Cerca nel blog

sabato 17 gennaio 2015

La nuova politica delle sfere d’influenza

Fra qualche settimana la marina cinese e quella russa procederanno a manovre congiunte nel Mediterraneo. Senza pretese territoriali, ma come monito. Nel quadro delle intese strategiche e militari che Putin ha avviato con la nuova dirigenza cinese a novembre. La globalizzazione – unificazione dei mercati – viene attraversata dopo venticinque anni da nuovi-vecchi disegni di potenza.
L’obiettivo dichiarato di Mosca e Pechino è di avere diritto di veto, cioè di controllo, nei loro ambiti territoriali, in prossimità delle loro frontiere. Obiettando agli Stati Uniti di aver voluto imporre negli ultimi decenni una strategia di controllo mondiale, con le guerre in Afghanistan e Iraq, e quella mascherata in Siria, e con l’allargamento della Nato fino alla Georgia, oltre che ai confini della Russia. Le manovre congiunte dovrebbero significare che le due potenze sono – militarmente – capaci anch’esse di interventi su vasta scala.
Il ritorno sullo scacchiere internazionale di Russia e Cina si avverte per ora nel Pacifico, nei confronti del Giappone e contro lo spionaggio aereo Usa. Le manovre nel Mediterraneo sono intese a dare al confronto una dimensione globale e non locale: Mosca e Pechino vogliono un impegno generale più che assicurazioni su questo o quel punto di crisi. Entrambe le potenze fanno valere l’asimmetria che gli Stati Uni impongono con la Dottrina Monroe, che “riserva” agli stessi Stati Uniti tutto il continente americano – applicata ancora di recente a Cuba, Grenada, Haiti, Panama.
In subordine, Mosca in particolare contesta agli Stati Uniti l’allargamento della Nato in contrasto con gli impegni presi nel 1989-1990 per chiudere la guerra fredda. Quando i due paesi si erano accordati per il consenso russo all’unificazione tedesca nell’ambito della Nato in cambio dell’assicurazione americana che la Nato non si sarebbe allargata a confini della Russia.

La nuova politica di potenza europea

La portaerei nucleare francese sarà dunque ormeggiata al Kuwait, o davanti a Bassora. Formalmente contro l’Is, anche se l’attacco a Parigi è stato disposto da Al Qaeda, dallo Yemen. Ma l’apice del Golfo è più sicuro. E nello stesso tempo consente a Hollande la sua grande aspirazione, riportare la Francia nel Medio Oriente. Riportarcela con le armi. Era pronto ad attaccare dal Mediterraneo un anno fa, contro il regime siriano. Si installerà ora nel Golfo.
Hollande segue Cameron. Che ha invertito la politica dl risparmi inaugurata nel 1968 dal governo britannico con la chiusura delle basi militari nel Golfo. Un mese fa si è accordato con l’emiro del Bahrein Al-Khalifa per riaprire e modernizzare Mina Salman, una base navale. Firmando l’accoro il 5 dicembre, il suo ministro della Difesa Hammond ha assicurato all’emiro: “La vostra scurezza è la nostra sicurezza”.
Francia e Gran Bretagna procedono d’intesa, e si presentano come potenze europee. Hammond ha dichiarato anche nell’occasione della firma: “Mentre gli Stati Uniti dedicano sempre più il loro impegno alla regione Asia-Pacifico, noi e i nostri partner europei saremo chiamati a condividere una parte maggiore del fardello nel Golfo, nel Medio Oriente e nel Nord Africa”.
Il “fardello”, come nell’Ottocento, come se il Medio Oriente rientrasse nella “sfera d’influenza” europea. Hammond si è attirato critiche ai Comuni, che appena un mese prima avevano censurato il Bahrein sui diritti politici – i manifestanti del 2010 sono ancora in prigione. Mentre, nel merito, più di una critica si è levata, anche tra i conservatori, per un impegno ritenuto abbastanza grande per creare problemi, e troppo piccolo per risolverli.

L’odore dell’Italia

L’odore dell’America è italiano. Simenon lo scopre per ultimo, nel 1958, nel commovente breve testo che chiude la raccolta: gli odori dell’orto, gli odori della cucina, le arance, i carciofi e la vite, nell’“enorme Babilonia” parlano ancora italiano. “L’odore dell’America” è l’ultimo di una serie di articoli sulla scoperta dell’America che Simenon fece a partire dal 1946, quando lasciò sdegnato Parigi per il Nord America, il Canada dapprima e poi gli Stati Uniti – troppe invidie: era stato denunciato in guerra, nel 1942, come ebreo, e nel 1944 come collaborazionista, per questo perfino processato, a nessun effetto.
“Un uomo senza incubi”, tale Simenon scopre l’americano nel 1946. E tale si vorrà egli stesso d’ora in poi, “libero” mentalmente e liberale. Liberato al punto da rompere con Gallimard, il grande editore, al quale imputerà senza riserve né remore di averlo pubblicato e venduto come scrittore di second’ordine. È qui che nasce il secondo Simenn.
La corrispondenze per “France Soir”, che fanno buona parte della raccolta, del 1946, sono gustose cose viste in un lungo viaggio in macchina dal Canada alla Florida, col figlio Marco, la moglie Tigy, e la segretaria bilingue Denyse Ouimet – un triangolo che presto si dissolveà, col divorzio da Tigy e il matrimonio con Denyse. Tutte osservazioni peraltro notevoli, è una scoperta dell’America che ancora dura. Per esempio nella comparazione fra l’istruzione negli Usa e in Francia-Europa: “Qui il bambino è re, il giovane è re”.
Georges Simenon, “Des phoques aux cocotiers e aux serpents à sonnette”. L’Amérique en auto, Livre de Poche, pp. 167 € 5,60

La preda è meglio femmina

Alex Schwazer, dopato, ha avuto tre anni e sei mesi di sospensione dell’attività agonistica. Per Caroline Kostner l’accusa voleva quattro e tre mesi, per omessa denuncia di Schwazer. Certo, Kostner attira più di Schwazer. E, poi, cosa non si farebbe per andare sui giornali?
I commenti sono vari. Ma un fronte lombardo si qualifica come il più morale. Naturalmente, si direbbe. Ma qui ben netto. Sul “Corriere della sera Gaia Piccardi annichila la pattinatrice, “un burattino senza fili”. Del presidente del tribunale che l’ha condannata facendo un eroe:  “Fumagalli è chirurgico”, “Fumagalli è quasi paterno”.
Si può capire. La seduta si è svolta a porte chiuse, ma non ci sono segreti per Gaia Piccardi con l’avvocato Fumagalli. Di cui sa anche che a un certo punto ha chiesto, quasi paterno: “Che programmi ha per il futuro, signorina?” E l’ha condannata di quel tanto da farle saltare Europei e Mondiali 2016 – “e un  ritorno alla soglia dei trent’anni” la giornalista lo esclude.
Li puoi pure portare a Roma, al bellissimo Foro Italico, i lombardi non demordono:  sono sempre quelli degli untori

venerdì 16 gennaio 2015

Problemi di base - 211

spock

I tedeschi si lamentano sempre: perché?

Gli ambientalisti non fanno figli, gli altri sì: perché?

La distruzione è parte dell’evoluzione?

