act del presidente Biden, non salverà l’ambiente, avrà un costo enorme, creerà tensioni “geopolitiche”. Il “New York Times” descrive le tensioni politiche già in atto.

La prima riguarda il cobalto e il litio, di cui si farà grande consumo per gli elettrodi delle batterie. Grande produttrice di litio, “l’Arabia Saudita del litio”, è la Bolivia. Il cui presidente eletto Morales, contrario allo sfruttamento minerario intensivo, è stato destituito due anni fa con un colpo di Stato.

Il maggior produttore di cobalto al mondo, “l’Arabia Saudita del cobalto”, è la Repubblica Democratica del Congo (Kinshasa). La Cina e gli Stati Uniti se ne contendono la produzione, a costi umani e anche ecologici elevati.

Quindici delle diciannove miniere di cobalto del Congo sono in mani cinesi. Delle miniere americane il ras è Erik Prince, il fondatore e gestore dei contractors Blackwater, i mercenari in affitto, utilizzati dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Irak, malgrado gli eccessi documentati.

In Bolivia sono state indette dopo Morales le gare per le miniere di litio: concorrono una società americana, una russa, e quattro cinesi.

“Forbes” stima che 384 nuovi siti minerari dovranno essere aperti nel mondo da qui al 2035 per la produzione di cobalto, litio e nickel. Riducibili a 336 qualora una severa politica di riciclo delle batterie esauste venga adottata.


Il falso buono – Berlusconi 30

All’improvviso Berlusconi non vota il presidente del Senato, e anzi, a beneficio di telecamere e video maker lo licenzia con un vaffa. All’improvviso Berlusconi insulta Meloni, che gli ha fatto vincere le elezioni, seppure come ruota di scorta, dicendola, a beneficio delle telecamere e dei teleobiettivi, “supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. All’improvviso lo statista Berlusconi si dice in corrispondenza con Putin, che gli ha regalato una cantina di vodka. Come se Putin fosse un vecchietto in pensione. Come se Meloni fosse una delle donne “fatte” da lui. Come se ancora contasse qualcosa nelle Camere – tutti sanno che i pochi eletti del suo partito, quando vorrà staccare la spina a Meloni, non lo seguiranno.

Antifemminista per costituzione, con tre attacchi in tre giorni  e successive riconciliazioni, vuole mostrare che non ritiene la vincitrice delle elezioni capace di governare. Salvo farsi guidare, in almeno due dei tre attacchi, da una donna, Marta Fascina. Una compagna che ne è a questo punto anche la badante. Per una campagna che si dovrebbe dire di perfidia femminile, per tagliare le gambe a Ronzulli per qualsiasi ministero, non solo per il Senato, e a Tajani agli Esteri.

Cosa è cambiato nell’uomo dell’amore in politica che è così rancoroso? L’età certo conta – era venuto a Roma sei mesi fa, ancora sotto effetto covid, incerto anche nell’eloquio, sicuro che lo avrebbero fatto presidente della Repubblica. Ma non molto è cambiato: l’uomo è sempre stato rancoroso, si vede da come ha trattato e tratta il “suo” partito, i coordinatori, i ministri, i parlamentari. Rancoroso e capriccioso, in politica come negli amori – si fidanza con chi capita, la penultima era anche lesbica. Dei tanti che in teoria ha beneficato facendoli ministri e presidenti nessuno gli è riconoscente, da Urbani a Tremonti a Ferrara, persone onorevoli, e una ragione ci sarà.

Ha presieduto molti governi, senza mai risolvere nulla. Malgrado il credito che gli è venuto in Europa per avere assicurato una forte presenza ai Popolari in Italia. Berlusconi al capolinea pensa di fare il discolo, ma soprattutto spaventa i suoi.

Pasolini insegue l’osceno

“A me non c’era altro amore che importasse che quello della carne” - “Atti impuri”, 84. I primi due “scartafacci” di Pasolini pubblicati postumi, nel 1982. I primi di una serie ormai corposa di racconti di sesso. A connotazione autobiografica fortemente voluta, sottolineata: in entrambi i racconti il ventenne adulto, maestro, poeta, rispettato, concupisce con ardore illimitato ragazzi del contado, bruni o biondi, ne va in cerca, in bici, a piedi, ai bagni nel fiume, al ballo, al cinema. I due racconti sono del bisogno di rimorchiare, tra i venti e i venticinque anni, per un susseguirsi di contatti fisici, o bramiti, di pene di amore corporale.

