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sabato 15 aprile 2017

Ombre - 362

Un giorno vince Grillo un giorno Berlusconi, che sondaggi sono? E si danno anche i decimali, il 29,1, il 31,3, il 29,9 per cento.

520 milioni per una società indebitata e con margine operativo negativo per 80-90 milioni: Berlsuconi si riprende coi cinesi via Milan quanto gli hanno sottratto i giudici milanesi via lodo Mondadori. Vince sempre, anche contro la Forza?

Nei giorni di maratona le morti per cedimento del cuore aumentano di un 15 per cento in più. Dato stabilizzato in un censimento di numerose città che le ospitano.  Cosa non si farebbe per per la fitness.

“Report” monta un servizio sull’editore dell’ “Unità”, contro questo editore. Senza in realtà notizie di rilievo o delittuose: giusto per infamarlo. E portare il giornale finalmente alla chiusura. È l’effetto della divisione del Pd, il giornale essendo restato a Renzi.
È il colpo di coda, uno dei tanti, del vecchio Pci, che non cessa di fare danni: la riforma istituzionale, il governo, il Pd, la sinistra. A volte si capiscono i fautori dell’eugenetica.

Non è che l’Italia manchi di problemi, volendo fare tv d’informazione, e di immagini per mostrarli. Un paio di guerre vicine, in Siria, nel Donbass, in Libia. C’è pure il rischio di una guerra nucleare in Corea. Muoiono gli africani a diecine e centinaia a giorni alterni sui gommoni dei trafficanti libici – il Mediterraneo s’è riempito di cadaveri. C’è il terrorismo. Il papa non sta bene e lo mostra. Milano se la comprano i cinesi. Ma i talk show di Rai 3 solo si occupano del Pd di Renzi, di come farlo fuori. Sempre TeleKabul. Anche se dobbiamo pagare il canone per avere l’elettricità.

La metà almeno dei giornalisti carcerati nel mondo è in Turchia. Il paese che domani “celebra” la democrazia in libere elezioni.

Si “celebra” dopo sette anni il processo per lesioni colpose e omissione delle misure di sicurezza a carico di sei dirigenti e un primario del Policlinico Gemelli a Roma. Con l’assoluzione.
L’omissione contestata era per un’ “epidemia di tbc”, niente di meno. Ma in questi sette anni i romani non hanno disertato il policlinico, che anzi è infrequentabile tanto è strapieno. Né i lavoratori hanno mai protestato perché non protetti. Di questa giustizia non gliene frega nulla a nessuno.

L’intercettazione falsata? “Un grave errore. Ma chi chiedo «cui prodest?»”. La fuga di notizie? “Uno scempio e un gravissimo danno per l’indagine, solo un pazzo avrebbe potuto provocarlo danneggiando il proprio lavoro”. Un complotto contro Renzi? “Solo un folle potrebbe pensarci”.
Il giudice di Travaglio John Woodcock si confida con Liana Milella su “Repubblica”. Pazzo non è.
Il giudice Woodcock può dire ciò che vuole perché gode della speciale immunità dei giudici, senza vergogna.

Un attentato al Borussia Dortmund, la squadra di calcio, non fa notizia perché non ci sono morti. Mentre è la forma più esplicita dell’odio: qui non si tratta di donne svergognate, e di giovani sballati in discoteca: la furia islamica è contro tutto ciò che è tedesco.

Si scandalizzano il Veneto e mezza Italia perché le pallavoliste della Usd Altair di Vicenza hanno celebrato seminude. Gli uomini sì, al Superbowl americano o in Champions, le donne no? Si scherza col burka, ma poi….

Ci sono parecchie situazioni di guerra civile, per esempio in Libia, in Sudan, ma “il profugo” è siriano. Per un motivo forse pertinente, di una guerra civile confusa, per i nostri media, che non riusciamo a penetrare, di chi vuole che cosa. Ma è anche l’occasione per una sorta di diritto all’emigrazione, nel quale si è trasformato lo statuto di profugo politico

Boccaccio beato tra le donne

Boccaccio “vittima” del “Decamerone”? Si può ben dirlo: fu un eminente erudito, autore di vaste “Genealogia Deorum Gentilium”, nonché di molte vite illustri alla maniera di Plutarco, “De mulieribus claris”, “De casibus virorum illustrorum”, nonché poeta forbito e espanso, di “Rime” sparse e poemi. Tra questi, col “Filostrato”, il “Teseida”, l’“Amorosa visione”, l’“Elegia di Madonna Fiammetta”, il “Ninfale Fiesolano”, questa Caccia di Diana”. Che Irene Iocca ripresenta qui, dopo lunga negligenza (l’edizione di Aldo Francesco Massèra, che ha ricostruito il testo, è del 1919, quella di Vittore Branca del 1967), in edizione lussuosamente commentata. 
Una lettura robusta, che stranamente ribalta le posizioni, tra commento e testo: si legge il commento con più interesse, se non si hanno in uggia le dispute filologiche, dei versi. Che non animano molto la vicenda: una caccia al femminile, capeggiata da Diana,  in XVIII canti, ognuno di 58 endecasillabi, ognuno mediamente con una vittima. Finché, verso la fine, Diana non propone di sacrificare le prede a Gionv e a lei stessa. Ma un delle donne, amante del narratore, trova più giusto sacrificare le vittime al “fuoco d’amore” che in lei brucia e quindi alla dea dell’amore. Venere scende dal cielo e trasforma ogni vittima della caccia in un “giovinetto gaio e bello”. Feste, balli, e lieto fine: il narratore stesso, da cervo abbattuto si tramuta in amante dell’amata, di cui tesse un lungo elogio, prodromo dei “blasoni”, gli elogi di ogni arto o aspetto del corpo.  
Una rappresentazione ripetitiva e di maniera. L’impianto però è quello che sarà il “boccaccesco”: Diana raduna le più “leggiadre” donne di Napoli, donne tutte a loro modo vivaci, in un luogo isolato  - “in una valle non molto spaziosa,\ di quattro montagnette circuita, \ di verdi erbette e di fiori copiosa..”. E anche il vivace gusto dei nomi, mediato da Napoli, la metropoli dove Boccaccio viveva con il padre fin dai 14 anni, durante il regno di Roberto d’Angiò, e ora, a 24 anni, studente di diritto canonico, ammesso a corte e nei ritrovi della nobiltà: Lariella Caracciola, Vannella Bolcana, Bertita Brancazza, Zizzola Faggiana, Catella Afellapane, cinquantotto nomi veri che sembrano invenzioni.
L’amore, soprattutto, tutto domina, carnale. Non di Fiammetta, che Boccaccio incontrerà successivamente secondo Massèra, il 30 marzo 1336:  Fiammetta sarà al centro delle produzione di rime, 1336-1374. La “Caccia” è anteriore: è la prima delle produzioni di Boccaccio pervenute, e per lungo tempo rifiutata più che accettata dagli studiosi – poi accettata soprattutto per i “dantismi”, talvolta calchi espliciti, a Napoli avendo il commerciante e studente certaldese “scoperto” il poeta fiorentino nell’immediatezza.   
Il tema delle “belle” napoletane è anche materia dell’“Amorosa Visione” e dell’“Ameto”. La stessa Fiammetta i più identificano con la bionda contessa Giovanna, o Maria, Sanseverino di Mileto, figlia naturale del re Roberto, cresciuta dal conte Tommaso d’Aquino di Belcastro.
Giovanni Boccaccio, Caccia di Diana, Salerno, pp. LXXVII + 214 € 26

venerdì 14 aprile 2017

Il mondo com'è (301)

astolfo

Alimentare – Alberto Savinio trovava la cucina il segno distintivo della civiltà italiana già settant’anni fa, quando redigeva la “Nuova Enciclopedia”, ben prima del boom culinario e stellato che ingombra i media da qualche anno: “L’alimentazione da noi è diventata forma di civiltà”, per la preparazione, la “pulitezza”, il “decoro”, e per “l’onestà con cui le varie derrate alimentari sono presentate nei nostri mercati e nei nostri negozi di alimentazione”.

