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sabato 10 giugno 2023

La Nuova Politica Americana - 2

Gli ambienti d’affari americani sollecitano il mantenimento di relazioni aperte con la Cina – e con l’India. Da qui gli annunci ricorrenti che il segretario di Stato Blinken si appresti a fare visita a Pechino per ricucire i rapporti. Ma non ha in agenda offerte per scongelare i rapporti. Mentre si minaccia, e si attua, il blocco di molte attività cinesi in America, da Huawei a TikTok.
Sullivan, criticato il liberismo, difende con molte cifre il nuovo approccio economico: una “politica industriale” di investimenti pubblici, cospicui, in grado di eliminare strozzature, produttive o tecnologiche, e mobilitare gli investimenti privati. Una politica già in atto, col piano infrastrutturale “American Rescue” del 2021, e con le due leggi-quadro del 2022, l’Ira (Inflation Reduction Act), per il finanziamento della produzione, e il Chips and Science Act, per il finanziamento della tecnologia strumentale.
A fronte delle non citate – o non espresse - perplessità e critiche europee e asiatiche sulla natura protezionistica di questa politica industriale, Sullivan fa valere che un riordino con gli alleati occidentali è in corso: “Stiamo sfruttando l’Inflation Reduction Act per costruire un ecosistema di produzione di energia pulita radicato in catene di approvvigionamento qui nel Nord America, ed esteso all’Europa, al Giappone e ad altri. Trasformeremo l’Ira da fonte di attrito a fonte di forza e affidabilità”.
A questo fine enfatizza la “dichiarazione congiunta” Biden-von der Leyen per una transizione energetica “coordinata” – basata su “audaci investimenti pubblici nelle rispettive capacità industriali”, negli Stati Uniti come in Europa. E cita una lunga serie di accordi: il Consiglio Usa-Ue per il Commercio e la Tecnologia, il trilaterale con Giappone e Corea del Sud, l’Apep, Americas Partnership for Economc Prosperity (Usa, Canada, Messico e altri apesi latinoamericani), e l’Ipef (Indo-Pacific Economic Framework) lanciato da Biden un anno fa, il 22 maggio 2022 – un foro di discussioni cui partecipano 14 paesi, compresi Giappone e Corea del Sud.  
In questa nuova ottica la Wto, l’organizzazione del commercio internazionale, che gli Stati Uniti trascurano e anzi contestano da un quinquennio, dopo averla creata, facendone il motore della globalizzazione, dovrà abbandonare le politiche liberistiche degli ultimi trent’ann e darsi nuove priorità: catene di aprovvigionamento sicure, clima, lavoro (posti di lavoro, retribuzioni), sicurezza digitale, tassazione equanime e coordinata delle imprese. La Wto e ogni altro accordo o organismo internazionale dovrà garantire contro il dumping sociale e quello ambientale: “Dobbiamo garantire che i nostri concorrenti non ottengano vantaggi degradando il pianeta”.
L sguardo si allarga infine alle “altre economie”, o economie “emergenti”, cioè all’Afica e a larghe parti dell’Asia. Il progetto è di mobilitare “trilioni di dollari di investimenti nelle economie emergenti”. Col dichiarato proposto di fronteggiare l’inziativa cinese, la Belt and Road Initiative. A questo fine saranno mobilitate la Banca Mondiale e le banche regionali di sviluppo, e attivata una Pgii, Partnership for Global Infrastructure and Investment, per canalizzare gli investmenti in particolare sulle infrastrutture  e sulle fornti di energia.
Poco dice Sullivan sulla Cina, in termini dirttti. Solo ripropone la formula di Janet Yellen, la ministra del Tesoro ex presidente della Federal Reserve (la quale riprendeva un concetto di von der Leyen): gli Stati Uniti sono per la “diversificazione - per il derisking e non per il decoupling.
(fine)

Appalti, fisco, abusi (230)

Enel, che si pregia di mandare fatture di luce e gas a lettura semplificata su numeri certi, invece che “stimati”, fattura 243 Smc di gas, “di cui 129 Smc già fatturati nelle precedenti bollette”. Bontà dell’Enel.
Le letture “stimate” dei consumi, con le quali le utilities si fanno pagare le forniture due e quattro mesi prima degli effettivi consumi – aprendo una contabilità “sospesa” all’utente - si direbbero illegali, ma non per l’Arera, l’Autorità di controllo del settore energia.
 
Nella bolletta del gas Enel fa pagare la quota maggiore alla voce “Trasporto e gestione contatore”. Cioè, fa una gestione voluttuaria del contatore e la fa pagare all’utente? Sempre col consenso dell’Arera.
L’utente può sempre cambiare gestore, obietta l’Arera. Perché, c’è differenza fra i gestori?
 
L’Inps fa una trattenuta ad aprile di € 495,44 per “debito Irpef anno precedente”. Un addebito Irpef di questa natura non risulta al fiscalista né al numero verde Agenzia delle Entrate. Il numero verde Inps “fa una segnalazione” (apre una procedura) e spiega che entro un mese si riceverà una risposta via sms o email. 
Entro un mese Inps non comunica niente, ma sul cedolino di maggio paga € 452,96 come “credito Irpef anno precedente”. Il prelievo forzoso si è assottigliato, a un decimo. Ma il numero verde Inps non si spiega la meccanica dell’evento, può solo riproporre la segnalazione.
 
La prima “segnalazione” attiva dopo 50 giorni questa risposta: “La trattenuta si riferisce ad un recupero gestito dalle procedure centrali, proveniente dalla piattaforma fiscale”. Cioè? E il “credito Irpef anno precedente”? Per dirimere la questione bisogna prendere un appuntamento, in una sede lontana, a una data “in mente Dei”.
È roba da film, certo, il pensiero che una “manina” all’Inps può assottigliare, di molto o di poco non importa, i cedolini – ne paga 18 milioni, ogni mese.

Chiara bella e oscura

Il racconto dei sedici anni, dal 1211, in cui la futura santa Chiara diciottenne scappa di casa, si fa novizia (serva) in un convento di suore, naturalmente di clausura, sente dire di Francesco d’Assisi, organizza un movimento di coetanee e altre avventurose analogo a quello dei francescani, fino a quando non riesce a farsi approvare una regola dal papa, rivoluzionaria, di monache nel mondo e non in clausura. Un ritratto mediato dalla biografia di Chiara Frugoni, di cui la regista è stata allieva alla Normale di Pisa, e quindi su temi femministi: la violenza maschile, di padri, fratelli, papi, vescovi, qualche incomprensione c’è pure con Francesco. Ma addolcito da Margherita Mazzucco nel ruolo della protagonista, che così è la santa Chiara di tutti.
Pecato per l’uso dell’italiano burino, alla Jacopone, che fa perdere una buona metà del dialogo. Contribuisce alla realtà del tempo, così come i colori e le scenografie brunite invece che solari, di povertà, anche cupa, e di isolamento. Ma non è udibile.  Questo “italiano centro-meridionale” del Duecento non suona falso, ma è inaudibile – come anche nel “Dante” di Pupi Avati. L’uso dei dialetti s’è diffuso nei sonori, dopo l’impiego magistrale che ne ha fatto Copola nella serie del “Padrino” (nella serie originale, non doppiata), ma è manierato -  le cadenze romanesche, napoletane, siciliane, o toscane, o baresi o lucana delle ultime serie Rai lo sono. Se si vuole filologico, come le declinazioni campane di “Gomorra”, necessita dei sottotitoli.  
Susanna Nicchiarelli,
Chiara, Sky Cinema 

