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sabato 8 febbraio 2020

Problemi di base giudizievoli - 537


spock

Riformare la giustizia per decreto, Mussolini avrebbe osato?

Governare per decreto non è – un po’ – anticostituzionale?

Il processo è più giusto se si carcerano più persone?

Magari ai domiciliari, in tribunale?

Ai domiciliari si risparmia sul vitto e l’alloggio?

Perché Grillo ci vuole tutti ar gabbio – eccetto lui e suo figlio?

È la giustizia affare di piazza?

Come lo spaccio, la prostituzione?

spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (165)

Monte dei Paschi, tutti vorrebbero comprare una banca col suo radicamento. Ma è l’unica ipotesi che il governo, che ne è padrone, non vuole.

Al contrario: ogni qualvolta il Monte dei Paschi torna in bonis, qualcuno nel governo la bastona. Ora Gualtieri, che ha ingiunto (sic!) a Mps di azzerare i crediti fiscali: ben 1.2 miliardi. Servono all’apparentemente notarile ministro del Tesoro per finanziare la “manovra” del governo.
Non ci sono azionisti, non ci sono altri stakeholeder, solo il governo, a perdere. O bisogna portare Mps al mercato a prezzi stracciati – al simbolico euro?

Galoppa la Rca da un paio d’anni, con aumenti del 20 e 25 per cento. Senza che sia aumentata la sinistrosità. Senza avviso né preavviso - non che i media lo dicano.

In teoria sì: galoppa la Rca perché galoppano i sinistri. Specie dopo la pronuncia della Cassazione che avalla le testimonianze dei parenti stretti, coniugi, figli, fratelli, anche in conflitto d’interessi. Ma la Cassazione è di una quindicina di anni fa. La novità è che le assicurazioni non contestano più queste finte testimonianze. I loro periti liquidano l’illiquidabile, dividendo con i denuncianti.  E i liquidatori non contestano mai le perizie. Una triangolazione? Senza colpa in vigilando, per le stesse assicurazioni.

Il Cif o Cai, la constatazione amichevole di incidente, è il truogolo della corruzione. Un fanalino posteriore di utilitaria, 30 euro compreso il montaggio, è stato liquidato da Sai 1.000 (mille) euro.
Le assicurazioni non vigilano su questo mercato delle vacche, e si limitano ad aumentare la Rca. Col beneplacito dell’Ivass, cui è inutile segnalare gli abusi.

La raccolta “differenziata” non si fa a Roma di fatto, per segni evidenti. Carte e cartoni marciscono nei cassonetti per mesi. Anche le plastiche, benché si vedano meno. Lo stesso umido è raccolto a fasi alterne. Questo è illegale, ci sono contratti per la differenziata, tra lo Stato e il Comune, e tra il Comune e la sua azienda, Ama. Ma nulla si muove, né Carabinieri né Procura.

Il nuovo papa è il vecchio, magniloquente

Finale fastoso, maestoso - con recupero della sedia gestatoria e dei flabelli. Per il ritorno del papa moribondo, e il ritiro in villa del suo temporaneo successore – c’è materia per una terza serie.
Il tema è semplice: fondamentalismo chiama fondamentalismo, è la logica delle guerre di religione, inevitabilmente anche intestine (fra cristiani come fra mussulmani). Ma è giusto d’inciampo all’oratoria sfolgorante di Malkovich e Jude Law, anche al Vojello-Orlando breviloquente, alle cui abilità istrioniche Sorrentino offre più di un’occasione.
Sarà l’oratoria la cifra più personale di Sorrentino – le immagini sfolgoranti evocando sempre qualche precedente, recente? È impressionante: ateniese, ciceroniana, shakespeariana, molto teatrale. Orazioni mai banali, e anzi dense – rifacimento particolare è l’inevitabile Marc’Antonio del “Giulio Cesare”.
Sorrentino è scrittore di peso, in senso proprio e figurato. L’unico forse, al cinema e fuori, in quest’epoca di selfie austoassolventi, assorbenti. Hoffa-Pacino-Scorsese di “The Irishman” e August Diehl del “Giovane Karl Marx” non si rifaranno a lui, alla “Grande Bellezza” prima dei due “Pope”?
Paolo Sorrentino, The New Pope

venerdì 7 febbraio 2020

Probemi di base sanremesi - 537


spock

Un festival della canzone in cui la musica più bella è della pubblicità Nutella?

Una gara canora n cui ci sono i buttafuori a dirigere gli applausi?

Tutti invitati in sala a Sanremo, dalle case discografiche?

Pagati?

Il maggior successo storico – uno dei maggiori – di Sanremo è “E se domani”, escluso dalla finale nel 1964  ?

Un festival di Fiorello, perché no?

Salva Sanremo la Rai di Salvini - e Di Maio?


spock@antiit.eu

La Cina è già prima – Italia nona, con l’Olanda

Il valore aggiunto di un ipotetico pil mondiale è per quasi un terzo cinese – il 28,5 per cento nel 2018. Gli Stati Uniti, al secondo posto, vengono molto dietro, col 17,2. La “catene di valore” con cui gli Stati Uniti hanno alimentato la globalizzazione, da Tienanmen in poi, trent’anni fa, hanno favorito la Cina molto più che gli stessi Stati Uniti.
Cina prima, primissima, anche per le esportazioni , col 15,1 per cento (il dato è ancora nel 2017, ma la percentuale è rimasta stabile, malgrado la lieve riduzione dell’export cinese per le tariffe imposte da Trump all’ingresso negli Usa, essendosi ridotto anche l’export americano). Anche di beni e servizi qualificati, avendo fatto meglio tesoro delle “catene di valore”.  Seguiva (la tendenza non è cambiata nel 2018-2019, malgrado il principio di debolezza dell’export tedesco) la Germania, col 9,4 degli scambi mondiali – terzi gli Stati Uniti, con l’8,1. Seguiti da Giappone, Corea de Sud e Hong Kong, attorno al 4.
L’Italia viene in nona posizione, col 3,2 degli scambi, dopo la Francia, 3,4. Alla pari con l’Olanda.

Cronache dell’altro mondo - democratiche (54)

La speaker  della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che presiede il Congresso riunito per l’annuale messaggio presidenziale sullo Stato dell’Unione, straccia il testo che Trump, da lei perseguito per mesi e messo in stato d’accusa la settimana prima, le ha consegnato per la registrazione negli archivi. Finito il discorso presidenziale, se ne va sibilando: “Tutte menzogne”. Non c’è una guerra civile, è la politica quale si pratica, con buona coscienza, civile, democratica, negli Stati Uniti.
Pelosi, quasi ottantenne, non ha fama di estremista o violenta. Ha sbagliato col suo partito, il partito Democratico, a contestare Trump su presupposti incerti o inaffidabili - la Russia e l’Ucraina, su dossier di (ex) spie inglesi. Invece che sulle politiche. Ma ammettere l’errore non si può nella politica americana: tutti sempre vincenti, anche gli sconfitti (Hillary Clinton è da manuale ma non è sola: Trump, il niente politico, ha vinto contro H. Clinton, quintessenza della politica, americana).
Da venti anni ormai non si fa una votazione politica negli Stati Uniti, anche solo un caucus, una votazione locale, in comunità, in cui non si sospettino imbrogli. Derubricati in malfunzionamento. Le sole minacce al voto democratico sono esterne, russe. Come in una guerra.