La cosa più interessante è che sono testi del 1950, o poco prima - così assicura Concetta D’Angeli, che ha messo a punto i dattilo-manoscritti dei due racconti e ne ha curato la pubblicazione. La biografia di Pasolini ne è quindi in parte rivoluzionata: il processo per pedofilia in Friuli, la rottura col padre, il passaggio (la “fuga”) a Roma con la madre. Pasolini non era disperato e nemmeno impaurito: passa dalla campagna a Roma per darsi un’altra dimensione. A Roma, racconta in “Atti impuri”, è già stato per farsi un’idea, a maggio del 1947. E una volta stabilito a Roma prova di tutto, anche l’erotismo spinto di questi racconti. Che, come pare dagli appunti in margine, avrebbe voluto anche pornografici, come farà poi, da ultimo, con “Petrolio”. Libero pure dal padre, che ricorda in “Atti impuri” per quello che era, senza astio né irrisione – alla data 6 giugno 1946. E in “Amado mio” alla scena finale al cinema di Caorle, ammirando due efebi locali, “uno biondo… l’altro bruno”, di questo vede “il capo grosso, la bocca rotonda e mal disegnata, deliziosamente simile al padre…” – con i puntini di sospensione. Della madre accennando, in felice sintesi, “la sensibilità” – o anche: “Mia madre è troppo nativa, ingenua”. Con spazio perfino per la fede religiosa, perduta ai quindici anni, ora ritrovata, seppure in forme speciose. L’accusa di pedofilia, che lo avrebbe costretto alla fuga, è ridotta alle chiacchiere astiose di un pittore pazzo, che voleva distruggere gli affreschi delle chiese di Casarsa e Viluta.

Sul padre, sul punto della fede, si prolunga, fino a identificarvisi: “Mio padre, ufficiale, era alquanto indifferente alla religione, benché ci conducesse a messa tutte le Domeniche; egli non viveva e non vive di queste cose. Anch’egli come me (ma attraverso che divergenti cammini!) ha ridotto la sua esistenza a se stessa. In lui coesistono, è vero, delle sovrastrutture, e ci crede: l’onore, la nazione, la praticità ecc.”.

“Atti impuri” viene in in forma di diario. Nico Naldini nel 1980, quando pareva potersi occupare degli inediti, attesta che Pasolini teneva un diario, e ne ha pubblicato dei brani, che poi si ritrovano in “Amado mio”, in “Poesia e pagine ritrovate”. Un racconto dapprima costruito, poi, a metà, confuso, sotto forma di pezzi aggiunti, senza revisione né coordinamento: è il racconto dell’amore infelice e felice per un ragazzetto Nisiuti, che poi il narratore, a metà, abbandona, per “farsi” altri ragazzi, come capita.

Il protagonista senza nome di “Atti impuri” fa tutto quello che Pasolini faceva a Casarsa e Versuta: la scuola, la poesia, le sagre, i balli, i boschetti appartati liungo il fiume. Per un lungo tratto il racconto è anche, caso unico nella enorme produzione pasoliniana, dell’amica degli anni di guerra a Casarsa, la violinista Pina Kalz, sotto il facile adattamento in Dina: il romanzo, ricorrente nella prima parte, dell’infatuazione che lui non poteva corrispondere. E, anche questo caso unico, ogni tanto ricorre Guido, il fratello giovane partigiano ucciso da altri partigiani, con un tranello. Ma Guido ricorre incidentalmente, per la notizia della morte, per “i tremendi mesi del lutto”, per il lutto stranamente breve, per una messa in suffragio. In questo ultimo caso sacrilegamente: le pratiche con un ragazzo di cui non sa il nome lo hanno eccitato tutta la notte, dice l’io narrante, “sì che stamattina (una giornata finalmente splendida di sereno) mentre si celebrava una Messa nella chiesetta di Viluta in suffragio  di mio fratello nell’anniversario della morte, assistendovi non riuscivo a staccare da me quel volto, che mi colmava di una sfibrante dolcezza” – e continua: “Vivevo tutto nel mio ricordo troppo recente, nel contatto ancora fisico con quel ragazzo fino a ieri straniero, che mi era stato più vicino di quanto lo sia mai stata mia madre”.