venerdì 9 giugno 2023

La Nuova Politica Americana - 1

L’Italia – la Nato, l’Occidente – è in modalità “Nuovo Washington Consensus” e non lo sa? Non lo sanno i cittadini, o i media, e neanche il Parlamento, ma è il tema alla Farnesina, il ministro Tajani non escluso. Non è veramente un “consensus”, non c’è stata discussione né coordinamento, ma è come gli Stati Unti vedono il presente e il futuro. Gli Stati Uniti di Biden, che però sul tema sono anche quelli di Trump. È una sorta di Nuova Politica Americana che è in corso, da tempo e ben strutturata, anche se non lo sappiamo.
Per “Nuovo Washington consensus” s’intende propriamente la dottrina enunciata dal consigliere di Biden per la Sicurezza Nazionale, Jake Sullivan, capo del Nsc, National Security Council, alla Brookings Institution di Washington il 27 aprile. Tema: “Il rinnovamento della leadership economica americana”.
Sullivan, 47 anni, avvocato, sa poco di relazioni internazionali – quello che ha studiato a Oxford, un semestre che fu in Inghilterra con una borsa di studio. Ma, da ex manager della campagna di Hillary Clinton alle primarie vinte da Obama nel 2008, con la stessa Clinton al dipartimento di Stato ebbe la direzione strategica della politica estera americana, funzione nella quale si segnalò per l’uso spregiudicato dei movimenti e le fazioni islamiche, compresa Al Qaeda.
Il discorso del suo “Nuovo Washington Consensus” è semplice e diretto. In quattro punti. Con una notevole premessa, non detta: che il conflitto in Ucraina, in Europa, non è problema strategico, di lungo periodo e di largo impatto - non per gli Stati Uniti.  
Il primo punto è una critica al liberismo. Alle “idee che sostenevano il taglio delle tasse, la deregolamentazione e la privatizzazione a scapito dell’azione pubblica, e la liberalizzazione del commercio fine a se stessa”. L’effetto è stato che “intere catene di approvvigionamento di beni strategici” sono dipendenti dall’estero, quando non si sono “spostati interamente all’estero”.
Il liberismo, secondo punto, ha compromesso la “competizione geopolitica e di sicurezza”. Presupponeva che “l’integrazione economica avrebbe reso le nazioni più responsabili e aperte, e che
l’ordine globale sarebbe stato più pacifico e cooperativo”. Non è così. La Cina continua a sovvenzionare in modo massiccio” le sue industrie, sia le tradizionali che le innovative. L’integrazione economica non ha ridotto le ambizioni militari della Cina come della Russia.
Al terzo punto la crisi climatica. La transizione non è una punizione, una scelta tra “crescita” economica o del benessere e “clima”. Gli Stati Uniti possono e devono farne una “strategia d’investimenti deliberata”.
Al quarto punto il tema più delicato: “la sfida della disuguaglianza”. È fallito il presupposto della globalizzazione, che i suoi benefici sarebbero stati “condivisi all’interno delle nazioni”. Non è stato così negli Stati Uniti, per tre fatti incontestati: “la classe media americana ha perso terreno”, si è impoverita proporzionalmente; “i centri manifatturieri americani si sono svuotati”; molte industrie nuove sono state trasferite all’estero per accrescerne l’efficienza.
Se le mutate condizioni indotte dal liberismo sono chiare, anche i rimedi che la strategia americana ha individuato e avviato lo sono. Ma implicano un riassetto delle relazioni con i partner europei, Nato, occidentali (Giappone, Corea del Sud e Taiwan compresi).
(continua)

La psicologa di corsa, bella e corretta

Gerini, sempre in scena, oltre che alla macchina da presa, consulente psicologica online, di una rete che vende i suoi servizi al minuto, e i pazienti chiama clienti, s’intrattiene variamente con una “tipica” selezione di disadattati, problematici, depressi cronici. Lo fa correndo in casa, sul tapis roulant del titolo, giacché la corsa, come deve ripetere a ognuno dei clienti, i quali giustamente s’indispongono, le assicura il benessere fisico e mentale, comprese le endorfine del piacere erotico, di cui ha bisogno. Anche se la isola, guarda il mondo dala fienstra, parla ai video.
La maratoneta finirà, semrpe correndo in casa, anche per “risolvere” in qualche modo, insomma sopravanzare, un trauma adolescenziale, una violenza di quelle irrecuperabili, che dannano un’esistenza. Una metafora è allora il tapis roulant della vita: Gerini corre, da dove a dove?
Un’idea geniale, per un film che poteva riuscire di culto. Con una sottile ironia, s’indovina qua e là: la psicologa a minutaggio, di corsa, il pollice alto, il pollice verso e gli asterischi, le gigionerie in video (pose, pause, tagli). Ma si salva solo, dopo un’ora e mezza, per la misura della stessa Gerini. Per l’appiattimento in sceneggiatura, forse per capitalizzare sul politicamente corretto: tutti casi cialtroneschi o disperati, mai una caso da ridere, e magagne o delitti tutti maschili.
Claudia Gerini, Tapirulàn, Sky Cinema

giovedì 8 giugno 2023

Contro l’inflazione meno mercato più Stato

Oltre che sugli scambi commerciali e finanziari (sussidi, cioè dumping, contingenti, golden rule, etc. mancano solo i dazi), il mercato perde da un paio d’anni terreno anche sul campo dei prezzi, da quando l’inflazione è tornata, dopo quasi quarant’anni. Non si arriva ai prezzi controllati, ma molte misure sono state prese per raffreddare i prezzi, specie sui beni intermedi, o in alternativa per evitarne l’incidenza sul carovita. Con i price cap (in Europa ha pesato quello sul gas, perorato dal liberista Mario Draghi), accordi commerciali preferenziali, politiche fiscali riduttive. Mentre parallelamente si diffonde, in Europa come in America, la critica alla politica monetaria restrittiva – in Italia a opera addirittura della Banca d’Italia, molto apertamente critica. Che ha effetto dissuasivo soprattutto sugli investimenti e la produzione, e quindi, indirettamente, non indebolisce il carovita, non nella misura in cui secondo la teoria dovrebbe.
Viene all’improvviso di moda un’economista che solo un anno fa era derisa – anche dal Nobel Krugman: “Veramente stupida” – come la tedesco-americana Isabella Weber, rea di avere proposto “un serio confronto sul controllo dei prezzi strategici”. Con la paura persistente del covid (variante omicron) ma con la ripresa degli scambi e l’intasamento dei porti, una grossa valanga si stava formando a monte che avrebbe portato iperinflazione, Weber spiegava in un breve articolo di giornale la vigilia di Natale 2021. Mentre il controllo dei prezzi era stato un elemento essenziale della capacità americana di mobilitazione nella seconda guerra mondiale. Quando i mercati si sono riaperti, tutti i nodi all’offerta (scarsità, trasporti) a fronte di una domanda dalla fame arretrata, e con una guerra in corso in Europa, hanno rilanciato i prezzi a livelli da conflitto mondiale. Senza controlli.
Krugman ha fatto ammenda, e così altri critici. Biden ha esitato sul fronte del controllo dei prezzi (era invocato per la benzina), ma ha liberalizzato le ricerche di petrolio e gas, anche le più inquinanti, ha utilizzato la riserva strategica di idrocarburi, minaccia di aprire indagini sui profitti “eccessivi”.