Germania-Italia – Una partita interminabile. A calcio e nell’opinione. La Germania è il paese europeo con il quale la storia dell’Italia si è più legata. Più, per molti aspetti, che con la Francia o la Spagna. Più proficuamente. Inutile fare il confronto con la Spagna, Manzoni non ha sbagliato il tiro. Mentre della Francia, tolti i Normanni, che poi non erano francesi-francesi, l’esperienza è stata terribile: col terribile Carlo d’Angiò, quello di Corradino, che fece decapitare in piazza Mercato a Napoli, poi di Manfredi, e infine dei Vespri Siciliani, quindi poi con Carlo VIII, e infine coi due Napoleoni, più cattivi che buoni.
Nessun italiano ha mai fatto guerra alla Germania, o l’ha occupata. Nemmeno a voler considerare l’Italia l’erede di Roma. Al tempo dell’impero, non più dopo il tradimento di Arminio. Mentre varie – ordinarie - sono state le “discese” sul campo dell’Italia, armate e non in dribbling.
Ciò malgrado, malgrado cioè la Germania, la storia è questa. L’impero romano finì in Germania, dopo le distruzioni barbariche. I Longobardi furono i migliori dei peggiori. Carlo Magno e gli Ottoni furono provvidi. Lo stesso predatore Barbarossa avrebbe potuto esserlo. L’unità d’Italia modellò quella tedesca, che ancora non aveva un progetto, indirizzandola contro l’Austria-Ungheria e contro i principati. L’alleanza con la Prussia del 1866 portò le Venezie. La guerra franco-tedesca del 1870 liberò Roma – che non è cosa da poco come sembra: senza la vittoria della Germania, la Francia avrebbe continuato a occupare Roma in difesa del papa, e l’Italia si sarebbe fermata alle porte di Roma, che sembra inconcepibile.

Garibaldi, e anche Mazzini, furono per generazioni gli idoli dei sinceri democratici. Garibaldi era, in Italia e più a Londra, a Parigi, in Svizzera, in Germania (e in Germania per il cancelliere di ferro Bismarck), “l’eroe rivoluzionario europeo”. Ancora a fine Ottocento, nell’“Interpretazione dei sogni”, Freud per dare un’immagine affettuosa del padre morente, l’unica che gli concede in tutti i suoi ricordi, dice che “assomigliava tanto a Garibaldi”. Anche Cavour fu a lungo popolare, seppure presso un altro pubblico, specializzato.
Engels, nel tardo “Ludwig Feuerbach e la fine della filosofia tedesca classica”, del 1886, descrivendo le diverse vie attraverso le quali le borghesie nazionali si erano affermate in Europa, attesterà che l’Italia era singolarmente portata ad esempio a Berlino: per un buon decennio, fino a Sadowa nel 1866, al crollo dell’impero austriaco, si incitava la corte a prendere esempio dalla Realpolitik del conte di Cavour e dell’Italia dopo il ’48 e nel 1959-60. Gian Enrico Rusconi dà più riscontri di questo fascino nel recente “Cavour e Bismarck”. Il vecchio rivoluzionario Ludwig August von Rochau, autore nel 1853 dei seminali “Grundsätze der Realpolitik”, i fondamenti della Realpolitik,  che inventarono la categoria, è un ammiratore di Cavour e dell’“esempio della Sardegna”, della sua “grande originale operazione nazionale”. Dopo la scommessa riuscita della guerra di Crimea (1853-1856) Max Duncker, lo storico della Prussia, scriveva al coautore, e storico famoso della Guerra dei trent’anni, Johann Gustav Droysen: “Come andrebbero diversamente le cose in Germania se i nostri amici politici berlinesi potessero essere rimpiazzati da Cavour e d’Azeglio! Ma verranno anche i nostri tempi”.
Lo stesso Bismarck fu affascinato dagli eventi del 1860, che visse da inviato prussiano alla corte di Pietroburgo. L’opinione pubblica era per l’Austria, ma il futuro cancelliere era apertamente ostile e per questo vicino all’Italia. A dicembre lo dichiarò anche pubblicamente: “Per la Prussia è bene che si formi uno Stato italiano». E dopo l’unificazione, in una lettera al suo ministro degli Esteri, Albrecht von Bernstorff, ribadiva: “Avremmo dovuto inventare noi il regno d’Italia, se non fosse già nato per conto suo”. 

Italia – È l’erede dello Stato pontifico più che del Piemonte di Cavour? O allora del Piemonte sabaudo e non di quello cavouriano di cui si pregia. Lo Stato italiano, questo Stato quello della Repubblica che fa ormai metà della storia dell’Italia.

Roma – È capitale suo malgrado? Non fece nulla per diventarlo, anche se ci voleva poco. E non perché preferisse lo Stato pontificio, per rassegnazione o indifferenza. Nel 1859 Edmond About, ospite a Roma dell’Accademia di Francia a Villa Medici, lo nota per prima cosa, avviando quello che sarà il libro di viaggi “Roma contemporanea”: “Nessun popolo è meno capace d guidarsi da sé. Fecero la Repubblica, ma accettarono contenti il ritorno del papa e il vecchio ordine”. Vivono in pace coi nostri soldati, il cronista francese si meraviglia dell’occupazione, ormai da dieci anni, “non celebreranno mai dei Vespri Siciliani”. E sarà vero per altri dieci anni: Roma non fece nulla per unirsi all’Italia.

Settantasette – Si celebra, lo celebrano le istituzioni, la Rai e l’Istituto Luce, come “L’assalto al cielo”, mentre fu un’esperienza del più bieco sovietismo, l’ultimo sussulto al di qua della cortina di ferro, di violenze di ogni tipo. Dal sindacalismo intrattabile, all’antiparlamentarismo – è a quegli ani rimonta l’impossibilità di fare le leggi e lo svuotamento del Parlamento. Al terrorismo. Da cui invano il Pci prendeva le distanze, tutti sapevano, e i berlingueriani per primi, da dove veniva quella violenza. Con un effetto distruttivo. Caratteristico anche se involontario: di gettare fango su tuta la storia del comunismo, che non è da buttare. È il colpo di coda del vecchio che avanza, che si è impossessato dell’Italia e non la molla: dell’oltranzismo e della superficialità. Finiti il buon governo e la buona amministrazione.
Si celebra il Setantasette anche per infangare il Sessantotto. Che invece fu un movimento di civiltà e di libertà, dall’abbigliamento al diritto di famiglia e alla pedagogia. Che i “genitori” del Settantasette hanno tentato di monopolizzare già dal 1969. Ma già nello squallore – lo stesso “autunno caldo”, visto retrospettivamente, in prospettiva storica, era già un attacco al lavoro e a lavoratori. Da parte del gruppo dirigente della Cgil e non solo – il punto unico di contingenza per tutti, in cambio di rinnovi contrattuali ai minimi, di 10-20 mila lire mensili, 10 euro. Con l’effetto, immediato, di un’inflazione a due cifre, pagata dai lavoratori.

astolfo@antiit.eu

Il golpe delle Autorità Energia e Telecominazioni

Mostruosi canoni per i servizi di telefonia, di fornitura di luce e gas sono stati avallati nei mesi scorsi dall’Agcom, l’Autorità per le Telecomunicazioni, e dall’Autorità per l’Energia. Il canone del telefono fisso è passato da bimestrale a mensile, praticamente raddoppiando di costo, di poco meno.
Sui consumi di gas e elettricità vengono fatte pagare quote fisse abnormi di allacciamento, trasporto, gestione del contatore (che le utilities NON fanno), e non specificati “oneri di sistema”.
Rendite. Che sono contro la concorrenza e il servizio reso. Rendita camuffata nel settore energia dividendo la spesa per cinque voci incontrollabili.  
Un salasso praticato senza alcun giustificativo, se non l’interesse delle compagnie di settore. Di nascosto: tutto questo NON è stato segnalato. Se non a corpo minimo illeggibile, e solo nelle bollette del’Enel. NON è leggibile in bolletta. Assurdamente non viene rilevato dall’Istat, anche se incide non di poco, e per alcuni bilanci di molto e moltissimo, sul costo della vita,  
Che si tratti di un trucco e di un abuso la riprova è nella sfasatura della bolletta. Che non è più periodica, non copre più lo stesso lasso di tempo. Una andrà dal 27 dicembre al  24 gennaio, la successiva dal 28 gennaio al 24 marzo. Si dice per esigenze contabili, di fatto per rendere arduo il calcolo della sopraffazione.
È da tempo peraltro normalizzato l’anticipo dei consumi, la spesa anticipata di consumi futuri. Di cui si portano conguagli a distanza di tempo e precari. Si conguagliano consumi non in precedenza rilevati, accavallati a consumi che vengono regolarmente conteggiati in bolletta. I ricalcoli sono SEMPRE a ristorno, ma a distanza di quattro e anche sei mesi. Previo addebito di consumi stimati superiori….
Sono abusi. Evidenti. Non sanzionati ma anzi avallati e difesi dalle Autorità di controllo del mercato che erano state create da Prodi vent’anni fa, al momento della liberalizzazione, delle tariffe degli operatori, a difesa degli utenti. Che invece servono da copertura legale per ogni sorta di di abuso a danno degli utenti. Il raddoppio del canone telefonico e gli “oneri di sistema” sono novità macroscopiche forse per effetto dell’accertata impunità. Ma gli utenti dei cellulari lo sanno, che sono vittime quotidianamente di abusi. Minuti, anche infinitesimi, ma costanti, che si scontano facilmente col bisogno indilazionabile ormai del servizio.
Corruptio optimi pessima? È questo il caso, il peggio è la corruzione dei potenti? Non può che essere così. Gli abusi sono enormi, non casuali, tenuti nascosti, a loro modo impenetrabili. Abusi che peraltro paghiamo anche indirettamente,  mantenendo le costose Autorità che a essi sovraintendono. Non ultima l’Autorità Anti-Corruzione, che ogni segnalazione di questi abusi automaticamente cestina.