“Amado mio”, racconto breve, meno della metà di “Atti impuri”, è un corpo a corpo con un quindicenne in una lunga estate lungo le rive del Tagliamento, a cui dà nome Iasìs, la ninfa nell’antica Grecia. Anche lui spesso trascurato per altri rapporti. Con un cameo memorable di Gilda-Rita Heyworth. E con una celebrazione di Caorle. 

In una nota affettuosa Attilio Bertolucci dice i racconti “due idilli, e insieme elegie, della gioventù”. No, semmai della pedofilia - Pasolini non sentì mai l’età (non ne ebbe il tempo?). Ma niente di elegiaco, non sono “Dafni e Cloe”: sono racconti del desiderio, carnale. Autobiografici, scopertamente, solo velando, poco, i nomi. Più interessante, e oggi documentabile, dopo le opere postume successive, sono i due racconti come parte di un progetto di Pasolini di scardinare gli interdetti. Tra questi l’osceno o il porno in letteratura, anche naturalmente nella specie gay. Un progetto non insistito ma ripetutamente alluso.

Tutto vi concorre in queste prime narrative, scritture del desiderio e dell’atto. Compreso l’aggettivo “kafkaesco”, che non c’entra nulla. E con l’insulto – lo scandalo aggiunto – di un paio di citazioni di Goethe in “Atti impuri” come rivolte all’amato, mentre sono due distici del poemetto “Erlkonig”, il lamento del padre amoroso sul figlio morente. In questa urgenza, ripetitiva, non c’è dolore né afflizione, neppure nei riguardi della mamma. Solo l’inquietudine di una sessualità insistente, insaziabile. Ma di godimento e non di sofferenza - di conquista. Si direbbe che Pasolini ricalchi i romanzi erotici libertini, convogliando sui ragazzi fantasie e iperboli dei libertini del Settecento ai danni delle dame. Ma non sembra il caso: i libertini sono l’unico riferimento che non cita fra i tanti. È come il cacciatore folle a caccia, senza dispiacere per la preda.

Pier Paolo Pasolini, Amado mio\ Atti impuri, Garzanti, pp. 211€ 15

martedì 18 ottobre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (506)

Giuseppe Leuzzi

Claudio Bisio “al Sud” per girare “Benvenuti al Sud”, ricorda a Renato Franco sul “Corriere della sera”: “Quando arrivavo al Sud”, per le riprese, “io all’inizio andavo in giro con un giubbotto antiproiettile, perché avevo paura che mi sparassero”. Lo dice per ridere? Non sembra.

Il Narco-Stato

“Per il porto passano ogni anno 50-60 miliardi di cocaina. E il traffico porta violenza e rapimenti, come quello tentato pochi giorni fa del ministro della Giustizia. Un magistrato lancia l’allarme: nel cuore della Ue si rischia un Narco-Stato”. Non è il porto di Gioia Tauro, è il porto di Anversa.

A Gioia Tauro si conclude un’operazione della Guardia di Finanza durata quattro anni con l’arresto di un funzionario delle Dogane, che quattro anni fa “schermò” un container-droga allo scanner. Insieme con un gruppo di operai, che avrebbero aiutato il funzionario a travasare i contenuti dal container-madre ad altri. E i trasportatori che avrebbero portato la droga in giro per l’Italia. Dopo quattro anni?

Fa notizia solo Gioia Tauro. Altra cocaina si trova, in questi casi "regolarmente”, a Livorno, alla Spezia , a Genova, ma non significa niente, solo contrabbando, di stupefacenti, ai terminali container. Per non dire di Anversa, dove la cocaina intercettata - solo quella intercettata - va sulle 90 tonnellate, ogni anno.

Niente vino, siamo meridionali

La produzione di vini tutelati vede tra i primi venti solo un vino del Sud, il Primitivo di Manduria, in quattordicesima posizione, con 30 milioni di bottiglie. Due, volendo calcolare l’Etna bianco, al ventunesimo posto, con 5 milioni di bottiglie.

Eppure la Sicilia, spiega il presidente del Consorzio Doc Sicilia, Antonio Rallo, lavora “più di 42 mila ettari, su un totale di 97 mila in Italia, con criteri di sostenibilità”, dunque di particolare qualità, in linea con i gusti, “in pratica un’estensione superiore a quella dell’intera Nuova Zelanda”.  Ma l’effetto non si sente: le dop, i consorzi, le promozioni pubbliche non riescono a smuovere le vendite. Incapacità di vendere? No, è la proprietà.