Il processo a Weinsten per violenza sessuale - il primo dei processi che subirà - a New York si apre con una sua compagna di anni, da lui riscattata da “una vita da sbandata”, dice lei stessa, “le notti a dormire in auto”. Che voleva più soldi dopo #metoo e non li ha avuti. E nella deposizione in aula descrive per ore il suo ex in termini ingiuriosi, soprattutto fisici. Contestata dall’avvocato di Weinstein, Donna Rotunno, risponde con le lacrime, per ore e giorni. E per questo ha ragione, sui media concordi. 
Per questo Rotunno, difensore di Weinstein, è contestata e anzi additata al pubblico disprezzo dai media. Subdolamente. Che di essa solo dicono: “italo-americana, con 14 figliocci” – sono i figliocci, è bene ricordarlo in Italia, ragazzi\ragazze di cui è stata madrina, di battesimo o di cresima.
Weinstein è solo colpevole, e assolutamente non deve difendersi, #metoo ha già deciso. La regola dello scandalismo non arretra di fronte all’assassinio (induzione al suicidio), ma al politicamente corretto sì. 

La fantasia al potere tra gli oggett

Una lunga serie di oggetti normali ma inventati, non esistenti - di cui questo è il primo catalogo. Uno scherzo, ma filosofico: siamo negli anni 1960, della fantasia al potere. 
Carelman, di professione dentista, debutta presto come illustratore con “Zazie nel metro”, la fantasia realistica - come poi questi suoi “oggetti”, datati 1969 - di Queneau. Quindi membro eccellente del Collège de Pataphysique, di cui si onorerà anche Calvino. Per il divertimento suo e dei lettori-annusatori-spettatori. Quando la letteratura (ancora) si divertiva.
Jacques Carelman, Catalogo di oggetti introvabili, Vànvere, pp. 144, ill. € 16


giovedì 6 febbraio 2020

Ombre - 499

Non fa notizia il fatto più curioso e grave dell’epidemia di coronavirus: l’arresto del medico che per primo e in tempo utile lo individuò e diede l’allarme: Li Wengyang, un oftalmologo. Screditato dalle autorità sanitarie. Minacciato dalla polizia. Arrestato, con sette altri medici che lo seguirono nella denuncia. Se ne parla oggi solo perché, infettato a sua volta, è morto, e il regime prova a farne un martire. Del filone: la Cina è sempre vicina. O della servitù volontaria.

“Ma a chi interessa che caschi un ponte?” L’agghiacciante repartee del fotografo pubblicitario Toscani alla radio, famoso per le pubblicità Benetton, ascoltato e visto a “Striscia la notizia”, lo stesso riprende a lungo su “la Repubblica” oggi. Per chiedere scusa, ci mancherebbe, ma ostentando il ghigno del buonismo, che è solo artificio pubblicitario – alla Veltroni.

Il pluriannunciato vertice tra i Mittal e Conte si è infine tenuto, ma a Londra, dove i Mittal risiedono. Il presidente del consiglio italiano a casa degli imprenditori di Taranto, con la scusa di vedere il premier inglese Johnson. Invitandoli per la forma all’ambasciata. Un’altra non notizia.

Debutta Fiorello a Sanremo dicendosi “sono Rocco Casalino, sono il Rocco Casalino di Amadeus”, il conduttore del festival. Ci voleva un comico per dire la verità, che il presidente del consiglio Conte è il suo addetto stampa. Anche questa una non notizia, nei pure tanti pettegolezzi su Sanremo.
Però, potenza di Casalino – il comico ci ha preso in pieno.

Uno stacco maldestro in regia manda in onda alcuni secondi di Sanremo in cui i buttafuori delle claques incitano agli applausi, nel momento in si deve applaudire. Il festival non è una gara, è uno spettacolo. Piace perché è organizzato? Ma perché l’ipocrisia?

Un vigile osa fermare l’auto su un parcheggio riservato ai disabili. Subito fotografato, è insultato su internet al punto che si suicida. Il parcheggio disabili deve essere libero 24 ore su 24, non un minuto altrimenti occupato. I disabili che guidano ne hanno bisogno 24 ore senza interruzione. Altrimenti chiamano subito il carro attrezzi, che arriva subito. Fanno anche e postano la foto che porterà alla ghigliottina.
Bisogna capire i disabili, specie quelli che guidano.

“I quattro fondatori delle Sardine vanno a visitare “Fabrica”, l’atelier pubblicitario dei Benetton, e si fotografano alla Oliviero Toscano, con lo stesso pubblicitario e con Luciano Benetton. Ci sono già i “fondatori”? Per creare il mito del fondatore all’Espresso-la Repubblica ci sono voluti decenni. Per Grillo lustri. Per le Sardine settimane – erano ansiosi?

La foto delle Sardine alla United colors of Benetton è un’ottima pubblicità. Probabilmente perfino gratuita. Ora i 4 fondatori dicono: “Siamo stati ingenui”. Perché, c’è altro?

Si moltiplicano sui media le strisce, le rubriche, le vignette di battute di spirito e barzellette. Succede quando non c’è più nulla da fare. Si ride amaro.

Cristiano Ronaldo salta da fermo quasi un metro. Scioltezza, lievità, bel “gesto atletico”. La cosa non va giù all’arbitro di Napoli-Juventus, che lo ammonisce – forse per entrare nella storia, si chiama Mariani. La partita successiva invece l’arbitro lo premia con un rigore. Lasciarlo saltare, senza ammonizioni né rigori, per il semplice godimento degli spettatori, anche avversari, no?

La Juventus è un club che paga 350 milioni di ingaggi, ogni anno. Generoso. Ma antagonizza i suoi migliori atleti, fa sapere che li vuole vendere, e che nessuno li vuole, non li fa giocare, se giocano li sostituisce. Un club compatto, allenatore e dirigenza. Un club sadomaso?
Solo Cristiano Ronaldo non è bullizzato. Che però deve avere capito.

L”avvocato del popolo” Conte contestato a Milan dal popolo degli avvocati. Certo, non è un bello spettacolo. Non saremo, più che il popolo da Mussolini immortalato all’Eur, uno di avvocati(cchi)?  

