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sabato 5 maggio 2018

Gli arbitraggi di Collina

Il “Corriere dello sport” fa infine un cenno critico agli otto anni di Collina designatore degli arbitri delle coppe Uefa, la Champions e l’Europa League. Otto anni di scempi. Di cui però registra solo la “mancata formazione degli arbitri”. Che non compete a Collina.
Comunque lodevole. Se non altro perché nessun altro giornale si interroga sul gentiluomo. Ma dice il “Corriere dello sport” una cosa per non dirne un’altra? Che le designazioni di Collina sono ”arbitraggi”, nel senso del diritto commerciale: decisioni a priori su chi deve vincere. Che gli errori, marchiani, ripetuti, a senso unico (in questa tornata a favore a tutti i costi del Real Madrid, tutti - anche quelli contro la Roma, avversario che il Madrid non voleva in finale), non sono errori. Che non si può designare lo stesso arbitro, benché turco, per due eliminatorie di fila del Madrid, con il  compito, palese in campo, di favorire la squadra spagnola, evitando con la seconda designazione di sanzionarne gli “errori” della prima.. 
C’è molto rispetto nei media italiani per l’arbitro Collina. Si può capire, perché Collina è antijuventino. Ma l'antijuventinismo non esime da colpe, soprattutto se gravi, manifeste e ripetute. Tanto più che Collina è un arbitro che dell’antijuventismo ha fatto commercio, e questo è - sarebbe - criminale. Un arbitro che ogni settimana andava a colloquio con il Milan, col consigliere d’amministarzione del Milan addetto agli arbitri, e si faceva sponsorizzare dallo sponsor del Milan, la Opel.
Nemmeno i danni enormi che in questa stagione Collina ha fatto a due club italiani, la Juventius e la Roma, con i suoi arbitraggi, per un centinaio di milioni a testa, contano. Né il fatto evidente che, come tutti quelli di un certo giro, Collina in questa stagione ha dovuto strafare: è cioè “bruciato” – lui a freddo è un genio degli “errori”.
Il tifo è cieco, si dice. Ma i ciechi sono intelligenti, non necessariamente stupidi. Certo, se il calcio  è corrotto, il tifo non può essere diverso. O anche: se l’Europa è corrotta – partigiana, condizionata, mediocre – il suo calcio non può essere innocente. Vero è pure che Collina è alla Uefa in qualità di rappresentante della federazione ucraina.

Letture - 344

letterautore

Alzheimer – Nietzsche ha la cosa (non il nome) parafrasando Leopardi, nella seconda “Inattuale” – “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”: “L’uomo chiese una volta all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito ciò che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque”. Una liberazione per l’uomo di Nietzsche, poter dimenticare subito quel che si è fatto, anzi dimenticarlo mentre si vorrebbe raccontarlo. Che così prosegue: “Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena”, la storia. E si commuove al “vedere il gregge che pascola o, in più familiare vicinanza, il bambino che non ha ancora nessun passato da rinnegar e che gioca in beatissima cecità fra le siepi del passato e del futuro”. L’Alzheimer come una condizione fanciullesca.

Biblioteche – Più che infrequentate sono infrequentabili- eccetto che come tavoli di appoggio di studenti fuori sede, nelle città universitarie dei fuori sede, Roma, Pisa, Siena – le biblioteche comunali e le universitarie. L’inaccessibilità rilevava Canfora già vent’anni fa in “Il copista come autore”: fotocopiare è male, argomentava, perché esime dalla lettura, ma necessario,“anche a seguito della crescente ostilità che i bibliotecari manifestano verso i lettori, mirante a rendere loro la vita impossibile nei locali delle biblioteche”. È strano ma vero.

Computer – È inglese, viene da compute, calcolare. Ma meglio viene da “compitare”, anche nel senso operativo: calcola perché compita.

Dante – È Wagner. Secondo Nietzsche, che scrive a Gast il 2 gennaio 1887 del detestatissimo “Parsifal” del detestato Wagner: “Un sentimento, un’esperienza, un evento dell’anima, sublime e straordinario, nell’abisso della musica, che fa a Wagner il più grande onore”. Più altre lodi, di “altezza”, “superiorità”, “sublimità”, nonché “di una consapevolezza e penetrazione che trapassano l’anima come un coltello per ciò che viene visto e giudicato. Cose del genere si trovano solo in Dante, altrimenti in nessun altro”.

Leopardi – Ebbe riconoscimento immediato. Come poeta e come filologo classico. Nel 1835 c’era già un’antologia tedesca di suoi scritti filologici.
La separazione del filologo dal poeta è tarda di De S anctis – accentuata poi da Croce.
Era anche poliglotta. Scriveva in francese, ottimamente, e leggeva in inglese, senza difficoltà. Per esempio la “Storia romana”, ancora non tradotta in italiano, del Niebuhr, il banchiere e uomo politico danese-tedesco, filologo con speciale fiuto per testi sepolti, di Cicerone, di Tito Livio, iniziatore della storiografia moderna, che era stato ambasciatore della Prussia a Roma, e Leopardi aveva conosciuto nella prima vacanza romana, nel 1823: lo lesse attentamente, scrivendone con abbondanza nello “Zibaldone” nella traduzione inglese del 1827. .

Mondo – È del Cristo nei Vangeli. Propriamente, nel senso del termine latino, sarebbe “pulito, innocente”. Ma Cristo lo dice “nemico del bene”. Leopardi lo rileva nel pensiero LXXXIV: “Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell’avversario d’ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell’uomo; derisore d’ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d’ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl’infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo, che gli dura in tutte le lingue colte insino al presente”. Per obiettare subito dopo, nel LXXXV: “Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata né mostrata risolutamente come nemica della virtù, né come certa corruttrice d’ogni buona indole, e d’ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi”.  

Nietzsche – E l’Italia, è stato tema di molti studi. In rapporto a Leopardi, soprattutto al Leopardi filosofo, oltre che filologo e poeta, e al non citato Vico, in rapporto ai luoghi, che ne hanno riempito la vita, e alle persone. Da ultimo in “Nietzsche und Italien”, che è del 1990 – anche se organizzato da studiosi italiani. Poi, nella Germania riunificata, più nulla.

Plagio – È inevitabile con il “copia e incolla”? Canfora lo pronosticava già in “Il copista come autore”, 2002: “I plagi erano molto più frequenti quando le copie si facevano a mano (e forse torneranno frequenti ora che la scrittura è diventata virtuale e si può «tagliare» e «incollare» in appena qualche secondo)”. Come i numerosi casi di tesi di dottorato di ministri tedeschi testimoniano.

