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sabato 6 febbraio 2021

Problemi di base russi - 621

spock

Bisogna aver paura di Putin?
 
Bisogna credere a Naval’nyi?
 
Chi è Naval’nyi, militarista, xenofobo?
 
E di che colore?
 
Quanti danni non hanno fatto le rivoluzioni colorate, col popolo che assalta in tv i palazzi del potere, vogliamo insistere?
 
E quanto ci costano, anche se non è elegante – farne una a Mosca, poi, la Russia è grandissima?
 
E come si fa - la Russia non ha mai perso una guerra in Europa?
 
O non sarà ammuina, per avere il gas a meno?

spock@antiit.eu

La bellezza è di tutti

Una delle lezioni di Eco alla Milanesiana, il festival di Elisabetta Sgarbi, che lo scrittore animò fra il 2001 e il 2015 – pubblicate postune nel volume “Sulle spalle dei giganti”, con i materiali visivi che proponeva nelle sue esposizioni.
Emerito all’università, Eco vi riversa il suo insegnamento amabile, discorsivo e insieme preciso. La bellezza è variabile, come il gusto. E apparentemente confusa: un “visitatore dal futuro” troverebbe Hyeroymus Bosch contemporaneo di Antonello da Messina, e coloro che visitano una mostra d’arte contemporanea, dell’arte che vuole rompere tutti i canoni, “vestiti secondo i canoni della moda”, in jeans o firmati – “essi seguono gli ideali di bellezza proposti dal mondo del consumo commerciale, quella contro cui si è battuta per cinquanta e più anni l’arte delle avanguardie” (che l’immagine così sintetizza: “La violoncellista e performer Charlotte Morman coperta di telo di plastica - trasparente, n.d.r. - suona tenendo il puntale nella bocca di uno sconosciuto”, sdraiato per terra).
Su questo tema, però, l’ironia Eco esercita contenuta, non dissolvente: la bellezza ha varie forme, che alcuni trovano brutte, ma una cosa assicura, la gratificazione universale. Se ciò che ci sembra buono non ci appartiene, non può appartenerci, ci sentiamo impoveriti, mentre “per quel che concerne la bellezza, pare che la gioia per le cose belle sia decisamente separata dal loro possesso”.
Umberto Eco, La bellezza, “la Repubblica”, pp. 44, gratuito col quotidiano

venerdì 5 febbraio 2021

Ombre - 528

La Germania vuole contro la Russia nuove sanzioni economiche, dopo la tragicommedia di Navalny – l’avvelenamento e la condanna. Ma in proprio va avanti col progetto di fare della Germania l’hub, a pagamento, del gas russo per tutta l’Europa. Che da solo vale metà di tutto l’ex-import europeo con la Russia. Sembra incredibile, ma è armiamoci e partite.
Se non è, peggio, ammuìna, per pagare meno il gas.

Il cancelliere socialdemocratico tedesco Schrõder ha firmato nel 2005 accordi con Mosca per l’importazione via Germania di 55 miliardi di metri cubi di gas l’anno. E nel 2012, da privato consulente della russa Gazprom, ha raddoppiato: 110 miliardi di mc, una quantità iperbolica, pari a un quarto\un terzo dei consumi di gas di tutta la Ue. In pratica, ha fatto della Germania l’agente di commercio di Gazprom. Con la quale si è riccamente pensionato, con un contratto milionario di contratto di consulenza. Tutto normale.
 
Chi era Conte? Nessuno. Chi è oggi? Nessuno: s’è fatta fare una crisi politica da pivellino. Dopo essere stato il capo del governo così a lungo, e nella crisi, grave e gravissima. Con Conte e senza Conte, si direbbe, si vive ugualmente (male). Ma senza Conte i 5 Stelle non ci sanno stare: hanno bisogno di un papà, anche se spurio? Come già con Grillo.
 
Uno storico, immaginando che l’Italia abbia un futuro e quindi una storia, avrà problemi a capire, oppure si divertirà. Leggendo i giornali di questi giorni, con sei, otto, dieci, dodici pagine per dire che l’Onorevole Ignoto, o l’Onorevolessa, è passato\a di sera a un partito, e la mattina a un altro. Penserà che Parlamento fosse un videogioco.
 
I generali birmani hanno imprigionato Aun San Suu Kyi per importazione illegale di walkie-talkie. Di walkie-talkie, non di iPhone 12 da mille o duemila euro. Non è andata la polizia ad arrestarla per il grave delitto,  magari mandata da un giudice, hanno provveduto con i carri amati. E Russia e Cina all’Onu si sono affrettate a coprirli: l’importazione illegale di walkie-talkie è delitto grave.
 
I dipendenti di Roma Capitale, ai quali la sindaca Raggi in vista delle elezioni ha assegnato un premio di produzione, per il 202o, anni nel quale avevano cessato anche di andare in ufficio, nonché di non lavorare, hanno  registrato nello stesso anno, benché ad attività ridottissima, un numero record di procedimenti disciplinari per corruzione – per corruzione cioè accertata. Grazie alla gestione dei sussidi covid – mammella nel 2020 più pingue della vigilanza urbana e dell’urbanistica. Non si può dire che i 5 Stele di Virginia Raggi non siano aggiornati.
 
Si può dare torto a Renzi che non ha voluto al governo Bonafede e l’abolizione della prescrizione? No, da nessun punto di vista: abolire la prescrizione va contro ogni principio etico e giuridico. Bonafede certo è un magistrato. Anzi, ministro della Giustizia. Del governo di un avvocato: ci volevano i giuristi al governo per obliterare il diritto.
 
Un governo di giuristi, dunque, il Conte defunto. Che in tre anni non ha fatto nulla per la giustizia: accrescere gli organici, semplificare le procedure, accelerare i processi, entro tempi equi, rivedere le carcerazioni. Questi giuristi della patria del diritto non sanno di che e come è fatto il mondo, e non gliene frega.
 
Quando, un giorno, andranno sotto processo, Bonafede per la scarcerazione dei mafiosi e Conte per qualsiasi cosa – non è necessario in Italia avere commesso un delitto - si invocherà per essi l’abolizione della prescrizione. Che chiunque in qualsiasi momento possa mandarli a processo. Non a giudizio, a processo, che in Italia dura mediamente dieci anni.
 
Dunque il portavoce del presidente del consiglio, Casalino, prende(va) più del presidente del consiglio stesso Conte, 169 mila euro contro 117 mila. Lui, sembra di ricordare, ingegnere, forse non laureato, aveva vinto il Grande Fratello al debutto – mentre Conte non lo avevano nemmeno preso, da qui il diverso cachet? L’etica di questa  Repubblica grillina è stupefacente.
 