L’Africa tra noi

La scoperta dell’Africa resta da fare, ma questa mostra è un buon passo. Come idea e anche come reperti e indicazioni. Un’esposizione non a tesi, di rivendicazione, ma di reperti, in una prospettiva storica. Sui luoghi dove le popolazioni africane hanno vissuto, si sono combattute, hanno edificato. E i collegamenti, i punti di contatto: fiumi, coste, piste, ponti. Che costituiscono anche un rete di scambi: di oro, avorio, sale, cauri (le conchiglie monete, oppure ornamentali), e di lingue, idee, saperi. Lo scambio, dell’Africa in mezzo al mondo, non separata come ancora si vede ed è, dopo lo schiavismo e la colonizzazione. Con molte storie già approfondite, a partire dalla più affascinante per noi: l’avanzata e il ritiro degli egiziani risalendo il Nilo, facendo tappa sulle rapide, dalle prime a Elefantina-Assuan alla settima su su, a Meroe e Naga – o viceversa, la discesa dei nubiani verso Elefantina e la foce.
L’Afrique des routes, Parigi, Musèe du quai Branly-Jacques Chirac, “Beaux Arts”, pp. 50, ill. € 9
Actes Sud, pp. 255, ill. € 37,50 (catalogo della mostra)

giovedì 13 aprile 2017

Letture - 299

letterautore

Comico – “Ha vita breve”, dice Savinio, “Nuova Encicloperia”, 96: “Presto si spegne e anche più presto si corrompe”. Ne è riprova lo scoramento che danno i vecchi giornali umoristici. E anche la rilettura di Plauto o Aristofane.
Il comico ha bisogno della novità, della sorpresa: “Il comico, per essere fresco ed efficiente, va rinnovato di giorno in giorno, se non di ora in ora”.

Dettaglio – “Dio (o la verità, o tutto) è nel dettaglio”: la chiave (anche kafkiana?) è nelle “Mille e una notte”, il dettaglio che crea meraviglia.
Francia Scott Fitzgerald – Curioso monumento cavo. Come una silhouette, ritagliata da amici, tutti estremamente devoti ma con riserve, critici, in genere mal volenti, e soprattutto gossipari, di cui si può dire il beniamino - il precursore inarrivato del jet set. Senza consistenza propria – non si sa nemmeno se chiamarlo Fitzgerald negli indici dei nomi e negli scaffali delle librerie oppure Scott Fitzgerald (è Fitzgerald, Francis Scott). Celebrato sempre con riserve, anche di sostanza, anche da parte degli ammiratori, per primo Edmund Wilson, che fu suo amico e aiutante, gli correggeva anche le virgole, ora da Arbasino, “Ritratti e immagini”, che per molti aspetti lo rifà. Viene dato come “creazione” altrui, una sorta di marionetta parlante della critica, dello stesso Wilson, o di Hemingway, o di monsignor Fay (Shane Leslie e lo stesso Arbasino dietro di lui), perfino dei Murphy, i ricchi salottieri americani della Costa Azzurra. Perfino il suo ritratto “ufficiale”, quello del sito a lui dedicato, lo ritrae con un taglio di occhi, e della fronte, della bocca, della chioma, che ne fanno una donna middle-aged quanto usavano i capelli a crocchia divisi in due bande.
Ammirato dai gossipari per una vita avventurosa che invece non ebbe, se non di debiti e alcol – come molti americani ordinari. Invidiato per una moglie che invece era più sciocca che bella.

Flaubert – “Somigliava a un fotografo di provincia”, dice Savinio, “Nuova Enciclopedia”, 169 (“Del fotografo di provincia aveva il collo taurino, gli occhi esorbitati e acquosi, il sommo del cranio spoglio e una corona intorno al cranio di capelli abboccolati, baffi da Vercingetorige”): “Accanto a ingrandimenti riuscitissimi, precisi, documentari” (Bovary, ‘«L’Educazione sentimentale»), “e a una negativa perfetta come «Bouvard e Pécuchet»,associò come fanno i fotografi di provincia, fotografia e pittura – pittò con la melassa di canna.., pitture da dare il diabete come la «Tentazione di sant’Antonio» e «Salambô»”.

Germania – Arbasino ha (“Ritratti e immagini”, 52) “la dolorosa compattezza e l’immobilità domestica e la clausura addirittura claustrofobica di una cultura come quella tedesca”. Della gente cioè che più va all’estero. Thomas Mann ne è il caso preclaro, o Günter Grass, ma tutti lo sono più o meno, per quanto cosmopoliti e poliglotti, inscalfibili (Thomas Mann è anche quello che nel dopoguerra ha “rivelato” alla radio ai tedeschi i crimini di guerra nazisti).
Arbasino opina che “la reclusione e la compressione – e un décalage notevolissimo fra la domesticità e il vagheggiamento – possano produrre pensieri profondi, sistemi elevati, meandri rarefatti in cui s’aggirano anime belle e non di rado bellissime”.
Ci vuole domesticità assoluta per il vagheggiamento?

Immigrazione – Poco accogliente “nei paesi anglosassoni”, la dice Gadda nel 1932 – non era ancora epoca di “perfida Albione” – in un articolo sulla “Divulgazione tecnica” per “L’Ambrosiano”. Dove fa carico agli Stati Uniti della “tendenza anglosassone a respingere duramente le altre razze dai possibili benefici della fortuna, buttandole fuori casa senza riguardo”.

Primo Levi – Non si celebra per i trent’anni della morte, l’11 aprile 1987 – niente al paragone dei quarant’anni di Pasolini, perfino dei trent’anni dell’aborrito Cassola. Se non da Giornate della memoria, visite compunte a Auschwitz, lezioni di educazione civica. Nessuno studio critico, soprattutto non della sua opera di scrittore. Che invece è una delle più resistenti del secondo Novecento, se non la più robusta.

Lucciola – È “vescica” in francese, vessie. Nel detto “prendere lucciole per lanterne”, che in francese recita “prendre des vessies pour des lanternes”.

Mussolini – È “un colossale membro virile” anche in Savinio, “Nuova Enciclopedia”, p. 376, in contemporanea con Carlo Emilio Gadda, ca 1944. La sconfitta genera mostri.

Omero – È ironista, più che celebratore di miti. Sintetizza in un anno, l’ultimo, una guerra durata già nove anni, che è l’ultima di nove o dieci guerre, e l’ultimo atto di una storia durata mille anni. Racconta con distacco - con ironia - la truculenza achea e dorica tipicizzandola in episodi rivoltanti, e salvando per converso le donne, di ogni parte, Elena compresa, la fedifraga, e Ettore per il suo senso della famiglia.

Proust – Obbligato da malattia a lungo decubito, Savinio si sorprende a “prousteggiare”. Non lo ama e lo dice un chroniqueur, che Proust certamente è. Ma non in senso peggiorativo – la cronaca Savinio vuole la linfa che tiene vitale la narrativa e la poesia francesi. “Lo stile, studiatissimo e ricercatissimo, non ha altro fine se non di condensare la documentazione”. Che è sovrana: “La sua opera è al tutto monda da qualsiasi fine prestabilito, non sviluppa nessuna tesi, non propugna nessun principio, non si richiama a nessuna idea, non contiene nessun presupposto né morale, né sociale né etico”. L’omosessualità è un fatto, Proust non ne fa bandiera di libertà o di principio – compreso il moralismo che a tratti l’affligge.

