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giovedì 9 ottobre 2008

Il santo delle scuole di scrittura

Il libro di culto delle scuole di scrittura. La scrittura che fa valanga sui blog. Globale. Del nulla. Con nulla. Che si ricorda come esercizio di bravura, lo scimmiottamento della scrittura. La scrittura globale dell’era globale, con marketing come si deve aggressivo, Murakami, buon numero degli anglo-indiani, qualche israeliano, Chuck Palahniuk per la singerie del noir – che ha un Italian Site, redatto in italiano, sul quale il suo libro che uscirà tra un anno o due ha già diecine di commenti – e molti italiani. Mimi sempre ingegnosi, spesso brillanti, che fanno la metafora del reale. Salinger, che ne è il nume e ha dato il nome alla pionieristica Scuola Holden, aveva ancora un’anima.
È all’origine dell’infinita produzione post-Tondelli, dei romanzi anonimi, spesso in forma di noir. Dell’intraducibilità. Della narrativa senza tempo, luoghi, personaggi, dei minuti insondabili insignificanti stati d’animo. Dell’autore come attore sopraffino, che non dice ma lascia capire. Il nume dei Wu Ming e di Baricco, che pure l’hanno preceduto, Ammanniti e gli altri ottimi scrittori del vuoto, dalla tirature milionarie – fanno parte della scrittura? Libro d’esordio nove anni fa dello stile Fandango, ex Rizzoli, in concorrenza con Stile Libero Einaudi, la scrittura delle scuole di scrittura. Che non sono male in quanto suppliscono alla carente alfabetizzazione della scuola. E sono un affare: crescono ogni anno a diecine, e sono già un centinaio. Si sono venduti corsi di scrittura a dispense, in edicola. Ma letto a sé, fuori dal contesto, qualcosa lascia: non per nulla Foster Wallace è di formazione filosofo, "wittgensteiniano" - ma Wittgenstein, analizzando il liguaggio, si ridusse al silenzio, Foster Wallace è incontenibile, della eterogenità dei fini della storia.
David Foster Wallace, Infinite Jest.

Il terrorismo nella resistenza

Voluto da Giaime Pintor per Einaudi nel 1943, ripreso da Marco Revelli per Baldini Castoldi Dalai otto anni fa, è il libro del terrorismo nella resistenza. Ne è l’apologia. Del cameratismo, il sacrificio, l’urgenza della lotta - partigiani incondizionati all’estrema destra, se il nemico è il comunismo.
Revelli è scienziato della politica. Pintor è germanista degli anni 1930. Von Salomon, che prese parte all’assassinio di Rathenau, qui epicizzato, ha un bel saggio nella raccolta postuma di Pintor, “Il sangue d’Europa”.
Ernst von Salomon, I proscritti.

Dopo il lager, Primo Levi sconfigge Einaudi

Giulio Einaudi lo pubblicò a malincuore, questo racconto che è sempre vivo, nella collana “I saggi”. Forse per non venderlo – che saggista era Primo Levi, di che specialità? Quindici anni dopo averlo rifiutato, nel 1947. Si costruisce così una casa editrice, il mito dei letterati della Grande Provincia.
Il rifiuto di Einaudi era stato opera di Natalia Ginzburg.
Primo Levi, Se questo è un uomo.

Campanile elogia la cagnetta

Si rilegge per l’elogio della cagnetta Ciak. Campanile sa ricordare i geloni e il grembiulino nero, ma scrive un po’ neo realista e un po’ per non vedere cosa accade - l'anno è il 1973. D'altra parte, con Campanle non si ride - "Sono talmente flaso che non sono nemmeno falso come sembro".
Achille Campanile, Manuale di conversazione