Stendhal – È un po’ tedesco? Sembra a Nietzsche, “La gaia scienza”, dove si chiede perché sia rimasto “estraneo ai francesi”, “Stendhal che forse ha avuto – tra tutti i francesi di questo secolo – gli occhi  gli orecchi più intelligenti”. E si risponde chiedendosi: “Forse perché, in fondo, aveva troppo in sé del tedesco e dell’inglese per essere ancora sopportabile ai parigini?”
Si potrebbe anche dire l’“Arrigo Beyle milanese” del suo testamento perché “tedesco”.

letterautore@antiit.eu

Marx è vivo e gioca assieme a noi

Il titolo gioca sul “wanted”, il ricercato. Galli della Loggia ne fa la tara politica nell’introduzione. Cairoti ne sintetizza vita e fortuna anche più vivacemente e con più finezza che il film. Ma l’interrogativo del titolo presuppone una risposta in positivo: Marx è vivo e lotta insieme a noi. Ed è purtroppo il filo attraverso cui i saggi che Cairoti collaziona, di studiosi di varie discipline, qualcuno anche comunista o ex (Badiou, intervistato, Marco Rizzo, Salvati), si dipanano: Marx è morto, però.
È forse inevitabile nelle celebrazioni – si parla di Marx per i 170 anni del “Manifesto” e i 200 della nascita. Come per il film “Il giovane Karl Marx”. Oppure è presto per fare bilanci. Questo è più probabile. L’unica novità sarebbe cadere nell’equivoco della Santa Russia di Putin, scoprire che Marx era antirusso, aborriva anzi la Russia, lo zar non solo, anche la sua storia. Di “scoperte” di questo genere Marx sarebbe prodigo – assimilava disinvolto l’Italia, di cui non conosceva nulla, solo il nome di Dante, all’India. Ogni tanto sbagliava, si divertiva anche. Mentre di fatto resta la pezza d’appoggio e il pilastro del dispotismo in troppi posti, in Cina, in Vietnam, in Corea del Nord, a Cuba. 
Marx riletto – ma nessuno lo rilegge, non è nemmeno in edizione – è un liberale conseguente. Cioè un libertario, giusto l’assunto di liberale in von Hajek. E in questo senso, anarcoide, un facinoroso. La scienza politica lo direbbe un settario ma era un attaccabrighe: ironico, sarcastico, ai nemici non lasciava campo, e anche ai compagni non succubi – non si faceva mai mancare una battuta. Fu così che da libertario è diventato pilastro di dispotismi. 
Marx fu pure molte cose, volle esserlo, per multipli innesti sulla formazione filosofica hegeliana. Per cui finisce nelle materie specifiche per figurare autodidatta, convintissimo dell’ultimissima idea, cioè, e superficiale. Nelle logiche politiche, nelle politiche internazionali, e nell’economia – si richiama a Ricardo, ma la sua economia politica al confronto è chiacchiera.
È anche uno che non ha mai lavorato (faticato). In questo senso il prototipo e il sogno dell’intellettuale, altra specie in disuso, fino a ieri dominante, di cui non si sa più che dire. Un antiquariato biedermeier - inoffensivo cioè, non volendo imputargli i dispotismi, nemmeno il Pci - più che vintage, essendo “morto” di recente (ma questo non gli sarebbe piaciuto).       
Antonio Carioti (a cura di), Karl Marx vivo o morto?, Solferino, pp. 332 €12,90

venerdì 4 maggio 2018

Secondi pensieri - 344

zeulig

Animalismo – Ha un’anticipazione in Leopardi – e poi in Nietzsche sulla traccia di Leopardi. Con un precedente nelle “Notti” di Young:  “Guida la tua gregge in un pascolo pingue. Tu non la udrai belare mestamente… Ma la pace di cui esse godono è negata ai loro padroni”. Della condizione animale superiore perché immune all’afflizione e al tedio, al ragionamento, alla storia. Una diminuzione di competenze, ma un innalzamento di stima. Specie per quanto concerne la “immedesimazione” nel ciclo degli eventi naturali, mentre l’uomo deve adattarsi, con fatica, scontento.

Felicità – È vivere l’attimo?O poter dimenticare – è la stessa cosa – di Leopardi e degli innumerevoli leopardiani dell’Ottocento, da Schopenhauer in là: non dover far tesoro, non essere oppressi dall’accumulo, tanto più se ragionato e formativo. La capacità di sentire e vivere del fanciullo, dell’animale, non costretti dalla storia: bisogna poter dimenticare al tempo giusto, oltre che dover ricordare. Meglio ancora è la possibilità, dell’infante, dell’animale, di relazionarsi con le cose – con il mondo – istintivamente e non per calcolo: quando si va incontro alla vita “coma e danza o gioco”, sapendo “mettersi a sedere sulla soglia del’attimo” – “La vita solitaria”.
Come a dir e che il filosofo è infelice per definizione? Non necessariamente: la filosofia sarà la felicità dell’infelice. Un buon pensiero come liberazione dal rovello di pensare.
Ma èvero che si vuole essere infelici.

Heidegger – Come filosofo della “chiara notte del nulla”, leopardiana, è già noto in Italia nel 1937. Vi fa riferimento Giovanni Amelotti, a proposito del “notturno” che apre “Il dì di festa”, in “Filosofia del Leopardi”, 1937 (l’opera postuma di Amelotti ancora fa testo  su alcuni aspetti ci sono nuovi studi di Antimo Negri, “Interminati spazi ed eterno ritorno. Nietzsche e Leopardi”, e di Emanuele Severino, “Il nulla e la poesia alla fine dell’età della tecnica: Leopardi”.

Nichilismo – È contraddetto dallo stesso pensiero nichilista. Da Heidegger per esempio, in 120, o quanti sono, volumi – più i “Quaderni neri” (più del doppio, da solo, di Marx e Engels insieme, dei quali l’Istituto del marxismo-leninismo del CC del Pcus, il defunto partito comunista sovietico, ha raccattato anche le virgole: impresa sovrumana, due volumi per ogni anno di attività, e resta fuori la corrispondenza). Come già da Nietzsche, come lo stesso Nietzsche sapeva. Leopardi nell’ottobre 1820 annotava nello “Zibaldone”: “Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose,….servono sempre di consolazione”.