Le chiavi dei personaggi della “Ricerca” sono delucidate. Ma perché non ipotizzare più cambiamenti di sesso? Una Odette al maschile, uno Swann al femminile (Odette wikipedia attesta che è “diminutivo francese femminile del nome Oddo”), etc. Come rivendicazione “militante” del gay-lesbismo, e coperta (indiretta) del transgender. Come indifferenza al gender.
Un Proust del genere sarebbe satirico fino al cinismo. Romantico non è, malgrado il capitolo Albertine. O: come e perché la narrazione gay-lesbica non è romantica.


Roma - “A Roma di mattino presto ho guardato dal cimitero protestante fino al Testaccio e ho gettato via la mia pena!” I.Bachmann, “Quel ch ho visto e udito a Roma”, 124.
È ombrellifera. L’orizzonte di Roma Edmond Abot, “Roma contemporanea”, 1859, vedeva a ombrello. Quello delle cupole e quello del verde. A ombrello aperto coi i pini, “la più parte”, a ombrello chiuso con i cipressi.

Russia – “Dostoevskij e Turguenev potevano ghiottamente incontrarsi a Baden-Baden, probabilmente sorseggiando champagne, bibita mai posatasi sulla ‘console’ di casa Kant  o sul comodino di casa Keller”, A. Arbasino,”Ritratti e immagini”. Un altro mondo.

Scrivere - Progettare l’opera “c’est fumer des cigarettes enchantées” (Balzac)

Stile – “Come una vernice trasparente, deve ricoprire i colori, renderli più brillanti, ma mai alterarli”. Stendhal, “Vita di Metastasio”, 52.

Tolstoj – Aristocratico tra aristocratici. Quando scriveva “Guerra e pace”, con principi e conti che parlano francese, spiegherà che non aveva altro in mente: “La vita degli impiegati, dei mercanti, dei seminaristi e dei contadini non mi interessa, e mi è mezzo incomprensibile, la vita degli aristocratici mi è comprensibile, interessante e cara” – “la vita degli aristocratici di quel tempo”, specificava, “grazie ai documenti dell’epoca, e anche per altre ragioni”.
Per lettori, anche, aristocratici? Il lettore è aristocratico.

letterautore@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (102)

Una utenza elettrica Eni che sia rimasta inattiva per un bimestre, per malattia del titolare, viaggio di lavoro, vacanza, pagherà comunque 45 euro.

Le spese per l’energia altre che la “materia energia” sono spese fisse. Di 6 euro al mese, grosso modo, per il trasporto e per la “gestione del contatore”. Di 11,20 circa per “oneri di sistema”. E di 0,50 per “altre partite” (corrispettivo bolletta cartacea).
Ogni utenza paga circa 180 euro l’anno di spese fisse, senza saperlo.

Le spese fisse per l’energia sono contabilizzabili mensilmente solo all’ingrosso perché in realtà a canone giornaliero, di cui però non è dato conoscere l’entità. Le bollette vengono infatti variate, di un mese alternativamente e di due mesi. Ma, nella pratica, di 28 o 31 giorni, o 33, e di 55 o 65, o 63 etc., giorni.

La gestione del contatore si paga ma non è effettuata dalle utilities energetiche. I consumi si conteggiano per autolettura e a calcolo. Con un susseguirsi incontrolabile di anticipazioni e rettifiche.

Si pagano sulle forniture di gas cinque addizionali enti locali.
Queste addizionali enti locali variano non in base al reddito ma ai consumi.  
Si accatastano le addizionali regionali in modo che la bolletta non si possa controllare.

Si paga l’Iva anche sulle addizionali enti locali.

Dante sulla scala di Maometto

Testo escatologico arabo-spagnolo, il cui originale, a noi non giunto, portava quasi certamente il titolo di Kitāb al-Mirāǵ, “Libro della scala” o “ascesa”, di Maometto in cielo. Re Alfonso X di Castiglia lo fece tradurre nel 1264 o poco prima, ad opera di un dotto medico giudeo, Abraham. Dalla versione castigliana, anch’essa perduta, Bonaventura da Siena trasse due versioni, sempre su commissione del re Alfonso X, una in latino, “Liber Scalae”, e una in antico francese, “Livre de l’Eschiele de Mahomet”. Tre copie sono residue, a Oxford, Parigi e alla Vaticana. La copia in latino della Vaticana è stata pubblicata nel 1949 da Enrico Cerulli, insieme con un riassunto della prima versione castigliana, attribuita a S. Pedro Pascual, conservata in un codice dell’Escuriale.
L’opera si può sintetizzare con l’arabista Francesco Gabrieli, “Enciclopedia Treccani”, 1970: “Appartiene a quel filone della letteratura araba edificante e popolare, che sviluppando un famoso versetto coranico su un miracoloso viaggio notturno del profeta a Gerusalemme (Corano XVII 1), narra la susseguita sua salita al cielo e la sua visita dei regni d’oltretomba. Nel testo in questione, Maometto è destato nel suo letto alla Mecca dall’angelo Gabriele, è fatto montare sul destriero alato Burāq, condotto a Gerusalemme, e di qui fatto ascendere in cielo per la fulgida ‛scala’ (mirāg) che dà nome al libro. Egli vede l’angelo della morte, un altro in forma di gallo, un terzo metà di fuoco e metà di neve, e traversa gli otto cieli incontrando in ognuno un profeta, fino al trono di Dio; visita quindi il Paradiso con le sue delizie di natura e d’amore, e riceve da Dio il Corano, con i precetti delle orazioni quotidiane e del digiuno. Passato poi all’Inferno, ne percorre le sette terre, e ne contempla i diversi tormenti, ascoltando da Gabriele le spiegazioni sul giorno del giudizio e la prova del ponte aṣ-Ṣirāt. Tornato infine sulla terra, tenta invano di convincere i suoi concittadini Meccani sulla verità della sua visione, che per suo invito trascrivono e autenticano i suoi fidi Abū Bekr e Ibn' Abbās”.
Una materia già nota. Questa trascrizione si segnala per presentare gli eventi della tradizione in continuo, come un’unica narrazione. E perché è passata in Occidente. A metà Trecento la cita Fazio Degli Uberti nel “Dittamondo” (“il libro suo”, di Maometto, “che Scala ha nome”), nel Quattrocento da Enea Silvio Piccolomini (papa Pio II), e poi da altri. Gabrieli concludeva con una terza novità, a proposito della prima pubblicazione del “Libro” da parte di Cerulli nel 1949: “Si verificava così per la prima volta l’potesi già avanzata da M.Asín Palacios, a fondamento della sua tesi sugl’influssi dell’escatologia musulmana nella Commedia, di un testo arabo giunto per documentata trafila di versioni all'ambiente e all’età di Dante”. Se non che non si trova niente che possa avere influito su Dante – lo stesso Gabrieli successivamente si ricredette.
La voce wikipedia “Libro della Scala”, la meglio impostata e argomentata,  finisce anch’essa per basarsi su un errore, a proposito di Brunetto Latini, che per aver passato “qualche mese” (uno, due, dieci?) alla corte di Alfonso X El Sabio non può non aver preso conoscenza del “Libro”: “Sembrerebbe implausibile che l’autore de «Il Tesoretto» non avesse portato con sé, al suo ritorno in patria, materiale su questo genere letterario grandemente diffuso in terra spagnola, di cui già parlava ad esempio nel suo «Dittamondo» Fazio degli Uberti”. Ne parlava cioè uno che è vissuto fra il 1305 e il 1367?
Wikipedia non ne tiene conto, ma un’altra “prova” del plagio, o dell’islamismo segreto di Dante,  è che una copia del “Libro” esisteva in una biblioteca bolognese nel 1313, nella città cioè dove Dante aveva studiato. Dove quindi, perché no, potrebbe aver letto il “Libro”. Andando a colpo sicuro, fra uno scaffale e l’altro della biblioteca, tra le fatiche dello studio. Ma come faceva a leggerlo nel 1287, data del suo presunto soggiorno bolognese – del “sonetto della Garisenda”?
Asín Palacios, il religioso studioso di “Dante e l’islam”, non conosceva il “Kitāb al-Mirāj”. L’accostamento è stato operato da Enrico Cerulli, un diplomatico - governatore dello Scioà abissino per alcuni mesi nel 1939, subito dopo l’occupazione italiana, e poi per un anno dell’Harrar, bandito dall’Etiopia indipendente come criminale di guerra. Cerulli lo ha proposto all’attenzione nel 1949, ma lo aveva rinvenuto “nei primi anni Quaranta”. Come studioso si cautelava, non escludendo letture comuni, a Dante come a Maometto, sicuramente quella dell’Antico Testamento. Ma di più ricordando le tante connessioni “tra la leggenda islamica e le ascensioni giudaico-cristiane apocrife di Mosè, Enoc, Baruch e Isaia”. Il suo “Libro della Scala” è stato ripubblicato con notevole apparato dalla Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1970, regnante Paolo VI. Cerulli, poi ambasciatore in Iran, ne aveva riportato varie sillogi di taziyè, i drammi sacri sciiti - da lui conferiti sempre alla Biblioteca Vaticana.
Di “fonti” per la “Commedia” anche Dante avrebbe potuto trovarne – ne ha trovate – a bizzeffe: i viaggi nell’aldilà erano genere comune, di pietà popolare, dai tempi biblici. O, per stare al canone  occidentale, dal canto XI dellOdissea, e dal canto VI dellEneide. Né il reverendo Asìn Palacios voleva legare Dante all’islam: quello che voleva era argomentare la Spagna delle “tre culture”, latina, andalusa e oltremare (americana). Allora, un secolo fa, era ancora vivo il dibattito sulla Spagna delle “due culture”, europea e oltremare,  o delle “tre culture”, mediterranea, europea e oltremare, il cui ultimo effetto sarà di ritardare l’adesione al Mercato Comune e alla Cee, avvenuta solo nel 1986. Ma c’è come una volontà di dire Dante un plagiario, l’islam superiore, come cultura e come religione, superiore a che?, e l’Italia in fondo inesistente, che pure allora faceva la cultura, il commercio e la politica dell’Europa.
L’edizione Bur, curata da Anna Longoni, collaboratrice di Maria Corti a Pavia, al Centro Manoscritti, reca il testo latino approntato a metà Duecento per Alfonso X Il Savio, in edizione critica. Con un saggio della stessa Corti, la filologa che più di tutti voleva Dante al carro dell’islam.
Più perplesso l’iranista Carlo Saccone, che cura l’edizione SE, con traduzione del poeta Roberto Rossi Testa
Anonimo, Il Libro della Scala di Maometto, Bur, pp. LXXIX-365 € 13
SE, remainders, pp. 198 € 10
free online http://www.classicitaliani.it/dante/critica/Maometto_scala.htm