mercoledì 8 ottobre 2008

Cabibbo senza Nobel perché è il fisico del papa

Lo sanno tutti, anche se non lo dicono: Nicola Cabibbo è stato ignorato dal premio Nobel perché presiede l’Accademia delle scienze del Vaticano. Il politicamente corretto non accetta le discriminazioni religiose, ma i luterani sono politicamente più corretti degli altri, e quindi non hanno premiato un italiano, un latino, in qualche modo legato al papa. La cosa è risibile, tanto più per Cabibbo, che ha altre ascendenze identitarie, come si dice nel politicamente corretto, o comunitarie, ma per un luterano egli è il fisico del papa.
È uno dei segreti più noti del premio, che i papalini sono polvere negli occhi nella virtuosa Scandinavia. Nessuno dei tanti uomini di pace ha mai avuto il Nobel se professava il cattolicesimo. L’ha avuto Kissinger, per dire, nel 1973, l’anno del Cile, ma non Kennedy. Madre Teresa di Calcutta l’ha avuto nel 1979 perché sponsorizzata dalle famiglie reali. Né si può obiettare, il Nobel per la pace lo assegna il Parlamento norvegese, lo Storting, che naturalmente è un organismo politico. Ma anche tra gli scrittori il profumo di Roma sa di solforico tra gli iperborei. L’unica eccezione è probabilmente Heinrich Böll. Ma fu Nobel per la letteratura nel 1962, o 1963, quando c’era di ridare l’onore alla Germania, alla Germania Ovest.

Il bagno dei fondi pensione, e delle integrative

La finanza sarà solida in Italia, ma chi ha messo i soldi nei fondi pensione e nelle pensioni integrative, soprattutto chi ci ha messo il Tfr, ha di che temere. E con loro il governo. Perché banche e assicurazioni sono ora sotto il tiro dei riscatti. Il debutto delle pensioni private è avvenuto in Italia, dopo una dozzina d’anni di discussione, nel momento meno propizio. Banche e assicurazioni, che si erano precipitate sul Tfr, temono ora la fuoriuscita generalizzata, di fronte ai rendimenti nettamente negativi. E il governo, benché ne discuta già da qualche giorno, non ha ricette per aiutarle. Unicredit è uno degli istituti che più ci ha puntato, grazie anche alla esperienza dei fondi pensione integrativi aperti che lo stesso Profumo aveva maturato negli anni della formazione in Merrill Lynch.
L’incertezza sul Tfr è il tema più discusso in queste ore negli ambienti di lavoro e nei sindacati. I primi segni sono stati fortemente negativi. Il convegno promosso per il 13 ottobre al Circolo della Stampa a Milano dall’Associazione lombarda dei giornalisti chiederà al governo di studiare delle forme di copertura. I giornalisti, che per primi avevano creato un fondo integrativo quindici anni fa, con accantinamenti dell'1.50 per cento, più uno 0,35 per cento a carico degli editori, hanno avuto bruttissime sorprese. Chi è andato in pensione in questi mesi non solo non ha capitalizzato nulla sui fondi versati, ma se li è visti decurtati. Anche chi ha scelto la gestione più conservativa fra le tre proposte. In qualche caso le perdite sono arrivate fino al venti per cento.

Ombre - 6

A Roma il sindaco sposta nel quartiere Tuscolano un accampamento rom da una circoscrizione all’altra, attraversando poche strade, da Tor Vergata alla confinante Cinecittà. Da una circoscrizione che ha votato destra a una che ha continuato a votare sinistra. La quale protesta. Ma venendo meno così alla solidarietà ai rom. E, soprattutto, continuando a non voler capire la questione dei nomadi.
Che probabilmente è il fattore che ha spostato Tor Vergata a destra.
I rom da sempre controllano i quartieri del Tuscolano (furti, pizzo, strozzinaggio, affitti), ma evidentemente non garantiscono più l’ordine, non dove ci sono gli insediamenti recenti. Anche Cinecittà è Tuscolano, ma è ferramente regolata da sempre dal clan Casamonica. Come dice l’imprenditore Caltagirone: “La troppa tolleranza genera intolleranza”.

L’imprenditore Caltagirone, editore del “Messaggero”, vice presidente del Monte dei Paschi, è aspro con Veltroni per il mancato governo di Roma quando ne era il sindaco. Il che è vero, Veltroni ha usato Roma per avere ogni giorno un titolo sui giornali, ma non se ne è occupato molto. Caltagirone afferma anche che i dati sulla crescita di Roma nei cinque anni di Veltroni sono “mistificati”, che infrastrutture essenziali sono trascurate, e che c’è un “rischio “favelas”. Ma negli anni di Veltroni sul “Messaggero” questo non si è letto, non fino alle varianti al Piano regolatore imposte da Veltroni con sedute notturne alla vigilia del voto, che era sicuro di vincere, almeno a Roma – le varianti hanno escluso Caltagirone a favore di altri imprenditori romani.