Il male è parte del bene, e non in senso dialettico?

Perché la natura non sarebbe umana?

Perché il rom dovrebbe non rubare?

Vogliono il matrimonio i gay, quasi solo loro: c’è un perché?

Se uno confessa di mentire, dice la verità o una bugia? (questa è di Hegel).

spock@antiit.eu

Eco reazionario

Studioso della comunicazione, e sempre sornione, anzi per questo, Eco fa i conti con le (cattive) amicizie? L’editore presenta questo suo svelto parto come un romanzo di complotti. Tutti quelli che vogliamo, Borghese, Forestali, P 2, Gladio, Mafia, compreso un Mussolini che non è morto. Che però non è trovata originale, in tanti non sono morti: Mr. Mojo, Elvis, Ceausescu, perfino Togliatti. E anzi è precedente doppiamente negativo: la formula “X è vivo e combatte insieme a noi” era di destra. E poi sarebbe il secondo Eco di fila sui complotti, dopo “Il cimitero di Praga” - senza contare l’appestatissimo “Pendolo di Foucault”. Di un allegrone che non crede ai complotti, se non per ridere.
Che dirne? Eco – e ora Camilleri – è da anni il santo dei librai, un’apparizione attesa per riempire i vuoti, specie dopo le feste, e una manna, la pila si assottiglia mentre si sfoglia il reperto. Ma, un altro complotto, anche se più svelto del malloppone precedente? Col piano narrativo sdoppiato, il neretto di bastoni intervallato al tondo bodoni, una fatica ogni volta ricordarsi chi è chi. Anzi triplicato, c’è pure il corsivo per molte pagine, un terzo narratore, un terzo “cassetto” .
Allora? Dev’essere un’altra cosa. Forse la stessa “macchina del fango” che Eco va denunciando,  onnipresente sui media per l’uscita del libro. Del giornalismo come macchina del fango. La chiave l’ha data a Fazio - che al solito non se n’è accorto: la politica non si fa più a viso aperto, ha detto con l’occhio lucido, uccidendo gli oppositori, come si faceva con Lincoln o Kennedy, ma infangandoli, da quando l’operazione è riuscita con Nixon. L’operazione riuscita con Nixon è nientemeno che il cardine e la pietra di fondazione del giornalismo d’inchiesta. Con una subordinata, ha aggiunto il massmediologo, ma già con l’occhio spento, sapendosi in terra infidelium: del giornalismo d’inchiesta all’italiana, quello che in Inghilterra si chiama stampa spazzatura, fatta d’insinuazioni, pettegolezzi e intercettazioni. Non di un delitto provato, di una prova magari unica ma incontrovertibile. No, di chiacchiere. Che sempre sono abusive, benché a opera di giudici e polizie, che le diffondono avvelenate, a lenzuolate, tanto più in quanto gratuite – il conto lo paga il contribuente.
E allora, non si divertirà alle nostre spalle? Eco è sempre lui, in maschera, ma con qualche ghigno sardonico in più. Ora che malinconico chiude un “Espresso” malinconico, che Travaglio apre. Avendo smarrito la vena dequinceyana per il pamphlet. Per una sincera, forse, denuncia civile -  di un vizio complottista di cui lui stesso è stato peraltro attizzatore, e tuttora è (le Br dice a Fazio della Cia). Una forma che però non regge la lunghezza. Tantomeno il duplice o triplice “cassetto”. Per non osare dire la verità? Sarebbe grave, se non può osare nemmeno un Eco.
Viene da pensarlo un Rabelais beneducato che spernacchi soave il politicamente corretto che ha patrocinato, manifesti, proteste, amicizie, cause. Perché: questo giornalismo macchina del fango che qui mette alla gogna chi lo fa? I suoi amici. Ecco perché non parla chiaro, ma allude. Seppure fortemente, i cinquant’anni o quasi di fantastoria (storia falsa) che esuma come complotto attorno a un falso cadavere, sia pure di un cavaliere (Mussolini), facendoli approdare all’anno fatale 1992, che è quello di Mani Pulite, e dell’inizio della storia italiana à rebours, a ritroso, della revisione che ci ha distrutti e ci tiene sotto il tallone, della storiaccia stessa.
Verrebbe da dire, allora: Eco, ancora un sforzo. Ma lui non ne ha bisogno. Non è per pusillanimità che gioca ancora la commedia (“una volta volevo inventare io la commedia e il riso, la parte della «Poetica» che Aristotele non scrisse” – almeno dai tempi del “Nome della rosa”, 1980) ma perché è convinto che non serve a nulla. Dire la verità, polemizzare. Che non c’è riforma possibile. Che si può solo sorridere e ridere. Roland Barthes, de non un de Quincey rimosso, lo aveva probabilmente liberato da san Tommaso al riso e al sorriso con le “Mitologie” (1957), feraci di molte “bustine” e diari minimi, e all’ironia ritorna, dopo la sterile cavalcata semiologica. Ma allora: Eco reazionario? C’è sempre una reazione, prima o dopo.
Umberto Eco, Numero zero, Bompiani, pp. 218 ril. € 17

giovedì 15 gennaio 2015

Ombre - 251

Napolitano più del papa

Benedetto è interdetto
Che a sette saggi inetti
Confidò la Costituzione

Sono dunque  3.700 i migranti minori non accompagnati scomparsi dai centri di accoglienza in Italia sui 14.000 sbarcati dalla Libia e la Turchia. Già 14 mila è una cifra enorme. Ma che un terzo siano “scomparsi”? Nessun giudice si commuove, nessuna Procura, nessuna Polizia. Non si potrebbero fare un po’ d’intercettazioni?

 C’è una faida familiare sugli ebrei trucidati a Parigi? Tra Hollande e Segolène Royal: lui è contro perché lei difende Israele.  

Il gelo Hollande-Nethanyahu  alla marcia antiterrorismo dà la misura della piccolezza del presidente francese. Tanto piccolo che uno si chiede come hanno fatto a trovarlo.

Hollande si è difeso dicendo che non aveva invitato neppure Abu Mazen. Che invece è arrivato tra  i primi, atteso e accudito dal cerimoniale - tutti gli italiani hanno visto che veniva sistemato tra il presiente del Consiglio europeo e Renzi.

Però, non c’è stato un tweet o un #jesuisjuif per i morti del supermercato. Nemmeno fuori di Francia.

Non si è mai circolato meglio a Roma che in queste tre settimane di assenza dei vigili, e del sindaco. È la sindrome sudamericana, del paese che va meglio di notte quando i politici dormono?

La prima cosa che il sindaco di Roma Marino ha fatto, emerso a metà mese dalla vacanza americana, è stata di cazziare in pubblico, scrivono le cronache plaudenti, il capo dei vigili che lui ha nominato. Che non gli ha fornito le liste dei mille vigili che hanno sabotato il Capodanno. Gliene ha dato 31, di cui sei avevano concordato le ferie natalizie a Ferragosto.

Il vero caso dei vigili di Roma sarebbe la vice-comandante di Marino. Nepotista – ha sistemato i figli. Profittatrice, dei mezzi aziendali per uso privato. Recordman delle multe (non pagate). Per infrazioni gravi: contromano, sulle corsie riservate. Il più pulito ha la rogna?