mercoledì 12 aprile 2017

L’Europa è sola con se stessa

L’Europa viene in considerazione soltanto in Europa.
Non nei grandi paesi asiatici, il Giappone, la Cina, l’India, che la considerano soltanto un mercato di sbocco. Utile ma anche facile, senza bisogno di perderci tempo, in negoziati e concessioni.
Non a Mosca, che mostra di aver perso qualsiasi considerazione dell’Europa, divisa, instabile, debole. Putin ha riguardo solo per gli Usa, e per la Cina.
Non più a Washington, con la presidenza Trump. Nella nebulosa dei piani del neo presidente la non considerazione dell’Europa, che pure resta il secondo pilastro della Nato, è una delle poche cose sicure. Sul piano politico, economico e strategico.

Guardano all’Europa solo il Medio Oriente delle guerre intestine e l’Africa, i “dannati della terra”. Come luogo di fuga. Non come prima scelta, ma una dettata dalla geografia, e dalle potenzialità di reddito, seppure minimo, aperte dal deficit demografico. Cioè dalla debolezza maggiore dell’Europa.

Problemi di base di fede - 321

spock

Ci sono ottimi biblisti, riconosciuti, cristiani. Quanti ce ne sono tra i mussulmani?

Quanti studiosi di cristianesimo vanta l’ebraismo – a parte le “Toledoth”, i vangeli ingiuriosi?

E tra i mussulmani?

Perché le religioni monoteiste sarebbero uguali e intercambiabili? Dove sta scritto?

Il dialogo delle fedi è cristiano. È anche islamico, ebraico, tibetano, industria, scintoista? E ortodosso?

Dialogo delle fedi o delle chiese?

Ma, in effetti, questo Dio unico perché è così diverso?

spock@antiit.eu

Gadda littorio

“Quattromilaseicentosessantasei donne lombarde (1299 in Milano, 3367 in provincia d Milano)  hanno frequentato il secondo «corso di preparazione alla vita coloniale» con perseveranza e diligenza ammirevoli, e si sono diplomate donne coloniali”. Nel 1938, pochi mesi appena dopo la proclamazione dell’impero. Ironia? No, Gadda giornalista, benché sfaticato, è reporter serioso. Esperto minerario, esperto di marinerie militari, esperto di bonifiche, nonché, come si sapeva, di trincee, qui le linee Sigfrido e Maginot. E della superiorità della Germania, demografica, mineraria, produttiva. Con un occhio di riguardo per la romanità, per “la vera e propria ingegneria militare” dei Romani. Non immune allo stile littorio, come si vede, tra perseveranza e diligenza, “con l’animo deciso e in tento di chi crede”, etc., e anzi corrivo. 
Con questo passo Gadda apre la prima di due corrispondenze sulle bonifiche, di cui il regime va fiero, in Sicilia: “Lo Stato fascista, esprimendo in azione la volontà e le direttive del Duce….” . Non esitando a celebrare “il genio del Duce”. Ammirato comunque fino a metà 1941. Sospettoso sempre della fanfara democratica: “Il cànone egualitario s’impuntò a difendere la causa d’una bassa capacità generale contro l’emergere dei più atti. Ciò non toglie che la coscienza collettiva, quando è veramente impegnata sull’opera, tenda ad affidarla ai migliori, non ai peggiori”. Riflessione indotta dal “concerto, in una esatta rispondenza di moti e atti”, di “una squadra di carpentieri di Romagna” a Roma.
Manuela Bertone ha recuperato alcuni degli scritti giornalistici di Gadda rimasti fuori dalle raccolte successive, da lui o da altri curate. Espunte forse perché l’Ingegnere, che fu nazionalista in gioventù, e poi fascista, prima del disastro imbelle della guerra (ma già la conquista dell’impero non lo persuadeva), non vi si riconosceva più. O forse per la modesta qualità delle prose: gli articoli Gadda diceva “piuttosto fessi”, scrivendone al cugino Piero. Sono tuttavia, come spiega Bertone, una lettura interessante, oltre che necessaria. Per la biografia dello scrittore, poiché ne testimoniano gli svariati,  ma sempre attendibili e puntuali, interessi - un caso eccezionale fra i letterati italiani, che sanno poco di poco. E per la sua scrittura, il suo modo di procedere: la curatrice rintraccia in queste prose “alimentari” vari stilemi poi ricorrenti nella narrativa, “Adalgisa”, “La cognizione del dolore”, etc.. La mezza pagina sui carpentieri di Romagna a Roma è già puro Gadda.
Notevole, per altri aspetti, l’articolo sulla ristrutturazione della Città del Vaticano. Un semplice elenco dei lavori svolti, abbattimenti, sbancamenti, costruzioni, urbanistica, ristrutturazioni. Che però testimonia un lavoro enorme, che ha trasformato uno dei tanti “prati” incolti del quartiere romano nel complesso monumentale quale oggi si vede, in meno di cinque anni, dopo il Concordato. A Roma si può – si poteva.
Notevoli gli articoli sulla Sicilia. Benché scritti di malavoglia, dopo, dice Bertone, un viaggio brevissimo, “in inverno, in condizioni penose e disastrose”. Gadda rifà, nientemeno, senza rendersene conto, la teoria del feudo e dell’abbandono, legandola come’è più giusto ai territori desertici e non al cattivo feudatario: “Vasti pianori assolati, privi di corsi d’acqua e scarsi di circolazione idrica subumale”, e per di più insalubri, da cui i contadino rifugge, ritirandosi nel villaggio, e più distante meglio.
Notevolissima la conoscenza che vi dispiega, in poche righe, dell’Italia, visiva, di prima mano. Dell’Italia centrale, da lui già scelta a preferenza della natia Lombardia, molti anni prima del “Pasticciaccio”. La campagna in Sicilia descrive spoglia, “nessuna traccia d’alberatura”: “Non il noce di Campania, né il leccio di Tuscolo, né il castano, né il faggio (come invece le fragorose pendici del Sirente e della Maiella), e nemmeno il sughero delle colline di Roselle o di Cosa”.
Carlo Emilio Gadda, I Littoriali del Lavoro, Ets, Libreria Chiari, pp. 149 € 3,60

martedì 11 aprile 2017

Il capitano non è in errore

Un ufficiale dei Carabinieri che si rifiuta di rispondere ai giudici è inquietante. Perché, intende, non ha agito da solo e in buona fede - in questa come in altra “inchiesta” recente anch’essa abusiva e senza esito (a parte le intercettazioni e le indiscrezioni). In questo caso si sarebbe giustificato, chiedendo scusa per l’eventuale errore. E\o potrebbe avere effettuato più delle due manomissioni che gli sono contestate.
La necessità di avere accesso agli atti che lo riguardano non regge: se in buona fede il capitano avrebbe potuto ribattere subito all’accusa. Tanto più che essa gli era stata preannunciata da tre mesi, da quando il governo aveva confermato al vertice dei Carabinieri il suo accusato generale Del Sette. E comunque da quaranta giorni, da quando la Procura di Roma gli aveva tolto l’inchiesta.
Dunque dolo. Non da solo? Evidentemente.
In combutta con la Procura napoletana? Con alti ufficiali dei Carabinieri? Con i concorrenti di Romeo, l’appaltatore napoletano, dalla cui enuncia l’inchiesta è partita? Con altri oggetti “segreti” – deviati, interessati:politici, economici, mediatici?