Crolla lunedì l’economia mondiale. Il Tg 3 intervista il Nobel Spense, che dice quanto dura sarà, e a seguire Gasparri e Di Pietro, poi fa parlare Veltroni. Di Pietro ammicca, perché lui ne sa di più, ghigna, dice qualcosa come, se si è ben capito: “Siccome Berlusconi ha detto che va bene, mi fa piacere che vada male”. Veltroni dice che se l’Italia si salva questo si deve al senso di responsabilità dell’opposizione. Con panoramica di visi beati, di D’Antoni, Franceschini, Letta, e altri ex giovani ex Dc.

Si arrestano, lo stesso lunedì nero, quaranta persone a Napoli, tra cui due politici, un assessore del Pd di Napoli, ex ex di De Mita, e un consigliere comunale di An, per violenze accertate e reiterate a Chianura e nel calcio. “Un mondo a parte” li dice il giudice di Napoli che ha ordinato gli arresti. Napoli sempre si assolve. Anche gli omicidi, documenta il “Corriere della sera” il giorno dopo, si fanno a Caserta.

Dante è “grandissimo reazionario se mai ve ne furono” a dire di Eco. Oggi vede impegnati in severa concorrenza due campioni della sinistra, Sermonti e Benigni. È reazionaria questa sinistra?
C’è però anche il papa nella gara, è vero. Ma giusto perché Dante è diventato merce da prime time, buca lo schermo come Sanremo. Grazie a Benigni, che al vero Sanremo ce l’ha portato, col massimo successo.

Borrelli vorrebbe precettare gli orchestrali della Scala che scioperano. È un melomane. Ma non ha detto nulla tre anni fa quando gli orchestrali scioperarono, e Muti se ne andò. C’è giusto e giusto.

Santoro prende Granbassi invece di Vezzali, che fa tanto più audience. Anche come velina, ha più da mostrare. La prende anche contro l’Arma dei Carabinieri, la Benemerita. La vuole di bronzo, dura come la sua trasmissione. Un’atleta nel cuore di Larussa e Gasparri. Anche se Santoro non riesce neppure a ricordare, nella sua lunga trasmissione, perché – perché ricordò il Tibet a Pechino, all’Olimpiade.

Granbassi consola venerdì 3 a “Annozero” la Santanché insultata da due spettatori. Lerner invece afferma di non avere sentito, “Ero a dieci metri”. E Santoro si tira fuori: “Non sono un vigile urbano”, non sto qui cioè a fare le multe. È questo il problema della sinistra, che questi personaggi la impersonino.

L’informazione divisa. Venerdì 26 Rai Tre manda in onda un’ora sulla guerra in Afghanistan, un reportage di Jacona che mostra gli inutili rischi delle truppe italiane in un campo già perduto. Alle 23 manda in onda un’ora con le truppe italiane a Herat, dove tutto va bene.

In Spagna i valori immobiliari si sono dimezzati. Cinque milioni di vani sono invenduti. Come dire che non c’è più sistema finanziario, che se non fallisce è perché si tiene su coi debiti. Come fece, sterilmente, in Giappone, dal 1992 al 2004 – con una stagnazione lunga cioè ben dodici anni. E tuttavia Zapatero, che la Spagna ha appena votato, va a New York giovedì 25 a sfottere l’Italia, e anche la Francia: “Li abbiamo superati, li supereremo”. Il nazionalismo può essere una molla politica potente più di ogni conto o tornaconto.
Se non bastasse il precedente giapponese, c’è anche quello svedese, ancora più duro, che Gavazzi evoca sul “Corriere della sera” due giorni dopo: “In Svezia vent’anni fa fallirono tutte le banche, anche allora a causa di una crisi del mercato immobiliare. Il reddito scese di oltre il 5 per cento e la disoccupazione salì dal 2 al 10 per cento. La crisi durò tre anni. Lo Stato nazionalizzò le banche e per salvarle spese 6 punti di pil”. Ma questo può non fare paura a un politico, un politico ha altre armi.