La proprietà anche delle vigne è al Sud estremamente frazionata. Nei venti anni del millennio c’è stata una spinta alla concentra zione, promossa dal governo e dall’industria vitivinicola in tutta Italia. Al Sud e nelle isole si è passati da 395.493 aziende a 131.038. Ma la superficie media per azienda è di due ettari, poco più. Il Sud è sempre anarcoide. 

Nemo propheta in patria

A lungo l’Ucraina è stata Russia, “Piccola Russia”. Benché con una propria lingua, e autonomia amministrativa. Ma la nobiltà era legata alla corte di Pietroburgo, poi Mosca, I suoi migliori letterati, Babel’, Bulgakov, Grossman, dopo Gogol’,ancora nel primo Novecento sono scrittori russi.

Gogol’ si manifestava ucraino per i gusti e il modo d’essere, il ballo, le barzellette, le bizzarrie. Ma per questo anche apprezzato in Russia. Le testimonianze a lui contemporanee sono lusinghiere, per lo più – perlomeno in quanto ucraino: ha “un’aria da ucraino malizioso”, è ricco di “quel particolare umorismo che appartiene soltanto ai piccoli russi”, è di “inimitabile umorismo ucraino”. Del resto, scriveva il russo meglio di come parlava l’ucraino.

Nel 1847, avendo viaggiato da Mosca a Pietroburgo con la famiglia dell’amico e benefattore moscovita Aksakov, si rifiuta a Pietroburgo di andare ad abitate da un magnate ucraino, che lo aspettava, e va a stare dagli Zukovskij. Zukovskij non lo ha letto, quando lo legge, su insistenza di Aksakov, non lo apprezza, e ai suoi ospiti moscoviti spiega che gli ucraini sono vanitosi, e che Gogol’ era ben un ucraino, “uguale a quelli che descriveva nei suoi racconti comici”.

Si dice nemo propheta in patria, ma questo è vero solo delle popolazioni subordinate. Quelle che hanno una patria ce l’hanno perché vi si riconoscono, anche soltanto per convenienza.

Quanto era povera Venezia

Facendo la descrizione ennesima e il conteggio della miseria a Napoli, in una delle sue tante lettere appassionate e documentate, Pasquale Villari scriveva a Dina, direttore de “L’Opinione”, a marzo del 1875 (la lettera era un articolo, in realtà), per difendersi dall’accusa di vedere male solo a Napoli. No, argomentava, vedo il male dove non si condiziona la carità pubblica - l’assistenza, il “pane” -  “all’istruzione e all’obbligo del lavoro”. E si giustificava:

“Perché si veda quanto questo male sia generale non paia che io voglia prendere tutti gli esempi dal Mezzogiorno d’Italia, ne citerò uno del Settentrione. Nella Rivista Veneta (voi. IV, fase. 5°, 1874) è stato poco fa pubblicato dal professore Cecchetti dell’Archivio dei Frari, un lavoro in cui si dànno alcune statistiche assai eloquenti. Dal 1766 al 1789 si trova che Venezia ebbe una media di 2000 poveri. Le cose sono da allora in poi talmente peggiorate, che nel 1860 erano nei registri di beneficenza inscritti 31, 891 individui in una popolazione di 123, 102 abitanti. Nel 1861 la popolazione discese a 122,564, e gli inscritti alla beneficenza salirono a 32,422. Nel 1867 la popolazione discese a 120,889 e nel catalogo della beneficenza erano registrati 33,978 individui. Questi erano, nel 1869, 35,000; nei 1870, 35,728; nel 1871, 36,200.

“E qui finisce la statistica, non senza notare che bisogna, per l’anno 1871, aggiungere circa 700 poveri vergognosi, i quali rappresentano altrettante famiglie. È vero che negli ultimi anni la popolazione di Venezia ebbe qualche lieve aumento, essendo nel 1871 salita a 128,901 abitanti; ma in sostanza dai calcoli ufficiali del signor Cecchetti risulta un continuo aumento di poveri, e risulta che un terzo circa della popolazione di Venezia è ora sussidiato dalla beneficenza, o almeno scritto ne’ registri come meritevole di sussidio.

“Ho sentito molti e molti domandare: perché lo spirito intraprendente, operoso, audace qualche volta sino all’eroismo, degli antichi Veneti, non è ancora cominciato a risorgere colla libertà? Le ragioni sono infinite. Però tra le ragioni, a mio avviso, non è ultima questa, che la carità cittadina ha accumulati infiniti tesori, i quali sono ora destinati ad impedire che quello spirito risorga”.