Un inno all’Italia - famiglia e cucina

Una celebrazione lieve e salda della famiglia, delle radici, anche trasposte nello stato di New York sotto gli Appalachi, e di una cucina familiare, ancestrale. Non il solito libro di ricette, ma il racconto delle stesse garbato e spigliato, legato a storie (ricordi, aneddoti, figure, battute). E una celebrazione dell’Italia, di ingredienti tutti italiani, quasi tutti, presentati e raccomandati con sapienza narrativa. Per il gusto, anch’esso tradizionale, familiare, di genitori e nonni, dell’aneddoto.
Un libro di cucina, italiana, calabrese, raccontata. Di ingredienti e piatti semplici. A partire dalla pasta aglio e olio. Continuando con la pasta e lentichie, la pasta e fagioli – la pasta e fagioli al recupero miracoloso della sensibilità, dopo un cancro alla gola, la resezione e le terribili terapie. Ma non senza sorprese. Bitto, in Valtellina, è il formaggio più caro del mondo, seimila dollari per una forma di venti chili. E nella carbonara solo guanciale, niente pancetta – la carbonara è quella di “Pommidoro” a San Lorenzo a Roma, la trattoria venuta alle cronache l’ultima notte di Pasolini, ma tenuta con mano germa da un vecchio ristoratore, Aldo Bravi. E l’andouille che non finisce di fare sfracelli – qui ricordata beffardamente non come la calabrese nduja, ma come la normanna andouillette, diminutiva, gentile parola per “un membro di cavallo da tiro”, un avambraccio riempito di robaccia, di maiale e di vitello, con strutto, gelatina, grasso vaccino,  pangrattato. Con personaggi e storie di gusto, è il caso di dirlo. Un atto d’amore e una perorazione elegante di tutto ciò che è italiano, dal pane al garbo, in famiglia e con gli estranei – anche se “il miglior pane italiano è in Francia”. Una promozione, gratuita, del made in Italy alimentare, di attrattiva enorme: argomentata, condita di aneddoti attraenti.
Una apologia anche, semplicemente esposta e non discussa, ma appassionata, della famiglia. Attorno al tavolo da pranzo, sempre cucinato, tutti insieme a tutti i pasti. Del cibo italiano e del cibo calabrese, quello dei genitori e dei nonni, paterni e materni. Come era – come è per Tucci. Degli “umili piatti che hanno viaggiato dalla Calabria agli Stati Uniti e a Londra, e ora, per dirne una, in pensione da me in un piccolo bungalow nel Lake District inglese, dove hanno nutrito un nuovo set di persone che hanno appena incrociato la mia vita”. Di abitudini alimentari. Compreso il “fare i pomodori” e le altre conserve in casa – del “fare i pomodori” imortala la procedura tradizionale, la sola probabilmente ancora leggibile. E di abitudfini mentali. La madre deve “fare qualcosa” mentre guarda la tv (“si perde il tempo”): rassettare, stirare, riordinare la biancheria, dialogare col figlio, tenersi aggiornata su di lui. Lo stesso fa il figlio.
Tucci è attore di teatro, e di film, da “L’onore dei Prizzi” (John Houstn) a “ILbacio dela morte”, “Era mio padre”, “Il diavolo veste Prada”, “Le streghe” (Zemeckis) - e di molti altri “del cui nome”, come dice alla Cervantes, “non intendo ricordarmi” (quelli, di solito, che lo hanno impegnato più a lungo e lo hanno fatto guadagnare di più: c’è una correlazione). Autore, regista e conduttore (alla Mario Soldati, che però non ricorda), prima di questo tribute all’Italia, di “Searching for Italy”, la serie documentaria  della Bbc sulla cucina regionale in Italia, girata prima del covid, nel 2019-2020. Già celebre per un film di culto sull’arte culinaria, “Big Night”, subito celebrato, come il classico “Babette’s Feast”, oggi introvabile se non a prezzo elevato, su due fratelli abruzzesi e il loro sogno di cucina in America.
Un po’ noioso - curioso per un Americano – solo nella perorazione contro la “modernizzazione” di New York indiscriminata – con un risorante “Per se”, nell’Upper West Side, dove il menù degustazione costa 355 dollari, senza vino, più l’iva al l’8,875 per cento – e un fee stappo di 150 dollari a bottiglia per chi si porta il vino da fuori. Ma l’aneddotica ampiamente compensa. Di un anno a Firenze, con le sorelle e i genitori, al seguito del padre in sabbatico (insegnante d’arte, aveva voluto fare un anno all’Accademia di Belle Arti), ricorda di essere stato retrocesso in seconda media, perché sapeva poco l’italiano, e di non avere avuto praticamente lezioni: era il 1973-74, insegnanti, bidelli e segreterie erano per qualche motivo ogni giorno in sciopero e lui farsi la girata – in bicicletta, un sogno non americano. Ricorda anche il cameriere del ristorante vicino Termini a Roma, dove avevano pernottato due notti sbarcando dall’America per visitare San Pietro e il Colosseo, il quale, al ritorno dopo un anno a Firenze, salutò le sorelline per nome.
Un diario di civiltà. Con molti dialoghi, di linguaggi ora probabilmente pe enti benché pregni, di significati, emozioni, intenzioni. Soprattutto delle conversazioni familiari, che rianima: che sembrano ripetitive e stupide e invece trasmettono una civiltà, di mutuo interesse per ogni questione, piccola e grande, e di garbo (rispetto reciproco).
Il segreto – il tributo non detto anche se insorgente a ogni piega – è la madre, Joan Tropiano. Laureata, occupata da segretaria, scrittrice, che non fa mancare ai figli un pasto, a pranzo e a cena, e pubblica due libri di cucina di successo, “Cucina&Famiglia”, e “The Tucci Cookbook”.
Un libro felice, anche per il lettore.
Stanley Tucci, Ci vuole gusto. La mia vita attraverso il cibo, Baldini + Castoldi, pp. 320, ril. € 20

mercoledì 7 giugno 2023

Secondi pensieri - 516

zeulig


Egemonia culturale – Lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco, eponimo dell’intellettuale di destra nella pubblicistica, interrogato sul tema ora che la destra è al governo, nega l’egemonia culturale della sinistra. Dopo essere stato esibito per alcuni decenni quale testimonianza che la presunta egemonia culturale della sinistra non c’è, giacché poteva scrivere e parlare Pietrangelo Buttafuoco.
Il suo assunto sembra tautologico non per questo ma per il fatto che da un quarantennio l’opinione  pubblica è moderata o di destra. L’opinione politica cioè, non quella “pubblica”, con cui si ci si riferisce ai media, che invece sono prepotentemente di sinistra – si dichiarano a sinistra. Ancora negli stessi decenni in cui la politica è stata moderata o di destra, alla Rai e nelle altre emittenti, Sky, La 7, e una parte di Mediaset, nell’editoria, nei giornali, e in libreria ci voleva una certificazione di sinistra. E ancora prima, per scrivere su “la Repubblica”, “Corriere della sera”, “La Stampa”, “Il Messaggero”, i giornali maggiori, bisognava passare l’esame del comitato di redazione, che era di giornalisti esponenti del Pci (o da questi comandati, “indipendenti di sinistra”) – i più influenti dei quali si riunivano a cavaliere del 1980 a Botteghe Oscure con Walter Veltroni, giovane responsabile Media del Pci, per catalogare i giornalisti delle rispettive redazioni, se erano “buoni” o “cattivi”. Tutto questo, però, senza colpa di Gramsci: questo tipo di egemonia era infatti politico o di potere, e non culturale. Un tipo di egemonia derivata da Willi Münzenberg, il genio cultura le del Comintern sovietico, tutta al contrario di Gramsci, e anche di Marx – Marx è liberale di formazione, e di approccio critico. Prova ne è che niente rimane della profluvie di scritti, teorici e pratici, di quegli anni, 1970-1990, della lingua di legno “marxista-leninista”, un gergo insignificante. Mentre è per converso vero che la migliore letteratura del Novecento – la letteratura è cultura forse più largamente e con più radici della politica – è stata nel Novecento di destra , Céline, Eliot, Hamsun, Pound, e sotto la scorza, guardando all’opera, anche Proust e Joyce. Nel primo Novecento. Nel secondo si è avuto un esercito, in Italia soprattutto, ma anche in Francia, e in Germania, di “renitenti alla leva” ideologica, paramarxista.
 