Il "Corriere" e la mafia del calcio, a Milano

Il “Corriere della sera” ha pubblicato sabato, in margine al rinvio a giudizio di Moggi, questa intimazione, firmata Daniele Dallera. Ingiustamente trascurata. Sotto il titolo “Non va abbassata la guardia” il “Corriere” infatti scrive: “Si attende con ansia il processo (speriamo che non diventi un inutile show) con fischio d'’inizio il 20 gennaio per vedere che fine farà il più grosso scandalo che il calcio, con le sue esagerate degenerazioni, abbia mai partorito. Ora nel mondo del pallone si respira una strana aria, a prima vista più ossigenata, pare quasi di essere in montagna tanto sembra sia buona. Ma non è così: rilevatori attenti indicano che è ancora attivo, nascondendo magari la faccia e usando altre firme, facendosi coprire da agili prestanome, chi era abituato a spadroneggiare nel mercato facendo solamente gli affari propri. Per questo non bisogna sonnecchiare, pensare che vada tutto bene, che quell’aria di cui si è accennato sia così pulita. Occorre vigilanza, per non cadere ancora in certe tentazioni. Così come si deve valutare con attenzione la posizione di chi con quel sistema di potere ha dovuto fare i conti finendo per essere vittima con il paradosso di ritrovarsi poi sullo stesso banco degli imputati”.
L’articolista ha in mente la Juventus? È improbabile. Ma allora ha ragione Moggi, che Milano è mafiosa. E chi è che dovrebbe uscire dal processo? I Della Valle? Dallera è l’interprete di Moratti, il gentleman dell’Inter. Uno che per amore dell’Inter ha falsificato i bilanci in Borsa, per 500 milioni. Mille miliardi, mica una lira.

martedì 7 ottobre 2008

I giudici non credono alla truffa di Moratti

È ancora perplessa la Procura di Milano se procedere contro i Moratti per il collocamento in Borsa di Saras. È cioè sempre del parere che è meglio non procedere. Anche dopo che la perizia d’ufficio ha valutato il sovrapprezzo sulla quotazione eccessivo, e ha spiegato che serviva a Massimo Moratti per pagare i debiti contratti per conto dell’Inter. Un anno fa il procuratore Nocerino aveva di fatto assolto l’Inter dal falso in bilancio, con una speciale motivazione della richiesta di rinvio a giudizio, e la Procura non intende tornare indietro. Ben sostenuta dalla “Gazzetta dello sport” – dieci anni fa lo stesso Nocerino aveva evitato di procedere contro la Rcs, che edita la “Gazzetta dello sport”, per un ammanco di ben 1.300 miliardi.
Ma si può dire che Milano è perplessa: della perizia di Marco Honegger ha riferito solo Walter Gabiati, su “Repubblica", il 23 settembre, nelle pagine del giornale per specialisti di economia, e la cosa è passata sotto silenzio. Le carte sequestrate presso le varie banche d’affari coinvolte nel collocamento sono chiare, e cifrano anche in 500 milioni i debiti di “uno dei due fratelli”. Ma la città tiene al suo onore nel calcio - anche se conferma con questi atteggiamenti la difesa-accusa di Moggi.
Tace soprattutto il mondo del calcio. La perizia conferma che anche i bilanci dell’Inter non sono veritieri. Ma la giustizia sportiva dell’altrimenti bollente procuratore Palazzi, che nel 2007-2008 ha avviato ben 1.600 procedimenti, un buon terzo per problemi contabili, ancora non ha deciso.