Il ministro Bonafede va a Milano, che contesta i giudici e il governo, e dice: “Ingiusto etichettarrmi manettaro”. Forse non capisce. Ma è giudice e ministro della Giustizia: possibile che non sappia quello che fa?

Va a Milano Bonafede, che è un giudice ed è anche ministro. E dice che la “riforma” della giutstiia da lui preparata, e posta a condizione di sopravvivenza del governo, si può cambiar e. Da non credere.
Bonafede è uno che vuole le pene accresciute per il condannato che faccia appello. E il processo vuole infinito. La stupidità esiste?

I giudici più in vista pongono il dilemma se gli stessi non siano dei fuorilegge. Dei veri banditi, a spese della giustizia. Senza fare i Lombroso, non per quello che sembrano, ma per quello che fanno e dicono. Senza criterio, senza vergogna.


In tempi di carte di pagamento e di credito obbligatorie, per il senso di libertà di Grillo e i suoi, Nexi vuole scoraggiare l’utente dal suo uso. La carte di credito delle banche italiane non si rinnova in automatico, come avviene con tutte le carte di credito, ma su apposita domanda: una mattinata in banca a riempire una dozzina di fogli, inutili. Esito: per un mese almeno niente spese con Nexi – ammesso che uno sia andato in banca. Non vorrà favorire l’evasione fiscale, o il crimine organizzato?

Senza nascite niente futuro

La forza della Germania è “un’industria che pesa per il 20 per cento del valore aggiunto”, spiega Angela Merkel in uno dei nodi della sua intervista-manifesto col “Financial Times” il 15 gennaio. Specificando: “Non si tratta solo delle automobili,  anche delle macchine utensili, della chimica, della farmaceutica”. Una “forza” a rischio handicap, ha precisato: “Questi settori sono ora soggetti a cambiamenti drastici a causa della digitalizzazione”, e della protezione ambientale. Per cui “ciò che era (c.vo d.r.) la nostra forza deve cambiare”. E nel cambio la Germania rischia più degli altri, per la crisi perdurante delle nascite, che implica “la mancanza di lavoratori qualificati”.
In piccolo (il settore manifatturiero in Italia, malgrado il vanto di rito, pesa solo per il 15 per cento sul valore aggiunto) il problema è anche dell’Italia – come questo sito segnalava l’altroieri (“L’Italia senza competenze”).

I giornalisti al fallimento

Si scopre con i 50 (cinquanta) prepensionamenti di giornalisti chiesti dal “Corriere della sera” che i giornali in attivo, specie i più ricchi, lo stesso “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “la Stampa”, ristrutturano a spese dell’Inpgi, l’Inps dei giornalisti. La cosa viene ora sotto accusa perché anche i concorrenti, “la Repubblica” e “la Stampa”, vogliono un altro giro di prepensionamenti, e temono che il “Corriere della sera”, arrivato prima, prosciughi le risorse.
L’Inpgi ha speso 128 milioni in ammortizzatori sociali negli ultimi cinque anni, 260 in dieci anni.
Cifre intollerabili per un istituto dalle dimensioni ridotte, con una platea  assicurativa limitata e in contrazione. Per cui oggi è – sarebbe – tecnicamente fallito.
Ma più della contabilità pesa la politica. Non quella propriamente detta, quella dei giornalisti, dei settarismi che li sottogovernano. L’abuso dell’Inpgi quale finanziatore degli editori è stato denunciato da tempo. Per esempio da G. Leuzzi, “Mediobanca Editore”, 1997:
“Gli assetti autonomi dei giornalisti (previdenza, cassa mutua, contratto) sono stati scossi nella crisi Rcs” – c’era una crisi Rcs anche allora, ma vera, per un buco di 1.300 miliardi di lire. I governi Ciampi e Dini ne avevano aggredito l’autonomia “imponendo che gli utili dell’Inpgi, circa 30 miliardi l’anno, vengano prestati al Tesoro senza  interessi come contributo di solidarietà”. Non erano stati i soli: “Tiziano Treu, ministro del lavoro dei governi Dini e Prodi, ha operato costantemete a favore degli editori e a danno dei giornalisti e dell’Inpgi nell’esecuzione degli accordi sindacali”. Si sapeva, ma non si poteva dire, e comunque non valeva. 
Valeva ancora la spessa cortina – dirigenti di redazione e rappresentati sindacali - che dominava i giornali per conto di un partito che non più esisteva, ma continuava a controllare l’opinione. Mediante accordi di realpolitik con gli  editori: io ti tengo a bada le redazioni, tu mi sostieni.

L’Africa non è diversa – ma ancora da scoprire

Gireranno queste fiabe, Calvino si chiedeva nel 1955 introducendo la raccolta: entreranno nel nostro patrimonio, il Numero Undici come Pollicino? Calvino era fiducioso, era ingordo di fiabe, preparando di suo la raccolta italiana, ma la vicina Africa resta lontana, per non dire estranea.
Calvino del resto ne trovava traccia nelle interiezioni dei fumetti americani, “modellate su quelle dei negri”. Opinabile, nell’Africa di allora come in quella di ora – forse tra gli afro-americani, che però non sono Africa. E nelle “favole di Uncle Rems, introdotte nel folklore nordamericano dai negri, e di cui il ciclo disneyano di Mickey Mouse non è che una tarda progenie”. Sarà, ma l’Africa non ci si ritrova.
Il curatore Radin fa molta metodologia folklorica, che poco o nulla tiene conto del contesto africano. Sul presupposto che “tutti i popoli sono ugualmente dotati d’immaginazione mitopoietica”, e in tutti i popoli operano “individui artisticamente dotati”. Unica specificità è che “la letteratura popolare dell’Africa indigena costituisce un’unica entità” – per l’Africa al di sotto del Sahara, va precisato. A dispetto della frantumazione etnica e linguistica. Per intrecci. Espedienti letterari: “Per esempio, la funzione dei canti nel contesto prosastico, la frequenza dei finali moralistici, la riconoscibile prevalenza delle spiegazioni eziologiche”. Per “il crudo realismo” anche, e insieme “l’alto grado di consapevole artificio”. E per il geocentrismo: niente divinità se non scese in terra - “è raro trovare una rappresentazione dove l’uomo appaia ancorato in questo mondo in modo più totale e indissolubile, vincolato alla terra in modo più ossessivo”.  
Una anamnesi ancora nell’ottica della scoperta dell’Africa, da fare, di un altro mondo. Da compatire certo, vecchio missionarismo coloniale, naturalmente buono, ma perché non partire alla scoperta del continente, senza pregiudizi, neanche di bontà? L’Africa attende ancora di essere scoperta.
Niente di meglio, è pure da dire, è venuto dall’Africa dopo le indipendenze, mezzo secolo fa. Prima gli africani studiavano, anche il folklore, seppure nelle università europee. Poi si è smesso.
Restano i racconti, vivaci, per una lettura non compassionevole. Di suspense (sorpresa), di moralités o sapienziali, specie degli animali, di furberia, di violenza. Propp non si sarebbe scandalizzato: niente di diverso o scandaloso. Anche i temi non sono speciali: l’innocenza perseguitata, l’incoscienza giovanile, di ragazzi e di ragazze, la lotta per il premio, l’ingiustizia (la forza). L’Africa non è diversa.
Paul Radin (a cura di), Fiabe africane

mercoledì 5 febbraio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (415)