Renzi che fa dell’Arabia Saudita la Firenze del nuovo Rinascimento senza perdere lo spiritaccio fiorentino, acculandola cioè a metà Trecento, fa più brutta o più bella figura? È uno che ha sempre
viaggiato: quando era sindaco di Firenze non era mai in città, ne spendeva il nome in giro per il mondo. Ora ha pure migliorato l’inglese, molto: stare fuori di Palazzo Chigi gli ha giovato, deve
avere messo a frutto la vacanza con viaggi di studio.

L’uomo più corrotto della Cina viene giustiziato perché aveva la stanza ingombra di mazzette. Un importante banchiere, oltre che un dirigente del Partito, che governava un ente ciclopico, China Huarong Asset Management, “colosso statale di gestione dei crediti bancari deteriorati”, teneva i soldi in mazzette. Magari in yuan, forse non poteva cambiarli. Ma tutto si può raccontare, i giornali ci credono.
 
Si fanno le purghe in Cina, dei corrotti: tutti corrotti i non fedelissimi del presidente Xi, non più antipartito. La Cina si è modernizzata.
Però non li fucila, li impicca. Che non sia simbolico? Anche Hitler alla sconfitta, dopo aver sperimentato le Einsatzgruppen, che uccidevano in un colpo solo migliaia di persone,  le camere a gas, e la mannaia, si mise a impiccare uno per uno gli oppositori: la forca prelude alla fine?

L'Oriente raccontato, con brio

Un quadro infine veritiero della Cina. Che non è il paese dei balocchi che crede Di Maio, il giovanotto artefice della politica estera dell’Italia – ammesso che la Cina non confonda con quella di Disneyland. La ricostruzione della gestione cinese dell’epidemia, prima e dopo il suo acclaramento, è circonstanziata e terribile – temibile. Ma bisogna arrivarci, nella terza e ultima parte. L’ultima parte è originale - in Italia unica, soprattutto a sinistra – e importante: la Cina politica  è quella che era, prima di Deng e dell’arricchitevi: censurata e militarizzata, col culto del Capo di nuovo, come al tempo di Mao, o di Stalin, e dei processi – ora per corruzione.
Dalla Cina, sappiamo in questa parte, sono venute nella storia soprattutto le epidemie. L’epidemia Antonina, o di Galeno, dal 165 d.C. per circa quindici anni, con una mortalità calcolata al 25 per cento della popolazione – euroasiatica? La peste del “Decamerone”, diffusa in tutta Europa, che fece tra 200 e 400 milioni di morti. La peste bubbonica del secondo Ottocento, 1855-1900. Più altre pesti minori, tipo quella di Milano e quella di Londra. Dall’India viene il colera.
Fino a metà libro è  quello che sappiamo, l’Oriente e l’Occidente che “conosciamo”, cioè gli stereotipi – “Massa e individuo” è il sottotitolo. Con tutto il corredo: il “complesso di superiorità”, la superbia, la storia di tre e quattromila anni, i funzionari hegeliani (mandarini), la stampa, la bussola (la bussola non c’è, ma sì i cinesi che sanno navigare con le stelle – come i fenici, come gli stessi greci delle isole, e anche della terraferma?), la spiritualità (buddhismo, confucianesimo, yoga, anche induismo - un po’), da una parte, dall’altra il colonialismo, naturalmente infame, e sbocciato per caso, sul nulla, fino all’occidentalismo forzoso delle ultime classi dirigenti asiatiche, a partire da Sun Yat Sen, il padre della Cina moderna, cittadino americano, fino a Ho Chi Min, Zhu Enlai, Deng Xiaoping a Parigi, e della figlia del presidente Xi a Harvard. Con atto di pentimento incluso. Sulla scia di opere fantastoriche, da Marco Polo a Montesquieu (ma non ci sono le “Lettere persiane”), Hermann Hesse, in dettaglio, Edward Said, Camille Paglia, e alle storie di due neo americani, Abbas Amanat, “Iran”, e Tamim Ansary, “The Invention of Yesterday”, sul magnifico e munifico Oriente a fronte del bigio Occidente di Temistocle e Trump – manca Kissinger, curioso, poiché è quello che ne sa di più, avendo scoperto la Cina recentemente, nel 1971. Con padre Matteo Ricci e i “riti cinesi”, e con Niccolò Manucci.
A metà libro si passa alle cose viste, e s’impara molto, divertendosi. Una scoperta: Rampini sa raccontare. Perfino di Marie Kondo. Dei mercatini “umidi” cinesi, di animali vivi. Della mindfulness. Del buddhismo italiano. Della sua scoperta dell’India – e di Modi, il “Trump indiano”. L’elenco sarebbe lungo, ma alla lettura scorre con gusto. Anche lo yoga prende colore, e il nazionalismo ipernipponico, padre degli ipernazionalismi asiatici, cinese, coreano, indiano.
A metà libro Rampini si libera del compitino del corrispondente, o del divulgatore (della passione della Grande Storia, certo, ma di cui purtroppo tutti sanno tutto),  prendendo la staffetta, si direbbe, di Terzani, l’altro corrispondente navigato e viaggiatore curioso in Oriente, politico e non, fiorentino anche lui, con la stessa verve. Quando passa a scrivere di quello che vede o ha visto, ricorda, sente, immagina.
I “due” libri sono un contributo insieme propedeutico e – provvisoriamente - conclusivo alla conoscenza dell’Oriente. E dell’Occidente. L’Oriente non sappiamo pensarlo, ancora, anche l’“orientalista” Rampini, che in rapporto all’Occidente. Ma è l’Occidente a questo stadio a “rivelarsi”, a cominciare a capirsi, se non a mettersi in questione: i tempi della decadenza (Santo Mazzarino) non sono propizi all’autocritica, sono al più dolenti, smemorati - l’autocritica è dei generali al fronte, insomma combattivi.
Senza però fretta, o cortocircuiti. Rampini, come tutti, non valuta, o sottovaluta, il gioco degli specchi cui l’America ha assoggettato l’orbe, da ultimo col mondo virtuale, dei social e gli short message. Mentre il business corre indisturbato – questa non è la terza o quarta volta in una generazione che sentiamo parlare di declino americano, con l’inconvertibilità del dollaro, la sconfitta in Vietnam, la fine delle multinazionali, il crac bancario? È un modello vecchio di quasi un secolo, e non appare cambiato: chiacchieriamo chiacchieriamo, ma allo stato dei fatti? Ora la Cina è al punto a cui era arrivato il Giappone negli anni 1980: vuole sfidare gli Usa? Non può, e non vuole – per ora non può, e il guizzo di cannoniere nel mare della Cina meridionale lo mostra, un gesto impotente: o la Cina cambia regime e torna alla guerra fredda oppure abbozza. Non un’alternativa, in realtà: tornare alla guerra fredda non può, troppi cinesi si stanno arricchendo e sarebbe una Tienanmen continentale.
Fatti i pesi, recuperati i fondamentali, molto però, è vero, resta da dire. I due mondi sono diversi, ma non molto, non più oggi, quanto a stili di vita e di pensiero, la globalizzazione è anche dei gusti e dei modi. La vera diversità resta sempre quella, degli assetti politici, e del rilievo dell’opinione pubblica. Sono però anche diversamente in movimento. In espansione, economica, imperialista, l’Asia. In trincea, confusi, gli Stati Uniti e l’Europa. Le identità, storiche o fantasiose che siano, contano poco.
La globalizzazione, disegnata dagli Stati Uniti post-Reagan come l’arma assoluta per dominare il mondo, passando sopra perfino a Tienanmen, opera come un boomerang: le “catene di valore”, con i cinesi alla soma trent’anni fa, li vedono ora in cassetta, e col frustino. Si può rimediare, ma poco, si è visto con Trump: sì, embarghi, contingenti, eventualmente sanzioni, perché no, c’è Hong Kong ferita aperta, ma non più di tanto. Se la “catena di valore” (produciamo tutto in Cina) è sempre troppo conveniente, l’affarismo non si lascerà sopraffare dalla ragione politica. Anche se l’Occidente si svena – si lascia improsare al centro commerciale, nella finta affluenza, nel mentre che s’impoverisce. E la ragione politica in Cina traballa, se non è già solo di cartapesta, una facciata: che ne sarà domani, presto, della Cina con un miliardo di auto circolanti e due miliardi di conti in banca, il partito Comunista si limiterà a fare da cassiere e da vigile urbano?
Rampini già da vent’anni ammonisce che la Cina non è una potenza, è una superpotenza. Kissinger è più cauto. Ma non c’è da fare conti o sommatorie: la storia è sempre piena di variabili, e in progress . E la Cina, a una seconda occhiata, si direbbe il colosso dai piedi d’argilla. Una piramide rovesciata. Su un partito segreto, che si governa male, si vede, per quanto poco, dalle liquidazioni o condanne a morte - un tempo a base di ortodossia ora a base di corruzione. Tutte le frasi fatte vengono buone per dire che il boom interminabile cinese ha basi instabili, tolto l’arricchimento di produttori e importatori occidentali – l’Occidente nella globalizzazione ha assunto il ruolo della classe “compradora” dei vecchi studi terzomondistici: una borghesia che tanto più si arricchisce quanto più trascura o oblitera ruolo e funzione. Le “catene di valore” si basano peraltro sul lavoro servile, senza minimi e senza orari, che non può durare.
Anche la storia andrebbe rivista. C’è una condiscendenza supina alla superbia cinese. Dice che la Cina scriveva poesia quando noi ci rotolavano nel fango, mangiando anche noi animali vivi, ma ammazzandoli con le mani. La Cina, così piena di storiografia, non ebbe cognizione dell’impero romano. Né l’impero seppe della Cina imperiale e gloriosa Sì, comprava sete, che apprezzava, e nulla più. Si dice anche che il Cristo a Cafarnao seppe di Buddha e di Confucio – ma forse il sionismo pretende troppo, “toledothare” Cristo e farsene monumento.
Con una bibliografia, e con un utilissimo indice dei nomi.
Federico Rampini, Oriente Occidente, Einaudi, pp. 279 € 17