È troppo pure per l’Inter, Collina strafà

Crolla il mondo, ma il campionato ha dominato l’inizio della settimana – quando saranno pubblicate le intercettazioni ne sentiremo delle belle. Oggetto: l’eccesso di arbitraggi per l’Inter nell’ultima giornata. De Marco ha espulso arbitrariamente a Siena Mexès e Panucci, per lasciare la Roma senza difesa nella prossima sfida con l’Inter. Ciampi ha dato all’Inter un rigore decisivo che non c’era, per un fallo sul gigante Adriano che entra invece col gomito teso (come peraltro sempre fa). De Marco ha espulso Sissoko per un pestone a centrocampo, mentre ha abbuonato totalmente analogo pestone contro Del Piero in area di rigore. Con contorno, si lamenta, di favori all’alleato Napoli, alleato dell’Inter nell’operazione anti-Juventus: Dondarini ha tentato in tutti i modi di far vincere il Napoli contro il Genoa.
Troppo per la Roma, anche se Rosella Sensi non sa che fare. Troppo per Galliani, che se ne è lamentato con lo stesso fido Collina. E troppo, pare, pure per l’Inter: Moratti in persona se ne sarebbe dispiaciuto con il suo referente alla “Gazzetta dello Sport”. Non si lamenta solo la Juventus, che sembra voler perpetuare la penitenza per le colpe della passata gestione, anche se le rifiuta. Collina dal canto suo non tituba e non se ne dispiace, sempre sicuro della sua posizione, nei confronti di Galliani e anche di Moratti. Collina è uno che non parla al telefono.

domenica 5 ottobre 2008

Il mondo com'è (12)

astolfo

Borghesia – Ma non è una classe. Non la muove alcun interesse comune: al borghese non frega nulla né della patria né della famiglia, per non parlare di Dio, e nemmeno della conservazione, volentieri si approprierebbe del vicino e comunque si compiace della sue disgrazie.
È più vera come classe non classe. Che sempre è in piedi, malgrado le crisi, le guerre, i comunismi, e se stessa (l’avidità, l’intemperanza, l’anarchia), perché è elastica per essere amorfa.

