astolfo
Bassano – Famiglia celebre
a Londra nel secondo Cinquecento di musicisti fatti venire con lauti stipendi
dall’Italia. Animatori di consort di flauti dolci, e anche di violini e
di viole. Il re Enrico VIII, che ammazzava le mogli e volle una chiesa scissa da
Roma per potersi risposare a piacimento, era un italianista, come lo sarà la
sua figlia Elisabetta, a lungo regina dopo varie turbolenze, e tra i tanti suoi
legami con la penisola ne stabilì pure uno musicale: i Bassano, flautisti, saranno
influenti a Londra per quattro generazioni.
Il nome, derivato da
Bassano del Grappa, ha fatto pensare che i musici fossero di ceppo ebraico e arrivassero
a Londra in qualche modo da rifugiati. Ma le ricerche anagrafiche hanno
stabilito di no – a parte il fatto che gli ebrei Enrico VIII non li voleva,
mentre a Venezia prosperavano. Emigrarono a Londra semplicemente perché la
musica vi era un’attività importante e continua, che interessava la nobiltà e aveva
un mercato, nei teatri, mentre a Venezia si suonava per una mercede in rare occasioni
pubbliche, e al benvolere di qualche autorità, civile o religiosa.
L’italianista
americana Tamie Targoff li ha trovati ben addentro alla società di corte elisabettiana,
nella sua recentissima indagine sulle poetesse a Londra nel secondo Cinquecento,
“Le sorelle di Shakespeare”. Battista Bassano, p.es., aveva sposato Margaret
Johnson, ed era padre di Aemilia (sposata) Lawyer, e Angela (sposata) Holland. Tre donne che
s’incontravano e poetavano in musica ospiti apprezzate nei lunghi recess
della sovrana in estate, che le grandi famiglie a gara ospitavano nelle
loro residenze con corposi programmi di svaghi, per lo più intellettuali.
Nunziante – Sono due,
padre e figlio, entrambi prominenti nella storia dell’Ottocento: il padre Vito
per la capacità, militare e amministrativa, al servizio dei Borboni, il figlio
Alesandro (uno dei 14 figli avuti da Vito da due mogli, figlio di secondo letto)
inviso ai legittimisti neo borbonici, a suo tempo e tuttora, come “novello
Caino”, per il ruolo avuto nell’abbandono dell’ultimo re Francesco II, che lo
aveva beneficato – ma inviso anche a Torino, dove si ebbe onori e incarichi ma
senza considerazione.
Vito Nunziante, alto forse due metri o poco meno, nato povero a Campagna,
nel salernitano, nel 1775, moriva sessant’anni più tardi generale e marchese di
San Ferdinando. Fece un balzo nella considerazione e nella carriera, benché
sprovvisto di beni e di titoli, da giovane ventenne, al tempo della Repubblica
partenopea: raccolse un suo proprio reggimento di fedelissimi del re Ferdinando
IV per unirsi alle masse sanfediste del cardinale Ruffo. Durante il decennio francese, di Giuseppe Bonaparte e
poi di Murat, tenne per un periodo Reggio Calabria, una piazza rimasta in mano
ai Borboni. Poi, passato in Sicilia, riorganizzò le forze borboniche, in collaborazione
con gli inglesi. E sostenne gli inglesi con alcune formazioni nella guerra contro
la Francia in Calabria nel 1807-1808. Fu lui a catturare Murat nello sbarco di Pizzo. E a
organizzare il tribunale militare affrettato che condannò Murat a morte. Sentenza
che però avrebbe voluto non eseguire – Pietro Colletta, murattiano, ne ha buona
opinione nella sua storia. Ma la sentenza era diventata un ordine del re
restaurato a Napoli.
Alla restaurazione Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie,
narra Marina Valensise in “Il sole sorge al Sud”, “gli offrì nel 1818 il titolo
di marchese e una bella proprietà irraggiungibile nella Calabria Ultra, quella lingua di terra
di oltre 800 ettari, completamente incolta e paludosa, che correva sulla sponda
sinistra del fiume Mesima, lungo la costa tirrenica. In cambio, avrebbe avuto
cinque anni di tempo per bonificarla, riservando un terzo dei terreni al Comune.