giovedì 4 febbraio 2021

Il mondo com'è (421)

astolfo

Sacro piede - Il rito papale del bacio dei piedi a Pasqua rifà alla cronaca evangelica della vigilia della Passione, quando Gesù, dopo l’Ultima Cena, lava i piedi degli Apostoli come a indicare loro la via della predicazione, del proselitismo. I papi hanno, soprattutto di recente, continuato il rito, lavando i pedii normalmente di dodici sacerdoti – Giovani Paolo II di dodici poveri. Ma con alcune varianti. Per la settimana santa del 2019 il papa Francesco ha lavato e baciato i piedi di alcuni detenuti “di tutte le fedi”, cioè compresi alcuni mussulmani. E ha baciato le scarpe dei capi politici del Sud Sudan, convitati a Roma per fare la pace – a conclusione di un ritiro spirituale a questo fine di due giorni nella sua casa a Santa Marta. A chiudere un conflitto fra i due vice-presidenti che ha fatto 400 mila morti e quattro milioni di sfollati – s una popolazione stimata in  undici milioni. Il bacio della scarpa intendendo un rovescio del rito del “bacio della sacra pantofola” del pontefice stesso da parte dei dignitari della corte pontificia, abolito d a Giovanni XXIII.
Papa Paolo VI, dopo la chiusura dell’Anno Santo, il 14 dicembre 1975, invitò nella Cappella Sistina il metropolita Melitone, della chiesa di Calcedonia a Kadiköy, la periferia nord di Istanbul sulla costa asiatica, e gli baciò senza preavviso i piedi – anche in questa occasione calzati. In riparazione, intendeva, del Concilio di Firenze alcuni secoli prima, quando il papa Eugenio IV per celebrare l’unità fittizia ritrovata con la chiesa ortodossa, volle che gli ortodossi si umiliassero a terra, con la scusa di baciare il sacro piede.
 
Francesi-tedeschi – Non solo i Franchi al Nord, i Germani penetrarono la Francia in gran numero anche nella parte centrale, al confine con l’attuale Svizzera. Nell’anno 49 a.C. , del ritorno di Cesare dalla Gallia, i Germani in gran numero, fra i 100 e i 150 mila, attraversarono il Reno a Basilea, invadendo le terre degli Elvezi, una tribù bellicosa. Che però trovò più facile spostarsi a sua volta verso ovest, all’interno della Gallia.
 
Stefan George, che ha rifatto la poesia germanica, solo da grande a Belino scelse il tedesco, essendo cresciuto col francese lungo il Reno, dopo aver fatto tesoro a Parigi di Mallarmé e Verlaine.
 