Capitalismo – È aneconomico, cioè non razionale. C’è l’equivoco di Adam Smith (sul quale Marx s’è impantanato coi suoi elogi), che però parlava di tutt’altro. Certo non della razionalità che si vuole del mercato, che invece non ne ha alcuna, se non il guadagno dei pochi (più forti, astuti, fortunati). Ma il mito della razionalità purtroppo resta fortissimo, malgrado la storia e, appunto, il mercato, con le crisi ricorrenti e dolorose.
È un insieme di meccanismi, intesi a massimizzare l’interesse del più gran numero, che però può essere ristretto, e talvolta è nullo. Proprio perché non ha razionalità (economicità). Razionalmente per il ricco il benessere di tutti è un bene, la crisi un male, ma non per il capitalista. C’è naturalmente impresa e impresa. Allora, si può dire che il motore del capitalismo va bene con le marce basse, quando si costruisce con applicazione, per poi divagare alle marce alte. Questo anche quando si applica allo spirito d’azienda, quello che gli americani chiamano corporate spirit, che può diventare una forma di corporativismo, dei fringe benefits, dei premi di produzione, e delle opzioni, i salari miliardari legati agli utili trimestrali, che ne consacrano il carattere dispersivo. Se ne parla meglio però liberandosi del politicamente corretto. Andando alla radice della cosa e parlandone liberamente, senza censure – senza le residue ideologie, del mercato, o mercatismo, e dello statalismo.
È da dubitare che il capitalismo sia un’inclinazione dello spirito o conformazione mentale. All’inizio del Novecento il capitalismo ascese alla dignità di forma dello spirito in omaggio all’invadente psicologismo. Il Novecento è il secolo della psicologia: tutto vi si riduce, il sesso, l’economia, la malattia, la fisica perfino e la matematica, che uno penserebbe ancorate a realtà solide e logiche stringenti. Bergson l’aveva detto, che il Novecento sarebbe stato il secolo psichico, dopo l’Ottocento pieno di macchine. È stato altrimenti, il Novecento s’è riempito di morti. Ma lo psicologismo è un ritorno della fantasia, sotto le sembianze scientifiche che mascherano il secolo, e nulla se ne può dire di disdicevole. Se non per il capitale, che non è creativo. È usura, speculazione, truffa, rapina, è stato conquista, pirateria, compagnia delle Indie, fulgida e sordida, e vuole pelo, dentro e fuori, fin sugli occhi, le unghie, i denti. A danno di chi opera, risparmia e ha bisogno di sperare, dei fantasiosi, degli indifesi, delle vedove. E dei concorrenti. Vuole segreto e violenza, anche bruta, senza calcolo. E quando la natura è malvagia ogni abbellimento è traditore.
Si sa per certo, la statistica lo attesta, che il capitalismo non produce più beni, non più del socialismo, per dire, o delle società primitive. La famosa concorrenza è una guerra non tra le aziende, col concorso dei consumatori a schiera, che porterà al prezzo più basso possibile, al salario più elevato, e quindi al massimo di consumi, produzione e reddito, ma fra chi vende da un lato e i lavoratori-consumatori dall’altro. Il capitalismo, o moltiplicazione del denaro attraverso il denaro, non produce. Questo lo sa perfino Pinocchio. Perché l’albero del denaro non esiste? Perché non è un albero: non ha radici, non ha linfa. Wall Street, con i suoi milioni di miliardi giornalieri, non crea un bottone. Fa giochi di prestigio, fa apparire masse di denaro, e le fa sparire, lasciando forti dosi di malinconia.
È una passione, questo sì, che può raggiungere l’intensità della follia, la stessa del giocatore d’azzardo che esce di notte e il mondo riduce al panno verde e alle mani grassocce del croupier, vivendo di tensione nervosa. Analogamente il capitalismo: è capace di costruire monumenti di trecento piani, o di mille, perché no, provoca guerre, deruba milioni di persone contemporaneamente, fa scomparire in un attimo il lavoro di generazioni e di centinaia di migliaia di uomini, senza nemmeno leccarsi i baffi, giusto per il frizzo. In queste condizioni il motore del ca-pitalismo, che è lo spirito di azienda, è debole: la carriera e il salario non costituiscono motivazioni sufficienti. Né basta a sovrastare la tetraggine del lavoro ripetitivo il mito del progresso. Al contrario, nel lungo termine vi si aggiunge l’ inquietudine di lavorare contro la società.
In quanto meccanismo il capitale è anodino, ma lo muove l’avidità. Gli fu data dignità di fattore dell’accumulazione da Marx, con generosità eccessiva. Marx si lascia andare a un duplice slittamento. Parla di capitalismo ma pensa al potere. E su questo rovescia l’invidia dello sconfitto del ‘48. La deriva è attestata dalla conclusione: il lavoratore non è artefice ma schiavo. Mentre è assolutizzato un fenomeno, il potere, che non ha coerenza né costanza, giacché esclude ogni considerazione di fine, interesse compreso, e se persiste è in virtù del suo camaleontismo. Senza contare che, come Proudhon obiettò, la schiavitù non può formare uomini liberi. Altra cosa è produrre. Che non è avvitare bulloni. È una forma mentale. Comune alla casalinga che organizza la vita quotidiana e al manager che organizza il lavoro di centomila persone. Anche al capitalista che lo finanzia, perché no: ognuno risolve a ogni istante sistemi di equazioni a più variabili, che si tratti di fare la spesa al mercato o di lanciare un prodotto.

Impero - È solo forza. Più o meno ragionata, più o meno “economica” (logica, conveniente per il più gran numero), ma se non ha la forza non vince – convince solo in quanto vince. L’impero “giuridico” romano usava la forza in forme radicali, la distruzione di città, la deportazione di popolazioni (epiroti, apuani, ebrei). L’offensiva americana contro l’islam radicale non convince, in Iran e in Afghanistan, perché non è forte: contenuta, con regole d’ingaggio limitative, evidenzia gli effetti negativi dell’aggressione e annulla i vantaggi della liberazione.
La forza non è l’accumulo di mezzi e armi, ma l’uso conclusivo degli strumenti di aggressione. È questione aperta se gli imperi cadono per la forza dei nemici, oppure per debolezza interna. Ma ogni impero ha sempre nemici forti, ognuno ogni volta per motivi suoi pericoloso, è la forza interna che regge l’impero. Che non ha nessuna “naturalità”, ha bisogno appunto della forza.

Reagan – È stato il presidente americano di minore prestigio e personalità a creare il “mondo americano”. Veniva dall’America sconfitta in Vietnam e – senza guerre – ha sconfitto il comunismo sovietico. Dappertutto instaurando il suo sistema di valori, del mercato: nella produzione, nei consumi, nelle logiche politiche e etiche.