Intelligenza artificiale - Sarà il “nuovo mostro”? Un mondo di algoritmi. Di che natura o specie? Matematica.
Non da ora la statistica meccanizzata individua sequenze e studia macchine “intelligenti”. Capaci di fare in automatico, con rapidità e con efficienza incomparabili, la ricerca di correlazioni tra raccolte empiriche di dati, la loro elaborazione per la ricerca di invarianze, estrapolazioni, applicazioni, o altri indicatori utili al riordino – cronologico e sistemico, quantitativo e qualitativo, naturale e sociale o politico. Creare per un umanista in un fiat un registro delle concordanze che richiedeva anni di applicazione. Concentrare in un clic la stampa e l’invio, a una lista di destinatari la più ampia immaginabile  di pubblicazioni e altri dati. Con estensioni in campo diagnostico, dell’analisi dei dati rilevati. Per esempio accertare meglio del tradizionale “occhio clinico” se una macchia radiografica è un tumore, specie se è un tumore “raro”. Dov’è la cosa paurosa? È un’intelligenza servizievole, per quanto qualificata, e benefica.
La meccanica statistica è all’evidenza più veloce della nostra, personale, umana,capacità di calcolo.  Ma non dell’intuizione. Né della sintesi. È algoritmica. Il che non significa razionale: ha una logica matematica, che è altro. Può inoltrarsi a fini non perspicui, non per l’uomo e non per la macchina stesa – è capace di provocare rovine. E non opera in autonomia: è impossibile che l’algoritmo generi algoritmi, li generi congruenti, operativi. L’algoritmo è solo applicativo, anche se per grandi numeri. Che sono la sua forza, l’alimentazione a big data. Articolata, in grado elaborare tutti i dati immagazzinati  per dare loro senso (informazione), e quindi, in base al comando di ricerca, elaborare previsioni e proporre decisioni. Forza bruta, non padrona di se stessa, ma non per sé pericolosa.
Il sottofondo dell’“intelligenza artificiale” oggi è serioso ma fantascientifico, da “Odissea nello spazio”, del computer-robot sessantottesco che si ribella e prende il comando. Ma non funziona così – HAL 9000 è invenzione letteraria, non nuova, è il golem di altra tradizione.
 

I maggiori specialisti di macchine intelligenti si dividono. Alcuni ottimisti: Bill Gates che ha inventato Microsoft vede nell’intelligenza artificiale solo un passaggio tecnico e di business – Gates è stato più volte imputato e condannato per pratiche commerciali monopolistiche, ma ha l’onestà del fabbricante. Altri pessimisti: Eric Schmidt, ex di Google, va in giro ammonendo che le macchine intelligenti faranno fuori gli esseri umani. E Geoffrey Hinton, lo psicologo cognitivo considerato “il padre dell’intelligenza artificiale”, ha lasciato Google per essere libero di confrontarsi con i “robot killer”, gli HAL 9000. La pratica dice che le nuove macchine intelligenti faranno da attendenti solleciti per noi: ci ordineranno la cena e sceglieranno la misura, il colore e il tessuto del pantalone che stavamo cercando tra i tanti in commercio. Ma questo lo fanno già, da una decina d’anni, Siri e Alexa, il riconoscimento vocale, che non ci ha traumatizzati, al contrario, ci ha divertiti e anche riposati – e tuttora è strategico per gli ipovedenti.

Gates profetizza anche che il “punto di singolarità”, il momento in cui l’intelligenza artificiale supererà quella mana, non è lontano, e che e che ciò comporterà la scomparsa di molte mansioni e attività ripetitive. Ma questo avviene già da tempo: l’analisi del bidg data in tempo reale, se non all’istante, le analisi di situazioni sul campo, oggi sanitario, domani militare, le previsioni.

Comoda e utile, ma l’intelligenza artificiale si ferma alle associazioni, il livello più basso dell’intelligenza. Il tentativo di farla creativa, con ChatCPT, è finito nel ridicolo. L’intelligenza artificiale è un comodo e utile servocomando. Che sostituisce anche molti lavori, solitamente costosi e non produttivi – Gates non scopre nulla. Per esempio i numeri verdi e i call center di banche, utilities, enti sociali, previdenziali, etc.. E molte fasi di progettazioni. Non nuovo, già cinquant’anni fa la meccanica-meccanica utilizzava robot in sostituzione di molte attività manuali, in fabbrica e a casa.


Si può fantasticare, e il “circo mediatico” che ha sostituito la vecchia opinione pubblica, ragionata e critica, lo preferisce - ipotizzare scorciatoie, avventi, fini del mondo è il modo oggi di passare ‘a nuttata. Ma è un dormiveglia a nessun utile.
Di misurabile, forse, ci sono i danni provocati dai social. Soprattutto nell’età evolutiva, tra gli adolescenti -  iGen nel gergo d’obbligo. Se sono veri i dati dei tanti centri di ascolto, controllo e prevenzione che hanno invaso la sfera pubblica. Una ricerca fra le adolescenti americane dice che una su due si pensa senza speranza e una su tre pensa al suicidio. Un’altra ricerca documenterebbe  con più consistenza, sulla base di test Pisa in 37 paesi (il Programme for International Student Assessment dell’Ocse, l’organizzazione economica dei paesi occidentali) che nel decennio dal 2012 la “solitudine” (indicatore di rischio depressione) è cresciuta fra i ragazzi a scuola, nel luogo cioè di massima socializzazione, “in misura esponenziale”, e ne indica la causa nella diffusione dei cellulari e dei social media. Questo è molto dubbio, e in quanto è vero non è nuovo. I social hanno siti fantasiosi, di gruppo, d’interesse, familiari. Permettono di dialogare, direttamente o indirettamente, col passato, anche recondito, e prospettare un futuro. Di “fare scoperte, non sopravvivere meramente. Nascono però come veicoli pubblicitari, e sono invasivi – ora spudorati, violenti. Non è una novità, la pubblicità è sempre stata violenza, anche se sotto la dicitura elegante della persuasione occulta, e sotto la maschera di fornire un servizio. Non molti anni fa, nemmeno trenta, si votava in Italia un referendum per escludere la pubblicità dalla tv, per ridimensionarla, per esempio escludendola dai film (“non interrompere un’emozione”), oggi gli stessi proponenti del referendum vivono e propagandano le serie, cioè minifilm, abborracciato, per servire da riempitivo tra due spazi pubblicitari. Un’evoluzione non necessaria. E si può pensare anche caduca, in un regime politico-economico non di “mercato”, non alla mercé della merce più invadente, sotto le spoglie dell’impresa e dell’imprenditoria – sinonimi di innovazione, coraggio, produttività.
Diverso il caso della persuasione occulta non economica. Politica o attitudinale. Ma non c’è un linguaggio artificiale, né si ipotizza, diverso da quello politico ormai bimillenario. C’è il problema degli indifesi, di fronte all’assalto mediatico. Che non è intelligenza artificiale, ma in essa trova comodo strumento e scudo.
Ciò che chiamiamo intelligenza artificiale non è una novità e non soppianta la vita umana, molto di quello che può fare, se non tutto, lo ha già fatto, dalla Silicon Valley, tra Apple, Google, Meta, Twitter.


Progresso – Non va per accumulo ma per selezione, naturalmente. Implica perciò delle perdite. Che a volte sarebbero state utili.
Procede tipicamente per tentativi ed errori. A volte colposi, a fronte di un’evidenza cioè che la novità sarebbe state utile.
 