Pessimismo – È duplice, in Leopardi come poi in Baudelaire: bisogna essere ottimisti (grandi lavoratori, socievoli, attivisti) per poter professare il pessimismo – è un declivio che richiede grande energia. Il sospetto, leggendo Leopardi o Baudelaire, è confermato successivamente da Nietzsche, che ne scrive a Rohde il 15 luglio 1882: “Il mondo è povero per chi non è mai stato abbastanza malato per godere di questa «voluttà dell’inferno»”. In precedenza, in due frammenti postumi, del novembre-dicembre 1878, diceva del pessimismo che, nutrito da “infelici raffinati, come Leopardi”, può rendere l’esistenza tutta intrisa di “dolce miele”. Per una sorta di snobismo, vendicativo. Ma soprattutto per il fatto di dichiararlo – se di vendetta si tratta, allora è un boomerang: “La loro vendetta, il loro orgoglio, la loro inclinazione a pensare tutto quanto soffrono, la loro arte nel dirlo: tutto questo non è –di nuovo – dolce miele?”. Così come “l’ascetismo è non di rado una scelta fatta per sottile epicureismo”.
In uno dei “Frammenti postumi 1881-1882), scritto su una copia dei “Saggi” di Emerson, il pessimista Nietzsche è apodittico: “La capacità di soffrire è un mezzo eccellente di conservazione, una specie di garanzia per la vita: per questo il dolore si è conservato; esso è utile quanto il piacere. Mi viene da ridere quando ascolto gli elenchi di sofferenze e di miserie, con cui il pessimismo cerca di dimostrare la sua legittimità – Amleto e Schopenhauer e Voltaire e Leopardi e Byron”.
Leopardi comunque opera per la “gloria”, come dice in più di un punto. Artefice, di opere come opposte alla grazia, o disgrazia. Come poi sarà di Baudelaire: il poeta (il creatore) non può essere pessimista - un genere che ancora Nietzsche stigmatizzerà in un frammento due anni dopo: “La specie Hölderlin e Leopardi: sono abbastanza duro per ridere della loro perdizione”.

Ragione – Era corruttrice in Chamfort, contemporaneo degli illuministi, giacobino adente nella rivoluzione dell’Ottantanove – la ragione a basso voltaggio, autoreferente, soddisfatti di sé: “L’uomo nello stato attuale della società mi sembra più corrotto dalla sua ragione che dalle sue passioni” . Le passioni avendo conservato, “nell’ordine sociale, quel po’ di natura che vi si ritrova ancora”.

Riso – Compensa la sofferenza, che solo l’uomo vive con coscienza? È la scoperta di cui Nietzsche va fiero nel frammento postumo del giugno-luglio 1885 sul “Pessimismo tedesco”: “Forse so meglio di tutti perché solo l’uomo rida: solo lui soffre così profondamente, da avere dovuto inventare il riso. È giusto che l’animale più infelice e melanconico sia anche il più allegro”.

Rivoluzione – Leopardi ne coglieva l’ambivalenza, nello “Zibaldone”. Come di un tentativo sbagliato di “geometrizzazione del mondo”, il 26 marzo 1821. E un anno dopo, il 6 gennaio 1822, di un evento carico di vitalità – la rivoluzione era quella francese: “Mettendo sul campo ogni sorta di passioni, e ravvivando ogni sorta d’illusioni, ravvicinò la Francia alla natura, spinse indietro l’incivilimento”. Di vitalità dunque retrograda: è questo il proprio della rivoluzione? Sembra una contraddizione, ma Leopardi lega la reazione alla crescita: “Aprì la strada al merito, sviluppò il desiderio, l’onore, la forza della virtù e dei sentimenti naturali”.  

Storia – Un’ancora o una zavorra? Una frontiera da valicare o un confine? Un parapioggia o un’alluvione? Angelo o diavolo? Sarà l’uno e l’altro, ma persuasivamente è “un pregiudizio occidentale” – Nietzsche, che come molti in Germania sapeva separare l’Oriente, che non conosceva, dall’Occidente, questa volta ci ha preso.

Supereroi – Sono nati per essere patrioti oltre che imprendibili, e quindi “fascisti”, con cruccio di tante adolescenze. Rimbalzano ora minoritari, neri, donna, gay probabilmente, anche un po’ malati, dialettici, muti, in quella che si vorrebbe una lotta di liberazione a tutto campo. Senza fascismo? Non ci può essere un fascismo delle minoranze, ma un supereroe non è minoritario per definizione – o allora la maggioranza è stupida (inerte, incapace).  

zelig@antiit.eu

Quel Nietzsche è tutto Leopardi

Sarebbe un “Nietzsche e Leopardi”: dove e come Leopardi ricorre in Nietzsche. Ma opportunamente Cesare Galimberti ne ha fatto un “Intorno a Leopardi”, perché Nietzsche pensò molto sulla spinta di Leopardi. Non estensivamente, m su alcuni punti chiave: il rifiuto della storia, con l’esperienza “fanciullesca” o immedesimazione nelle cose, la rivelazione\animazione della natura, l’eterno ritorno, la funzione euristica della filologia, l’esempio dei Greci, poesia e pensiero, poesia e prosa, poesia e “regole”, il nichilismo. E la condizione esistenziale: la solitudine, la critica dell’ottimismo volgare, le diverse specie di pessimismo. A  volte parafrasandolo citarlo, come nella “Seconda Inattuale” – “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”. Emanuele Severino trova il debito enorme, nel suo “Leopardi”, 1990: “Non lo si è mai veramente ascoltato. Schopenhauer, Wagner, Nietzsche sanno di trovarsi di fronte a un genio. Ma quando Nietzsche  scrive che Leopardi è il maggior prosatore del secolo o «il filologo ideale», contribuisce in modo determinante a nasconderne la grandezza filosofica – della quale Nietzsche è profondamente debitore”.
Erwin Rohde gliene scrive nel 1869. Quattro anni dopo Nietzsche legge Leopardi e lo commenta con Gersdorff e Romundt. Dapprima ammirando il filologo. Poi il poeta-filologo “sovrastorico”. Entusiasmandone, fino a dirlo, “l’ideale moderno del filologo”. E, con Goethe, “gli ultimi grandi epigoni dei filologi poeti italiani”. Mentre di Schopenhauer si chiede: “Che ci fa tra i tedeschi?-… Avrebbe potuto benissimo essere nato in Italia, vedi Leopardi”. Leopardi è anche “il più grande prosatore del secolo”. E “il più grande stilista del nostro secolo – scrive nello stile greco”. Sarà il suo punto di riferimento nel processo di liberazione dal wagnerismo. E quando, più tardi, se ne discosta, lo farà sempre in dialogo con  lui.
Non è tutto il Leopardi di Nietzsche. La raccolta tralascia i passi d’interesse non teoretico ma solo biografico. Rimandando per questo al saggio “Leopardi e Nietzsche” di Walter F. Otto che completa il volume.
Un paio di testi, brevi, figurano soltanto nelle “Opere complete” e non nelle raccolte pubblicate da Nietzsche, non tradotti. Non recentemente, nell’edizione Adelphi, in italiano erano stati tradotti su “La Ronda” nel 1922: il VII, “Leopardi e Isocrate” (Leopardi si è formato su Isocrate), e l’XI, “E se Platone avesse ragione? Se l’uomo fosse un bel giocattolo nelle mani degli dei?”. Con una serie di note e richiami molto circostanziati, e una bibliografia ragionata. .
Friedrich Nietzsche, Intorno a Leopardi