Usa – Sono l’unico paese russoviano: la volontà generale vi si realizza. Per il robusto senso della nazione. Nel paese geneticamente più raccogliticcio.
L’America è finita si dice, è vuota, è un agglomerato di masse informi, dai linguaggi insignificanti. Ma questo perché è considerata un’appendice dell’Europa cristiana e liberale,. Invece è un’altra cosa. Che non solo sta sempre in piedi, ma forma e informa il mondo – non per l’atomica. È l’impero nella capacità di fare impero. È anche, dal punto di vista della scienza politica, una riedizione integrale dell’impero romano. E non per i campidogli, ma per il dominio virtuistico – e virtuale – della legge, la remoteness del comando, l’inflessibilità. Con la scelta del Nemico, la blandizie e la minaccia, la durezza di fondo. Un impero eminentemente politico, ennesima sconfessione di Lenin e di un secolo di dottrina. Anche se i benefici economici, benché indiretti, sono sempre stati elevati e duraturi, prima con la guerra fredda, l’asse Usa-Europa, poi con la globalizzazione, l’asse Usa-Cina.

Secondi pensieri (19)

zeulig

Arte - Presuppone l’ozio, un interesse cioè per l’inutile. Sotto forma di lettori, conservatori, collezionisti, mercanti. L’arte è dilettante.

Ateismo – Richiede cattiveria, poiché vuole distruggere Dio.

Bellezza - È verità – non solo per Platone, in senso filosofico cioè. Entrambe sono l’abolizione-sospensione del vissuto,che necessariamente è mediocre, importuno, per un assaggio di come potrebbe essere.

Biotecnologia – È la riproduzione del tempo – per ora sotto forma di scimmiottamento – attraverso la tecnica. L’uomo tenta di fissare l’evoluzione, che ancora fa la superiorità della natura, e lo fa trasformando il tempo, con l’incertezza e l’infinitamente percettibile, in discontinuità tecnologica. Da qui il ridicolo, più che il terribile, dell’ingegneria genetica.
L’uomo potrà riprodursi artificialmente, questo tipo di complessità è alla sua portata. Ma senza appropriarsi del tempo, dell’infinitamente piccolo e multidirezionale, della linfa dell’evoluzione: l’adattamento è il contrario della tecnologia.

Crisi - È la rottura di un equilibrio, non di una razionalità, non necessariamente.
È un’azione e non una reazione.
È offensiva e non difensiva.
Wall Street che manda a picco l’economia americana e mondiale è l’affermarsi un gruppo di speculatori contro l’interesse generale. Le motivazioni razionali che se ne danno sono inconsistenti: il rischio banche non c’è, non più, la recessione temuta diventa a questo punto obbligata,

Dio - È la fantasia nel mondo fisico, finito, l’immaginazione.
L’ateismo è riconosciuto nei suoi limiti razionali. L’abbandono della metafisica vuol’essere un di più d’immaginazione – in Heidegger lo è – e di creatività. O un adeguamento ala ragione mondana?

È il desiderio di nobilitarsi (santificarsi). Tutti desideriamo essere figli di un re.

È della logica (probabilità) fuzzy – l’intiero contiene la parte, ma anche la parte contiene l’intiero. Della versione cioè già pascaliana: “Posso conoscere il tutto solo se conosco le parti in maniera specifica, non posso comprendere le parti solo se conosco il tutto”.
Non può essere predeterminato. La fede è una logica flessibile.

Perché non parla più, dopo Mosè?

Don Giovanni – È Casanova intristito. Entrambi sono hommes à femmes. Che si destreggiano, cioè, per passare indenni attraverso la non comprensione femminile – la mancanza di compassione.

Esegesi - Ha torti e meriti. Ma il suo esito è di oscurare il suo soggetto. Anzi, di dare i suoi testi per ben morti.
Sui testi sacri magari è più dolce della teologia, non si vuole torturatrice, ma sempre è secca: l’interpretazione è creativa, ma per l’interprete

Libertà – Più siamo illuminati più diverremo liberi (Voltaire) non è la stessa cosa che più siamo liberi più saremo illuminate. È l’esatto opposto. La saggezza non va con la libertà?

È ordinata a un fine: non si può non mangiare, volendo vivere, o non dormire. Né si può mangiare troppo.