Giuseppe Leuzzi
“Guardare le cose dal fondo, con leggerezza, può riservare sorprese. È un modo per risolvere problemi complicati, a volte perfino per trovare la felicità”. La citazione è di un non-personaggio, non autorevole, Serena Malabrocca. Ma una che se ne intende: suo nonno era Luigi Malabrocca, ciclista al tempo di Coppi e Bartali. Famoso per farsi un’arte di arrivare ultimo al Giro d’Italia, nella leggenda della “maglia nera” trovando una miniera, di tifosi e sponsor.
Essere maglia nera non è una soluzione, e non può dare felicità. Ma guardare con distacco sì.

Il populismo è nato a Milano
Si producono studi, convegni, talk-show, enciclopedie sul populismo. Sulla riduzione della politica alla lagna, ammantata di rivoluzione, che ammorba l’Italia. Senza rilevare che è nato, elaborato, diffuso, imposto a Milano e da Milano. Dalla Lega, che diventò subito la beniamina di Milano 1, la circoscrizione elettorale dei più ricchi e intelligenti d’Italia, e il secondo partito lombardo così, per l’uzzolo, quando ancora non si sapeva di che razza era. E da Mani Pulite, imbroglio populista dichiaratamente bieco (“giustizialista”)”, che è stata elaborata e gestita da giudici meridionali, Borrelli, Di Pietro, Davigo, D’Ambrosio, De Pasquale, Ielo, Ilda Boccassini, la nemica di Berlusconi, ma è pur sempre un fenomeno milanese – ben lombardo era il giudice esecutivo, quel’Italo Ghitti non abbastanza celebrato, che emetteva ordini di carcerazione in fotocopia.
È stata Milano per prima e con più costanza a volersi “liberare dalla politica”. Anche di milanesi eminenti, di Craxi prima e di Berlusconi poi, altrove non odiati. Che ha voluto pedinati, intercettati, indagati, condannati, senza appello. Con la pretesa di una rivoluzione. Che è il populismo.
Si deve a Milan anche il fascismo.
Anche il socialismo, ma fino a un certo punto, condiviso con Genova, Napoli, l’Emilia.

Era borbonico il colera in Sicilia
“È stata la monarchia sabauda, subito dopo l’unità nazionale, a creare l’idea di un’omogenea  geografia economica e sociale del Sud, dal Molise alla Sicilia”, Maria Attanasio, “Le colonne scellerate” (in “Cinquanta in blu”). Vero. E la Repubblica no?
 “Nella prima metà dell’Ottocento la parola napoletano nell’isola (la Sicilia, n.d.r.) era sinonimo di un odioso accentramento politico e di un monopolio economico che, privilegiando le manifatture della Campania, danneggiava tute le classi sociali”, id.
Da qui anche una certa paranoia, o idea del complotto. A giugno del 1837 ci fu un’epidemia di colera, anche allora asiatico. “In Sicilia”, racconta Attanasio, “il colera asiatico diventò borbonico, Per sciagurata credenza, ma anche per politica malizia di un’élite di liberali ideologicamente variegata. Costituzionalisti, sparuti simpatizzanti della ancora neonata e repubblicana Giovane Italia, e soprattutto indipendentisti, trovarono nel colera veleno un’unitaria e populistica parola d’ordine: sua maestà il re delle Due Sicilie il mandante, che attraverso occulti diffusori avvelenava cibi, acque, aria”. La casa dunque nasceva male da entrambi i pizzi.

La Lega eletta in Calabria
Non c’è solo Salvini senatore della Calabria: la Lega ha radici solide nella regione più disastrata e disprezzata. Vincenzo Sofo, bello e famoso già come fidanzato di Marion Le Pen, e oggi come uno dei tre italiani che subentrano agli europarlamentari britannici dopo la Brexit, è un calabrese di Milano che si è fatto eleggere per la Lega. In Calabria.
Sofo è in realtà un milanese, che ha riscoperto la Calabria dei genitori per farsi eleggere a Strasburgo, d’accordo con Salvini. Spendendo in Calabria un solo mese, ha raccolto 20 mila preferenze. Miracolo di Milano.
Però, sempre Sofo, conosce la Calabria – l’avrà imparata dai suoi. A Concetto Vecchio spiega su “la Repubblica”:  “In Calabria tutti ti chiedono «chi sei?» e «a chi appartieni?» Una sospettosità ingiustificata?
In realtà il Sud non ha difese.
Forse è anche vero quello che “la Repubblica” fa dire a Sofo nei titoli: “Sono un talebano, sovranista e calabrese”. La confusione c’entra pure: nel 1861 non ci fu plebiscito unitario più ampio di quello della Calabria, il 99,99 pe cento.

Aspromonte
Grazie alla “Chanson d’Aspremont” che l’ha tenuto a battesimo, adattamento normanno del ciclo provenzale poi volgarizzato, col “Guérin Mesclin”, da Andrea di Barberino e sicuramente nota a Ariosto, era terra di eroismo, nobiltà, sacrificio, e non di vendette, rapimenti, ferocia, mafie.

Notevolmente, anche pericolosamente, imbruttito dalla protezione dei Forestali. Piantumati gli alpeggi, con cui la montagna respirava. Di specie non autotoctone, canadesi, nordiche. Infittite e mai ripulite le pinete, tutte malate. Rifugi sbarrati, o devastati da decenni.

I film ne hanno sempre trattato come di un luogo inaccessibile, tenebroso. Mentre il suo bello è di essere una montagna aperta, dall’orizzonte libero, guardando da tutti i pizzi verso il mare.
Gli ultimi due, “Anime nere” di Munzi e “Aspromonte – la terra degli ultimi” di Calopresti, che pure dovrebbe conoscere la Montagna, se è nato a Polistena, ai suoi piedi, ne fanno un mondo buio, di gente immiserita, abbandonata, sporca, disperata. Mentre è piena di luce. 

Succede di passare, rifacendo il sentiero di ritorno, accanto a una pozza del torrente ancora bianca di calce. Ieri sera, nel passaggio di andata, s’incrociava nello stesso posto, sotto il sentiero, una jeep dei Forestali. 

La montagna su tre mari – in realtà due, Jonio e Tirreno, ma dal Montalto se ne vedono tre. La montagna d’estate senza pioggia – giusto quanto serve ai funghi.
Col mare e la Magna Grecia a mezzora di macchina. 