giovedì 3 maggio 2018

Ombre - 413


I professori Davide Pettener di Bologna e Donata Luiselli di Ravenna hanno deciso che “gli italiani” non ci sono, sono “un’aggregazione di tipo geografico”. Il dna mostrerebbe  che la Padania, più la Toscana emerita, viene dal Centro-Est Europa , il Centro-Sud dal Caucaso e dal Medio Oriente, Nord Africa compreso. E i biondi con gli occhi chiari a Palermo? E gli Etruschi mediorientali nelle regioni del ferro, a cavallo dell’Appennino? Una scienza molto “padana”, leghista.

Harold Bornstein confida al “New York Times” che Trump usa un farmaco per la ricrescita dei capelli. E che il certificato di sana e robusta costituzione fisica prodotto da Trump in campagna elettorale è stato da lui redatto su richiesta di Trump. Bornstein è, è stato per 36 anni dopo suo padre, medico personale di Trump. È lodato per questo: gli Usa hanno un’altra morale – in nessun’altra civiltà è consentito ai medici di sparlare degli assistititi.

Per il quarto di finale con la Juventus, e per la semifinale col Bayern, il Real Madrid ha potuto contare sul fidato arbitro turco Çakir. Inverosimile, non fosse successo: lo stesso arbitro per due eliminatorie di fila della stessa squadra, che favorisce senza riguardi.

L’allenatore del Bayern Heynckes, che l’arbitro turco ha condannato sfacciato, dice saggio: “Abbiamo perso noi, non l’arbitro”. Forte dell’età, 73 anni, e del passato di allenatore illustre del Madrid: l’arbitro la sua partita l’ha vinta, il Madrid è di parola.

Quattro partite di fila con arbitri a favore del Real Madrid – Čakir ha avuto supplenti un olandese e un inglese. Non per sviste o errori di valutazione, con determinazione. E nulla, si favoleggia ancora di Champions, di sport, del divino Ronaldo, del Madrid dei record. Si dice che l’Europa è allo sbando, ma l’Europa siamo noi.

Col palesemente incapace Skomina (doveva favorire il Liverpool, il Madrid non voleva la Roma in finale, ma si è tradito) l’incorrotto Collina, il designatore, è arrivato alla sfacciataggine. Un errore strano per uno furbo come lui, ma questo arbitro ignoto è l’uomo di Čeferin, il presidente dell’Uefa: due sloveni eccezionali, non al soldo della Germania ma del Madrid.

Stringe il cuore la “cerimonia” del Primo Maggio su Rai Tre. Di lavoratori e lavoratrici con la divisina in ordine. Che sorridono mesti all’obiettivo mentre Camusso svolge interminabile l’orazione. Monotona leggendo un discorso eloquente senza senso. Una diretta su Rai Tre per pochi. Uno spettacolino vintage.

“Infelice per i miei 104 anni. Sto bene ma voglio morire”. Lo scienziato Goodall si fa una bandiera di essere stato pioniere del suicidio assistito. Ma perché ha aspettare i 104 anni?

Il botanico ecologista australiano David Goodall sceglie il giorno del compleanno, il centoquattresimo, per rallegrare i familiari con l’annuncio del suicidio. Giusto per gravare i nipoti. Un esempio di fair play. Di rara generosità. Molto puritano, protagonismo compreso.

A  Roma, “dove le buche sono diventate proverbiali, si è appena scoperta l’esistenza di 564 milioni di euro destinati a investimenti e manutenzione ordinaria nel 2017”, informa Antonella Baccaro su “L’Economia”, “e rimasti inutilizzati”. Ed è vero.

O quest’altra, sempre da “l’Economia”, di Stefano Righi: “A controllare le prime 132 banche europee ci sono 3.300 ispettori della Bce…. Solo su Intesa vigilano 25 persone”. A  fronte delle “90 persone che svolgono il medesimo compito in Banca d’Italia”. E senza prevenire le crisi.

In aggiunta alla pletora di funzionari, con diaria e trasferta, la direttrice della Vigilanza Bce, madame Nouy, invia ogni mese “circa trecento novità normative, di leggi o di regolamenti”, ogni anno “circa 3.550 aggiornamenti normativi”. Si vede che a Francoforte non hanno letto Manzoni, il Seicento, le grida. E questa è l’Europa, poi si dice che c’è il populismo.

Bisognerà difendere le banche, che sono in Italia quanto di peggio si possa immaginare: lente, inefficienti, incapaci. Perfino di maneggiare internet, che dappertutto altrove è la norma.

Torna il “lavoro italiano nel mondo”. Pezzo forte del giornalismo quando mancavano le notizie mezzo secolo fa. Di imprese edilizie per lo più, di ponti, tunnel, architetture avveniristiche. Finché si disse: non se ne può più. Torna ora sui grandi media in forma di giovanotti, meglio signorine, che hanno cercato e trovato lavoro all’estero. Piacciono molto, ma a chi?

Le maestre di un asilo a Roma hanno abolito le feste del papà e della mamma in quanto discriminatorie, in materia di lgbt. Obbedienti all’intimazione di una coppia di gay. Che però vogliono il titolo di genitori. 
Gli lgbt vogliono tra loro ruoli definiti, di “marito” e “moglie”. Anche quando si comprano i figli.