Ma siamo sicuri che non c’è una Mafia Scommesse, o una Mafia Calcio? I gol di Radu-Totti, com’è possibile che un terzino non alzi la gamba? E quello di Buffon-Icardi?

Scontro a “Al Jazeera” in inglese tra la redazione araba e quella anglo-americana sul lutto per “Charlie Hebdo”. È ancora presto, ma per “Al Jazeera” il futuro sotto il califfato è inevitabile, che questo sito anticipava quattro anni fa:
http://www.antiit.com/2011/02/salviamo-al-jazira-4.html
Il Qatar è uno dei primi candidati all’Is, come gli altri stati patrimoniali della penisola arabica.

Cristina Comencini fa film “di sinistra” perché, dice al “Venerdì”, “in Italia Mussolini non è sparito. Entri nelle case e scopri che c’è gente che ha il busto del Duce”. Ma in che case entra Comencini?

Non mancano purtroppo le immagini del terrorismo in Francia. Ma il Tg 1 si spreca di mezzibusti: grandi direttori, grandi esperti. Essendo tutti del Pd, è per fare propaganda al Pd nei grandi ascolti? Ma il direttore Orfeo non l’aveva nominato Berlusconi?
E perché questo giornalismo sarebbe di sinistra? Siamo sotto occupazione?

Contro i terroristi “stretta sui passaporti” è la ricetta di Alfano. Il ministro  dell’Interno, mica il primo venuto al bar.

Il massacro di Boko Haram in Nigeria è una breve in prima, cinque righe. Ma l’Africa è vicina, vicinissima.

Draghi fa inviare al Monte dei paschi un’altra ingiunzione: vuole un requisito patrimoniale di tipo nuovo, che chiama Cet 1, per cui il capitale deve essere molto più elevato rispetto al patrimonio di quanto richiesto dal Basilea 3, il regolamento più avveniristico e rigido per le banche: il 14,3 invece del 9 per cento. Poi dice che non è un’ingiunzione, ma solo un’indicazione.  Giusto per mettere in ginocchio, col Monte dei paschi, le banche italiane?

Santander chiede 7,5 miliardi ai soci. Subito dopo essere stato promosso a pieni voti dai finti stress test della Bce, appena due mesi fa.

Renzi ha il vezzo di battere la mano sulla spalla di chi incontra, molto amichevole, superiore. Al papa, a Obama eccetera – e alla regina Elisabetta? Anche Letta aveva questo vezzo.
Angela Merkel invece bacia tutti. È il nuovo stile europeo, democristiano? Quello sovietico.

La sottomissione volontaria

Un caso di “sottomissione” ante-Huellebecq. Non magniloquente, e anzi sordido, in famiglia – senza nemmeno ergersi a caso familiare, a sollevare la complessità dell’istituto familiare. Gide ne fa il caso della figlia  (dei figli, del marito) vittima della madre.
A Poitiers nel 1901 una figlia fu trovata dalla polizia chisua ermeticamente in una stanza sporca e puzzolente, mai lavata, ridotta a 25 chili, tra escrementi, ragni, vermi e mosconi, Per la cattiveri dela madre, debole il padre. Ma no contro la volontà della figlia.soconi orpone ilcaso come  
André Gide, La sequestrata di Poitiers

mercoledì 14 gennaio 2015

Letture - 200

letterautore

Islam – Il Mediterraneo fu già islamico per molti secoli, sotto il califfato prima e poi sotto l’impero ottomano. Patrick Leigh Fermor lo ricorda di passaggio, in mezza pagina di “Broken Road”, il terzo libro del suo viaggio a piedi attraverso i Balcani a diciott’anni nel 1933-34, sulla strada per Costantinopoli, che non raggiunse - un libro sempre ripreso e mai concluso, che ora si pubblica postumo. Dopo la conquista araba, che Leigh Fermor pone tra le civiltà più raffinate, alla pari della persiana e della greca, i turchi, “tribù sciamaniste dell’Asia centrale, parenti degli sterminatori mongoli, arrivarono, fondarono il sultanato di Rum, conquistarono l’impero romano dell’Est, e infine, occupando Costantinopoli, inflissero il più grande disastro all’Europa dopo il sacco di Roma dei goti un millennio prima”.Il loro impero “si estese fino alle colonne d’Ercole, a Nord fino alla Polonia e alla Russia, e a Ovest fino a Vienna; un’incursione straordinaria li aveva proiettati fino a Ratisbona, a una sola giornata di marcia da Monaco.” Una penetrazione straordinaria, dice lo scrittore-viaggiatore, quella dell’islam: “Quando ricordiamo  che i mori d Spagna furono fermai solo a Toura, sulla Loira, sembra a volte solo un caso fortunato che San Pietro e Nôtre Dame e Westminster Abbey non sono oggi tre celebri moschee, templi apparentati a Santa Sofia a Costantinopoli”.
Con una coda: “Se si benedicono i nomi di Carlo Martello e Sobieski per aver salvato la cristianità occidentale dall’islam, bisogna esecrare la memoria della Quarta Crociata, e l’avidità e il settarismo cristiani che saccheggiarono Costantinopoli, distrussero l’impero bizantino e prepararono la rovina della metà orientale della cristianità. È inutile incolpare i turchi di essersi allargati a occidente sulle rovine, come lo sarebbe biasimare le leggi dell’idrostatica per i danni delle alluvioni”.
L’avanzata dei turchi affascina Leigh Fermor, compatta, irregolare, composita: fanti anatolici, cavalieri selvaggi dell’Asia, cavalieri beduini, arcieri del deserto orientale, albanesi, tartari, circassi, e i giannizzeri. “Cristiani”, questi ultimi, “in prevalenza rapiti da bambini, convertiti in fanatici mussulmani e trasformati in guerrieri spietati”.
Tutto già visto, dunque? No, le bandiere sotto cui i giannizzeri combattevano erano verdi. Verde è il colore dell’islam.
Il giovanissimo viaggiatore (o è lo scrittore novantenne, nell’ultima riscrittura?) si meraviglia alla fine che “i resti dei turchi in Europa, cui, dopotutto, non apportarono nulla, si distinguano per tanto fascino e grazia: l’architettura delle case, i soffitti di legno intagliato, i gessi barocchi, i pozzi e le fontane, le logge coperte…” Ma poi ci ripensa. “Sono adattamenti dello stile bizantino. Architetti e maestri bizantini concepirono ed eressero molte grandi moschee”.

Latino – “Dovresti essere felice di non essere un latino”, dice Rinaldi, a “Frederick Henry” Hemingway in “Addio alle armi”, in una  delle scene migliori di questa grande storia di amicizia. “Non c’è un qualcosa come un latino”, Henry ribatte: “Questo è pensare «latino». Sei così  orgoglioso dei tuoi difetti”. E commenta: “Rinaldi alzò gli occhi e rise”.
Latino come complesso già nel 1918 – o nel 1929, quando Hemingway scrisse il romanzo.
.
Parolacce – Zavattini segnò un punto per lui memorabile quando nel novembre 1977 azzardò alla radio un “cazzo”. Che però continua a essere bandito, ancora quarant’anni dopo. Le parolacce hanno invaso la conversazione quotidiana, anche delle gentildonne, anche in età, ma non si scrivono. Si dicono anche eccessivamente al cinema. Si possono dire pure in tv, dopo Grillo, da parte di qualche comico. Ma non si scrivono, se non con i puntini. Sono anche politicamente corrette, equanimi con tutti i sessi. Sono un tabù?