Passione – “Genius is the ignition of passion (affection), non intellect, as is supposed”, direbbe Dickinson, la vedovile vergine del Connecticut. E Beethoven - Stendhal, che ne fu teorico, era onanista. Ma Kant aveva stabilito che le buone azioni sono spassionate.
Già per lo stoico la passione è la schiavitù dell’animo, come per il cinico. Nel nostro essere cristiani siamo pro e contro, vorremmo e non vorremmo. Il trattatista Stendhal, non avendo studiato Descartes né Spinoza, e quindi senza filosofia, attesta che le passioni sono innocue, soprattutto se l’amore si riduce a un bel corpo, occhi compresi, buone al più per sentirsi vivi. Si potrebbe aderire alla concezione fourieriana delle passioni, combinazioni di ogni impeto, di prendersi come di lasciarsi.

Occidente – È la cultura dell’autoaffermazione. Dei marginali, all’origine, dei provinciali, quando nell’appendice europea finivano coloro – i pochi – che per un qualche motivo non avevano posto nel corpaccione asiatico. Con l’agonismo contro il tempo, e col sistema logico, che privilegia il risparmio (affluenza), il progresso (moderno), il complesso. Mediante la forma espressiva del pep talk, l’autoconvicimento o autogratificazione: il giornalismo, la pubblicità, il voto, e l’esicasmo o giaculatoria, la ritualità come automatismo. Per questo la decadenza vi è rischiosa: spegne il motore.

Politica - È impolitica. Non c’è una scienza della politica, Hobbes meglio di Aristotele, Tolstòj di Machiavelli, ma un coagulo instabile e imponderabile di procedimenti e esiti. Ogni azione politica è una scommessa. Ogni evento è una storia a sé

Politicamente corretto - È violento. È linguaggio e prassi da sradicati – per neri fuori dell’Africa, donne in regime maschilista, comunque disadattati – più che da poveri o handicappati. E in quanto sono – si riconoscono per essere, lo vogliono anche – sradicati. Senza altri pezzi di personalità.
È una protezione, ma da poveri.
In quanto impoverimento obbligatorio degli altri è anche una violenza. Un’estensione indebita – illegale? – del controllo sociale.

Povertà – Non è rivoluzionaria. In nessuna evenienza.
Questo è il fondamento del riformismo: la rivoluzione è altra cosa che la giustizia sociale.
In nessun caso i poveri sono stati soggetto politico – eccetto che nella chiesa primitiva, che su di essi si è fondata. Il potere non si cura dei poveri, se non come pietra, randello, mezzo contundente.

Presente – Ma è l’unico modo di essere del tempo. Il passato è nel futuro, e così il futuro, è nel passato: non sono diversi modi di essere, ma delle visioni del tempo presente.

Protagonista – Ogni storia ne ha uno, che non muore fino alla fine della storia – o se morto deve in qualche modo rivivere (parla la lapide, parla il vicino, il familiare, l’amante, la storia). Le storie reali non hanno protagonisti assoluti, o raramente. Il protagonista è una finzione della narrazione.
Perché ci vuole un protagonista in ogni narrazione? Per specchiare l’io – il punto di vista – del narratore.

Scienza – Quella “naturale”, di come l’uomo vede la natura, fisica, biologica, matematica, che sembra reale, apre in realtà le porte al mistero: è propedeutica alla metafisica. Quella propriamente umana dissecca, in tutte le sue forme, sociologia, psicologia, psicoanalisi, e a suo modo perfino la storia: l’uso che se ne fa in società – e che distingue (fonda?) l’Occidente – è demolitore e non ricostituente, nella politica, nelle arti, e nei risvolti individuali.

Totalitarismo – Esclude e non include, per il semplice fatto che è il dominio della classe, del partito, della nomenklatura, del capo, in assetto piramidale. Lo Stato totalitario non è la comunità di popolo, l’affermazione di sé della nazione, e non è etico. Non lo è stato storicamente ma non poteva esserlo: è sempre un dominio personale. Anche dove il capo è scelto da un comitato centrale, un direttivo, un consiglio: la scelta è il riconoscimento di una struttura di potere già definita, un cappello che si mette sulla testa.

zeulig@gmail.com