Una giustizia napoletana e giornalistica

Un’inchiesta esemplare, si può già dire quella a carico di Renzi padre, ma in senso negativo, di una certa giustizia; per la vastità, la superficialità, la napoletanità, e la mediaticità.
Travaglio, “Il Fatto Quotidiano” e i media in generale ci hanno vissuto per settimane.
Una inchiesta sugli appalti della Consip – legali e legittimi – è stata allargata abusivamente al presidente del consiglio, al sottosegretario alla presidenza del consiglio, e a due generali dei Carabinieri. Uno tra l’altro, Del Sette, comandante dell’Arma. Per ascoltarne le conversazioni.
Un’indagine di questa portata impiantata dal Nucleo ecologico dei Carabinieri – cioè le vecchie  Guardie forestali. E ad esso affidata. Cioè, per il Noe, a un ufficiale già distinto per un’inchiesta altrettanto vasta e sballata: una fantomatica inchiesta sulla metanizzazione di Ischia inventata per intercettare i telefoni di Renzi e D’Alema (ricavandone solo una telefonata tra Renzi e il comandante della Guardia di Finanza di Firenze Adinolfi, nella quale Renzi criticava Letta… che segreto!)  
Colpisce anche la napoletanità. Dei giudici e degli inquirenti, Scafarto compreso.

La prova è in rete

Non si può escludere una componente demenziale nell’indagine napoletana su Renzi. Alla Belushi  – alla Grillo. Là dove Sherlock Holmes si dice seguito dai segugi di Matteo Renzi, allertato delle indagini dai generali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza – “ha messo in campo tutte le risorse disponibili per tutelare la sua famiglia”. Detective privati? Agenti segreti?
Il tocco finale è nel prosieguo, stile e riferimenti: Renzi tutela “la sua famiglia e quindi anche il padre che da una ricerca su fonti aperte web è da considerarsi sicuramente un personaggio con diversi trascorsi singolari”. Le indagini basate sul web, il luogo di tutte le turpitudini. Su fonti aperte. Sicuramente. Diversi. Singolare.

Ma forse non è una commedia. È la perdita di senso del linguaggio. Indotta dal web? Ogni forma espressiva può indurre in errore il debole. Ma la rete ha più forza di tutti, per quantità e invasività – capacità persuasiva. Non per nulla l’Italia sta per essere governata dal web, benché indeterminato.

Intercettate, qualcosa resterà

Non sarebbe il primo caso di intercettazioni falsificate, se l’accusa al capitano Gianpaolo Scafarto per l’inchiesta Consip. Lo stesso Scafarto, e gli stessi suoi danti causa a palazzo di Giustizia, si sono resi protagonisti pochi anni fa di un’altra inchiesta senza esito, a parte le indiscrezioni contro Renzi, quella presunta sulla metanizzazione di Ischia.
Altra inchiesta, anche questa napoletana, basata sulla falsificazione delle intercettazioni, fu nel 2006 a carico della Juventus. A opera di due giudici che su di essa hanno costruito una fulminea carriera,  Narducci e Beatrice, e di un tenente colonnello dei Carabinieri, Auricchio. Con intercettazioni omesse, altre sincronizzate o trascritte in modo artefatto – Auricchio, accusato di avere manipolato altre intercettazioni, si era querelato ma aveva perso la causa.
Il processo si concluse con condanne perché i proprietari della Juventus, gli eredi Agnelli, volevano sbarazzarsi del management del club. Ma la presidente del Tribunale Teresa Casoria rimase sbalordita dalla faciloneria e la supponenza dell’inchiesta – vinsero gli intercettatori, con l’aiuto allora di Berlusconi.

La prova regina è pettegola - intercettazioni 2

astolfo
La “prova regina” è la più falsificabile. L’intercettazione in sé, come viene registrata e trascritta, peggio se sintetizzata e non nella sua estensione temporale, interpretata e spiegata nelle sottigliezze, le allusioni, le frasi non completate. E i toni: sonori, stilistici, abituali. La prova regina è uno “ghiommero”, un complesso intricato.  
C’è poi il complesso dell’intercettatore, più intricato ancora. Questo sito ne ha schizzato il ritratto

Ma l’argomento non si può liquidare: l’intercettazione non è quella cosa semplice e chiara che i media fanno credere – sempre meglio che fare giornalismo, cioè lavorare. E problemi robusti pone, istituzionali e etici.

La giustizia scandalo
Non si può fare un regolamento delle intercettazioni. E nemmeno degli appalti delle intercettazioni. Le quali sono un’attività ora completamente “esternalizzata”, in outsourcing o service. Una parte irrisoria delle intercettazioni viene effettuata direttamente dalle forze di polizia. Quello delle intercettazioni è ormai un business, con diecine di aziende operative. Non grande, sui 300 milioni di euro. Ma abbastanza per avere un’associazione di settore, la Iliia. E un paio di migliaia di addetti.
Il regolamento non si può fare anche per questo motivo: che si regolerebbero gli appalti, che ora sono invece discrezionali per ogni Procura. Qualche volta anche con gara, invece dell’affidamento diretto, ma evidentemente addomesticati. Il costo infatti può variare: a parità di difficoltà, capita che da una parte si spende 3 e da un’altra si spende 15.  Le intercettazioni sono un veicolo della corruzione a palazzo di Giustizia.
Molte intercettazioni si fanno a solo scopo scandalistico e non di giustizia. Ne sono emerse a carico di Anna Maria Tarantola quando era alla Banca d’Italia, senza nessuna ipotesi di reato. Di Bertolaso prima del terremoto dell’Aquila, quando parlava con i membri della commissione Grandi Rischi, sempre senza ipotesi di reato. Di Moggi per anni, il dg della Juventus, a opera del tenente colonnello dei Carabinieri Auricchio. Di Buffon a opera della Guardia di Finanza. Sempre senza ipotesi di reato.
Intercettazioni non richieste dai giudici, autorizzate ex post, emerse per caso, per inavvertenza. Anche per spocchia, nella presunzione certa dell’impunibilità. È il secondo aspetto del fenomeno: l’intercettatore non lavora per caso ma a un progetto, per la forza del ricatto?
Gli effetti sono devitalizzanti. “Le chiacchiere uccidono”, dice il papa (Francesco, 16 febbraio 2014). Parlano tutti col muso storto, allo stadio, alle cCamere, per la strada. Al ristorante mugugnano. E in camera da letto? Probabilmente non hanno attività in camera da letto, tanti trucchi spompano.

Grande Orecchio
Si può non farsene scandalo, considerando la sua diffusione: L’intercettazione, audio e video, è “normale”, e quasi fine a se stessa la scopomania eretta a scopolatria, e a scopocrazia. Un’affermazione di potenza. Come se ci fosse un Grande Orecchio in ascolto, al modo come lo scrittore Orwell l’ha ipotizzato in “1984”. Per fini non noti, diversamente dal romanzo, ma comunque destabilizzanti, servissero pure soltanto a un mercato del gossip invece che al giustizialismo, alle vendette dei giudici.
Il Grande Orecchio è peraltro universale nell’epoca di internet. Si sa che tutti spiano tutti, le autorità ufficiali: gli Usa intercettano tutte le comunicazioni di nemici e alleati. Gli europei si intercettano a vicenda. Qualsiasi blogger sa – vede dalle statistiche google per esempio, segnate in verde sempre più scuro - le sue elucubrazioni “intercettate” da ignoti, con spiegamento di orecchi: non il lettore cui ambisce, ma agenzie specializzate, che procedono occasionalmente “a strascico”, negli Usa, in Russia, in Israele, verde scuro, poco più chiaro in Cina e in Germania. – a che fine non si sa.
Le intercettazioni hanno servito politicamente, cause celebri. Contro Nixon per esempio. Ora forse contro Trump. O gli ascolti costanti della Stasi nella Germania dell’Est, di cui si è fatto pure un film premiato, “Le vite degli altri” – ciò che non ha impedito al sistema di collassare.
“La polizia moderna non teme le parole, teme i fatti”, riflette C. Alvaro in “Quasi una vita”, p. 53: “Ma anche le parole possono servire. Sono poche quelle che sfuggono a questo sospetto. Ed è una fama divulgata ad arte, per dissociare il corpo sociale”. Dissociare il corpo sociale, bisogna pensarci.