Una scelta inversa aveva fatto Heine, l’altro innovatore della lingua poetica tedesca. Che è singolare cartina di tornasole dell’identità tedesca. Un po’ come la Resistenza – che la Germania non celebra, benché sia stata la più ampia e costante in Europa. La Germania, finalmente libera dal dovere imperiale, aveva alla sconfitta pronto da cent’anni con Heine il “partito dei fiori e degli usignoli”. Ma non ha saputo che farsene. Che c’è di più ideale dell’unità organica di democrazia, cosmopolitismo, pacifismo, diritti dell’uomo, di più realistico anche, dovendosi dare un’altra storia? Ma niente, silenzio. Dovendone celebrare il centenario nel 1956 la buona Repubblica Federale se la cavò con un comunicato di poche righe. Come vergognandosene. Così si disse, intendendo che si vergognava di Hitler e di sé. Ma forse si vergognava – si vergogna - di Heine, che ha insegnato il tedesco ai tedeschi ma era ebreo, incancellabilmente benché apostata.
O non sarà, questa riserva della Germani, la sua incancellabile diversità, l’io e il mio Dio? Non si valuta a sufficienza l’eversione di Lutero, radicale, barbara. Sì, inni, salmi, canti e corali, ma è il nomadismo dell’anima che Lutero impone, a piccoli borghesi da secoli e millenni sedentari e abitudinari, uno sconvolgimento del loro minuscolo focolare intimo. Per non sanno bene che, ma fuori di loro. “Tutti i popoli”, diceva Heine, “quelli europei e quelli del mondo intero, dovranno superare questa lotta mortale, affinché dalla morte risorga la vita, dalla nazionalità pagana la fraternità cristiana”. Lo diceva ai tedeschi, cristiano neofita dopo tante prove – “keine Messe wird man singen,\ Keinen Kadosh wird man sagen,\ Nichts gesagt und nichts gesungen\ Wird an meinen Sterbetagen”, niente messe cantate, niente kadosh recitati, niente canti e niente detti ai miei centenari, i giorni della morte. 
 
Molta letteratura d’appendice nell’Ottocento, diecine di migliaia di pagine, divide la Francia tra franchi oppressori e galli onesti lavoratori, oppressi.
 
S.Weil, “L’enracinement”, ha alle pp. pp.138-43 l’atroce conquista della Francia sotto la Loira da parte dei francesi-franchi. E subito dopo la “libertà tedesca”:  “La Franca Contea, libera e felice sotto la lontanissima sovranità spagnola, si batté nel Seicento per non diventare francese. La popolazione di Strasburgo si mise a piangere quando vide le truppe di Luigi XIV entrare nella sua città in piena pace, con una trasgressione della parola data degna di Hitler”.
I franchi erano originariamente tedeschi, nella Francia attuale sotto la Loira - anche gli Albigesi e i trovatori non erano francesi, in Borgogna, nelle Fiandre, in Sicilia Nella conquista feroce del Sud hanno creato l’Inquisizione, per meglio perseguitare i felici popoli sottomessi.
 
Jünger, che è nazionalista sensibile, voleva dare “tutto Stendhal per un poesia di Hölderlin”. Poi si pentì, e riscrisse il romanzo. Ma fu l’edizione originale a fare il successo di “Cuore avventuroso”.
 
Nerval al Reno: “Germania, nostra madre a tutti!”
 
In precedenza, 1810, Mme de Staël. “De l’Allemagne
”, vara il romanticismo in salsa tedesca. E crea il canone della “filosofia tedesca” che ancora fa testo, della filosofia tedesca pensiero unico, sintetizzando, proponendo, imponendo Kant, Fichte, Schelling.

Tedeschi-ebrei - Erich von Stroheim, il teutone per eccellenza del cinema, “duro profilo da mestino”, come lo tratteggia Sciascia, “tenuto su dall’alto e rigido colletto della divisa, il monocolo, un che di metallico nella testa rapata”, era ebreo.  Era nato a Vienna il 22 settembre 1885, come risulta dai registri della comunità israelita.
 
Carl Leonhard Reinhold (1757-1823), viennese, allievo dei gesuiti, alla loro soppressione sacerdote barnabita, emigrato in Germania per sfuggire al giuseppinismo, quindi a sua volta, spretato, massone Illuminato di Baviera, il filosofo che fece amare Kant e formò Schiller, gli Schlegel, Hölderlin e Novalis, faceva dei Misteri ebraici, e dell’ebraica massoneria, il fondamento della filosofia tedesca e della nostra umanità, l’Occidente.
“Nessuna nazione europea ha ottenuto tanto dagli ebrei” quanto la Germania, “sì, ottenuto!”, esclama a un certo punto Joseph Roth in “Autodafé dello spirito”, p. 52-53. Che può continuare, nel 1934: “Dal 1872 in poi i tedeschi non ebrei sono stati per lo più marescialli, viaggiatori, poeti della zolla, dilettanti, generali che perdono le guerre, nel caso migliore ingegneri abili”. Da allora, sono stai ebrei tedeschi a tenere alto l’onore della Germania: “Da sessant’anni gli ebrei tedeschi rappresentano il nome tedesco nel mondo”. Questo è tanto vero, continua, “che in ogni talento non ebreo s’iniziò a fiutare un «ebreo». Si fiutarono «ebrei» nei fratelli Mann, nel regista Piscator, e persino in Goebbels”.
 
Ancora nel 1942 gli ebrei non odiano i tedeschi. Lo spiega Thomas Mann ai tedeschi alla Bbc nel settembre del 1942, in un’allocuzione nella quale richiamava gli obbrobri dello sterminio; “A tutt’oggi (gli ebrei) non sono ancora vostri nemici. Voi siete i loro, ma non riuscirete a rendere l’odio reciproco. Gli ebrei sono quasi sempre ben disposti verso i tedeschi”.
Lui però, personalmente, teneva alla porta Schõnberg durante la guerra nella sua residenza americana a Los Angeles, Pacific Palisades.
 
Testa di morto
– Fu adottata da Federico Guglielmo I di Prussia, il padre militarista di Federico il Grande, per la cavalleria. Alla sua morte, nel 1740, la testa di morto tedesca, senza la mandibola e con le ossa tra i denti (in realtà sotto il teschio), fu rappresentata nelle gualdrappe funerarie, Federico Guglielmo ci teneva.