Il Signore delle mosche contro Darwin e Freud

Miglior polemista che narratore, in questo che è forse il suo migliore libro di saggi (come tutti gli altri non tradotto), licenziato nel 1982, pochi mesi prima del Nobel, l’autore del “Signore delle mosche” svaria sulla vecchia Inghilterra, sulle dighe olandesi, e su una serie di temi problematici, anticonfornisti, radicati nelle convinzini teosofiche steineriane, di forze e debolezze. Su Delfi, sull’antico l’Egitto, e su una serie di visioni personalizzate del mondo: “Surge and Thunder”, “Custodians of the  the Real”, “Intimate Relations”, “Rough Magic”, “Utopias and Antiutopias”, “Belief and Creativity”. Con il discorso di acettazione del Nobel a Stoccolma a fine 1983.
Figlio di socialisti, cresciuto di suo molto religioso, comandante in guerra di una unità della Marina militare che prese parte allo sbarco di Normandia, poi sposo di una militante comunista, e maestro  elementare, fino al 1962, di tendenza steineriana – in una comunità steineriana aveva completato la sua formazione pedagogica. Come ha vssuto, così riflette, sulla base degli umori. Con un sensibile piglio da autodidatta - io, io, io.
L’utopia Golding accomuna all’antiutopia. Il culto delle cattedrali, “Places”, delle antichità, confina alla comune eredità angloamericana. Sul tema dela fede, il suo centrale, è più complesso. Sa che si uccide per essa, per la fede politica (“alcuni possono uccidere per la democrazia”), la fede religiosa. E sa che il disbelief, il rifiuto dei ogni fede, lo scetticismo, può essere “altrettanto irrazionale quanto la fede e altrettanto appassionato”. Ma è fortemente contro il “riduzionsmo”. Contro “il darwinismo scolastico”, contro Freud, contro Marx, “i tre più distruttivi scocciatori del mondo occidentale”. Di Marx non parla – c’era la guerra fredda, Marx era il sistema sovietico. Irride Freud. Su Darwin è più articolato: “Spiegare i quasi infiniti misteri della vita col darwinismo scolastico è come guardare un tramonto e dire: “Qualcuno ha acceso un fiammifero”.
William Golding, A moving target, e-kindle, pp. 418 € 6,12

mercoledì 2 maggio 2018

Berlusconi non mena buono

Otto giorni di programmazione ottimale, fra ponti, feste e weekend, due milioni di incasso per “Loro 1”, il film di Sorrentino sul bunga-bunga di Berlusconi. 250 mila euro a giornata. È molto, è poco? “Avengers. Infinity War” in cinque giorni è arrivato a dieci milioni. “Escobar”, il film spagnolo sul re della droga messicano a poco meno di Sorrentino – sorretto, è vero, dalla coppia Bardem-Cruz.
“Infinity War” è in 900 sale, “Loro 1” in 500 (ma a Roma è in ben 57 sale). Ma va avanti a colpi di 180-190 mila speettatori al giorno, “Loro 1” di 45 mila, come “Arrivano i prof”.
Non granché. Berlusconi non mena buono. Non al cinema. Nanni Moretti ancora non si è ripreso da “Il Caimano”, che pure uscì un mese prima delle elezioni, e in almeno 600 sale. Con recensioni critiche perplesse (cioè negative), allora per “Il Caimano” come oggi per “Loro 1”.
Gli antiberlusconiani, è anche da dire, non fanno un buon pubblico: in otto giorni non sono arrivati a mezzo milione.
Curioso è pure che Berlusconi sia preso di mira da autori che ha favorito, come produttore o editore, arricchendoli e immortalandoli: Camilleri per dirne qualcuno con i Meridiani, il solo autore vivente nella preigiosa collezione, Scalfari con le opere di filosofia, Sorrentino con il premio Oscar.

Primo Levi Montaigne del Novecento

 “La storia dei letterati non di professione diventa meno occasionale in Italia, Primo Levi si mette forse in testa”: è Franco Antonicelli a individuare per primo, e subito, nel 1947, alla prima  lettura di “Se questo è un uomo” (il titolo è suo, Levi proponeva “I sommersi e i salvati”), il Primo Levi scrittore. Cui Ferrero, ex Einaudi, dedica questo omaggio, un contributo al riassetto del secondo Novecento italiano, svanite le nebbie del pensiero unico dogmatico che lo avevano incerottato.
Primo Levi scrittore era stato, come si sa, rifiutato da Einaudi, Pavese e Natalia Ginzburg compresi, che gli preferianno “La specie umana” di Antelme, membro obbediente del Pcf, all’interno del quale era stato protagonista di un divorzio scandalo da Marguerite Duras. All’editore torinese Primo Levi tornerà per gli uffici di Italo Calvino, l’unica vera stella di quel firmamento (i suoi risvolti e le sue lettere sono quanto di più inteligente, oltre che generoso, si sa di quel lungo breve mezzo secolo): la rilettura di Ferrero recupera Primo Levi in tutte le sfaccettature: custode della memoria, nonché analista dela “zona grigia”, enciclopedista curioso e divertito, linguista, zooologo, poeta, fantascientifico il giusto, e “narratore della felicità del lavoro”. Ma soprattuto maestro dello scrivere chiaro: conciso e sapiente.  
“Precisione e concisione” dice Calvino della scrittura di Primo Levi, avendone individuato la doppia vocazione, zoologica e linguistica. Ma sono formidabili utensili narrativi. I più adati a stimolare la sintonia col lettore, che Levi dice essenziale al narratore – la simbiosi dialettica con l’ascoltatore. La prosa “sostanziosa, giusta, naturalmente memorabile” di una recensione di Raboni alla raccolta di poesie.
O l’invenzione di Faussone, personaggio poco digerito dai critici leteterari Asor Rosa in testa, e tuttavia indelebile: un altro “operaio” da quello-massa. Una elevazione che porterà Lévi-Strauss a dire Primo Levi il “grande etnografo” del lavoro, della manualità.
Il torinese Ferrero rileva anche giustamente il taglio “piemontese”, del pe  rsonaggio e della scrittura. Nel recupero delle forme dialettali in lingua, senza superlativi, senza i –mente, senza ripetitivi. “Un Montaigne del Novecento” lo reassume Ferrero.
Ernesto Ferrero, Primo Levi, Einaudi, pp. 138 € 9,50

martedì 1 maggio 2018

Problemi di base divini - 416

spock

Dio ci ha abbandonati dopo la creazione?

Alla morte del Cristo suo figlio?

O con l’imperatore Giuliano?

Con Nietzsche?

Con Auschwitz?

Oppure parla col silenzio?