I luoghi parlano, si sa. E hanno un’anima, anche se non si sa che cosa l’anima sia – è cosa complessa, multistrato, in espansione. Hanno personalità tanto forte che alcuni muoiono se ne sono separati, della stessa malinconia che si vive per un essere umano molto amato che sia svanito oppure lontano. E di personalità tanto varia che basta il diletto della loro compagnia per un tempo anche limitato, il ricordo permanendo durevole, e vivace.  Con espressioni anche diverse per ogni parte del luogo, o per ore differenti o stagioni: un luogo si fa amare in tutte le ore e in tutte le congiunture, anche nelle disgrazie. Malgrado - nel caso - terremoti, venti, tempeste, nebbie, e altri inconvenienti geoclimatici. Si è ricostruito dopo terremoti catastrofici. 

Si passa dai luoghi dei giganti, pinete a perdita d’occhio, al bosco delle ombre, i faggi di Orazio, che a novembre si tingono di rosso, alle abetaie aperte. Ma con un senso di continuità. Di una vegetazione, anche fitta, che unisce e non isola.

Il pastore (padrone di greggi) Nazzareno conosce della Montagna ogni piega e ne sente l’aria, i venti, gli odori. Venendo dalla modernità, con la Panda-Jeep, il giornale sotto il braccio, seppure d’ieri, la giacca di acetato, lavabile, ingualcibile, la mungitura, il rito mattutino dell’impanata, il trasporto del latte, la contrattazione, l’ananke quotidiana, si tiene fuori dal mondo. La calpesta con lo stesso passo, stabile, come levitasse sulle asperità. Ne è padrone, della natura, come un antico dio. Parla all’arbusto, all’albero, al fiore, al lupo che lascia le tracce e si nasconde, all’aquila, che forse è una pojana.
Vagando per la montagna, la anima in ogni piega delle avventure di Guerrin Meschino, lì è il castello, lì la fata, lì la strega. Che potrebbe avere appreso in carcere. Pare che abbia avuto da ragazzo un omicidio.

Antonio il destino avverso, che gli ha impedito il mestiere del carpentiere, lo ha obbligato al suo sogno di sempre, la guida nel parco. Il suo liquido amniotico. Anche in senso proprio, è il maggiore esperto delle sue acque, ne conosce ogni rivolo. E si può dire che nella Montagna navighi. Tra i monti e le valli chiuse, e improvvise, aperte radure, sul cielo e sul mare, lontano, laggiù lungo la linea della costa. Dove procede solo, sempre, anche in gruppo, anche in camionetta. Dentro l’aria, gli odori, la luce mutevole e parlante. Come uno degli antichi dei, che ha letto erano nell’arbusto, nella foglia, nel fiore, nell’albero, negli animali del bosco che si nascondono. Nel falco, nella pojana, o è il pecchiaiolo, che ha nidificato sul costone, inaccessibile, e vola lungo le pareti a lente ampie volute, e si fa scambiare per l’aquila.


Effetto anche dell’amanita muscaria, “sbucciata”, tagliata a strisce sottili, per evitare un effetto ingombrante, devastante?

leuzzi@antiit.eu

L’inflazione che non c’è

L’Istat introduce nel paniere del costo della vita il monopattino elettrico, l’auto elettrica, il sushi take away. Cioè due prodotti nuovi, monopattino e auto, che non possono che diminuire di prezzo a mano a mano che – e se – l’elettrico si imporrà, e un alimento che per qualche tempo nessuno comprerà. Furbo Istat: così l’inflazione “non c’è”, le indicizzazioni riposino in pace.  
I tre “prodotti” peseranno poco o niente nel paniere del costo della vita, sui mile o duemila prodotti del paniere. Ma confermano, non volendo, che l’inflazione, che tutti paghiamo ogni giorno , al mercato, nei servizi (telefono, cellulare, internet, elettricità, gas, acqua, spazzatura), non c’è. Sono vent’anni ormai che l’inflazione  non c’è. Da quando i prezzi raddoppiarono all’istante, in virtù dell’euro. Così non si pagano indicizzazioni, di salari e quiescenze.

Casa, dolce casa - come un fico

L’ennesimo omaggio di Abate al padre, “un uomo forte come Sivori”, al tempo di “Sapore di sale” che il padre canticchia, primi anni Sessanta. Nella forma, estenuata per lunghe pagine, di un fico buonissimo davanti casa, bottarico o fiorone, “l’albero della fortuna”. Con le memorie sempre grate del paese, sotto la Sila, guardando lo Jonio. Qui nella figura dell’emigrato archetipico: vecchio, di ritorno dall’Argentina, dove ha perduto la moglie e il figlio, e non ha fatto fortuna. E la consueta celebrazione del ritorno, con i figli, i quattro amici dell’infanzia, i loro figli. In paesi dove “oggi ci sono più abitazioni che persone”.
Il niente. Ma gradevole – rincuorante.
Della serie della ditta Aboca, “storie che raccontano un mondo a partire da un albero”.
Carmine Abate, L’albero della fortuna, Aboca, pp. 171 € 14

martedì 4 febbraio 2020

Il mondo com'è (394)

astolfo
Blitzkrieg – Si connota per la sorpresa e la velocità (trasporto su gomma e cingolato, ferroviario, aereo) ma anche per il terrore. Per l’uso massiccio dell’artiglieria (ora prevalentemente missilistica) e dell’arma aerea, contro obiettivi indiscriminati: quartieri residenziali, scuole, ospedali, mercati, stazioni.
Poco la tattica è cambiata dalla prima applicazione, contro la Polonia a partire dall’1 settembre 1939. Gli Stati Uniti pretendono la precisione dei bombardamenti aerei e missilistici, che documentano con foto, ma mostrano solo quelle degli attacchi mirati riusciti, pochi e comunque inefficaci: nella guerra del Golfo, in quella alla Serbia e in quella all’Iraq i “danni collaterali” sono stati quelli determinanti.
Il Blitzkrieg per antonomasia, a quello tedesco, debutta l’1 settembre 1939 in Polonia, di sorpresa, in vece di dichiarazione di guerra, all’alba, contro un borgo oggi di 23 mila abitanti allora di meno  della metà, Wieluń, non militare né industriale, solo prossimo al confine. La Luftwaffe investì la cittadina in massa, riversandovi 46 tonnellate di bombe, quasi mille granate da cinquanta chili, distruggendo radicalmente l’ospedale, segnalato da grandi croci rosse dipinte sui tetti. L’esito furono 1.200 vittime, degenti inclusi, e la cittadina distrutta al 70 per cento – al 90 per cento gli edifici pubblici.