Strade  - Walter Benjamin avrà fatto in tempo a focalizzarle (in Italia si direbbero le piazze), nella sua dialektische feerie, come “abitazioni dei collettivi”, che subito sono diventate deserti di persone, luoghi di veicoli di ferro, chiusi, in moto incessante, e muti, per spostamenti anche minimi. O di folle che vanno di fretta. Sostituite come “centri collettivi” dai “non-luoghi”, ikee, centri commerciali, supermercati. Centri che si vogliono anonimi – occasionali, senza fidelizzazioni, neanche memoriali: la geografia è mutevole, il personale senza volto, la merce senza qualità specifica. Luoghi a due dimensioni, senza spessore.
 
Ogni vuoto, certo, è destinato a riempirsi. Di che nel caso specifico, del centro commerciale che ha sostituito la strada e la piazza, dà premonizione, una delle tante possibili, certo, Ballard nel romanzo “Kingdom come”, il regno a venire - 2006, l’ultimo di Ballard, morirà nel 2009. Il protagonista Richard Pearson, pubblicitario, ne dà la ratio in apertura: i pubblicitari credevano i non-luoghi “posti trasfigurati dai prodotti”, da “marchi e loghi che davano un senso” all’esistenza delle vaste periferie umane, mentre essi invece “in qualche modo si ribellavano, diventavano eleganti e sicuri, il vero centro della nazione”.

zeulig@antiit.eu

Scoprirsi all’Elba

Una coppia divorziata suole trascorrere insieme una vacanza d’estate con i figli – il padre si unisce alla madre, con la quale i figli vivono. Il padre sempre attaccato al lavoro, “devo andare in Irlanda”, e a flirt sfuggenti, i figli muti al cellulare, la madre, farmacista, sola e inaccudita.
La vacanza è quest’anno all’isola d’Elba. Il film è parte di una serie televisiva vecchi ormai di una dozzina d’anni e trentacinque titoli. Una serie tedesca, ma questa famiglia potrebbe anche essere italiana. L’Elba è vista in cartolina, con tagli di mare naturalmente, Napoleone, qualche piazza, qualche viuzza, le 550-taxi. Ma, di più, è di montagna, anche se l’isola non arriverà ai mille metri di altitudine: vedute boscose o pietrose, con un camping-rifugio al centro, e il focus spostato sul bird-watching.
Un cast ridotto, una trama semplice, una serie collaudata, senza sorprese, un film amabilissimo. Raccontare la quotidianeità è difficile, lo spettatore non ha voglia di ananke, di figli muti e mariti assenti, e invece il filo della trama e i tempi la rendono attraente. Non problematica come sarebbe all’italiana, semplice: le coppie si dissolvono, la vita trascorre, i figli pensano a se stesi, quando pensano, la madre sola all’Elba scopre se stessa, si riscopre.
Non capita spesso di vedere dei film tedeschi. Molto piacevoli anche i personaggi italianissimi affidati a attori tedeschi.
Jophi Ries, Un’estate all’isola d’Elba, Rai 2, Raiplay

martedì 6 giugno 2023

Letture - 522

letterautore

Woody Allen – “Mangiava gli spaghetti alle vongole con il cappuccino. E poi è uno stronzo, si può dire?”, Maurizio Mastino, storico ristoratore al Lido di Fregene confida a Maria Elena Vincenzi su “la Repubblica-Roma”.
 
Arie – È notevole il “repertorio” delle arie d’opera - le arie di cui i cantanti erano per qualche motivo depositari o specialisti, e si portavano dietro, imponendole a volte ai compositori (Mozart ne fu spesso vittima, nelle opere italiane:
Aria di baule, delle “prime parti”, era quella che un-a cantante di fama si portava dietro come motivo di moda e imponeva all’autore, all’interno dell’opera.
Aria di sorbetto era invece delle seconde parti, cui si dava spazio nell’opera per consentire al pubblica un intervallo – per esempio degustare un sorbetto 
Aria di sortita, o cavatina: quella intonata dal personaggio per entrare in scena, alla prima uscita dalle quinte
Aria di mezzo carattere: in tempo disteso (“moderato”), per esprimere emozioni non violente (di amore tenero, di dolore accettato)   
Aria di portamento: in tempo lento, per sottolineare la capacità di “portare” la voce, di “sostenere” il suono
Aria del catalogo: poco melodica, utilizzata per elencare personaggi, eventi, storie pregresse, previsioni
Aria del sonno: come una ninna nanna, cantata da un personaggio per addormentarne un altro
Aria di bravura: valorizza le doti di agilità del cantante, per situazioni di passioni accese, in tempo allegro
Aria in catene: intonata da un personaggio incarcerato
Aria di caccia: accompagnata dal corno, come a inseguire la lepre
Aria di guerra: accompagnata dalla tromba
Aria di lamento: i personaggi si lamentano delle proprie sventure.
Erano un repertorio: a volte si avanti con perdite.
 
Walter Benjamin – Un caso di bipolarismo? La prodigiosa attività, di ricerca e di elaborazione, lascia esterrefatti. Anche per la brevità della vita attiva – è morto di 48 anni. Per la dromomania – mobilità/instabilità - frenetica, già prima dell’esilio. Per l’instabilità affettiva. Anche con gli amici-benefattori. All’ombra costante del suicidio.
 
Grecale – Un vento vigoroso, interminabile (dura tre giorni), distruttivo, Pirandello dice “la brezza grecalina” (“Taccuini di Harvard”, 35).
 
Hiroshima – Ha segnato la fine della seconda guerra mondiale. Col vertice a 7 del 19-21 maggio segna l’inizio di un nuovo conflitto, contro Cina, Russia e Corea del Nord. Il vertice è stato dedicato alla deterrenza nucleare contro questi tre  Paesi.
 
Hiroshima e Nagasaki - Ci morirono anche 50 mila coreani, arruolati più o meno volontariamente dal Giappone, che aveva occupato la Corea. Il vertice a 7 di Hiroshima un mese fa li ha ricordati per la prima volta – il Giappone periodicamente, in apposite cerimonie ufficiali, chiede scusa ogni anno per l’occupazione di Corea e Cina (la Corea sempre il Giappone nei secoli ha tentato di annettersela, e dal 1940 al 1945 ci è riuscito – dando inizio all’industrializzazione della penisola), ma gli Stati Uniti non intendono scusare l’uso dell’atomica, e quindi solitamente si evita nei consessi internazionali di evocare le distruzioni.
I due obiettivi del bombarda mento atomico furono scelti perché basi militari e centri industriali. E senza campi per prigionieri di guerra nelle vicinanze.
 
Immigrazione –Il paese dell’immigrazione per eccellenza, e del melting-pot tra classi, nazioni, culture, religioni, etnie, è quello che più a lungo e con durezza ha osteggiato l’immigrazione, di cui pure aveva bisogno per sopravvivere. Con i Democratici, i “liberal” più risoluti dei Repubblicani, nominalmente conservatori. La “New York Review of Books” dedica il prossimo numero, datato 22 giugno, all’antisemitismo imperante nell’amministrazione Roosevelt prima e durante la seconda guerra mondiale, che rifiutò negli anni 1930 e nei primi anni 1940 a molte migliaia di ebrei in cerca di rifugio il visto per l’America – limitato a persone “di qualità”, per censo o professionalità.
 
Nichilismo – Gianfranco Contini ha il “trito romanticismo del mondo come «nulla»”, a proposito d dell’“esistenzialismo” di Pascoli.
 