Nuovi emigranti, in cerca di fatica

Gli immigrati hanno cancellato gli emigranti, che invece ci sono, per lo più ventenni, e partono in cerca di fatica. Di un’occupazione ma per lo più senza mestiere, quella manovalanza che si rifiuta di praticare a casa. Di ventenni del Sud, siciliani, calabresi, anche campani. Emigrati per fare lavori occasionali, umili, a orari tirannici, in climi freddi, pagando l’affitto, in una stanza in tre o in Quattro per risparmiare qualcosa, invece che a casa propria. Emigrati anche per fare le pulizie. O il contadino, con alloggio allora gratis ma isolati, con acqua anche non corrente.

La questione immigrati nasconde gli emigranti, che ancora ci sono, e non per “un futuro migliore”. Emigranti per fare cose che si possono ma non si vogliono fare a casa. Dove non ci sarebbe da pagare l’affitto. E la spesa alimentare costa un terzo. C’è anche il ventenne emigrato in Germania per fare le pulizie domestiche a 8 euro l’ora, senza la casa, senza l’orto, in una periferia da poco, con un paio di ore al giorno di pendolarismo, pagando il biglietto di treno e autobus, o la benzina. O per fare l'operaio a Rostock - a Rostock, sotto zero? - e trovarsi sul posto di lavoro alle sette di mattina.

Si emigra perché si vuole emigrare, cambiare comunque aria, anche se per il peggio. Schermandosi con la retorica del “non c’è lavoro”. Quando quello che ci sarebbe ma si rifiuta a casa si fa fuori, con dispendio. Per non parlare dei tanti mestieri per i quali non c’è pazienza o attitudine, e bisogna ricorrere agli immigrati: cure domestiche e specialità artigianali, idraulico, falegname, elettricista, pittore, tappezziere, taglialegna, potatore.

Puglia

Ha un padre pugliese il nuovo premier australiano, Anthony Albanese, laburista. È nato da una relazione della madre, australiana di origini irlandesi, con Carlo Albanese, cameriere alla Sitmar, Socirtà Italiana Trasporti Marittimi, durante un viaggio da Sidney a Southampton nel 1962. Al ritorno, la madre finse di avere sposato Carlo, poi morto, diceva, in un incidente d’auto, e si diede il nome Albanese. Salvo dire la verità al figlio ai 15 anni. Carlo si disinteressò del figlio, spiegava nell’unica e ultima lettera alla madre del future primo ministro, perché era fidanzato a Barletta e perché, aggiungeva, “chi mi assicura che sia mio?”

Al ritrovamento rocambolesco, organizzato dal figlio, già soggetto preminente del partito Laburista australiano, nel 2009, attraverso l’ambasciata australiana a Roma, Carlo ha fatto “ottima impressione” al figlio sconfessato. Ma lui non sapeva nulla del figlio, non lo aveva mai cercato e non leggeva evidentemente i giornali. Il Sud sta meglio fuori che dentro?

È lite senza fine fra un insegnante del liceo “Majorana” di Bari e la preside, l’insegnante asserendo che è stato malmenato da due energumeni a scuola per aver messo una nota a una studentessa, la preside accusando l’insegnante di mentire, e di avere avuto “comportamenti non consoni a un docente”. Il docente vanta “sedici anni di insegnamento al Nord”, ma è anche lui di Bari. La verità è sempre doppia?

Il docente del “Majorana” di Bari si difende attaccando: “Io in quella scuola non ci metto più piede”. E spiegando: “Con una utenza di quella risma è impossibile calcare la mano più di tanto, perché non sono ricettivi, sono abituati a fare i cavoli loro”. E: “In quella scuola vige l’anarchia, con atteggiamenti da parte degli alunni di tipo delinquenziale, mafioso”. La preside dice: “I  miei alunni non sono mafiosi. I nostri ragazzi lavorano dall’età di 16 anni e molti di loro mantengono le famiglie”.  Il professore abbandona la scuola assicurando: “Sono stato lì solo due settimane”. Lui “viene dal Nord”, ribatte la preside, e questo è tutto.