Ma allora noi parliamo a caso?

E nella Bibbia che ci fa?

O ci perseguita sempre?

Magari con la disattenzione?

Il Dio d’amore?

spock@antiit.eu

Troppe ombre nel Vaticano di Francesco

C’è un lato nascosto nel papato regnante? Il dubbio è d’obbligo, quasi rituale, essendo papa Francesco un gesuita, argentino, e uno che ama dialogare con  massoni professi, come Scalfari. Galeazzi e Pinotti non ne tengono conto, la loro ricerca si ferma al papato in cattedra. Fa un po’ la storia dei rapporti burrascosi tra il Vaticano e la massoneria. Fino alla pace sottoscritta con papa Paolo VI. E dà conto, attraverso testimonianze, di una non tanto sotterranea manovra laica contro Benedetto XVI – la lettura più “amena” del voluminoso rapporto. Uno dei motivi che lo hanno spinto a gettare la spugna.
Quanto a papa Bergoglio, la sua frequentazione dei laici può ben essere ascritta al dovere pastorale: bisogna parlare ai non credenti, se in buona fede. Ma il coté argentino irrimediabilmente salta fuori nelle nomine economiche. Dalle sue primissime, quelle del tutto incongrue della Chaouqui e del monsignore spagnolo Balda - nominati controllori… E poi nell’avvicendarsi di responsabili allo Ior e ai dicasteri economici, con entrate e uscite sempre in ombra.
Con una serie di interviste, a Gotti Tedeschi, al rabbino di Roma Di Segni, al padre Amorth, a Vian, a Giulio Anselmi, e altri. Tra essi alcuni Gran Maestri della massoneria italiana, che ne spiegano gli ordinamenti e le vicende recenti. Con un elenco delle principali obbedienze massoniche italiane. E due lettere nel 1996 a papa Giovanni Paolo II di Virgilio Gaito, all’epoca a capo del Grande Oriente, una di esse a firma congiunta col cardinale Oddi: Gaito collega l’assassinio di Rabin, il primo ministro israeliano della pace, a quello mancato dello stesso Giovanni Paolo II.  
Con qualche reticenza. Galeazzi e Pinotti documentano che il card. Bertone è stato bersaglio della massoneria, anche prima di Chaouqui e Balda. Ma non dicono il perché. Il cardinale ha combattuto la svendita degli ospedali e le cliniche del Vaticano, o al Vaticano legate. A partire dal San Raffaele di Milano, il più grande esproprio laico - seppure a opera del cattolicissimo Bazoli, il banchiere vescovile con un pelo “gotico” sullo stomaco (e con la complicità della procura di Milano). L’attacco al San Raffaele, all’Idi, ai Fatebenefratelli, al Bambino Gesù è stato una grossa offensiva “laica”, altro che pace massonica.
Non manca il solito pettegolezzo, sui papi “iniziati”: Giovanni XXIII e Paolo VI. O sulla “doppia tessera” di molti religiosi. Uno però è, a suo modo, eccezionale: Giovanni Paolo II è ebreo! Per essere figlio e nipote di donne dal cognome ebraico: la mamma Kaczorowski è “un adattamento del nome Yiddish Katz”, la nonna  Scholz “altro adattamento Yiddish di Schulze, Schulz”, e la bisonna Rìbicka, “altro nome ebraico”. Che è far pesare un po’ troppo l’ebraismo, roba da “Protocolli di Sion”. Ma, poi, nonna e bisnonna sempre in linea materna? Questo è dirimente… Il tutto opera di un Dr. Yaacob Wise che si professa inglese molto attivo su facebook, “storico del giudaismo, public relations e molto di più”: una caricatura dell’ebreo, come uscito dai “Protocolli”.
Il richiamo alla massoneria non vuol dir niente - e poi a quale massoneria, a quale obbedienza? Giusto denotare un lato poco chiaro delle cose. E questo purtroppo c’è in abbondanza nel papato attuale.

Giacomo Galeazzi-Ferruccio Pinotti, Vaticano massone, Piemme, pp. 538 € 11,90

lunedì 30 aprile 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (361)

Giuseppe Leuzzi

Rai Uno, la tv più seguita, nell’orario più seguito, ha lunedì Montalbano, mercoledì “Amiche da morire”, giovedì “La mafia uccide solo d’estate”, e starnazza il prossimamente di “Il capitano Maria” – prima di rimandare le nuova serie all’autunno. Tre serate siciliane e una pugliese, su sette. Sono film di ammazzatine, detto alla Camilleri, e queste, come è noto, avvengono solo al Sud. Ma è difficile immaginare una serie di serate Rai in Veneto, in Lombardia: mancano di caratteri. Anche per l’Emilia, bisogna risalire a Don Camillo, sessant’anni fa.
Però, trionfa in Rai la parlata siciliana alla Camilleri. Falsa cioè.

Che Erodoto sia di Thurii, cioè di Corigliano Calabro, invece che di Alicarnasso in Asia Minore, lo dobbiamo a Aristotele. Che nella “Retorica”1409°28, cita come prime due parole delle “Storie” di Erodoto: “Di Erodoto di Thurii”. Anche Plutarco è sulla stessa linea, che a un punto della vasta congerie di “Moralia”, 604F5, ricorda: “Vi sono molti che leggono Thuriou”, di Thurii.

I rapimenti di persona, in Sardegna, in Toscana e in Calabria, e a un certo punto il terrorismo, concorsero a una prodigiosa attività assicurativa, presso i Lloyd’s di Londra, che contrassicuravano per questi rischi. Furono anche valida scusa per il cambiamento di residenza: i rapimenti servirono ai ricchi per spostarsi a Montecarlo, Lugano o Londra, senza che il fisco li importunasse.
Fa presto il capitale a mettere la mafia a profitto, e il terrorismo.

“Per le tradizioni classiche in tutte le civiltà di lingue morte l’invenzione non è nei soggetti né nelle forme ma nella messa in opera linguistica. Essere originali è essere all’origine. È eleggere un antico che tutti gli altri contemporanei hanno lasciato senza posterità d’imitazione. In Cina un mandarino; a Roma un patrono: in Sicilia un padrino” - Pascal Guignard, “Sur le jadis”. Un mafioso.