996 – La “cultura del 996” (turni di lavoro dalle 9 alle 21, per sei giorni la settimana), che pure ufficialmente è illegale, è stata pratica incontrastata in Cina, la “fabbrica del mondo”, regime “comunista”, e tuttora viene praticata. Se ne discute in India, dove si vorrebbe introdurla, per fare concorrenza alla Cina.
 
Cesare Pavese – Un caso conclamato, si direbbe oggi, di bipolarismo. Che più si espresse nel lato affettivo, per un’immaturità mai superata-governata, da autodidatta implume. Anche in casa editrice, nei rapporti di lavoro, nel quale pure era tanto impegnato e produttivo (pratico): altrettanto distante, di poca compagnia, di poca confidenza. Di più con la famiglia, e negli innamoramenti, mai uno a buon termine – si direbbe un onanista dei sentimenti. Le memorie di Tina Pizzardo, per quanto possano essere “di parte”, elaborate a discolpa, lo rappresentano in mille modi. I rapporti con altre persone, Bianca Garufi (la fiamma di Roma nel 1944-45 che fu sua coautrice e finirà per sposare Lajolo, il biografo-killer), quelli inventati con Pivano e Bollati, quelli necessariamente teatrali con le sorelle Dowlings.
 
Pound – “Non si nasce impunemente nell’Idaho” è un celebre pun di Gianfranco Contini, per dire che Pound non sapeva l’italiano e quindi non padroneggiava Dante e lo Stil novo, di cui si professava ammiratore e conoscitore. Il problema è che Pound si continua a leggere, anche in materia di stil novo, Cavalcanti, e pure Dante, con profitto, e Contini con difficoltà – p.es. la sua edizione della “Rime petrose”.
 
Pubblico – “La Lettura” interroga i sovrintendenti di tre istituzioni musicali,  Spoleto, Salisburgo e  Lucerna, sul pubblico sempre più rarefatto ai concerti di musica classica. Non è un problema di prezzo del biglietto, spiega Marjus Hintehäuser, dei Salzburger Festspiele: “Qualche anno fa ero a un concerto di Leonard Cohen e il biglietto che costava meno era a 140 euro” – qualche anno fa, cioè prima del 2013, quando Cohen tenne l’ultimo concerto. “Ma se parliamo dei Rolling Stones”, continua Hinterhäuser, “si arriva anche a 240 o 250”. Non sono i soldi che mancano.
Ma, poi, la musica classica è sempre stata per i pochi, re, principi, vescovi e nobili – l’aristocrazia conta per qualcosa.
 
Russia – La Russia stalinista è ben Russia. E anche quella post-stalinista. L e ultime purghe di Stalin sono del 1952. Così lo ricorda Sergio Lepri, nella introduzione a “Ettore Bernabei e il Giornale del Mattino”, pp. 30-31: “Nel 1952 morte e misteri nei paesi comunisti dell’Est europeo, un fenomeno che rimarrà a lungo incomprensibile agli osservatori occidentali: esponenti di rilievo del partito comunista di governo (in Russia e altrove, va aggiunto, n.d.r.), gloriosi di antica militanza, qualcuno sopravvissuto alla prigione e ai campi di concentramento, vengono arrestati e processati con imputazioni incredibili, non solo vecchie come il trotzkismo o nuove come il titismo (cioè l’essere favorevoli, come Tito, a vie nazionali al socialismo), ma addirittura di spionaggio a favore degli Stati Uniti e, per alcuni, perfino di antiche simpatie per il fascismo e il nazismo; ancora più incedibile è il fatto che quasi tutti si dichiarano colpevoli, rei confessi dei più gravi misfatti ideologici”.

uQ

 

 

letterautore@antiit.eu

Milano nera

Un classico, che è anche una summa, di tutto il male possibile, a Milano e altrove (non tutti i racconti sono milanesi). Un gran numero di racconti, ventidue, fatti di ceronaca, ricostruzioni, confessioni, sempre ben orchestrati, attorno a personaggi di spessore, rispetto a quelli dei gialli precedenti dello stesso Scerbanenco. Forse perché slittano dal giallo al noir – sono ritenuti i primi esempi di noir in Italia, della suspense condita di violenza.
Racconti dei secondi anni 1960, raccolti in volume nel 1969. Contemporanei quindi di Duca Lamberti, l’investigatore duro di Scerbanenco, un medico radiato che lascia il carcere dopo una lunga condanna per aver praticato la buona morte a un’aziana paziente affetta da tumore terminale – allora non c’era la terapia del dolore. Gialli in chiave violenta, anche autofagica, alla Hammett.
Storie singolari (attuali) anche per la sottotraccia, o retrogusto, che lasciano: del male “giustificato”, opera talvolta degli innocenti, per quanto abbrutiti. Racconti di mafie e di periferie, di killer professionali e di emarginati. Non giustificati – non alla Pasolini dei romanzi romani di dieci anni prima. E tuttavia non dannati: finiscono male, ma è possibile compassionarli, alcuni.
Alla rilettura con un gusto anche storico: più che le letture, di Hammett o dei francesi, Scerbanenco riflette gli anni del boom, i 1960, nella capitale del boom, e dintorni, della recente improvvisa affluenza come uno sradicamento. Che trascina anche gli ingenui e innocenti. Anche in questo pasoliniano e non: l’onda del male invade tutti, e insieme arriva anche a salvare (giustificare), talvolta i peggiori.
Giorgio Scerbanenco, Milano calibro 9, La Nave di Teseo, pp. 432 € 20

lunedì 5 giugno 2023

Problemi di base - 750

spock
 
Il giorno del giudizio Dio “giudicherà secondo giustizia”, dice san Paolo. E gli altri giorni?
 
Le idee si pagano caro, bisogna essere ricchi per averne.
 
Il piacere è in limine, direbbe il teologo – inassouvi direbbe il francese: è nell’attesa?
 
Il creditore è sempre Shylock, un mercante di carne umana, per il debitore, per il socio deluso dalla speculazione?
 
Il lavoro libera – chi non lavora?
 
La libertà libera?


spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (229)

Sono particolarmente spregevoli, oltre che esose, l’addizionale Irpef Regionale e quella Comunale. Perché si applicano solo al reddito fisso, salari e pensioni. E perchè in troppi casi sono specialmente gravose nelle regioni e le città peggio amministrate – anche di due e tre volte tanto rispetto alle città e regioni bene amministrate. È il caso in particolare di Roma e del Lazio - rispetto alla Lombardia: nel Lazio si va da 1,73 al 3,33 per cento, in Lombardia da 1,23 a 1,74, meno della metà.
 
Le addizionali più elevate sono parte della politica fiscale del Pd. Forse ispirate ancora da Vincenzo Visco - che però è un entusiasta pentito delle tasse (“La guerra delle tasse”, il suo ultimo libro, ce le racconta “ tassa dopo tassa, riforma dopo riforma e ingiustizia dopo ingiustizia”). Oltre che nel Lazio sono specialmente alte in Emilia-Romangna (da 1,93 a 2,33 – un’aliquota di 1,33 è per i poverissimi), nelle Marche, da 1,53 a 2,23, in Piemonte, da 1,62 a 3,33, nel Molise, 2,43-2,63 per cento. Ci sono servizi migliori nel Lazio o in Piemonte rispetto alla Lombardia?
 
“Era chiaro da decenni che l’Irpef fosse un’arma spuntata per l’obiettivo della progressività, e avere insistito su di essa ha peggiorato il quadro complessivo”: sul “Corriere dela sera”- “L’Economia” Maurizio Benetti, Fondazione Tarantelli, ex Cisl, presidente del fondo pensione Cometa, dei metalmeccanici, e Mauro Maré, ordinario di Scienza delle Finanze alla Luiss, sono tassativi. In particolare, spiegano, “la progressività nominale agisce quasi solo sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni, e colpisce in modo particolare quelli medi”.
Non è tutto: “L’imposta porta con sé altre forme di progressività, occulte ma non meno importanti: almeno altre due se ne sono aggiunte, prodotte dalle detrazioni fiscali e dalla spesa sociale”.