Imperialismo – Si giustifica sulla promessa di libertà e benessere. Quello britannico. Come già quello coloniale, iberico, francese e olandese. Quello napoleonico, che tanto entusiasmò le popolazioni conquistate. Quello americano, bellico e postbellico. In parte anche quello romano, per via dell’assimilazione – in una condizione identitaria forte. E la Cina oggi della Via della Seta, il programma di Xi Jinping, in Africa e nel subcontinente indiano. Nonché, nei suoi limiti economici, quello di Putin, l’appoggio disinteressato a questo o quel perdente, Maduro come Assad o Hadtar.
Fallisce quello di conquista. Cosa che la Germania non ha capito, quella imperiale come il Reich di Hitler. E Stalin – la Russia ha avuto la possibilità, con la seconda guerra, di farsi solida e rispettosa amica l’Europa orientale, invece se ne è fatta inconciliabile nemica.

Little Englanders – Si può dire la Brexit la rivincita dei nuovi “Little Englanders” un secolo fa – i Liberali, seguaci di Gladstone, che si erano dichiarati tali contro la guerra Boera in Sud Africa, e resistettero in un primo tempo all’impegno britannico nella Grande Guerra. L’1 agosto 1914, mentre la Francia mobilitava contro la Germania, il governo britannico di Asquith, liberale, il primo ministro più longevo del Novecento era a maggioranza contro l’entrata in guerra a fianco della Francia e della Russia. A favore erano i membri più eminenti, lo stesso Asquith, Churchill, Grey e Haldane, contro tutti gli altri. La mattina dell’1 agosto dodici dei diciotto membri del gabinetto di governo si dichiararono contrari a sostenere la Francia. Il pomeriggio un’assemblea informale dei liberali – il partito al governo - ai Comuni votò, fuori della, sala consiliare, 19 a 4 (benché con molti astenuti) lo stesso ordine del giorno.

Churchill, a capo dell’Ammiragliato, aveva dato ordini in pratica di mobilitazione, già dal 26 luglio, da quando l’Austria aveva sfidato la Serbia con l’ultimatum. Una mobilitazione limitata ala Marina militare – la Gran Bretagna non aveva coscrizione obbligatoria. Ma Londra ufficialmente restava fuori della guerra.
Grey, a capo del Foreign Office, tentò di superare il blocco del suo partito giocando di sponda con i conservatori, favorevoli all’intervento, sul presupposto che l’interesse nazionale britannico poggiava su una Francia indipendente, su un’Europa senza un impero. “Se la Germania dominasse il continente, sarebbe sgradevole per noi come per gli altri, perché rimarremmo isolati”, fu l’argomento con cui tentò il 3 agosto di convincere i Comuni a votare l’intervento nella guerra che la Germania aveva dichiarato l’1 agosto alla Russia, e lo stesso 3 agosto alla Francia – già intervenuta in guerra perché legata alla Russia da un patto di reciproca difesa contro la Germania. Il 4 agosto la Germania invase il Belgio, e la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania.
I Little Englanders di Farage e Johnson hanno aperto una strada stretta. La Germania non è più imperialista, ma c’è l’Unione Europea con la Germania. La logica di Gladstone, o Little Englander, avrebbe voluto una presenta britannica, seppure difensiva, sul continente. Invece in questo caso, non essendoci una minaccia militare o alla libertà, hanno scelto la strada opposta.
Anche nel 1914 peraltro l’intervento britannico nella guerra fu motivato per ragioni esclusivamente nazionali. Come lo stesso Grey specificava ai Comuni il 5 agosto: “Non ho agito in base a obblighi di trattato o d’onore, nessuno dei due sussisteva. C’erano tre interessi inglesi”, spiegò pragmatico, “che non potevo trascurare”,. Che così elencò: il dominio della flotta tedesca nel mare del Nord e nella Manica, l’occupazione tedesca permanente del Nord della Francia, proprio di fronte all’Inghilterra, e l’occupazione di Anversa, che sarebbe stata una minaccia permanente contro la Gran Bretagna.  


Macron – Le rivolte di piazza non sono specifiche della presidenza Macron. In Francia sono un classico, dalle jacqueries in poi, dal Medio Evo - dal primo abbozzo di un’autorità nazionale. Una presidenza analoga si ricorda un secolo fa, quella Poincaré, che molto innovò anche lui – e decise anche l’entrata in guerra nel 1914. La legge Poincarè del servizio militare obbligatorio di tre anni nel 1913 suscitò manifestazioni di piazza violente che si trascinarono per molti mesi. Rafforzate da problemi sindacali e proteste di molte categorie di agricoltori.
Gli scandali pure sogliono accompagnare la vita politica francese. Alla vigilia della Grande Guerra si apriva il processo per l’assassinio del direttore del “Figaro”, Calmette, colpito da Mme Caillaux, dopo una campagna scandalistica del giornale contro il marito della signora, Joseph Caillaux, uomo politico di primo piano – ministro delle Finanze di Clemenceau, presidente del consiglio dal 1911 al 1913, quindi nuovamente ministro delle Finanze. Un assassini che fu una miniera, molto sfruttata dalla stampa, di irregolarità e soprusi, al governo, nella finanza e nella stampa, nella giustizia.
Lo stesso giorno della prima udienza al processo rivelatore, il 28 luglio, il giorno dell'inizio della guerra,  il presidente Poincaré e il primo ministro Viviani, socialista, di ritorno dalla Russia dove avevano confermato l’Intesa, furono osannati per le strade di Parigi al grido di “Vive la France!”. Il 31 luglio un giovane “patriota” assassinò Jean Jaurès, il leader socialista che guidava la battaglia contro la leva dei tre anni. Il giorno dopo era la guerra, nell’entusiasmo popolare.

Quinta colonna – Oggi un programma televisivo di retroscena e tempi scottanti, è dizione della guerra civile in Spagna, quando i fronti avversi erano fluidi: mobili e intricati. Lo storico inglese della guerra civile spagnola, Hugh Thomas, la attribuisce con dovizia di particolari al generale Mola, aiuto di Franco - secondo altri è invece un termine usato spesso da Franco stesso. Mola, secondo Thomas, richiesto in conferenza stampa da un giornalista non identificato, straniero, con quale delle “quattro colonne” su cui era schierato il suo corpo d’armata avrebbe marciato a occupare Madrid, rispose con la “quinta colonna”. Intendendo i gruppi monarchici e franchisti che operavano nella capitale, controllata da repubblicani, in clandestinità.
La conquista franchista di Madrid tarderà di tre anni. Ma presto, dopo la crisi dei Sudeti e gli accordi di Monaco, nel 1937-38, la nozione di quinta colonna fu applicata ai Volksdeutsch, le minoranze tedesche nell’Europa centrale, nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Romania. La “quinta colonna” tedesca sarà specialmente attiva in Polonia, dove sicontavano al censimento del 1931 ottocentomila Volksdeutsch. Non molti, il 2 per cento della popolazione (contro i tre milioni di ebrei – a Varsavia, su una popolazione censita nel 1931 di 1,2 milioni di persone, 350 mila erano classificati ebrei). Ma concentrati in Pomerania e Alta Slesia. Mobilitati dal nazismo, furono tra i più attivi, il 30-31 agosto 1939, aiutati da paracadutisti tedeschi, a sabotare la mobilitazione polacca contro l’attacco che Hitler sferrerà l’1 settembre col bombardamento a tappeto di Wieluń. Opereranno successivamente contro ebrei e polacchi in genere anche a Varsavia.