 Le due Calabrie
Salento e Calabria si sono scambiati i nomi. Entrambe le regioni primo approdo dei primi coloni greci, entrambe “grandi” ai loro occhi, terre belle e ricche. Entrambe hanno una minoranza e una parlata greca, il grikò e il grecanico Unite dalla filologia di Rohlfs, “Calabria e Salento. Saggi di storia linguistica”, che le fa sintatticamente antico greche e non bizantine (per un nativo parlante il dialetto, anche non greco, conclusione solo ovvia: i dialetti latinizzati hanno mantenutole tre costruzioni antico greche del linguista tedesco, almeno tre). E non sono state del tutto vicendevolmente estranee, anche se non contigue. Ancora negli anni 1950 braccianti salentini emigravano per i lavori stagionali in Calabria, nella parte allora ricca della Calabria, la piana di Gioia Tauro, prima delle mafie, per la lavorazione dell’olio. E mediatori salentini giravano per le campagne per accaparrarsi gli agrumi sull’albero, e l’olio di prima spremitura, con anticipi generosi.
Oggi il Salento è probabilmente la regione più pulita e ordinata in Italia, e in Europa. Più rispettosa dell’ambiente, pur accogliendo le folle estive dei bagni di mare, perché meglio organizzata. Con una struttura produttiva diversificata, innovativa e robusta, tra agroindustria, abbigliamento, arredamento e altre attività leggere. Una viabilità perfettamente tenuta. Una temperie culturale vivace, attorno all’università di Lecce, a Gallipoli, Otranto, Santa Maria di Leuca, Martano, etc., pizzica compresa Un recupero architettonico e dell’edilizia abitativa che non ha nulla da invidiare alle fantasmagorie della Germania, opulento e bello, classico. Piccolo, ma paradiso.
Un mondo naturalmente ricco ridotto allo stremo, invece, nel reggino. Sporco, disordinato. Strade rotte, tutte. Case interminate, obbrobriose.  Una funzione pubblica rognosa, incattivita, forse incapace: nella sanità nell’amministrazione, perfino nella scuola. Succede quando la miseria invade per regresso, da una situazione migliore e in sviluppo, che è morale prima ancora che economica. Tra sconfitta e sopraffazione.    

Storia di Scullino
Non ci si sbarazza della lingua che si è appresa infanti, e della memoria, allo stesso modo come non bisogna sottrarsi al tempo e al mondo in cui si vive – senza i quali non si è niente.  
Era sfuggita la notizia dell’assoluzione di Gaetano Scullino, sindaco di Ventimiglia, dopo cinque anni di abominio. La Corte di Cassazione ha emesso la sentenza di assoluzione piena per Scullino già nell’aprile 2017. Successivamente, a Ferragosto, il Consiglio di Stato ha sentenziato che il 26 febbraio 2012 il Consiglio comunale di Ventimiglia “non doveva e non poteva essere sciolto”: non vi erano prove di  infiltrazioni o condizionamenti da parte della malavita, e nemmeno indizi, solo ipotesi.
Scullino è nato a Sanremo. Ma è un ex socialista, poi berlusconiano, quindi doppiamente inviso ai Carabinieri. In più è figlio di calabresi. Di Sitizano. Da qui le “ipotesi”. Concretizzatesi alla vigilia del voto per il Comune, che avrebbe riconfermato Scullino sindaco.  
I Carabinieri avevano anticipato la cosa di un anno al “Fatto Quotidiano”,  che il 25 giugno 2011 già informava: Ventimiglia in particolare è ritenuta l’enclave delle ‘ndrine calabresi dedite agli appalti, al controllo del mercato di sostanze stupefacenti, all’usura e al favoreggiamento della latitanza di pericolosi criminali”. Senza più, basta la parola. Mancava la prostituzione, il resto c’era tutto, un capo d’accusa completo. Anzi, locupletato: uno dei capi d’accusa contro Scullino era di “avere nipoti o altri parenti a Reggio Calabria”. Vero – il capo d’accusa è vero, era questo.
L’anno dopo c’era all’Interno la prefetto Cancellieri, tripolina, col governo Monti, prefetto a Imperia la napoletana Spena, e i Carabinieri sfondarono una porta aperta.
La notizia era sfuggita perché non pubblicata: un calabrese assolto non fa notizia. L’assoluzione era già stata ottenuta  sia in primo grado – dal giudice Paolo Luppi, “figlio di uno dei più valorosi capi partigiani liguri” - che in appello. Ma neanche di questo si era avuta notizia. Scullino era inviso al Pd, che allora controllava i giornali (sembra un mondo fa, eh?), e le Procure, e questo bastava.  Dei calabresi assolti, poi, figurarsi.
Era sfuggita anche perché il Consiglio di Stato si era pronunciato a Ferragosto - la sentenza è stata pubblicata il giorno 15. Tanta era la fretta? O l’ingiustizia da riparare? O da nascondere?
Prima di Ventimiglia, il Consiglio di Stato aveva dichiarato inammissibile anche lo scioglimento del consiglio comunale di Bordighera, insieme con Ventimiglia. Sempre per ‘ndrangheta. Sempre a opera della prefetto napoletana Spena.
Sculli, Scullino il Rocci lega al poco: quisquilie, resti, spoglie, spoglio. Anche al cane marino, o al mostro di fronte a Cariddi. Ma Scullino è nome terragno, di gente di campagna, con  la quale si è cresciuti bambini. In Italia non più di 150 persone hanno questo cognome, alla cui origine ci sono quattro famiglie di Sitizano, presto emigrate, una  a Arma di Taggia. Più le donne Scullino, andate spose.
Tra esse donna Vittoria. L’evidenza spesso è nascosta: era Scullino donna Vittoria, la moglie di Giacomo De Gilio, il genio tuttofare della piccola tenuta olivicola di Arcimedi in agro di Oppido Mamertino, dagli innesti alle pompe idrauliche, le prime del genere, con doti anche di rabdomante, seppure non altrettanto capace, alla ricerca delle falde acquifere. adre di numerosa prole, sette figli. Compresi i quasi coetanei Carmelo e Alfonsina, compagni di scuola rurale e di giochi.
Scullino, Moio, Arma di Taggia, Ventimiglia si evvoicavano ad agosyo del 2011, il giornale riportando questi nomi familiari, di successo lusinghiero in politica, vice sindaco, sindaco, ma initi nella cronaca nera. Patronimici poco frequenti, che s’immaginavano figli o nipoti degli stessi con cui si facevano nell’infanzia le scorrerie per oliveti, agrumeti, valloni, fiumare, o per nidi di passeri sulle selle alte degli ulivi - e infatti Rohlfs li attesta a Castellace e Sitizano, circoscritti. Di famiglie mitissime, emigrate anche per questo, per odiare la prepotenza. Il reato che si contestava era il  “voto di scambio”: aver cercato voti presso i calabresi emigrati. L’origine li condannava ancora alla seconda o generazione.