Come partì la conquista del West

 “La spedizione Lewis e Clark del 1804-1806 è la più grande avventura di esplorazione della storia americana”, esordisce il decano degli specialisti di Storia americana: “Gli astronauti degli anni 1960 sapevano di più della superficie della luna dove dovevano atterrare che Lewis e Clark del Nord-Ovest del territorio della Louisiana che il presidente Thomas Jefferson li mandava a esplorare”. Dopo che il territorio fu acquistato dalla Francia. Una spedizione, poi trascurata a lungo nella storia americana, che fu all’origine  della “scoperta del West”. Dell’America centro-occidentale – Lewis a Clark furono i primi americani a mappare il territorio, nella fascia meridionale, fino al Pacifico, e a piantarvi la bandiera. Una missione confidata a un capitano. Merywether Lewis, e un sottotenente, William Clark.
La rivista ripubblica nel numero datato 8 giugno un saggio di Wood del 1996, sotto forma di recensione di uno studio che rimetteva alla cronaca – e alla storia – un evento dimenticato. Wood ne fa un’epopea, ancora sull’onda dell’epica del West: poca organizzazione e nessun sostegno, “i membri della spedizione avevano solo barche, cavalli, e le loro gambe”, un’avventura. Ma bastante per tracciare la storia futura degli Stati Uniti, e la vera natura della “conquista del West”: l’eliminazione degli indiani.
In questo senso si può dire che Lewis e Clark tracciarono la storia, delle tribù indiane divise o nemiche, comunque da domare e estinguere. Senza mai un riconoscimento, neppure per la squaw indiana che fece loro da interprete. Più che da interprete, da mediatrice culturale, presso i Sioux e altre tribù che la spedizione incontrò, e sui corsi d’acqua e i sentieri che portavano all’Ovest.
La stessa squaw interprete (trascritta squar nei diari della spedizione e nella grafia americana, intendendosi comunque moglie indiana) è ora, con la critical theory e la nuova storia, un personaggio di cui si comincia a sapere qualcosa. Ma per due secoli fu confinata alle poche menzioni, marginali, dei diari della spedizione – che peraltro hanno avuto circolazione tarda e limitata. Si è sempre saputo che era morta poco doo il ritorno della spedizione, di trent’anni o meno, ora si sa che è avissuta ancora 57 anni. Si chiamava Sacagawea o Sacajaweha (il nome è declinato im vario modo, il secondo è quello adottato da wikipedia, che riproduce tutti i passi dei diari della spedizione in cui ricorre). I diari la citano come indiana Snake, arrivata con un Jacques Charbonneau (nei diari “Charbono”), un mercante franco-canadese di pelli che si era proposto di accompganare la spedizione come guida. Lewis and Clark lo aggregarono alla spedizione, ma più interessante si rivelò la sua moglie indiana, perché era del gruppo degli Shoshoni, e seppe parlare con i Sioux e altre tribù.
Sacagawea conosceva anche la geografia dei fiumi, specialmente utile alla spedizione, e indicò i passi per attraversare le Montagne Rocciose, sia all’andata che al ritorno, sotto la neve.
Gordon S. Wood, The writingest Explorers, “The New York Review of Books”, 8 giugno 2023

domenica 4 giugno 2023

Ombre - 670

“la Repubblica” sa che il Pnrr non è a rischio – Bruxelles non lo ha “congelato”, né ha rifiutato di pagare una qualche tranche in scadenza.  Ma ci fa l’apertura: “Pnrr, scontro con l’Ue”. Ha lettori che il giorno dopo non se lo ricordano? Alza una palla al governo, sotto sotto?
 
Elly Schlein pure lo sa, se sa dov’è Bruxelles. Ma segue “la Repubblica”. Non c’è altro Pd che questo, accodato al giornale della ex Fiat  - nemmeno di suo tanto brillante, a giudicare da quello che gestisce in presa diretta,  la Ferrari e la Juventus.


Entrambi, il giornale e la segretaria del Pd, sanno che i controlli concomitanti del Pnrr da parte della Corte dei Conti era stato escluso dal governo Draghi, di cui il Pd era parte centrale. E dunque, Meloni sfugge ai controlli, o ci sono giudici della Corte dei Conti che vogliono un posto dal Pd - ne ha ancora da distribuire?
 
Pochi giorni dopo il voto conclusivo alle amministrative il sondaggista Noto può rilevare che l’astensione è stata soprattutto femminile, e ha colpito di più l’opposizione. Cioè l’effetto Schlein, dona, giovane, non c’è stato. Cioè, non ci son scorciatoie in politica, furberie, Schlein non avendo il talento di guitto di Grillo.
 
Non se ne può più della “direttiva Bolkestein”, che nessuno celebra altrove in Europa. Il liberismo fa dottrina e legge solo in Italia, e solo nel Pd  - Bersani, quello delle “lenzuolate” che hanno distrutto il piccolo commercio e l’artigianato, voleva applicarla pure ai mercatini rionali (Bersani, figlio “bastardo” di Thatcher?).
 
Non se ne può più delle concessioni balneari – i giornalisti non hanno fantasia. Poi si scopre che da dieci anni i concessionari dei “cancelli” a Roma, la spiaggia di Capocotta a Castelporziano retrocessa dal presidente della Repubblica Pertini al comune di Roma, attendono il bando per il rinnovo della concessione scaduta – vanno avanti con le proroghe di anno in anno, poco prima della riapertura, mentre servirebbe un orizzonte temporale per programmare gli investimenti.

Un mese fa il Campidoglio, che non ha mai provveduto al bando per le concessioni sulla spiaggia di Capocotta, ha intimato ai vecchi gestori di sgomberare. Oggi il Consiglio di Stato, che avrò aveva bloccato le proroghe, dà ragione ai gestori: possono riaprire. E il Campidoglio assicura un bando a breve, forse domani. Lo Stato è questo.
 
Da quando “aveva tre anni” combatte i russi e la Russia, garantisce Rosalba Castelletti sul “Venerdì di Repubblica”, ha fatto tutte le Meidan antirusse, e ora rilancia: è Oleksandra Matviychuk, Nobel per la Pace 2022, icona ucraina stile Madison Avenue. “Sopravvivere” è il suo programma, “documentare l’orrore, vedere Putin a processo, e chiedere il conto anche al popolo russo”. Però. E se era una combattente?
 
L’Europa finisce slava, non lo sa, e non è una bella cosa – si dice est-europea ma significa slava, di un ceppo tribale ancora irrequieto. E poi, dopo i russi, ci saranno da fare i conti coi polacchi?
 
L’Italia è il secondo Paese europeo per valore dell’export in Cina, ed ha un enorme potenziale per raggiungere una posizione di leadership in tempi brevi. È la conclusione di uno studio della Sda Bocconi, commissionato da Alibaba. Come già con la Russia? Ci vorrà anche qui un’altra guerra?
 
Il pil cinese era di 2.810 miliardi di dollari Usa costanti (2015) nel 2000. Quanto quello della Germania, esattamente,2.810 miliardi. Nel 2021 è stato di 15.660 miliardi. Quello della Germania di 3.670.
Nei venti ani il pil mondale è praticamente raddoppiaito, poco meno, da 49 mila miliardi (di dollari costanti 2015) a 87 mila. Quello cinese è più che quintuplicato, da 2.810 a 15.660 miliardi. 
Si parla della Cina, ma senza i fondamentali.
 