Infestata dalla malaria e distrutta dal terremoto del 1783, che aveva raso al
suolo 109 villaggi, causando la morte di 32 mila persone, la piana di Gioia era
all’epoca una zona disabitata. La vicina Rosarno contava solo 780 abitanti. Così,
per la bonifica, il generale Nunziante fece venire degli sterratori da Cosenza
e arruolò un certo numero di condannati al confino con meno di quattro anni da
espiare, i cosiddetti «servi di pena», che finita la bonifica si stabilirono a San
Ferdinando”.
Buona parte del marchesato è stato scavato centocinquant’anni dopo per aprire
il gigantesco porto transhipment di Goia Tauro.
Virgilio Titone –
Uno storico, 1905-1989, oggi dimenticato, della
“Sicilia spagnuola” e dell’“Illuminismo in Italia”, che ancora fanno testo, protagonista
negli anni1960-1970 del polemismo giornalistico, antesignano dei talk-show odierni
in tv. Nato e morto a Castelvetrano, cittadina oggi illustrata dalla famiglia
Messina Denao, ma ricco centro agricolo (qui s’inventò l’uva Italia), nonché patria
di molti cervelli, p.es. Giovanni Gentile. Oltre che studioso, Titone fu
polemista, collaboratore, spesso rubrichista, delle pubblicazioni più
influenti, dal “Mondo” all’“Espresso” e al “Corriere della sera”.
Professore di Storia
Moderna e Contemporanea all’università di Palermo. Amico di Tomasi di Lampedusa.
Gioachino Lanza Tomasi, il nipote erede dell’autore
del “Gattopardo”, lo ricorda abituale frequentatore del tardivo scrittore, nella
ristretta cerchia che usava riunirsi ogni mattina per la conversazione nella
pausa caffè: “Tomasi
di Lampedusa s’incontrava con pochi e selezionati amici: al Caflisch di via
Ruggero Settimo, al bar Mazzara, alla libreria Flaccovio. Con Titone v’erano,
di solito, lo storico Gaetano Falzone e il barone magistrato amministrativo
Enrico Merlo” (“I luoghi del Gattopardo”).
Pio Libero Virgilio all’anagrafe, di famiglia socialista, fu antifascista durante il regime, poi polemista di sinistra, e apodittico più che arguto. Come lo dirà Roberto
Ciuni, direttore del “Giornale di Sicilia” dal 1970 al 1974 (finito nelle
liste di Gelli), assumendo l’incarico: “Le opinioni di questo storico siciliano
dalla vena polemica solitamente nascondono l’amarezza sotto toni bruschi,
qualche volta sgradevoli. Ma sono sempre stimolanti, sempre disponibili al
confronto, sempre sinceramente provocatorie”.
Teorizzò una “questione settentrionale”. In forma di
emigrazione, di persone e di modi, dal Sud al Nord, mafiosità compresa – teoria
che Sciascia sintetizzerà nel 1970 sulla “Stampa”, in conversazione con
Giampaolo Pansa, come “la linea della palma”, che rimontava la penisola. Non la mafia, una mentalità “mafiosa”. Senza fare sconti al Sud, e non solo per le mafie.
Soprattutto anzi, specie per la Sicilia di cui a lungo si occupò con
insistenza, per gli sprechi, il vittimismo, la burocrazia inerte o incapace. Con
una interessante distinzione tra le “società della conversazione”, curiose, cioè, e
aperte al dialogo, al confronto, all’innovazione, allo sviluppo, e le “società
del silenzio›”, cioè, non dette, quelle del Sud, chiuse in se stesse e quindi soggette
a ogni sorta di degenerazione.
Fu anche, dal
punto di vista teorico, un anticipatore del “declino delle ideologie”, già negli
anni 1960, post-boom e prima del Sessantotto. Nonché fine analista
di Simenon, del suo valore letterario, più che di autore di grandi successi di breve
durata.
Finché non si fece animatore di una “cultura di destra”. Nel
gennaio del 1973 organizzò a Torino una sorta di Congresso Internazionale della cultura “di
destra”. Con Armando Plebe, altro teorico di sinistra-destra, lo scrittore Berto,
il commediografo francese Jonesco, Vintila Horia. Si candidò anche, non eletto,
alla Camera, per il partito Liberale. L’anno dopo il congresso di Torino lasciò
l’università – finendo nel “cono d’ombra”, come Scalfari dirà le opinioni che
non fanno opinione.
astolfo@antiit.eu