Pasolini - Autore di culto, in Francia forse più che in Italia, e in Germania, Gran Bretagna, Nord America. Per una ragione precisa? È persona e artista sfuggente, è caleidoscopico. O forse no, è solo stato catturato da un’aura e un ambiente non suoi, non connaturali benché lui stesso li abbia scelti e coltivati. La sua vita e i suoi scritti, avulsi, ne danno un’altra persona e un altro autore.
L’autore “maledetto” - oggi “scorretto” - per eccellenza della cultura italiana era perbenista. Per questo anzi sulfureo, con se stesso, si rimproverava perfino l’omosessualità. Con gli altri parlava a bassa voce e benevolente, nessuno ricorda Pasolini adirato o brutale. Era curato, ben vestito, seppure con concessioni al kitsch cinematografico, sempre pulito e in ordine, dai capelli alle scarpe. Così lo vide Bernardo Bertolucci nel famoso apologo del primo incontro, col “vestito della domenica esagerato”, l’abito scuro, cioè, con la camicia bianca e la cravatta. Si presentò al festival di Venezia per “Medea” nel 1970 in fiocco nero e camiciola trasparente, ricoperta di trine – due anni dopo aver contestato il festival borghese. “Estremamente raffinato e manierista” lo disse Moravia, benché commosso, alla celebrazione funebre in Campo dei Fori, non solo in arte. Beneducato, anche se non parlò mai al portiere in via Carini a Roma, né al barbiere sotto casa, il signor Mario – forse per timidezza. E aveva il culto del fisico, Dal lato sportivo, della forma  dell’elasticità, dei riflessi, della muscolatura, e da quello carnale. Fece nell’estate del 1970 con Moravia nella Romania di Ceausescu la cura del gerovital.

L’eretico non era anarchico, nient’affatto. Di applicazione mostruosa, lavorava continuamente, sempre applicato, lavoratore onesto. Nella vita in famiglia, che manteneva regolare, scandita da ritmi costanti, e in quella di lavoro, anch’essa regolare, disciplinata. E sempre il figlio amato della madre, che sempre fu venerata.  Protettiva, e protetta, anche nei tempi difficili della “fuga” a Roma, in rapporto simbiotico.
Omosessuale attivista, per molti aspetti, è forse l’ultimo difensore, accanito (non solo per la polemica contro l’aborto), della maternità. Gli unici personaggi positivi, nel senso tradizionale, del suo cinema sono figure di donne: la Vergine (la sua propria madre), Anna Magnani di “Mamma Roma”, la Callas muta di “Medea”, la Luna di “Uccellacci e uccellini”, Femi Benussi, e Silvana Mangano, la Lucia di “Teorema”. Tutte legate alla luce – Callas-Medea è detta “figlia del sole”. Tutte donne “forti” peraltro, Magnani, Mangano, Callas.

La “vocazione alla marginalizzazione”, che Eco gli ha affibbiato, era il disagio del conformismo da cui si sapeva avviluppato, quasi una persecuzione. Si dice tradizionalista a disagio nella modernità. Mentre era modernissimo – nella riscoperta della tradizione compreso: finissimo ermeneuta, postmodernista avventuroso e licenzioso, senza freni, quasi compiaciuto. A disagio però nel “suo” mondo, con le parole, gli atti, l’ideologia perfino, la politica del giovanilismo, l’abbigliamento. “Non sono né apolitico né indipendente, sono solo. È questa solitudine, d’altronde, che mi garantisce una certa oggettività, sia pure stravagante e contraddittoria”, così si presentava alla prima cronaca sul “Tempo”, nel 1968.
Nella stessa misura – cioè costantemente – fu anche opportunista, e presenzialista. A difesa? È vero che aveva molte marce in più nel panorama letterario italiano, come filologo, iconologo, poeta, narratore per immagini.
La prima memoria è di lui che con Moravia illustrava a Firenze, per il circuito dell’Aci, l’associazione culturale italiana, o dei Lunedì,  un anno il dialetto come lingua, e l’anno dopo la non musicalità delle immagini (“al più un po’ di Bach”). Scemenzuole. Ma lui con la soma del ricercatore incerto, con l’intento di approfondire più che si declamare o esibirsi.

Sempre letterario, in tutte le emozioni. I sentimenti sono sempre filtrati dalla conoscenza, che in lui è apparentemente inesauribile, di vastità e curiosità interminabili. “Guadare un atto sessuale è guardare con lo sguardo obiettivo del ricercatore – anche se è emozionato – un testo tropo immenso per essere interpretato”. Non c’è disegno di carnefice che non sia suggerito dallo sguardo della vittima”. Le citazioni di Pasolini sono di quest’ordine, sempre riflesse e radicate - quella della sottomissione volontaria anticipa Huellebecq, il romanzo dello scandalo: “L’idea sconsolante e semplice che il culmine della felicità umana sia la sottomissione più assoluta” (che non  vero, ma gli scandali sono opportuni).
.                                                                                                         
La carne tentò di normalizzare, nei romanzi e nelle immagini – riferimento anche cattivissimo nella comunicazione e la ananke quotidiane. la carne resta tabù nell’arte. Eccessivo alla fine in segno di rifiuto e di disprezzo, “Salò-Sade” e il progetto “Porno-teo-kolossal”, nonché “Petrolio”. Delle violenza dei timidi: scontento, se non nemico, di se stesso.
Condannò anche la “trilogia della vita”, i film sul “Decameron”, Chaucer e “Le mille e una notte”. Abiurò, mentre immortalava i corpi nudi come manifestazione fascista, di un Novecento filmico dopo essere stato scultoreo, pittorico e architettonico, con queste parole: “Aborro i corpi e gli organi sessuali”. Questo è vero anche della “Trilogia”, se la si riguarda – al tempo colpì la novità: Pasolini vi indulge al giocoso. Una vena che avrebbe voluto coltivare, dal tempo del “Vantone” a teatro - il “Miles gloriosus” di Plauto - e di “Uccellacci e uccellini”, ma senza molte polveri.
Del “Vantone” si ricorda un’anteprima alla Pergola di Firenze in cui non si finiva dal ridere, ma per la performance eccezionale della compagnia dei Quattro, Moriconi, Mauri, Enriquez e Luzzati. Il Vantone invece, che ricavò dal Miles di Plauto per Enriquez e gli altri Quattro, è stato due ore di sballo all’anteprima alla Pergola, una serata di teatro quale si favoleggia negli annali, che lasciò gli stessi attori accasciati sul proscenio dalle risate, incapaci di finire le battute. Grande filologo sarebbe stato, di potenza, disinvolto, disincantato. E favolista al modo di Boccaccio, Chaucer e le Mille e una notte, o degli amati sconvenienti borgatari. Ne fece una parentesi, e fu poeta sentimentale.
Sul sesso Pasolini è sempre malinconico: la sua “orgia”, tragica o farsesca, resta antiafrodisiaca, quasi da moralista. È probabilmente qui la sofferenza del suo omoerotismo: il disgusto del bisogno-sesso, a partire da “Accattone”.