astofo@antiit.eu

La “dolce vita” sessant’anni dopo - Fellini a Volterra

Dolce come la “dolce vita”. Un film dichiaratamente felliniano. Un omaggio, quasi un remake - al femminile invece che al maschile – sessant’anni dopo. Il quadro di una persona – e una cultura  (storia)? - al tramonto: impaurita, oltraggiosa, confusa.
La poetessa polacca insignita del Nobel, che vive in Italia dal 1981, dallo stato d’emergenza di Jaruzelski, nella campagna di Volterra, con un marito italiano servizievole, una figlia sola e i figli di lei, con i quali conversa in polacco, tirannica e snob, visitata ora e omaggiata da giornalisti, intellettuali, il sindaco, il maresciallo dei Carabinieri, tra eccentricità, voglia di scandalo, paura, dell’età, dell’improvvisa inadeguatezza, un po’ trasognata, un po’ bevuta e\o fumata, mentre vive un risveglio del corpo col giovane macellaio egiziano a Cecina Porto, dichiara il suo rifiuto del premio il giorno di un attentato islamico a Roma che ha distrutto una piazza e fatto molte vittime, dichiarando l’attentato stesso “un’opera d’arte”. La sua uscita genera la psicosi nel paese: è d’improvviso “marocchino” e come tale pestato dai suoi compagni il figlio del maresciallo dei Carabinieri, perché di madre siciliana. Al giovane egiziano viene bruciato il negozio. E il giovane rifiuta brutale la solidarietà della donna - “noi siamo venuti qui a cercare la libertà” - e la respinge - “tanto lo sapevi, che era una storia senza domani”.
Prima della conferenza la donna, al solito svagata e snob, ha lasciato una lettera chiusa al marito. La lettera lo congeda, perché non dà “segni di vita” e “vive in ciabatte”. Il marito e la figlia decidono allora di lasciarla, andandosene a Roma, benché in lacrime, a fare una vita propria. La scena iniziale del salotto intellettuale, in cui si rimemora il Grande Poeta americano che fu rinchiuso a Pisa in una gabbia di ferro, per due accuse, di antisemitismo e di adesione al fascismo, ritorna alla fine fattuale con la poetessa in gabbia a Volterra, dentro una installazione d’artista metallica. Dopo uno scontro con l’onestà. Dopo due scontri: con l’inviato di “Le Monde”, col quale pretende una sua assoluta immoralità d’artista, e col maresciallo suo devoto, che lei schiaffeggia. Con la donna va in gabbia simbolicamente la poesia, l’Europa.
Un film felliniano, dichiarato, dalle due prime scene: il salotto intellettuale, e il vagare mattutino, alla preluce, dell’eletta compagnia - tra i campi piuttosto che nel parco di famiglia. Senza suicidio finale, ma di fatto sì. Un film di immagini, curate, tutte suggestive, dalla sceneggiatura labile, su un soggetto (filo narrativo) tenue. Assottigliato via via di più, lo spettatore legge la storia attraverso le immagini, evaporate, dissolventi, tronche, in brusca successione. Di storie che s’intrecciano, mostrate e  non spiegate, né concluse.
Il racconto è semplice, di un tran tran intellettuale. Di una poetessa emigrata politica, appena insignita del Nobel, al declinare degli anni, sregolata, nel bere, nel fumo, in risveglio sessuale, un ultimo, selvaggio sussulto. A contrasto con una famiglia modesta, da sempre tiranneggiata. Nella morbida campagna toscana, vigile, dall’eloquio semplice, soffuso, delle comunità da sempre stabili. A Volterra - scelta simbolica, sopra la terra che ribolle, sopra il vulcano? In un quadro per il resto quotidiano. I bambini giocano. Gli intellettuali conversano astrusi. Il maresciallo dei Carabinieri è un devoto del genio. Il sindaco si onora di premiare il premio Nobel. L’immigrato lavoratore. La discoteca. Le chiacchiere di paese. Un come siamo sempre stati sconvolto dal terrorismo. E la vicenda prende d’improvviso spessore, volgendo al simbolico: una storia speciale (personale, caratterizzata) di declino diventa espressione di un’Europa altrettanto presuntuosa e confusa - presumendo di sé l’onestà e la superiorità, naturalmente delle buone, ottime, intenzioni.
Un film che avrebbe meritato un’attenzione migliore. Sfortunato come tutti alla uscita, per la chiusura dei cinema, ma letto svagatamente dalla critica. Non è facile rifare Fellini, Borcuch lo fa, a suo agio – con un budget, s’intuisce, molto più modesto di quelli felliniani, ma con un’idea chiara. Un film anche molto “italiano”, non solo per la location. Grandi questioni facendo emergere sotto il fragile, apparentemente casuale, piano delle immagini: l’Europa, la civiltà, la libertà, l’amoralità dell’artista. Nella confusione delle buone argomentazioni – quando le intenzioni, politicamente corrette, sono al disfacimento. Di morale vagamente irridente, reazionaria - ma è la chiave di Fellini. 
Jacek Borcuch,
Dolce fine giornata, Sky Cinema

mercoledì 3 febbraio 2021

La fine dell’eccezionalismo americano

L’America contro tutti? Non funziona. Se la presidenza Trump è qualcosa, è stata il tentativo americano di fare da soli. Non è più possibile. Se non a fare il tragicomico don Chisciotte, che perde tutte le guerre, le cattive e le buone, illudendosi di vincerle, giacché è sempre nel giusto.
Kissinger, cui si deve la scoperta della Cina, prospetta ancora di recente, “Sulla Cina”, un’America “europea”, la sua, attenta agli equilibri: osservatrice, calcolatrice, diplomatica. Non lo è, e non per colpa di Trump: pretende sempre di sé una natura e un ruolo di eccezionalità.
Ma può ancora averlo? E non per gli islamici, impazziti nel terrorismo. Per un motivo semplice: ha fatto della Cina la sua fabbrica e il suo fornitore, e ora la Cina non si accontenta di avere pagate le fatture, vuole sedere in consiglio d’amministrazione. L’America ha bisogno di sponde. O d’interrompere la “catena di produzione” (“di valore”) cinese, una catastrofe.  

Quando la speculazione fu battuta, non da GameStop

La scena è occupata da GameStop con l’immagine di Robinhood, e con quella nuovissima dei Giustizieri del web, che sono la solita favola americana del bene che trionfa, e vogliono solo dire “viva il mercato”. Come se l’affare GameStop avesse rovinato gli hedge fund, la speculazione che puntava alla rovina del titolo – mentre li ha solo graffiati, in superficie.
L’affare è stato come questo sito lo spiegava già sabato. E GameStop è ndata subito al ribasso, pesante, come doveva andare. Con rovina dei piccoli azionisti che hanno comprato ai massimi - il “parco buoi” di ogni mercato di Borsa.
Si dimenticano invece due colpi ben assestati alla speculazione angloamericana, in Europa, nell’attacco all’euro nel 2011, e in quello a Volkswagen nel 2008. Sì, nel 2008, l’anno della crisi finanziaria, gli hedge avevano puntato Volkswagen, il gruppo europeo forse più solido: se l’attacco riusciva, avrebbero fatto il guadagno del secolo. L’euro fu difeso da Draghi come al cinema, da “drago”, è il caso di dirlo, cui basta un solo alito di fuoco per spegnere l’incendio. L’attacco a Volkswagen fu contrastato da Porsche, che aveva spalle solide, e dal caso uscì padrona del gruppo automobilistico pubblico, comprando al ribasso, più sapiente e abile degli gnomi malvagi della City e di Wall Street – a brigante, brigante e mezzo.
Contro la speculazione reggono solo le regole – regole di Borsa precise, non vaghe e lassiste, come quelle p.es. di Consob. E potenza di fuoco. Dei piccoli e minimi, specie di chi si minimizza farà sempre un boccone, insaziabile peraltro.