Foggia è ora terra di mafia. Trent’anni fa era la città dei miracoli di Zeman nel calcio, e di Casillo “re del grano”. Nonché di Arbore e – quasi – Muti. Al centro del Tavoliere, la maggiore area cerealicola dell’Europa occidentale. Ora fa sempre la Borsa del grano duro, ma sotto le mafie? La storia si fa anche al rovescio.

“Uno dei luoghi comuni sulla Puglia del 900 era l’assenza di scrittori”, nota Mario Desiati su “7”: “Invece c’è stata una grande letteratura”. Invece no, malgrado i nomi che Desiati elenca. Molta letteratura del tormentato Novecento è meridionale, siciliana, napoletana, sarda, perfino calabrese. La Puglia è più serena – Desiati la dice orientale?

leuzzi@antiit.eu

La Grecia per tutti, senza paura

Il potere s’intende nell’antica Grecia, nella storia tortuosa e nelle varie articolazioni della polis – il volume è il quarto di una serie “Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà”, un “alfabeto della civiltà greca”, in 24 volumi, settimanali. Niente di speciale, una trattazione semplice del grecista emerito Braccesi e del dirigente scolastico Antonelli, nella sua prima incarnazione insegnante di latino e greco.

Lo straordinario del volumetto è che ce ne sia ancora la domanda. Non tanto del “potere” in Grecia, quanto dell’antica Grecia nel suo insieme, in edicola, cioè per un pubblico generico, e un’attenzione prolungata per ventiquattro settimane. Su argomenti anche complessi: la mitologia naturalmente, la filosofia. Con intenti per di più non illustrativi ma istruttivi. Il volumetto comprende, come tutti gli altri, una parte tematica - una breve storia, con brevi testi greci – e una parte linguistica: un po’ di grammatica, un glossario, con etimologie, e traduzioni o usi di parole greche in altre lingue.

Come un alfabeto della civiltà greca hanno pensato la serie i curatori, Monica Centanni, di Ca’ Foscari, e Paolo Cipolla, dell’università di Catania: 24 volumi come le lettere dell’alfabeto greco – ogni lettera del quale è l’iniziale di uno dei volumi della serie…: il greco non spaventa più?

Luca Antonelli-Lorenzo Braccesi, Il potere, “Corriere della sera”, pp. 128 € 6,90

 

lunedì 17 ottobre 2022

I bombardamenti non sono onorevoli, e non risolvono

Bloccato a terra dalla controffensiva ucraina, Putin ritorna ai bombardamenti, missili e droni, con cui aveva attaccato inizialmente, puntando a una guerra-lampo. Che fanno danni a sproposito, e non risolvono le guerre.

L’unica, forse, risolta dal cielo è stata la guerra alla Serbia, tre mesi di bombardamenti, con la partecipazione italiana – una guerra non dichiarata, come pure prevederebbe la Costituzione. Putin con la guerra preventiva all’Ucraina avrà pure voluto evitare il destino della Serbia, colpita con l’invenzione del Kossovo, ma ora si aggrappa alla strategia Nato del 1999.

Il bombarda mento a distanza è parte dell’arte militare anglosassone, britannica e americana, teorizzata e praticata. Il filosofo Bertrand Russell, che è morto da pacifista, una sorta di Greta Thurnberg, benché centenario, della pace, animatore con Sartre del Tribunale Russell contro i crimini americani in Vietnam, era stato nel 1948 apologeta del bombardamento preventivo e atomico dell’Urss – particolare che trascura nella “Autobiografia”: dovendogli dare il Nobel, glielo diedero per la Letteratura.  

Non sono serviti, dopo la Serbia, i bombardamenti in Siria, Libia, Iraq, e nemmeno in Afghanistan - quando non sono stati seguiti dall’occupazione a terra. Come già nella prima guerra del Golfo, e naturalmente nella terribile guerra del Vietnam, che Coppola ha fatto vedere al mondo nella sua crudezza e inutilità. Non sono efficaci militarmente, e sono – sarebbero – passibili di incriminazione come atti di crudeltà: non ci sono bombe “intelligenti”, non nel senso che ne viene diffuso, ci sono sempre vittime “civili”, c’è perfino il “fuoco amico”.

Non si può dire, stando nella Nato, nella strategia anglo-americana, ma i bombardamenti aerei a tappeto, indiscriminati, contro le città, tutte le città una per una, non sono decisivi e non sono onorevoli: si bombardano gli inermi.