Responsabilità collettiva – È il fondamento giuridico delle rappresaglie che la Germania conduceva nei paesi occupati contro ogni atto di resistenza – come quella che seguì a Roma all’attentato di via Rasela. La popolazione maschile adulta dell’area attorno al luogo dell’attentato veniva rastrellata e uccisa sul colpo. In Polonia anche in ragione di cento per un tedesco morto – in Italia dopo l’8 settembre in misura ridotta, grazie “all’amicizia italo-tedesca rinnovata”, di dieci per uno.  
In mancanza di residenti nella zona dell’attentato si procedeva contro movimenti politici o di opinione, e contro gli ebrei. L’equivalente della responsabilità oggettiva del diritto penale più accreditato – del “non poteva non sapere”, a proposito di chiunque svolga una mansione direttiva per colpa dei subordinati. 

astolfo@antiit.eu

Gli ebrei a Hitler, i polacchi a Stalin – un’altra storia della guerra

Karski non scoprì l’Olocausto, come usa dire da qualche anno: dei rastrellamenti e dei campi di lavoro, con decimazioni sommarie, si seppe da subito, nella primavera del 1942, dai ferrovieri polacchi. Karski lo ha per primo spiegato, di persona e quale testimone oculare, a “tutta Londra” nell’autunno dello stesso anno, e poi a “tutta l’America”, compreso il presidente Roosevelt – l’unico che non gli credette fu il presidente della Corte Suprema Felix Frankfurter, di origini ebraiche. Testimone de visu per essere stato prima introdotto dalla Resistenza polacca, di cui era parte, nel ghetto di Varsavia, e poi in uno dei primi lager per ebrei deportati - che lui credette essere Belžec, come era nei piani, e invece era stato dirottato all’ultimo momento dalle sue “guide” a Izbica Lubelska, a metà strada fra Lublino e Belžec. Introdotto nel ghetto da due leader politici ebrei, un sionista e un “bundista” (socialista), di cui dà un commosso ricordo, specie del bundista – dei due ritratti si compone quasi tutto il racconto, sul ghetto di Varsavia il gran libro verrà nel 1958 con Alberto Nirenstein, il combattente della Resistenza polacco-israeliano-fiorentino, “Ricorda cosa ti ha fatto Amalek”.
Della sua attività Karski aveva già reso conto per iscritto in numerosi rapporti, inoltrati a Parigi e Londra dalla Resistenza. Non era del resto il solo. La sua testimonianza ha assunto valore storico per essere stata resa di persona, da perfetto poliglotta, nelle capitali Alleate. Per giornate, settimane e mesi, in sedute di botta e risposta che dice “estenuanti”. E poi trascritta, nel 1944, a New York, in un libro, che è poi questo ma intitolato “The Story of a Secret State”, stampato in 400 mila esemplari subito esauriti, ristampato immediatamente in Gran Bretagna, e nel 1945 in Svezia. Forte anche dell’esperienza personale. “Karski” o “Witold” nella Resistenza, di suo Kozielewski, era stato giovane diplomatico, e tenente dela riserva. Evaso due volte dai tedeschi, la prima dopo essere stato scambiato dai russi, di cui era prigioniero militare, con gli ucraini e bielorussi prigionieri della Germania, ai termini degli accordi Ribbentrop-Molotov, o Hitler-Stalin, del 1939. La seconda dopo essere stato arrestato dalla Gestapo in Slovacchia come resistente. Una liberazione che costò la vita a 35 persone: 32 dei locali abitanti, tra essi due preti, fucilati dai tedeschi per la cosiddetta responsabilità oggettiva, è tre dei quattro del commando liberatore, deportati a Auschwitz.
Karski lavorò in clandestinità per la propaganda del maggiore movimento di Resistenza polacco, Armia Krajova, Esercito Nazionale, e per il collegamento con il governo polacco in esilio, in Francia nel 1940 e a Londra nel 1942. Qui redasse il “Rapporto Karski” propriamente detto, sulle esperienze vissute nel ghetto di Varsavia e nel lager presunto di Belžec, che il governo polacco in esilio fece conoscere ai governi britannico e americano, incaricandolo poi di una missione di propaganda negli Stati Uniti.
È una testimonianza in realtà, come dice il titolo originario, della Resistenza polacca. Delle persecuzione anti-ebraica, sia attraverso le Einsatzgruppen del tiro libero al bersaglio, le squadre speciali (tedesche, baltiche e ucraine), sia con le prime deportazioni di massa, si sapeva. Le Nazioni Unite, che il 17 ottobre 1942 avevano creato una UN War Crimes Commission, una commissione d’inchiesta sui crimini di guerra, prepararono una “dichiarazione solenne” il 17 dicembre di condanna dei “massacri criminali degli Ebrei dell’Europa centrale”, a firma dei dodici Stati alleati, più il Comitato della Francia Libera (De Gaulle). La testimonianza di Karski aveva il merito di riferire le cose viste, invece che de relato. Ma alla persecuzione degli ebrei dedica solo due capitoli, il XXIX e il XXX, dei trentatré totali. Una trentina di pagine in tutto, molte prese dalla parte organizzativa delle incursioni (contatti, documenti, camuffamenti). E con l’ottica sempre della Resistenza, delle formazioni anche ebraiche, politiche e militari, della Resistenza.
Questo forse è quello che nocque alla testimonianza di Karski: perché la Polonia era, già nel 1942, di ostacolo alla relazione privilegiata con Stalin. A Londra e a Washington solo l’Unione Sovietica contava, che si era annessa una parte della Polonia in base agli accordi con Hitler, e per il dopoguerra ne aveva già disposto la condizione di Stato satellite, attorno ai socialisti polacchi che si erano rifugiati nella zona annessa da Mosca. Il successo di Karski col libro fu immediato ma non durò. La rivista “Soviet Russia Today”, allora diffusissima negli Stati Uniti, lo censurò con asprezza, la riedizione non si fece, il libro restò dimenticato.
La graphic novel di Rizzo e Bonaccorso privilegia la denuncia della persecuzione ebraica. Che resta oggi il maggior titolo della memoria di Karski - dopo la guerra, interdetto di tornare nella Polonia sovietizzata, sarà professore di Relazioni internazionali all’università gesuita di Georgetown a Washington. Il Karski oggi ricordato è riemerso nell’ottobre 1981 a una Conferenza internazionale dei liberatori dei campi di concentramento organizzata da Elie Wiesel e dal Consiglio Americano del Memoriale dell’Olocausto. L’anno dopo nominato “giusto tra le nazioni” in Israele – successivamente anche cittadino onorario. E nel 1985 testimone nel primo film sullo sterminio, “Shoah” di Claude Lanzmann. Ma “La mia testimonianza”, sottotitolo “Ricordi 1939-1943”, resta importante per la storia, quando si farà senza più l’ottica della guerra fredda, degli assetti europei postbellici decisi nel corso della guerra tra gli Alleati – specie nell’edizione francese (derivata dalla riesumazione polacca post-1989, la stessa tradotta in italiano), molto bene annotata. E per comprendere la Polonia, quella di ieri come di oggi. A partire dall’assunto che Karski ripete variamente: che la Polonia è stato il solo paese occupato in cui non si sia prodotto nessun collaborazionismo – “nessun Quisling” è il leitmotiv della testimonianza. Vittima di Hitler come di Stalin.
Le testimonianze di Karski sulla Polonia annessa da Stalin sono scarse e sempre radicali, ma incisive. Molto è detto del contributo militare polacco alla guerra antitedesca, con i circa 150 mila soldati dislocati in Francia e in Gran Bretagna, con i duemila piloti nella battaglia d’Inghilterra , con l’armata di Anders. E con varie curiosità, che dovranno prima o poi essere assunte nella storia. La più strana e la percorribilità della Germania, andata e ritorno, di resistenti e anche di ebrei.
Il titolo originario, della prima edizione in America, “Storia di uno Stato segreto”, propone la continuità dello Stato polacco, di prima, durante e dopo l’invasione, attorno alle coalizioni della Resistenza che si riconoscevano nel governo in esilio a Londra. Nel “rapporto sul libro” che scrisse per il governo polacco in esilio – ancora per poco - a Londra nel 1944, così ne precisa lo scopo: 1) il movimento di Resistenza non è solo un una forza di combattimento, è lo Stato, con l’auctoritas, le istituzioni, il funzionamento di uno Stato democratico; 2) il governo legale si trova a Londra; 3) la Polonia è il solo Stato occupato a non aver collaborato in nessuna forma con l’occupante - “nessun Quisling”; 4) “la nazione polacca è animata da una volontà di democrazia, di libertà, di progresso”.
Ma la Polonia nel 1944, e già nel 1943, era considerata un ingombro, sia a Londra sia a Washington. E nella stessa Polonia post-1989 troverà problemi a riemergere: la testimonianza di Karski è stata tradotta solo nel 1999, poco prima della sua morte. Un tentativo nella Polonia di Jaruzelski e Solidarnosc’, nel 1982, era finito nel nulla. Il riallineamento delle posizioni in Europa, della storia europea durante e dopo la guerra, non è stato ancora avviato, a trent’anni dalla caduta del Muro, ma con ogni evidenza si impone. Il racconto di Karski, a tratti anche noioso (meticoloso, puntiglioso), propone fondati motivi per la revisione. Prima di essere riscoperto da Wiesel e Lanzmann, Karski è stato soprattutto, come storico a Georgetown, l’autore di una ricerca d’archivio, settecento pagine, “The Great Powers and Poland. 1919-1945. From Versailles to Yalta”, che non si cita nemmeno tanto è eretica. “Un libro triste” lo dirà lo stesso Karski. Ma necessario: “Churchill sbagliò di più, ma Roosevelt fu più nocivo”, ne è la sintesi, dello stesso Karski. Troppi i lutti postbellici. E quanto necessari?
La graphic novel che Bonaccorso e Rizzo hanno tratto dalla testimonianza di Karski è la riedizione del volume già pubblicato da Rizzoli Lizard, 2014.
Lelio Bonaccorso-Marco Rizzo, Ian Karski, l’uomo che scoprì l’Olocausto, la Repubblica, pp. 160, ill. € 9,90
Ian Karski, La mia testimonianza davanti al mondo, Adelphi, pp. 513, ill. € 32