Gadda sceneggiatore – come finiva il “Pasticciaccio”

Un altro trattamento cinematografico del “Pasticciaccio di via Merulana” – dopo quello intitolato “Il palazzo degli ori”, pubblicato postumo me 1983. Di quello che sarà il “Pasticciaccio”, perché il trattamento è del 1947-48, dieci anni prima dell’uscita del romanzo. Basato sull’anticipazione pubblicata nel 1946 da Bonsanti nella sua rivista “Letteratura”. E ha i colpevoli, a differenza del romanzo, per questo aspetto incompiuto.
È un periodo gramo per l’Ingegnere, che vive “fra gli orrori, le insolvenze, i piccoli prestiti”, della generosità dei suoi amici fiorentini – l’anno dopo riusciranno a farlo assumere alla Rai. Bonsanti gli ha procurato un incontro alla Lux Film, e Gadda spera proprio di poter entrare nel lucroso business del cinema. Richiesto di un trattamento della sua idea di film, si mette all’opera, contrariamente al suo solito – caratterialmente incapace di lavorare su commissione.
Il trattamento è scritto “per la Lux Film”. Anzi per il “regista Antonioni Michelangelo” – che avrebbe esordito tre anni dopo, con “Cronaca di un amore”. Abbreviato rispetto al “Palazzo degli ori”, 20 cartelle invece di 60. Ma professionale, pur non sapendo il mestiere, da spettatore di cinema: 40 quadri scrive “mozzafiato”, come si dice dei gialli, di ritmo veloce.
La nuda storia del “Pasticciaccio”, non “scritta”, fa un certo effetto, da romanzo d’appendice: bellocce mature, gioielli e bigliettoni, giovani voraci e disinvolti. Con un commendator Angeloni che è tutto Gadda, grande e grosso, goloso, solitario, timoroso dell’ombra.
Il bello è che la storiaccia fila. Oggi inutilizzabile, saprebbe di film storico (di costume e di letteratura)  ma nei tardi anni 1940 sarebbe stato un quadro d’epoca forte. L’Ingegnere degli umili non sa non essere realista: la cupidigia è “dei poveri non meno dei ricchi”, avverte nella nota introduttiva. Non c’è innocenza nel bisogno.
Giorgio Pinotti mette in quadro l’inedito
Carlo Emilio Gadda, La casa dei ricchi, Adelphi, pp. 87 € 5

martedì 2 febbraio 2021

Letture - 447

letterautore

Berlino - Non affrettarsi, non fermarsi mai, il modo di essere - o di dire - di Berlino è il festina lente di Erasmo, strepitoso ossimoro, di correre lentamente.

Eugenetica  - “Una dama di rango s’innamorò con tale smania di un certo signor Dod, predicatore puritano, che pregò suo marito di lasciarli giacere insieme perché procreassero un angelo o un santo; ma, accordato il consenso, il parto fu normale” - Drummond, “Ben Ionsiana” (1618 ca) (in Borgese-Bioy Casares, “Racconto brevi e straordinari”).
 
Germania
 È nata male? Per Heidegger sì: i Gründerjahre, gli anni dei padri fondatori,  la fase della grande industrializzazione tedesca e austriaca, 1840-1870. . Heidegger li critica, “Introduzione alla filosofia. Pensare e poetare”, 91: “È l’epoca dei Gründerjahre, in cui tutto quanto, in fondo senza un terreno solido e senza rendersi conto di nulla, correva dietro ala crescita, al progresso e ala prosperità,  per emulare su piccola scala gli Inglesi e conquistare dall’oggi al domani una posizione mondiale per la quale mancavano tutti i presupposti, e che soprattutto – qui come là, in Inghilterra e ovunque, riposa su un mondo divenuto fragile, per il quale l’unica filosofia è il «darwinismo», con la sua dottrina della «lotta per l’esistenza» e della selezione  naturale e artificiale del più forte”.
 
“C’è oggi una Germania efficiente, economicamente aggressiva e culturalmente scialba – asettica, come certe donne perfette, bellissime e  indesiderabili” – Claudo Magris, “L’infinito viaggiare”, 159 – 13 febbraio 1993.
 
Anche Heidegger era per l’incertezza. “Nessuno pensa a come stiano le cose riguardo ai tedeschi”, lamenta in “Note I”, il primo dei “quaderni neri” del dopoguerra, all’inizio dell’occupazione, “se essi siano ancora o siano una buona volta in sé, se sappiano affatto chi mai essi stessi siano, se siano capaci di pensar per approdare a questo sapere, se essi possano entrare nel tempo lungo del ricordo, nel quale finalmente prospera la verità della loro essenza”. Con una conclusione che aggiunge all’incertezza, a proposito di questa verità: “La quale verità è: essere la comunità pastorale”, il greggiame, “dell’Occidente, della ‘terra della sera’, perché la sera è il tempo e la terra il suo spazio”….
 
Si fa molta musica in Germania. “La musica è per sua natura squisitamente invernale”, attesta Savinio. La Germania è invernale?
 
Incomunicabilità
– Ci sarebbe  tra le varie letterature – nazionali, linguistiche. È il quesito che V. Woolf pone in “Il punto di vista russo”, e a cui si risponde affermativamente: un americano, sia pure Henry James, non vive in pieno la letteratura inglese, il miglior letterato inglese ha difficoltà a entrare nel mondo russo, di Cechov, di Dostoevskij, di Tolstòj. La lettura come vaso di incomunicabilità?  
 
Italia
–Quanta Italia, tra gli elisabettiani e a corte,  nell’Inghilterra del Cinquecento. Il secolo della fondazione dell’impero. Nel Seicento sempre più l’Inghilterra è “macbethiana”, di odii e violenze,  irrefrenabili. Mentre l’Italia scompare – Milton è eccezione, non valente italianista peraltro.
 