Non piace l’intenzione del governo di dichiarare reato la maternità surrogata, anche all’estero. “Nessun governo dovrebbe entrare nella camera da letto di una persona”, “la Repubblica” si fa intimare da un Deepak Gulati, che in un palazzo stile Versailles offre a New York a “single, gay, lesbiche, etero”, figli a pagamento. Lo “stile Versailles” a New York significa che il business rende, ha trovato investitori generosi. Il titolo è: “Nella clinica di New York dove con 140 mila dollari si può diventare genitori”. Cioè: si può comprare un bambino da una donna povera, cosa fino a ieri proibitissima. Sembra incredibile.

Christian Raimo si sobbarca a un faticoso calcolo delle uscite municipali romane per chiedere su “la Repubblica”: “Perché il Campidoglio dà un pezzo importante delle proprie risorse in appalto a un privato senza nemmeno un bando?”. Dietro il tono ciceroniano il fatto è semplice. Le beghine del Campidoglio hanno varato l’Estate Romana, 2023 e 2024, finanziando quaranta progetti, con 35-40 mila euro l’uno. Eccetto uno: ai compagnucci dell’America per i film in piazza ne hanno dati 250 mila.
 
La Confindustria chiede impellente al governo un intervento dello Stato, tramite la finanziaria pubblica Cdp, ex Cassa Depositi e Prestiti, in Stellantis. Vuole cioè che lo Stato acquisti una quota della casa automobilistica franco-italiana. Dalle privatizzazioni alle statalizzazioni? In realtà è la vecchia solfa dei salvataggi, pubblici – dei posti di lavoro, dell’indotto, del made in Italy, di un affaruccio qualsiasi, quando è il proprio.
 
La decisione americana di coprire anche i depositi oltref i 250 mila dolari, non assicurati, della banca falita dela,S ilicon Valley, ..sce Luigi Zingalesm, che sulla rivista “F&D, Finace&Development”, del Fondo Monetario Internaioznale fa con Raghuram Rajan, il profesore di Economia Finanziara alla School fo Business di Chicago,  una semplice oswervazioen: “Il governo giustifica la copertura epr evitare la fuioriuscuta dal sistemna vbanacrio degli altri fìgrandidepositanti, ma perché allora non farpagare a questi depositi un’assicurazioen? I capitali – il risparmio – sono le priem vittime del emrcatolibero dei caputali. Zingales è l’autore de “Il Manifesto capitalista”.   
 
Militari italiani nei paesi serbi del Kossovo feriti e quindi paginate e grandi cronache nei media. Senza mai dire che i tumulti sono contro un governo che nomina sindaci i candidati votati dal 2 per cento della per cento della popolazione, il 98 per cento essendo serbo. Senza dire mai nulla di questo governo che gli Stati Uniti hanno imposto e impongono, anche all’Europa. Ignoranza? Sono cose note, da tempo, Stupidità? Grande Oriente? Grande Mano amerikana?
 
Tre anni fa o quattro mobilitazione politica e mediatica, nonché della Uefa, della Lega Calcio, della Figc, contro la Superlega, il supercampionato europeo. Nel nome della democrazia nel calcio – “il calcio è lo sport di tutti”, “niente aristocrazie, niente surperpoteri”, etc.  Ma “è invitabile”, dice De Siervo, l’ad della Lega di seria A, per chi vuole vedere le partite, “avere una pluralità di abbonamenti”. A Dazn, cioè, Sky, Apple tv, etc. . Non economici – “sul prezzo non penso si possa scendere più di tanto”. Non è nemmeno ipocrisia, ci prendono in giro apertamente.   
 
Lo speciale del “Corriere della sera-Roma” per la finale dell’As Roma col Siviglia per la coppa europea, elenca una serie di “operazioni folli” dell’ex direttore sportivo Monchi, ora al Siviglia: “Pagò cifre spropositate per Pastore, Zonzi, Schick, Defrel e il baby Bianda”. Senza che nessun procedimento sia mai stato aperto a suo carico – Monchi non è un cretino, lo dimostra al Siviglia: fondi neri (tangenti) si costituiscono nei paradisi fiscali dei procuratori con queste “cifre spropositate”, su conti anonimi. Impunemente, come si vede.
 
Delle “operazioni folli” e le “cifre spropositate” si persegue solo il falso in bilancio. E solo per la Juventus, “perché è quotata in Borsa” e quindi risponde alla Consob. La Lazio, che queste “operazioni folli” ha inventato e a lungo praticato ed è quotata in Borsa, invece non fa falso in bilancio. La corruzione nel calcio è perfino incredibile. Ma anche alla Consob?
 
 “Pietro Labriola, Tim: la sfida tra mercato (difficile) e azionisti riluttanti”, titola “L’Economia” del “Corriere della sera” un ritratto dell’ad. Che illustra con una tabella della capitalizzazione o valore di Borsa delle maggiori telefoniche europee: Telecom Italia-Tim viene abbondantemente ultima: vale quattro volte meno del’omonima spagnola, o di Vodafone – un ventesimo di Deutsche Telekom. Un’azienda che prima della privatizzazione, venticinque anni fa, era la migliore in Europa, alla pari con Deutsche Telekom. Le privatizzazioni, un tema che si rimuove.
E ora un amministratore delegato di “azionisti riluttanti”? Chi lo ha nominato lì?
 
 “Maestra elementare spaventa i bambini….  È stato sospesa”. È un errore di stampa, certo, ma la prima  lettura è di una terminazione neutra, non-genere, del tipo schwa, del lui\lei – un assedio.

Viene prima Palazzeschi o prima Gadda

Palazzeschi, inurbato a Roma a 65 anni, come un qualsiasi fuorisede, riprende a scrivere d’impeto, e tra le tante narrazioni lunghe raccoglie nel 1967 (a 82 anni, donde il burlesco titolo) queste divagazioni. Elzeviri di giornale, sul virtuosismo del ragazzo del bar per scale, ascensori, uffici e perfino abitazioni col vassoietto in mano, sulla bellezza, sul duro mestiere del commerciante onesto (con l’acculattata del fallito nella Loggia del Porcellino a Firenze), lo spogliarello, vocabolo grazioso, di provincialismo autentico  (il primo lo fece un uomo, san Francesco: si spogliava sempre), la “borsetta” delle donne, le serenate, genere veneziano, non napoletano, le città del silenzio, assordante, il bebé ingrugnito e avido, i teddy boys. Prose sul niente.
Scrivere di niente e farsi leggere come arte, e non maleficio. Un curioso dilemma presentando, queste brevi prose presentano senza volerlo: viene prima Palazzeschi o prima Gadda – che di Palazzeschi, coetaneo, aveva saputo a Firenze, autore già affermato, che non frequentava le Giubbe Rosse, il caffè del “decennio fiorentino”, perché non ne aveva bisogno? In quanto prose umorali, non architettate, rimasticate, affinate, prose come modi di dire, e di essere. Come sguardo da spettatore teatrale, sotto e distante dal palco che pure crea, un po’ buffonesco, coinvolto ma non interessato, e portato al lato bizzarro, esagerato, e incolpevole, anche nella tragedia. Ridondante – aulico, finto - ma non faticoso, e anzi gradevole, oltre che, seppure convolutamente, chiaro. Una sorta di miracolo: una prosa che “dice” pur non dicendo nulla.  
Stampato dall’editore Vallecchi come omaggio in duemila copie numerate. Con un profilo di Primo Conti. Trovabile solo online – Palazzeschi non è più in edizione, giusto nel voluminoso Meridiano (riprodotto in Bur).
Aldo Palazzeschi, Ieri, oggi e… non domani, Vallecchi, in rete, pp. 75 pp.vv.