letterautore@antiit.eu

Il romanzo della Grande Guerra, special edition

Un addio alla vita, più che alle armi. La tristezza è immensa, troppe morti, troppe guerre, nell’introduzione del 1948 qui riproposta - già prima quindi che la lite continua col figlio Gregory, il vero bevitore e cacciatore grosso, e con la di lui madre Paulette (che per questo morirà) lo avvelenasse a morte: “Il titolo del libro è «Addio alle armi», ma eccetto che per tre anni c’è stata sempre una qualche guerra da quando è stato scritto”. E tutti, più o meno, sono morti: “Scott Fitzgerald è morto, Tom Wolfe è morto, Jim Joyce è morto…”. Mentre riscrivevo il libro a Parigi, ha detto all’inizio (“non avevo ancora trent’anni”), “mio padre sì è ucciso a Oak Park nell’Illinois”. Non è tutto. Il libro è uscito il giorno del grande crac di Wall Street. Roba da maghi. Ma ha difficoltà Hemingway a farci su dello spirito, è il romanzo stesso che è un addio alla vita. Combattono le guerre, ne sono vittime, “le persone migliori”. Un romanzo – un autore? – non vitalistico: triste, quasi cupo.
Il capolavoro di Hemingway è riproposto per il centenario della Grande Guerra, con molti materiali filologici: una dozzina di prime stesure, una lunga lista di titoli alternativi, una serie di finali alternativi, ben 47. E due note molto letterate degli eredi, il figlio Patrick, il nipote Sean, figlio di Gregory – il dna Hemingway è letterario. Il romanzo, scritto di getto tra il 1928 e il 1929, è anche molto lavorato. Curiosamente non riproposto in italiano per il centenario, anche se rimane il “Dottor Živago” della nostra Grande Guerra – senza il grande film purtroppo (ma il libro è calcato su “Addio alle armi”, a naso e per troppi riscontri). E come tale riletto un paio di generazioni fa: inaugurò gli Oscar nel 1965, vendendo 600 mila copie in due mesi.
Il “Dottor Živago” italiano
Evocativo, eroicizzante, seppure al modo hemingwayano, su sfondo di morte, onnipresente, e diligente. Nella toponomastica: la Milano di San Siro un secolo fa, la Milano ancora di canali e giardini, la lunga ritirata fino a Mestre, tutto è evocativo e preciso. Nella cronaca: è la “terribile estate” del 1917, delle offensive sterili a ripetizione, degli ammutinamenti. Nel multilinguismo. Sensibile anche alla fede, e al culto. Commosso e ugualmente partecipe. Sui temi dell’amore e della morte, che lo scrittore martoriarono fino al suicidio, ma con un rispetto quasi patriottico 
È la storia di un amore felice: corrisposto e sempre pieno. Che Dio invidioso tronca con la morte, con due morti, del bambino che deve nascere e della madre. Sullo sfondo, accurate come in nessun’altra opera italiana, benché Hemingway sia arrivato al fronte un anno dopo, l’offensiva della Bainsizza, l’XIma offensiva sul Caro, e la XIIma, la ritirata da Caporetto. Con i carabinieri che attendono al varco, all’unico ponte della ritirata, gli sbandati e li fucilano all’istante - con “la freddezza e il controllo di se stessi degli italiani che sparano e non sono sparati” (tra i materiali dell’appendice una pagina ancora più terribile sulle esecuzioni, sula pena di morte). Tante morti e sofferenze, a Caporetto e dintorni, che ora sono, come erano, Slovenia.
L’edizione italiana è purtroppo ferma alla traduzione di Fernanda Pivano. Anche se rafforzata dalla breve, ulcerante, introduzione del 1948. L’originale, riletto in parallelo con la traduzione, è molto semplice, e per questo insieme drammatico. Con un inatteso flair proustiano semmai (c’è pure la Normandia: “I paesaggi normanni nessun pittore li ha fatti meglio”), e non ante-beat, sebbene il remoto di Hemingway sia sempre vivo e attivo. La traduzione  è invece da birignao, introdotta da una terrificante nota della stessa traduttrice, piena di sé e di pettegolezzi, e di un antimilitarismo da repertorio, tutto l’opposto del romanzo. L’edizione corrente negli Oscar solo si riscatta con la copertina, di un Hemingway “al naturale”. Senza barba, giovane di vent’anni quale era nella guerra, nel letto dell’ospedale a Fossalta, Gorizia, e senza pensieri.
Harold Bloom, che pure ha pubblicato “Addio alle armi” come una delle sue “Guide” alla lettura, esclude Hemingway dalle seicento pagine che prepara sugli americani “sublimi”, “The Demon knows: Literary Greatness and the American Sublime”, e invece ci rientra a pieno titolo. Con altri testi, ma con questo in particolare. Per la scrittura, sempre della “giusta” misura, e per i “grandi” temi che impone, della vita, della morte, della guerra. È il romanzo dell’acqua - della madre assente, della vita sfuggente: dei fiumi, dei laghi, delle pozzanghere e gli abbeveratoi, della pioggia che è incessante. Le stagioni si succedono ma nient’altro di esse è rilevato, non i colori, non gli odori o i calori, giusto la pioggia. E della guerra solo morti si vedono, casuali, ordinarie. La guerra Henry rifiuta, con la ritirata di Caporetto, ma senza colpa. Né tarde professioni di antimilitarismo alla Barbusse, che legge ma non apprezza. Senza disertare – che non è possibile, ma sottrarsi sì. Benché in una storia di vinti: “Sei morto. Non sai nemmeno perché. Non hai avuto mai il tempo d’imparare”.
Ernst Hemingway, A Farewell to Arms (special edition), Vintage, pp. 328 € 11,98

martedì 13 gennaio 2015

Secondi pensieri - 202

zeulig

Anima - L’anima muore più volte -  Conrad Lorenz, intervistato nel 1989, ricorda: “Mio padre diceva sempre che l’anima è molto più mortale del corpo”. Ma quando alla fine muore col corpo sopravvive, in molti casi.

Carne – È un concetto, quella che si vede è effettivamente un ammasso di pelle, ossa, e tessuti adiposi. Emerge con la prima cristianità, come antitesi al sacrificio o annullamento di sé che è il fondamento cristologico. E in quanto tale collegata ai piaceri, che prima erano semanticamente (filosoficamente) marginali, confinati agli aphrodisia. Specie i desideri e gli atti sessuali, che con la chiesa diventeranno la “carne”.

Complessità - Irretisce e non agevola la comprensione, lo sviluppo conoscitivo lineare. La fisica del caos offre modelli di lettura, ma in sé è formalmente in stallo – batte i piedi, in surplace.