Kant
– Era fantasioso. Nonché in  Antropologia, che insegnò per tutta la vita inventandosi di tutto, lo è anche in filologia. Prima di Gottinga e degli ario germani-arianesimo, in nota a “La fine di tutte le cose”, deriva parole fondamentali dello zoroastrismo, il bene, Ormuzd, e il male, Ahriman, dal tedesco. Da Godeman, buon uomo “(termine che sembra essere racchiuso anche nel nome Darius Codomannus)”, e da “arge Mann”, uomo malvagio. Codomannus è il soprannome di Dario III, il re di Persia sconfitto da Alessandro Magno.  
 
Lutero
– Un bon vivant, che in rima ammoniva: “Quel che non ama il vin, le donne, il canto,\ mena da stolto il viver tutto quanto”.
 
Nietzsche - La “Nascita della tragedia” è la sua tesi di laure. Nemmeno di dottorato, dice il professore di Houellebecq protagonista di “Sottomissione”, troppo affastellata.
 
Mussolini legge Nietzsche - ne scrive comunque, nel 1908 (“La filosofia della forza”, sui numeri 48-49-50 de “Il Pensiero Romagnolo”, organo del partito Repubblicano locale) - e lo apprezza straordinariamente: “Creatore di sistemi filosofici o no, Nietzsche è pur sempre lo spirito più geniale dell’ultimo quarto del secolo scorso e profondissima è stata la influenza delle sue teoriche. Per qualche tempo gli artisti di tutti i paesi, da Ibsen a D’Annunzio, hanno seguito le ombre nietzscheane. Gli individualisti un po’ sazi della rigidità dell’evangelio stirneriano si sono volti ansiosi a Zarathustra e nella filosofia dell’Illuminato trovano il germe e la ragione di ogni rivolta e di ogni atteggiamento morale e politico.”.
 
Roma – Vivendoci, ci si può sempre consolare con Vernon Lee, “The spirit of Rome”, 1897: “Muovendo dalla stazione a mezzanotte, l’immensità di ogni cosa, le proporzioni gigantesche dei palazzi silenti e delle chiese sbarrate. Passando davanti al Quirinale, i Dioscuri colossali con i loro cavalli, tra di loro la fontana che zampilla d’acqua….
“Persino l’incredibile, immane volgarità delle cose moderne, cartelloni pubblicitari lunghissimi agli angoli delle strade sotto i lampioni a gas, e file immense di case costruite alla buona aiutano in qualche modo a creare l’impressione che Roma sia un teatro delle epoche; un gigantesco palcoscenico, splendidamente evocativo per l’occhio e per la fantasia, calcato, come sempre farà, dal Temo impettito e declamatore”.
A  dispetto del tempo, la città eterna del modo di dire? “Roma è viva (e tanto più lo è nella sua occasionale aria di morte)”.
 
Solitudine - È ciò che il lettore cerca, anche lo spettatore – e di più quando vene aggredito, per esempio dal teatro elisabettiano – “la morte di una dozzina di uomini e donne ci tocca meno della sofferenza patita da una delle mosche di Tolstòj”, V Woolf, “Appunti sul dramma elisabettiano”. Inevitabilmente, a un certo punto, stanca degli eccessi, la mente “si volge verso Donne, verso Montaigne, verso Sir Thoma Browne, verso i custodi che conservano la chiave della solitudine”.
  
Stroncatura – Legittima, anzi doverosa, per Virginia Woolf, “Come leggere un libri?”, cattivissima: “Non vanno forse criminalizzati i libri che ci fanno sprecare tempo e partecipazione emotiva? Non sono forse i peggiori nemici della società – corruttori, profanatori, gli autori di libri finti e falsi, libri che impestano l’aria di decadenza e malattia?”
Leggere è passare dall’amicizia con lo scrittore al giudizio: “E se come amici nessun grado di empatia è esagerato, come giudici nessun grado di severità sarà eccessivo”.

letterautore@antiit.eu

Caffè Europa

Si parte dal caffè: “Il caffè è il luogo dell’Europa”, la conversazione, la socievolezza casuale. Si continua con la camminata: “L’Europa è stata, e viene ancora, camminata”. È “un paesaggio modellato e umanizzato”, ogni centimetro quadrato, e “itinerante”, anche nel pensiero, la riflessione, la metrica - camminano anche materialmente i filosofi (dai Peripatetici a Rousseau, Kant, Kierkegaard, Heidegger), i poeti (Hölderlin, Coleridge, Byron, Chateaubriand), i pittori (Breugel, Van Gogh, Monet) i musicisti (Schubert, Mahler), i generali (Alessandro, Senofonte). Si prosegue con la storia: la semplice toponomastica è un libro ricchissimo di storia in Europa.
L’Europa è un tutto pieno, che difficilmente si può colmare: “Che cosa può aggiungere chiunque di noi alle immensità del passato europeo?” E sembra un elogio, sontuoso, presuntuoso – è la conferenza che Steiner tenne a Amsterdam, al Nexus Institute, nel 2004. Ma è un epicedio – sontuoso: è “un in memoria luminoso e insieme soffocante”, spiega lo stesso Steiner a metà percorso.  
“L’idea d’Europa è la «storia di due città», Atene e Gerusalemme”. Di un sincretismo in dialettica inesauribile, “con qualche falla” – denunciata all’esordio della conferenza: “Uccidendo i suoi ebrei, l’Europa si è suicidata”. L’Europa è quindi un morto vivente? Non ancora, non necessariamente. Da ultimo, la storia dell’Europa è stata quella del giudaismo secolarizzato: “Citare Marx, Freud ed Einstein (ma aggiungerei Proust) come padri della modernità, come artefici della nostra attuale condizone, è ormai un cliché”. Ma insieme con la modernità va “una consapevolezza escatologica che, credo, possiamo trovare solo nella coscienza europea, la coscienza della fine. A partire da Newton, “molto prima” dunque di Valéry e di Spengler. “Due guerre mondiali, che in effetti sono state due guerre civili europee, hanno esasperato questo presagio fino all’incandescenza”.