lunedì 3 febbraio 2020

Ecobusiness dell’auto elettrica – per ricchi

Poiché stimo per morire di inquinamento, bisogna comprarsi l’auto elettrica: via tutto il resto, tutto ora sia elettrico. Lo ordinò la Francia mezzo secolo fa, per riempirsi di centrali nucleari, che ora non sa come “decommissionare” (chiudere e disattivare) – la radioattività si spegne con difficoltà.
Bisogna comprarsi un’auto al doppio del costo di una col motore a scoppio. Dotarsi di un garage – 80-90 mila la quotazione a Roma. Con un colonnino di ricarica – 2 mila euro, più spese d’installazione, per 4-5 anni di durata. E pagare 80 centesimi al kWh – ottanta euro per quattrocento km..
Per ora, con l’elettricità da combustibili solidi. Con le rinnovabili il doppio, e pure il triplo. La salvezza costa cara.
Invece di ridurre la circolazione. Magari con i mezzi pubblici. Per esempio a Roma, dove circolano tanti mezzi privati quanti sono i residenti.
Nell’inerzia – ignoranza? stupidità (viva il nuovo)? corruzione? – dell’informazione.

Apologo cinese dell’ex-import

Si poteva leggere sul “Sole 24 Ore” qualche tempo fa, non molto, una storia istruttiva  delle triangolazioni che dovrebbero moltiplicare la ricchezza mondiale con gli scambi, e di dazi e controdazi che vi si frappongono, con varia ragione.
Napoli punta a ritornare la porta dell’Oriente, spiegavano Micaela Cappellini e Vera Viola, e sperimenta due rotte nuove, oltre a quella marittima tradizionale. Una via terra dalla Cina: ma “il treno ha impiegato 23 giorni contro i 21 della nave tra Shangai e Napoli”. E una a metà su rotaia, fino a Poti sul Mar Nero, e a metà su nave - con risultato, sembra di capire, ancora più insoddisfacente.
Ma non è il trasporto il cuore dell’affare. Le rotte via terra sono la novità della nuova Via della Seta che la Cina vuole adottare per intensificare gli scambi con l’Europa, ed è giusto sperimentare. Se non che la sperimentazione è stata fatta con vagonate di concentrato di pomodoro. Dunque, è ufficiale: Napoli importa il concentrato di pomodoro dalla Cina.
Ma non tutta la storia. Napoli non è contenta: il concentrato cinese arriva senza dazi, la polpa e pelati napoletani di pomodoro sono tassati all’arrivo. Per scoraggiarne la vendita? Ma no, perché sono prodotti di lusso, il “made in Italy” eccetera.
Non è una fantasia - la Cina non è una fantasia. Succede per i pomodori di qualità come per le altre produzioni: quando e dove la Cina non è in grado di soddisfare la domanda interna, non vuole che altri rubino la piazza. Elementare.