Confessione –  Nelle sue radici greche, della prima cristianità, dei padri della chiesa, fino a Cassiano, primo storico del monachesimo, nello scavo archeologico di Foucault è una ricerca del sé fuori del sé. Uscendo dal sé. Non l’affermazione del sé, come Foucault tende a sostenere, ma il rifiuto del sé.
I termini chiave emersi da quello scavo,  exomologesis  e exagoreusis, sono, benché di senso diverso, entrambi della stessa natura, dell’exa-, del di fuori del sé. Dell’estraniamento e rifiuto (condanna) del sé. Nella sintesi di Foucault: “Dobbiamo sacrificare il sé per scoprire la verità di noi stessi”. È un filosofema, corroborato subito dopo da un assurdo: la verità è “sempre di se stessi”. Foucault stesso ipotizza uno sviluppo diverso, al solito come scavo del passato: della confessione come “una tecnologia dell’identità del sé” che non ne pretende lo svuotamento e anzi la confermazione - “una tecnologia dell’identità del sé, piuttosto che … una tecnologia sacrificale del sé”: con le istituzioni giudiziarie, della seconda metà del Medioevo, con le pratiche mediche, psichiatriche e psicologiche, e con le teorie politiche, filosofiche ed epistemologiche. Anche la chiesa, avrebbe potuto aggiungere, intraprese questo cammino, col Concilio Lateranense II e la confessione obbligatoria, rituale.

È atto di liberazione, grande invenzione nella sua forma obbligatoria. A distanza di sette secoli dal concilio lateranense che la introdusse, la psicoanalisi vi ha trovato la ragione profonda della continuità della chiesa, per il legame di fiducia, speranza e liberazione che si stabilisce fra il penitente e il confessore, applicata ai grandi come ai piccoli fatti della vita, e che la pratica ripetuta evidentemente rafforza.
Non fu però facile introdurla. E la ragione è evidente. A prima vista, è un'invenzione caritatevole. È semplice, alla portata di tutti, e apre comunque le porte all’assoluzione e alla grazia. Accessibile è anche la penitenza, commutata in pie pratiche o in ammende, pecuniarie o lavorative. È nella giustizia e nella fama, d’altronde, che gli uomini ripongono la speranza, nella sfera pubblica e anche in quella privata. Non c’è individuo, seppure di poche pretese, e non c’è comunità, per quanto piccola, che non si affidi segretamente al giudizio degli altri. Gli uomini non se ne stancano mai: si rigenerano, o si spengono, nel giudizio pubblico.
Ma se si esce dalle buone intenzioni risulta difficile concepire che la libertà dell'individuo - ché tale è la salvezza, una promessa di liberazione - venga assicurata da un altro. Il cristianesimo, come ogni religione, l’affida alla magnanimità di Dio, non di altri uomini. Mentre la natura vera della confessione è di tenere i fedeli stretti per il collare, nell’intento di prevenire o stanare l’eresia. E nella confessione obbligata diventa eresia la semplice disobbedienza - un effetto non fortuito né indesiderato.
La chiesa si applicò con fermezza a imporre le confessioni, con dispendio di dottrina, e un notevole apparato coercitivo, sui penitenti e perfino sui confessori. In breve la confessione divenne un atto dovuto. Già Alessandro di Hales (1180-1245) argomentava che la confessione è dovuta anche da chi non ha peccati mortali da confessare: se non ha nemmeno peccati veniali, confessi comunque di essere un peccatore. La vera ragione l’aveva data, scrive G.H.Lea, che fu anche storico di questa forma peculiare della religione, lo stesso pontefice che introdusse la confessione auricolare obbligatoria, in un momento di debolezza e disorientamento dei chierici che dovevano amministrarla: “Innocenzo III, quando si accinse a imporre ai preti della cristianità questo difficilissimo dovere, non s’illudeva affatto circa la loro indegnità e inadeguatezza giacché, in un sermone tenuto al concilio lateranense, dichiarava i preti la principale sorgente di corruzione per il popolo loro soggetto. Siccome era impossibile che fosse tanto cieco da non avvedersi che con la nuova regola altro non avrebbe fatto che aumentare le fonti di corruzione, si ha ragione di credere che con essa egli si proponesse sopratutto di aumentare la grandezza ecclesiastica ”.

Diavolo – È cristiano. La tentazione, l’eccesso, il pensiero stesso. In una con l’individuo: il pensiero individualizzato, intimo. Era il principio negativo nello zoroastrismo, per il quale Ormuzd e Ahriman, il bne e il male, sono di eguale dignità e di battono alla apri per il controllo delle anime.  Ma non più nel cristianesimo, il dualismo è la prima eresia condannata, o una delle prime.

Fisica – È il mondo del mistero. Nel’accezione moderna, della scoperta, e la scoperta dell’inconoscibilità. Già il fenomeno delle onde radio è impenetrabile, che uno parla in una stanzetta a Roma a un microfono neppure potente, sensibile il giusto per catturare la sua voce, e in Nuova Zelanda, agli antipodi, lo ascoltano tale e quale come nella stanzetta a Roma. E ora lo vedono, all’istante, col telefonino. Oil volo. O il processo visivo.
La fisica tradizionale (aristtelica) era la descrizione di ciò che si vede. Quella che vuole penetrare la “materia” è solo un balletto – è destinata a girarci attorno. Può proporsi alcuni obiettivi, mimarne alcuni aspetti, ma con la certezza che non la penetrerà: già il semplice è troppo complesso. Può trarne dei modelli, questo sì, ma con l’accortezza di modificarli, adattarli ai fenomeni, quali si vengono via via conformando.

Internet - Collegati vuol dire oggi slegati. In casa, per strada, al caffè, luogo sociale, sulle metro e i mezzi, gli occhi bassi, concentrati, le orecchie alle cuffie, e anche al lavoro, dove è proibito, intimamente sempre collegati, purché ci sia l’elettricità e il campo, e quelli ormai ci sono sempre più ovunque. Si è soli col mezzo più o meno versatile, veloce, già senza più fili, domani ancora più miniaturizzato e “invisibile”. Si è soli con un mondo multiforme, ma di nessuna consistenza (verità e sostanza, passione) se non la propria fantasia, il proprio sé. La rete è un liquido amniotico in cui un nuovo io si forma? Ma allora muto, benché sproloquiante. Remoto, benché collegatissimo. Indistinto, inconsistente, benché pressante – la comunità spoglia e dissecca con la sua pressante sollecitudine.

Spirito – È un precipitato, ideale o passionale, non indipendente dai vecchi quattro temperamenti. Dalle condizioni materiali sì, la povertà, la ricchezza, la solitudine, la comunanza, ma dai temperamenti no, anche in presenza di un programma preciso inteso a condizionarli o irreggimentarli. Ogni sua concrezione sociale (amicizia, amore, maternità, fedeltà, riconoscenza…) andrebbe confrontata (pesata) sui temperamenti. Che non saranno rispondenti ai vecchi quattro elementi, se non in forma figurata. Ma alla costituzione muscolare e nervosa sì, ai lobi cerebrali, alle sinapsi. È molto fisico – perfino metereopatico, sensibile alla luce, anche al jogging e al trekking, e a volte abitudinario.