È la coscienza della crisi che attanaglia l’Europa. Il rimedio? La superbia intellettuale,   “conoscenza come professione” di Max Weber, la “mania” di Platone – la Repubblica di Platone? Domina “il modello asiatico-americano” – quello che si dice globalizzazione? “Con il crollo del marxismo nella tirannia della barbarie e dell’assurdità economica abbiamo perso perso un grande sogno: quello dell’uomo comune che segue la scia di Aristotele e Goethe, come sognava Trockij. Ora che si è liberato da un’ideologia fallimentare, quel sogno può – anzi deve – essere sognato di nuovo”.
Steiner parte sorridendo ma conclude triste: l’Europa ha un futuro, sia pur e come idea? “La solidarietà e la creatività possono sbocciare in condizioni di elativa miseria”. Una speranza, non consolante.
George Steiner, Una certa idea d’Europa, Garzanti, pp. 93 € 4,90

lunedì 1 febbraio 2021

Il modello asiatico-americano

Che farà Biden della Cina? È l’interrogativo del momento, nelle cancellerie e le Borse. Dopo che Trump ha “visto” le carte di Pechino, e comunque per una situazione di fatto di divaricazione tra Stati Uniti e Cina, per molteplici aspetti, dopo trent’anni di simbiosi, produttiva e, a suo modo, culturale.
Che può farne, è interrogativo correlato. La Cina essendo da una parte abbarbicata al modello americano, al business for business. Ma senza le primarie, i Grandi Elettori, il mid-term, i media. Senza i labari dell’American Dream – in Cina i media ci sono ma con la museruola e in funzione di altoparlante, anche i social sono censurati. American Dream di cui peraltro la Cina, benché comunista, e da sempre isolazionista, per il forte complesso di superiorità sul mondo intero, si pensa ultima incarnazione - la stessa figlia del Presidente Xi è ben “amerikana”, ha studi e amicizie nell’Ivy League, l’aristocrazia Usa.
Di fatto, molti dossier s’impongono, che Biden non potrà sottovalutare, questioni fondamentali. Non ultima, la quasi indennità della Cina dal virus, che ha contagiato soprattutto gli Stati Uniti e l’Europa. Le ragioni di scambio non fanno che deteriorarsi, per quanto il costo del lavoro e ogni altra voce si possano comprimere in America (e in Europa): il mercato del lavoro cinese è imbattibile, senza minimi e senza orari, il denaro non costa, la protezione politica assicura mercati di favore, di fatto protetti – naturalmente giganteschi, nella gigantesca demografia cinese. Il deficit commerciale è perciò enorme e in crescita – specie dopo questi due anni di crisi in Occidente, 2020-2021.
La natura del regime a Pechino non potrà non venire in rilievo, anche se si finge il contrario. Per i diritti civili e politici all’interno della Cina e a Hong Kong – Biden non può protestare con Mosca e chiudere un occhio con Pechino. E soprattutto per i rapporti del regime col mercato, per il condizionamento politico del business. Settori sensibili sono, come tutto in Cina, in qualche modo sempre legati al regime politico – Huawei è un caso fra tanti.

Falsi d'autore, a quattro mani

Racconti brevissimi, e densi, si direbbe, più che straordinari: di lettura stranamente non veloce, anzi anche faticosa. Un massimario, anche sentenzioso, dietro la compilazione faceta. Molti sono i sogni, e i sogni dei sogni, per intendersi.
Sono testi orientali per lo più, aneddoti, moralità, sogni appunto. Inventati dai due amici burloni, oppure no. Più molti Kafka, un paio di Max Jacob, e qua e là altri fantasisti, Cocteau, Silvina Ocampo, moglie di Bioy Casares e musa di entrambi, Stevenson, Santiago Dabove. 
Numerosi i ricorsi a Richard Francis Burton, specialmente frequentato da Borges per le note alla sua traduzione delle “Mille e una notte”. Anche di questi racconti straordinari le note sono spesso la parte più interessante. Comunque indispensabili per il gioco, poiché di un gioco la compilazione è frutto, per poter giocare con gli autori. 
Borges e Bioy Casares vi praticano “nella misura più rilevante e nelle forme più varie”, annota Tommaso Scarano, custode e interprete di Borges in Italia, “il gioco scanzonato delle opere e degli autori immaginari, delle false attribuzioni, delle interpolazioni apocrife”. Se ne dilettarono congiuntamente per molti anni su varie pubblicazioni, e questa è una delle tante antologie che se ne sono fatte. Per circa quarant’anni Borges e Bioy Casares collaborarono in vario modo. Più spesso con  rubriche a quattro mani di note e racconti brevi, moralità, apologhi, citazioni, la cui fonte può essere reale o inventata.
Parte di queste storie sono confluite anche in altre opere di Borges.
Jorge Luis Borges-Adolfo Bioy Casares, Racconti brevi e straordinari, Adelphi, pp. 204 € 13

domenica 31 gennaio 2021

Problemi di base - 620

spock


A che serve la vita?
 
O a chi - se non a godersela in proprio, finché dura, per il fatto stesso di viverla?
 
Senza, non si è?
 
Si è nella gioia e nella sofferenza – da virus malefico come da gestore telefonico esoso e capriccioso (magari entrambi cinesi)?
 
La vita è sogno, ma si sogna senza vita?
 
“E tuttavia, quello che resta sono i poeti che lo creano”, F. Hõlderlin?

spock@antiit.eu

La guerra di Dio

“In una delle sue guerre Alì atterrò un uomo e gli si mise in ginocchio sopra il petto per decapitarlo. L’uomo gli sputò in faccia. Alì si rialzò e lo lasciò andare. Quando gli chiesero perché lo avesse fatto rispose: “Mi ha sputato in faccia e ho temuto di ucciderlo in stato di collera. Voglio uccidere i nemici in stato di purezza davanti a Dio” - Ah’mad al Qalyubi, “Nawadir”.
“Ah’mad Ibn Ah’mad al-Qalyubi fu un letterato egiziano vissuto nella prima metà del XVIImo secolo; in una raccolta antologica di adab trattò vari aspetti della tradizione culturale islamica, dalla letteratura alla geografia al diritto. Il suo testo più celebre è la raccolta di aneddoti «Kitab al Nawadir» («Libro delle rarità»)” – Tommaso Scarano, in nota a Borges-Bioy Casares, “Racconti brevi e straordinari”.
Adab
sono gli adagia di Erasmo da Rotterdam, il patrimonio letterario per riferimenti e aneddoti, in materia specialmente di morale
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Nonno Libero in America

La “guerra” tra nonno  nipote, quando il primo occupa la camera del secondo, come lezione  garbata sui danni, a nessun vantaggio, della guerra. Tra mille dispetti, e gag eroicomiche. Orchestrate da un regista di film d’animazione.
Un film spensierato, nemmeno politicamente corretto: i due soli non-bianchi, un nero e un latino, sono marginali e brutti. Con volti noti e notissimi, De Niro, Uma Thurman, Walken, Jane Seymour tra i tanti. Tratto da un romanzo, ma con rimandi ritornanti al format  “Un medico in famiglia”, al nonno Libero di Lino Banfi. Girato sveltamente, si vede, come per la tv, e con un finale da sequel.
Tim Hill, Nonno questa volta è guerra, Sky Cinema