leuzzi@antiit.eu

Il classico viene in copia

“La tradizione è essenzialmente traduzione o copia”. Un fatto di ampia portata, “traduzione e copia”: “Il loro significato supera di gran lunga il fine dell’edizione: esse sono la storia, sono le azioni costitutive della storia scritta”. Il copista è il primo editor, con poteri assoluti.
Il filologo ama riscrivere la storia, è lì per questo. Ma Canfora ara con questo saggio una verità talmente evidente da restare celata: l’opera classica, e fino a Gutemberg, è del copista. A partire da .
“Omero”, che è una scelta dei copisti alessandrini, dei grammatici alessandrini – anche questo si sa ma si trascura – fra le tante versioni “tendenzialmente difformi (gli «Omeri delle città», venivano chiamate)” allora in circolazione.
L’autore è molteplice, per riferimenti e trascrizioni, almeno fino a Gutenberg. Anche l’originale è variabile, per rifacimenti, su copie che prima di Gutenberg erano uniche. E poi per trascrizioni e riferimenti, citazione più o meno fedeli - “la sola forma di effettiva appropriazione di un testo”, peraltro, “consiste nel copiarlo”. L’autore è molteplice.
Luciano Canfora, Il copista come autore, Sellerio, pp. 115 € 8

domenica 29 aprile 2018

Verso un monocolore del Sud

Sarà un monocolore 5 Stelle con appoggio esterno Pd,  a questo si sta lavorando da subito dopo il 4 marzo, anche se non si dice, e un governo del Sud. Tra due partiti cioè che hanno due terzi dei loro parlamentari eletti da Roma in giù.
Al moncolore Di Maio con appoggio Pd sta lavorando Renzi. Anche se fa sapere il contrario. I quattro che vanno e vengono da Mattarella, ai quali si deve la propopsta di un dialogo con Di Maio, sono stati messi lì da Renzi: Martina, Marcucci, Delrio e Orfini.

La vita è un crescendo, anche sotto la croce

Il concerto è il tributo di Santa Celicialia per il centocinquntenario della morte di Rossini - non molto, ma altrove non c’è niente, all’Opera, alla Scala. Con la sua composizione più discussa, che però, a ripensarci, ne sancisce la grandezza. Per essere l’unico lavoro d’impegno del suo ultimo quarto di secolo di vita, per grandi organici, orchestra, coro, solisti. E per gli stessi motive per cui fu contestato, da subito alla prima parigina nel .
Un’opera discussa perché tarda: da tredici anni Rossini si era “ritirato” e non produceva più nulla, nulla da eseguire in pubblico. Lo stesso “Stabat” era stato concepito ne 1831 come dono a un prelato spagnolo, Manuel Fernandez Varela, musicista e maestro di cappella, in occasione di un viaggio nella penisola che Rossini fece al seguito del banchiere Aguedo, suo amico e agente di Borsa.  Con l’esplicita condizione che l’opera non venisse mai eseguita in pubblico, come forma di spettacolo. Dieci anni dopo l’editore parigino Aulagnier pretese di averne i diritti e allora ne nacque una controversia giudiziaria. Rossini, sollecitato  dal suo editore, Troupenas, riprese la breve composizione del 1831, la rimpolpò e il 7 gennaio 1842 fu in grado di presentarla al pubblico di Parigi, al Théätre Italien – poi a Bologna, il 18 marzo, e a Roma il 24 agosto.
Parigi non l’accolse bene. Per essere un’opera profana, e comunque fuori dai canoni della musica sacra. Mentre la critica romantica, ormai monopolista, rimproverò a Rossini il ritorno a formule “classiche”, nelle arie, nei cori, nella strumentazione..
Un’opera in effetti su generis nel genere sacro. Ma per quattro motivi su cui Rossini poteva avere ragione e torto insieme. Uno è il concetto di sacro, oggi molto ampio, allargato a ogni manifestazione umana, anche distruttiva, ma allora ristretto alla sacrestia.
Analogamente per il concetto di musica sacra. Questa obiezione oggi non avrebbe senso, avendo la chiesa abbandonato, con il latino, ogni forma musicale, anche degli inni liturgici e dei canti di accompagnamento. Mentre allora non si concepiva che come un severo polifonismo. Oppure come canto “vestito”, modesto, qual è dell’innario luterano. Questa fu la critica maggiore, che infatti venne dalla Germania. Mentre invece Rossini lavorò sulla traccia dello “stile misto” in vigore da un secolo e oltre, con Alessandro Scarlatti, che al contrappuntismo del canone palestriniano affiancava arie libere e altre pagine profane. Nel sottinteso che la melodia era comunque sacra.
Su questo punto si concentrò la difesa di Heine, nella nota “Rossini e Mendeslssohn” che fu di recensione alla serata del 7 gennaio 1842: “Sono precisamente gli attacchi che vengono dal cuore della Germania contro il gran Maestro che mettono in evidenza l’originale profondità del suo genio”. La sua fede non è acquisita o studiata, come quella di Mendelssohn, che l’ha ricalcata, ma vissuta: solo gli è bastato “richiamare al sentiment i suoni della prima fanciullezza”. Una recensione che apre uno squarcio su cosa va inteso per fede, anche religiosa.
Il quarto punto è la morte: un’opera a celebrazione della morte? Anche perché aperta dai tremendi versetti di Jacolpone, “Stabat mater dolorosa, \ juxta crucem lacrymosa, \dum pendebar Filius”. La funzione religiosa della morte in realtà celebra la vita: il nome, le opere, la memoria. Un susseguirsi di gioie e di dolori.  
Rssini avrà avuto i suoi motivi, è probabile. Stanco o non voglioso, di inzeppare i movimenti gravi, di apertura e conclusivo, dello “Stabat Mater” regalato a Varela con qualche aria che non aveva utilizzato in precedenza, nella sua vita attiva: il numero 4, “Quis est homo?”, o il 6, un Quartetto, e il 7. Ma la musica è canto, come la chiesa sa – sapeva. E la morte è una celebrazione, di vita vissuta, di meriti e di resurrezione. Anche sotto la croce.
Gioacchino Rossini,  Stabat Mater, Ivor Bolton, Orchestra e coro dell’Accademia di Santa Cecilia, Parco della musica, Roma