Stile
Le intercettazioni sono anche modello e stile di scrittura. Della parte buona, alta (informativa, di richiamo) dei giornali: politica, cronaca, economia, sport. E, per chi ancora legge, di una parte cospicua della saggistica e della narrativa: la storia politica, la morale (la filosofia), la giustizia, il giallo (politico, economico, sociale, mafioso-noir, giudiziario-procedurale). I dialoghi di più di un giallo sono calchi delle intercettazioni - lo stile questurino. Per uno scrupolo di realismo, e d’immediatezza dell’espressione. Ma anche – facendolo sapere al lettore – per stimolarne la curiosità feticista. Il voyeurismo non è feticismo e lo è: è adorare la mutanda sporca.
Le intercettazioni sono la vecchia lettera anonima. Sono pubbliche, supportate dalla registrazioni. Non sempre, solitamente anzi sono trascrizioni, passi scelti e interpretati, di cui è impossibile ricostruire il contesto e verificare la rispondenza con l’originale, producendosi migliaia di ore di ascolto. Ma sono selettive e mirate, proprio come le lettere anonime, in forma di anticipazioni, indiscrezioni, linee interpretative, pooling di notizie. O allora sono piani segreti di entità segrete. Roba da 007, di autore autorevole anche se anonimo. E, sceneggiati convenientemente, secondo un disegno, con ruoli fissati, senza possibilità d’improvvisazione. I cronisti giudiziari, che grazie alle intercettazioni sono giunti a monopolizzare i giornali, chi l’avrebbe detto, erano poco sopra il redattore alle lettere, non sono felici.
Contro gli abusi delle intercettazioni e del pettegolezzo, all’insegna fraudolenta della trasparenza.
Magris, “Segreti e no”, pp. 49-51, cita il “Nuovo Dizionario di teologia morale”, a uso dei confessori. Alla voce “Segreto”, redatta da Luciano Padovese. In cui, scrive Magris, “si esprime la preoccupazione più viva di tutelare il segreto non quale ineffabile mistero bensì quale difesa della dignità della persona e della sua intimità, della sua verità interiore. In particolare si sottolinea come la sofistica crescita tecnologica dei mezzi di comunicazione consenta sempre più inquietanti violazioni dell’elementare vita quotidiana, in una spirale di comunicazione globale che diviene espropriazione della persona, voyeurismo travestito da scienza o da indagine sociologica, da denuncia politica, di gossip culturale”.
Con una strana equivalenza-omologazione, tra voyeurismo, politica e gossip.

Matteotti un modello, l’antifascismo vacuo

Uno degli scritti più ristampati ultimamente, anche da Storia e Letteratura, e da Nova Delphi (questo del Melangolo beneficia di importanti dettagliate note, al testo, biografiche, e cronologiche, di Marco Scavino). Un’agiografia maturata a ridosso del rapimento e l’uccisione di Matteotti, per un’iniziativa politica che poi invece abortì.
Gobetti, egli stesso in quei giorni vittima di vessazioni da parte della prefettura torinese, prima del prefetto Enrico Palmieri e poi, più duramente, del prefetto Agostino d’Adamo, capì subito il senso della “scomparsa” del parlamentare socialista il 10 giugno 1924, e subito ne scrisse su “La rivoluzione liberale. Quando ancora i suoi compagni si interrogavano e facevano ipotesi sulla s comparsa. Sorpreso ne sarebbe stato del resto lo stesso Mussolini, che per alcune settimane vacillò,  ma fu salvato dalle divisioni e l’insipienza politica delle opposizioni, compresi i socialisti di Matteotti. Quando “La rivoluzione liberale” uscì l’1 luglio interamente dedicata a Matteotti, le opposizioni avevano già gettato la spugna.
Gobetti insisterà  - ai primi di agosto “Matteotti” esce in volume, altri scritti si succedono su “La rivoluzione liberale”. Ma solo in funzione di testimonianza. Era del resto incredibile, e incredibilmente estesa, a Gobetti compreso, la sottovalutazione del fascismo, come regime già in atto e come compattezza, anche per la capacità manovriera di Mussolini. Fino al 1925, quindi un anno dopo il rapimento e l’assassinio di Matteotti, e anche dopo. Votavano per il governo Giolitti e Salandra. E il Vaticano: il papa Pio XI ammonì dopo l’assassinio di Matteotti contro “il salto nel buio”, e costrinse don Sturzo all’esilio a Londra, il 25 ottobre 1924.
Il 16 agosto 1924 i resti di Matteotti furono ritrovati, nella macchia della Quartarella, tra Sacrofano e Riano. La sepoltura si fece a Fratta Polesine. Il funerale fu solo privato. Il 3 agosto, all’Amiata, Mussolini poteva già dire le opposizioni “impotenti”. Ma, se si prescinde dalla valutazione incerta del fascismo, del giovanissimo Gobetti colpisce sempre la sensibilità politica. E questo ne è un caso. Gobetti mise rapidamente insieme le informazioni ricevute da uno stretto collaboratore  di Matteotti, Aldo Parini, e il poco che si sapeva di Matteotti, la riservatezza soprattutto, e l’intransigenza, e ne fece una pubblicazione che ha, ancora oggi, una valenza esemplare.  
È il ritratto di un politico quale dovrebbe essere. Il socialista made in Italy era “più il tribuno che il politico”, nota Gobetti, per quanto simpatetico. Matteotti invece era “organizzatore: l’ossessione della semplicità, della chiarezza, della praticità”. Senza albagia intellettuale o professionale: “Esemplificava nei particolari, proponeva modelli di statuto, di regolamento”, lavorava molto alle leghe e alle cooperative, “parlando coi contadini come uno dei loro. Trattandosi di fondare una cooperativa pensava a tutto, consigliava disponeva, dava l’esempio, dai modi di servire al banco alla contabilità dei registri”.
Matteotti come il contrario del politico notabile che ci affligge – “più il tribuno che il politico…, una classe dirigente di avvocati, oratori facondi”. Un “giurista, economista, amministratore, uomo politico”. Nel 1920 tutti i 63 comuni del Polesine, la regione d’origine di Matteotti, erano amministrati da socialisti. L’unico anche che sapeva del mondo, dove aveva viaggiato, conoscendo l’inglese – per amore di Shakespeare.
Piero Gobetti, Per Matteotti. Un ritratto, il melangolo, pp.114 € 5,80

lunedì 10 aprile 2017

Secondi pensieri - 302

zeulig

Confessione - La prima persona - la confessione come genere letterario - può essere artificiosa al quadrato. Quando non racconta in tempo storico ma al presente storico, per esempio. Questo flusso è nato dalla confessione in analisi, ma il lettore non è analista.
O lo è? Si può configurare il lettore come analista, sconosciuto, impersonale, al quale lo scrittore confida fantasmi e fantasie. Taciturno, dà però segni di attenzione inequivoci, indicazioni nette.
E se non li da? Se il lettore, per esempio, non c’è?
Alcune nevrosi si complicano nella confessione, invece di srotolarsi.

Dandy – È “solitario e singolare” (Françoise Dolto), oppure l’esteta ricercato del decadentismo, che ne creò la figura – Baudelaire, Eugène Sue, Barbey D’Aurevilly, Théophile Gautier, Lord Brummell, Oscar Wilde? O il prototipo non è Schopenhauer – anche Kierkegaard: di chi aggredisce la vita, più che rifletterla?

Dialogo – Sembra – si popone come – uno scambio, ma non è, è solo una forma diversa della narrativa, e più spesso irrelata all’interlocutore. Che può essere un fantoccio, giusto per giustificare l’escandescenza – la ejaculation.
Anche nella narrativa è artificio debole. Sono deboli i dialoghi in Tolstoi, tra personaggi ininfluenti nella storia e nemmeno caratterizzati. Debolissimi in Proust, dove si ricordano solo per la ripetitività. Insensati in Dostoevskij.
Se ne possono fare alla Margaret Millar, come una forma di azione: il dialogo attualizza tutto, e quindi esime dalla descrizione e dai riferimenti, nonché dagli aggettivi e dagli avverbi. Una buona tecnica, ma non segnante, non muta l’impermeabilità dello scambio.