Torna in America il romanzo storico, con Manzoni (dopo Nievo)

Una nuova traduzione dei “Promessi sposi”, di Michael Moore, presidente del Pen Club New York, interprete dell’ambasciata italiana all’Onu, per il mercato americano, in tempi di rifiuto dei prolissi romanzi storici dell’Ottocento? Manzoni dimostrerebbe che il genere non è così disastroso, non per il lettore. Quello che alcuni scrittori (Acocella cita Jonathan Franzen, che non è “andato mai oltre la pagina 50 di ‘Moby Dick’”, e il rifiuto di tanti d’inoltrarsi in “Vanity Fair” o in “David Copperfield”) si rifiutano di leggere per principio, e che gli stessi lettori amanti del genere praticano “saltando” liberamente.

Il problema non è la lunghezza, o prolissità (Acocella ricorda l’ultimo traduttore dei “Miserabili” di V. Hugo, Norman Denny, che confessava di averli ridotti – anche se alla fine restavano sempre 1.200 pagine – perché ripetitivo, e troppo carichi di aggettivi, anche “dieci o dodici” attaccati a un sostantivo), ma la presunzione “storica” alla verità con i pareri contrapposti di personaggi e critici: “Nella mente del tipico scrittore ottocentesco di romanzi storici questo è solo ovvio”, per cui può bene “interrompere la sua storia per darci una lezione sulla bianchezza della balena o sulle guerre di successione nel Nord Italia nel diciassettesimo secolo”. Acocella richiama Henry James, scrittore  pure non breve ma ostile al romanzo storico, perché manca di “composizione”, cioè di focalizzazione: “Un quadro senza composizione disdegna la sua più preziosa possibilità di bellezza. Ci può essere vita in mancanza, incontestabilmente, “La Famiglia Newcome” ha vita,  come ce l’hanno “I tre Moschettieri”, “Guerra e pace”, ma che cosa significano artisticamente questi grandiosi lenti gonfi mostri, con i loro bizzarri elementi di accidentale e di arbitrario?” – l’accidentale e l’arbirario no, non “significano? .

La nuova traduzione di Manzoni è la prima in cinquant’anni. Acocella si chiede perché il romanzo, un pilastro in Italia, fuori sia quasi sconosciuto. Moore fa l’ipotesi nell’introduzione che il romanzo sia stato risentito come troppo italiano, per esempio per le sue preoccupazioni di morale cattolica. Ma la riproposta Acocella dice olo opportuna: il romanzo è anche “prolisso, noioso per alcuni, prezioso per altri”, ma ha le grandi tregedie, guerra, fame, peste, e gli effetti sui poveri, ha sentimentalismo in discreta dose, ha passaggi lirici e passaggi sociologici di ritornante interesse, “insomma, è un romanzo storico esemplare”.

Seguono nel saggio un ritratto di Manzoni, familiare e personale, con i suoi problemi di lingua, e la cura, o il puntiglio, della scrittura, e una lunga dettagliata sinossi del romanzo – “il cap. 1 si apre come un fiore”.  La conclusione è la parte più interessante, dopo l’annotazione che la debolezza del romanzo è il plot, “o l’organizzazione del plot”, e la vaghezza delle psicologie, “dopo che ci siamo abituati alle contorsioni di Henry James e E.M.Forster”. Conclusione opinabile, ripassando le storie di fra Cristoforo, dell’Innominato, della monaca di Monza. Ma con un guizzo sorprendente: “I promessi sposi” sono “più simili a un’opera, pieni di assoli, duetti, cori, e passaggi lirici, che, da quello che si vede, sono lì più per amore dell’arte che per qualsiasi altro intento”.

Ma, poi, è proprio vero che il romanzo storico ha fatto il suo tempo? Al grande pubblico americano, prima di questo nuovo “Promessi sposi”, sono state proposte le “Confessioni” di Nievo, mille pagine, senza plot – con gaudio della traduttrice Frederika Randall, specie per le inflessioni venete, verbali, familiari, sociali: il plot non sarà questa “diversità”, specificità?

L’edizione a stampa del settimanale reca il titolo “National Treasure”.

Joan Acocella, Italy’s great historical Novel, “The New Yorker”, free online

domenica 16 ottobre 2022

Alcune vere notizie di guerra

La Russia è alleata di India e Cina, ha detto Putin in conferenza stampa a Astana. Che India e Cina, per la proprietà transitiva, possano essere tra di loro, se non alleate, perlomeno amiche è dubbio, e forse impossibile. Tuttavia, hanno sostenuto Putin nella guerra, che quindi non è un paria, contro tutto il mondo: condividendone in qualche misura le ragioni.