zeulig@antiit.eu 

L’anno di Pasolini, l'ultimo Europeo

Un tributo – la rivista dichiara il 2015 anno d Pasolini, nel quarantennale della morte (ma era prima delle stragi a Parigi) – e una serie di solidi contributi. Su Pasolini pittore, e autore di teatro oltre che di dinema, sul culto-rifiuto del corpo nella cinematografia, sul mitologista, e sui punti do contatto con la Francia. Con la poesia provenzale nel filone friulano giovanile, le polemiche con i “Cahiers du cinéma”, con Bartes e con Foucault, il rapporto con Satre, di rispetto inizia,mente (“Alì dagli occhi azzurri”) e poi d’irrispetto (l’intellettuale fanfarone del progetto “Porno-teo-kolossal”) – Julie Paquette si meraviglia che sul Terzo Mondo Pasolini si rifaccia a Sartre, oltre che a Fanon, ma Sartre aveva anticipat e indirizzato le indipendenze nel 1955, col saggio antirazzista “Orfeo nero”.
Una dozzina d’interventi, di studiosi per lo più francesi, tutti in qualche modo specialisti di Pasolini. Un tributo appassionato, con tre interventi di René de Ceccaty. Che sono essi stessi, con alcuni dei saggi, una prima messa in forma dell’artista, oltre l’emotività. Classicamente classificato da Hervé Aubron, che ha curato lo speciale: “Un onest’uomo del Quattrocento o del Rinascimento, un Europeo anche – se credete ancora a questo termine. Una individualità o quanto atipica ma irradiante al di là della sua semplice singolarità, al di là di una sola disciplina o di un solo territorio, ed è ben in questo che fu un Europeo degno del nome. Così forte che poteva essere pessimista, se non nichilista, e votarsi con tutto se stesso a ciò che faceva, senza dimenticare il mondo che gli girava attorno. Pasolini era anche un antropologo”, che promuoveva, nel mentre che ricercava, “una certa idea della specie umana. Ed era un ecologo”. La “devitalizzazione dell’Italia” esemplò nel fatale 1975 con la scomparsa delle lucciole.
Génies de Pasolini, “La Magazine Littéraire” gennaio 2014 pp-54-98, ill.

lunedì 12 gennaio 2015

La macchina del fango Rai

Una buona mezzoretta Eco illustra da Fazio la macchina del fango che è diventato il giornalismo in Italia. Faceto come sempre ma implacabile: esempi, ricordi, citazioni, tipi accumula per un quadro a ogni battuta più devastante. Una pausa per riprendersi, poi uno passa alle partite, lietamente se la squadra del cuore ha vinto. Uno passa alla “Domenica Sportiva”, e che ci trova? Venti minuti di niente, per passare il tempo in attesa del big match in notturna, e sono le 23. Poi la partita in notturna, questa domenica è Napoli-Juventus. Bene.
Ma la partita si esaurisce in pochi secondi di immagini. Quindi venti minuti di Tardelli che si scusa a destra e a manca di (non) aver detto che la Juventus ha giocato meglio – ha vinto 3-1. Quaranta minuti per dire che, forse, la Juventus ha fatto goal in fuorigioco – senza vedere la maglietta azzurra, quindi del Napoli,  che tiene in gioco gli avversari. E siamo a mezzanotte: a mezzanotte, dopo ottanta minuti, niente calcio alla “Domenica Sportiva”.
Eco non si sarebbe scandalizzato. Ma perché non si può più vedere il calcio in tv? Perché la Rai ha il monopolio del calcio? Perché il calcio, la Juventus per esempio, si affida alla Rai?   

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (232)

Giuseppe Leuzzi

Lo hacker, il nuovissimo supereroe, è industriale, urbano, settentrionale. È scandinavo, dopo la trilogia di grande successo “Millennium”, e un giusto temperamentale, che agisce per la giustizia. Più spesso è californiano, per gioco, per disimpegno, per anarchismo. Anche nordcoreano o russo quando si vuole cattivo, distruttivo. Non è arabo però, anche se lì si localizza molta cattiveria, nemmeno mediterraneo.

A lungo la violenza fu ritenuta genetica, un fatto di stirpe, di sangue, di razza. Delle “razze” inferiori. Ma con pochi argomenti, specie dopo Hitler o Breivik, o l’eugenetica che non si dice che i paesi nordici praticano. La presunzione di sé c’è sempre, è anche naturale, ma, si sottace. Nessun accenno alla genetica nella violenza islamista, a Parigi o in Nigeria. È argomento solo in Italia. Nel quadro dell’antimafia, è vero.

Antipolitica
Tema dell’Italia civile, dei belli-e-buoni della Repubblica fin dai suoi esordi (Maranini, Ernesto Rossi, Scalfari, Ronchey), è in origine tema meridionale. Si può dire che l’Antitalia ha debuttato al Sud, anche se il primo specimen è “L’eredità Ferramonti”, 1883, di Gaetano Chelli, scrittore di piccole cose di provincia, di Massa Carrara, che Roma trovò subito, da piccolo impiegato, corrotta e spregiudicata. Ma due anni dopo Matilde Serao s’impadroniva del filone, con “La conquista di Roma”. Presto imitata da molti, compreso il siculo-napoletano De Roberto, “I viceré”, 1891-4, forse il più cattivo. Fino a “I vecchi e i giovani” di Pirandello, una sorta di anteprima del “Gattopardo”. L’antipolitica si può dire in origine meridionale.

Il familismo amorale
Causa primaria del ritardo del Sud è il “familismo amorale”, una tesi di successo della sociologia americana, di Edward Banfield, 1958, “Le basi morali di una società arretrata”, e Joseph La Palombara, 1966, “Clientela e parentela studio sui gruppi di interesse in Italia . In Italia il fenomeno non si direbbe limitato al Sud, ma pazienza. Ma il familismo fa la fortuna della migliore politica in America. Di molti Kennedy, anche mediocri. Di molti Bush. Come già degli Adams tra Sette e Ottocento, e dei Roosevelt tra Otto e Novecento. O dei Bailey a Chicago, dei Cuomo a New York. Ora, con i Clinton, è familismo in senso proprio, esteso alle mogli, ancorché in età e di scarsa salute.
Amorale è il familismo amorale - la disgrazia del Sud non sarà il Sud?

La “riproduzione sociale” è d’altronde ritenuta l’asse della borghese solidità, nel senso dei valori belli-e-buoni, della società stessa. Dell’impresa di famiglia, sia essa pure una semplice onorata pizzicheria, e della nobiltà professionale, di giudici figli e nipoti di giudici, avvocati figli di avvocati, clinici figli di clinici, e medici condotti. Al Sud, però, meno che altrove. Per le condizioni esterne che non lo consentono. Per le professioni sì, la “riproduzione sociale” è forte al Sud come altrove, per altri campi di affermazione no. È quasi impossibile fare impresa al Sud, per infrastrutture, jugulazioni politiche, mafie, credito, mercati.

Il familismo amorale non sarà una ricaduta sociologica delle “vite avventurose” di mafia create negli Usa in quegli anni da grandi scrittori, Puzo, Talese, grandissimi?

Napoli
Le ceneri di Pino Daniele esposte al Maschio Angioino per dieci giorni. E di Rosi no? Ancora un sforzo.

Daniele non voleva stare a Napoli, non da ora. Magari non voleva essere sepolto a Napoli, e per questo si è fatto incinerare. Ma la città non lo risparmia.

Si stringe Pino Daniele anche De Laurentiis, il produttore dei cinepanettoni e padrone del Napoli Calcio: nel suo nome requisisce le tribune dei tifosi ospiti e le vende ai fan del musicista pro Napoli calcio.  Una vera alzata d’ingegno.