Il dialogo non fissa la memoria. Anche nei processi, negli interrogatori. Non “c’è dialogo”, una verità cioè che si forma-s’innesta sulla contestazione, ma un sollevare reciproco di pietre d’inciampo. È un gioco sonoro degli scacchi.

Femminismo – Ma non è l’eclisse della donna, invece che la sua affermazione? Non di una “certa” donna, da fotoromanzo: dell’essere donna, reale e ideale.
Un’eclisse non alla Antonioni: sociologica. Il femminismo non libera, cancella.

Humour – Ha insolita trattazione in Schumann, il musicista, che lo sistematizza, come un collante reattivo. Nell'arabesco schumanniano anche, digressione dal flusso narrativo non a fini ornamentali ma costruttivi. E più nella trattazione di Jean Paul, dell’Humor (il “sublime al rovescio” di Jean Paul), dell’Humoreske.
Con il Witz, o arguzia del sentimento, che “può trasformare una serie di frammenti sconnessi in una costellazione di termini misteriosamente collegati”.

Kafka – O della molteplicità (caleidoscopica) del reale. Il demoniaco nell’ordinario. L’effetto metafisico dal linguaggio realistico, preciso. L’effetto esotico o di sottile allucinazione, del reperto banale, materiale o di linguaggio.

Misericordia – È la porta stretta o la porta larga alla beatitudine? Il papa Francesco l’ha voluta a tema di un giubileo specialissimo, che ha appena chiuso. Senza speciali esiti, in armonia, si può dire, col pensiero diminutivo che Heine ha sintetizzato morendo: “Dio mi perdonerà. È il suo mestiere”. Ma la salvezza non passa per la porta stretta – più della cruna dell’ago?
Fu l’indulgenza all’origine della divisione della chiesa, l’unica che la cristianità non ha saputo assorbire.

Nietzsche – La sua “tragedia greca” è, sostiene Alberto Savinio, “Nuova Enciclopedia”, in una lunga nota alla voce “Tragedia”, quella di Wagner. Che è il contrario della tragedia greca. Per un fatto di economia: “Wagner dà 100 per avere 10, mentre il Greco dà 10 per avere 100”.  Per “l’assenza totale dall’opera di Wagner dello spirito della danza”. E per un fatto di cognizione: “Nietzsche ha creduto scoprire l’origine della tragedia nel contrasto fra dionisiaco e apollineo”, ma “nulla in Grecia può nascere che non nasca da un oggetto”. Nonché con Wagner, “Nietzsche ha scambiato evidentemente la Grecia con i grandi paesi oscuri e religiosi dell’oriente: l’origine della tragedia con l’uovo che galleggia sulle acque”. Non sa che “in quel Paese degli Oggetti diventato per virtù dei suoi artisti il Paese de Giochi, è l’oggetto che genera lo spirito, non lo spirito che genera l’oggetto” .

Punto di vista - Nei romanzi di avventure, da Omero a Boccaccio, e alla “Mille e una notte”, e nelle favole, il punto di vista è di nessuno. Popper direbbe il contrario, ma la narrazione si appartiene. Il punto di vista vi è stato introdotto come una variazione.

Ineffettualità (arbitrarietà) del punto di vista: la storia si legge sempre all’incontrario, ex post - basta non affaticare il lettore.

Produttore - L’imprenditore è più “positivo”, matematicamente, dell’intellettuale per la società - per la sua cultura. Non perché produce, non tanto, ma perché idea, progetta, scopre, innova, vivifica, e quindi libera, crea (apre) spazi. Anche l’intellettuale lo fa ma solo a livelli sommi. Mentre il produttore, dal risuolatore di scarpe al grande chirurgo, per quanto possa essere rozzo, di gusti limitati, di linguaggio ripetitivo e insignificante, per il semplice fatto di produrre, realizzare qualcosa, crea o condiziona la cultura della società in cui vive, il suo modo d’essere. L’esempio massimo è – è stato - la catena: fordismo >> civiltà dei consumi >> cultura di massa >> tempo libero e turismo.
Il misconoscimento di questo semplice fatto, già peraltro indagato, non solo da Marx, può essere all’origine dell’insussistenza dei “buoni propositi” in politica nella scena attuale, della politica politicante o di professione (Max Weber), intellettuale. Propositi logorati dalla ripetitività e dalla inffettualità. Spazzati via ora a catena da operatori per altri versi attivi e produttivi – dei quali cioè i propositi hanno dato esiti concreti.

Suicidio – Quello di Paul Lafargue è il primo in chiave eugenetica (in compagnia della moglie Laura Marx, figlia di Karl), di una propria decisione autonoma, senza costrizione o motivo specifico. Nella notte dal 25 al 26 novembre 1911, lui di 69 anni lei di 66, iniettandosi l’acido cianidrico, nel loro villino di Draveil, vicino Parigi. Con queste ultime volontà di Paul: “Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l’impietosa vecchiaia che mi leva a uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e mi spoglia  delle forze fisiche e intellettuali non paralizzi la mia energia, non frantumi la mia volontà e non faccia di me un onere per me e gli altri”.

zeulig@antiit.eu

America First in Medio Oriente

Assad ha usato i gas? Non importa, si bombarda un obiettivo analogo in campo assadiano: è una rappresaglia, è la guerra. Ma non un atto di guerra come un altro. È: 1) Un atto di guerra in puro stile yanquee: il primo atto di Trump ha zittito i media, tutti generalmente vociferanti contro di lui, i democratici, e gli stessi repubblicani, che tutti evidentemente vi si riconoscono; 2) il ritorno Usa sulla scena in Siria e nel Medio oriente. Dopo Netanyahu e Al Sisi a Washington, prima dei tanti inutili europei, del giapponese Abe, dello stesso Xi – con più risalto che per la visita imperiale cinese.
L’“America First” si manifesta, più che contro gli immigrati mussulmani e con i dazi, in Medio Oriente. La Siria serve a dire: “Siamo in  Medio Oriente” - come la Corea del Nord serve a dire: “Siamo nel Pacifico e ci resteremo”.

Non è confrontation

La reazione è molle di Mosca alla “rappresaglia” di Trump in Siria. È anzi come se Putin fosse sollevato di non dover risolvere la questione da solo, con “alleati” mussulmani che non gli servono e di cui non si fida, Erdogan, Rouhani, Assad. Nonché, probabilmente, di non continuare a fare da punching-ball della finanza saudita, tramite le agenzie di immagine pr di Madison Avenue - è il reame petrolifero che ha creato la questione siriana e la alimenta. Mentre la partita è diversa con gli Usa: dare un assetto stabile alla frontiera Sud della Russia, stabilizzando anche le minoranze mussulmane in Russia, e ai rapporti tra Mosca e Washington.
Il fatto più rilevante del rapporto Putin-Trum è un’omissione. Del fatto più rilevante per l’Europa, e per lo stesso rapporto Usa-Russia. E di questi primi 100 giorni di Trump che dovrebbero averne configurato e esplicitato gli intendimenti. È l’assenza in agenda dell’Ucraina, dove pure si combatte una guerra, dalla Crimea al Donbass, dentro ‘Europa.
Non c’è del resto il roll back e non c’è la confrontation. I due orientamenti cardini della politica estera americana nella guerra fredda mancano dal quadro di Trump.

L’assedio a Mosca in stallo

Non ha levato le tende, ma non pratica più attivamente l’assedio. Le trombe sono semmai fragorose per il silenzio: è fragoroso il silenzio di Trump sull’Ucraina e l’assedio alle frontiere russe cui la Polonia e i paesi Baltici hanno impegnato la nato. Sembra anzi che Trump abbia ribaltato le priorità di Obama, che aveva abbandonato il Medio oriente e aperto invece basi avanzate e superarmate alle frontiere con la Russia,
Obama ha – aveva – schierato la Nato, sarebbe più corretto dire. Ma il partner Europa nell’Alleanza Atlantica è in questa, come in altre iniziative, del tutto passivo – non imbelle, giacché si danneggia, opera in perdita.
L’assedio non è levato. Ma le sanzioni economiche sono applicate sempre più con juicio. In parte consistente obliterate dal rimbalzo dei prezzi degli idrocarburi, che Trump ha rilanciato negli Usa.