Ne condivide le ragioni anche l’Algeria, che supplisce la Russia nella fornitura di gas all’Italia.

I volontari in Ucraina non sono come i volontari alla guerra di Spagna, idealisti contro fascisti. Oppure sì, lo sono, ma contro la Russia in quanto erede del sovietismo, del comunismo. In termini spagnoli sarebbero dei volontari della Falange, dei franchisti – e anche in termini pratici, attuali; di motivazione, organizzazione, collegamento.

Chi ha sabotato i gasdotti del Baltico non si è potuto sapere. Cioè non si può non sapere, ma non viene detto – si è detto la Russia, ma senza convinzione. I gasdottì via Baltico sono stati costruiti, con dispendio rispetto ai gasdotti via terra, per “saltare” l’Ucraina, il ricatto ucraino ogni inverno attorno al gas russo.

Le due condotte del Baltico, sia la prima sia - ancora di più con le presidenze democratiche di Obama e Biden - la seconda, sono state avversat dagli Stati Uniti, con forti pressioni sul governo tedesco.

Poche notizie non passano da Madison Avenue, specializzata nel lato umano (i bambini passati alla baionetta, le donne incinte sventrate, le donne stuprate, i bombardamenti di scuole e ospedali), o dalla Cia (Putin malato, Putin deposto, russi in fuga dalla Russia, faide fra generali) e non sono buone.

Una vita in attesa, della morte assistita

Una vita scandita nell’arco di quattro generazioni – qual è l’aspettativa di vita. Il primo amore che che si ricorda tutta la vita - con i genitori in baruffa continua, è la loro forma di intesa. L’uscita di casa, con la sorella che si annega e il fratello che dà in escandescenza al chiuso in aereo – i genitori sempre in baruffa. La maturità, fra lo studio da oculista, la bambina a scuola, la moglie isterica che per gelosia se la fa con chi capita, la separazione, e il padre condotto a “morte assistita”, cioè indotta. Una breve vecchiaia, con la figlia che muore in una scalata in montagna, dopo aver partorito una bambina generata con uno sconosciuto africano, la vita con la nipote, le notti al circolo, e una rapida morte,  anche questa indotta, con tutti gli amici e parenti che vengono ad assisterlo, nella “casa di famiglia”, al mare in Sardegna. Il tutto accompagnato da ritorni in parallelo al primo amore.

Un soggetto a cinque mani, che dal romanzo di Veronesi mutua il titolo e poco più. Un montaggio affastellato, a tratti perfino incomprensibile. Solo raccordata da un ruolo improbabile di Nanni Moretti (già protagonista di un altro fallimento tratto da un romanzo di Veronesi, “Caos calmo”) , psicoterapeuta-psicopompo. Forse un film di produttori, con troppi primi ruoli, Favino, Moretti, Smutniak, Béjo, Ceccherini  e altri. E molto promozionato, ai festival di Toronto e Roma fuori concorso, e il giorno dopo in tutti i cinema. Ma i pezzi di bravura degli interpreti, raccordati da un Favino sempre più camaleontico (la sua versatilità è stupefacente, in questo film dà faccia a quattro o cinque persone diverse nello stesso personaggio), non bastano.

Sarebbe la storia di un uomo che come tutti fa il colibrì, sempre in moto per stare fermo. Colibrì è però anche “l’uomo nuovo” in giapponese, viene spiegato. E allora sarà un manifesto in favore della morte indotta. Alla maniera flebile come viene assunta da certa borghesia intellettuale – un film lungo due ore in cui incredibilmente non ci sono altri che borghesi abbienti, nemmeno un tassista, un cameriere. Una corsa mesta verso la morte, senza nemmeno il riso sardonico – quello accertato da Vladimir Propp, “Teoria e storia del folklore”: “Tra l’antichissima popolazione di Sardegna, i sardi o sardoni, vigeva l’uso di uccidere i vecchi. E mentre uccidevano i vecchi, ridevano sonori”. 

Il tema è semplice ma non politico, di leggi, di anime in pena. È frequentato dagli utopisti, p. es. da Thomas More, un santo, quando il dolore è insopportabile, e dalle persone semplici  nel loro privato. Ma è melenso, prima che malinconico, eretto a bandiera di chissà quale progresso.

Francesca Archibugi, Il colibrì