De Laurentiis abbraccia e intrattiene esilarato il presidente della squadra ospite, lo juventino Agnelli. Nel nome di Pino Daniele - che non possa protestare per l’esclusione dei suoi tifosi. Poi, avendo perso la partita, lo insolentisce per comunicato stampa: malafede, incompetenza, eccetera. Vedi Napoli e muori?

Tra inchieste, condanne, evizioni, litigi, dimissioni, la giunta più terremotata è quella del sindaco giudice di Napoli De Magistris, la verità in cattedra.

Resistono alcune leggiadre signore, che il sindaco recupera sempre, in questo o quell’incarico, aumentando loro il quantum per la consulenza. È vero che De Magistris è famoso anche per essere bello: è generoso, non ne avrebbe bisogno.

“Vedi Napoli e poi muori è una buona idea”, dice uno dei finali alternativi che Hemingway scrisse e poi cassò per “Addio alle armi”, “forse non c’è fortuna in una penisola”. E intende: il mare non difende ma isola. Forse è questo il problema, non il Vesuvio – che con Napoli è stato sempre clemente.

La razza nordica
Hitler basò l’antisemitismo sulla prevalenza della razza nordica, e la razza nordica derivò da una robusta pubblicistica inglese, e da ultimo da Madison Grant (1865-1937), un eugeista e con servazionsiata americano, che ebbe grande successo con l’opera “The Passing of the Great race”, sottotitolo “La base razziale della storia europea”, pubblicata nel 1916, presto tradotta e sempre ristampata. Come eugenista, Grant fu a capo dei movimenti e della legislazione americana contro l’immigrazione latina e slava, a favore delle “razze nordiche”.

Gli argomenti di Grant non sono più alla moda, dopo la débâcle del nazismo, e per gli sviluppi della scienza. Ma non del tutto. Nel 1977, coronando a 78 anni le sue ricerche in “The Races and Peoples of Europe”, l’antropologo svedese Bertil Lundman rilanciava la razza Nordica, chiamandola “Nordid”. Con molto sottotipi: la sottorazza faelica nella Germania occidentale e nella Norvegia sud-occidentale, di corpo e viso ampi, la nord-atlantide in Danimarca, dai capelli scuri, l’oceanica in Gran Bretagna e Nord Atlantico, la scandid o scando-nordic. Ma già venticinque anni prima aveva le idée chiare, in “Umriss der Rassenkunde des Menschen in geschichtlicher Zeit”, lo schizzo delle razze umane nella storia.
Gli sviluppi della scienza erano disponibili peraltro già prima di Grant. Prima di Grant, in Europa, il razzismo era stato ampiamente collaudato in opere di pensiero e in leggi.  Gli studi sul’arianesimo, promossi dall’università anglo-tedesca di Gottinga, aperta a questo fine nel 1740, erano stati coronati un secolo e mezzo dopo, alla costituzione del Reich tedesco, da una serie di studi antropometrici e antropologici volti a imporre il “tipo” ario-germano – ario-nordico, o nordico-atlantideo. Una summa che Giuseppe Sergi curava nel 1901 di demolire, argomentando in un testo che fece epoca, “La razza mediterranea”, che non c’era nessuna prova che al vertice delle antiche società ci fossero le razze nordiche, e che al contrario tutto portava a concludere che i popoli mediterranei fossero i più creativi, dalla Mesopotamia a Roma.
Grant viene in evidenza, nella massa degli studi razzisti, perché fu, oltre che eugenista e legislatore restrittivo, anche filantropo e ambientalista. Fu all’origine della prima legislazione per la protezione delle specie animali non domestiche, e fondò molte varie associazioni ambientalistiche, o filantropiche a protezione della natura. Mentre i suoi argomenti, in materia di immigrazione e misgenetion, incroci razziali, non sono perenti. Sono anzi parte della mentalità corrente: il nordico è di colori chiari, capelli, occhi, pelle, è alto e robusto, ed è leale, giusto, di iniziativa, ingenuo, riservato, cavalleresco. Nordico è inteso tutto il meglio, che per questo steso fatto scredita il non nordico. Sul quale pesa comunque il sospetto di passionalità, non affidabilità, indulgenza, bassi istinti.

Del razzismo non si può parlare, su questo argomento si cade subito nella reductio ad Hitlerum. O nella “legge di Goodwin”, la tattica di squalificare l’avversario nella disputa acculandolo a Hitler – l’avvocato newyorchese Goodwin, ai primordi della rete, ne faceva una legge di ferro – una certezza matematica: Più si prolunga un dibattito sulla rete, più la probabilità di trovare un confronto coi nazisti o Hitler si approssima a 1”. Ma la mentalità che lo sottende è persistente. Al fondo anche della psicologia sociale italiana. Della Lega esplicitamente, ma anche dell’opinione pubblica in genere. Con strani percorsi logici.
Uno dei più noti, e persistenti, è quello di Mussolini. Del secondo Mussolini. Il fascismo come’è noto capitalizzò sulla romanità e il Mediterraneo. Ma solo fino al 1936, quando invece, impressionabile al suo solito, Mussolini fu sedotto dal razzismo di Hitler, al punto che dopo pochi mesi si dichiarava egli stesso nordico, erede dei Longobardi, e l’Italia improntava all’arianesimo invece che al mare Nostrum – il percorso è documentato nelle “Racial Theories in Fascist Italy” dello storico Aaron Gillette, che non si traduce. Allineandosi alle vedute di Carlo Formichi, il sanscritista traduttore di “Gulliver”, vice-presidente della sua Accademia d’Italia, e di Giulio Cogni (“Il razzismo”, 1936), l’inventore di un blend italiano tra “ariano nordico” e “ariano mediterraneo” che produce una superiore sintesi.

leuzzi@antiit.eu

Confessare per liberarsi di sé

La confessione come manifestazione della verità di se stessi. Arduo compito, ma Foucault è un temerario. Partendo dal semplice: “L’uomo, in Occidente, è diventato una bestia da confessione”. Dal cristianesimo a Freud.: “Per la propria salvezza ciascuno ha bisogno di conoscere il più esattamente possibile chi è”, e “deve dirlo il più esplicitamente possibile ad altre persone”.
All’improvviso, scavando “La volontà di sapere”, l’archeologo dei saperi Foucault s’imbatte in questa constatazione. La salvezza sarebbe stata un campo di scavo più produttivo (seducente), ma anche sulla confessione sono fuochi d’artificio. Nell’ambito dell’“ermeneutica del sé”, della “soggettività moderna” – cioè postgreca: è vecchia di duemila anni. “La vecchia ingiunzione della confessione”, del conosci te stesso, avendo innestata “sui metodi dell’ascolto clinico”. Con estese riletture dell’antichità greca e latina, nelle quali Foucault si è immerso negli ultimi anni.
Qui fa l’analisi della patristica, con radici in Platone e in Seneca, estraendone le categorie della exomologesis e della exagoreusis. La publicatio sui di Tertulliano la prima, una sorta di sacra rappresentazione del sé peccatore. O piuttosto una expositio sui, con cilici, polvere, denudamenti, tele di sacco, e forse un’autodistruzione, non fosse per l’esibizionismo: un annullamento del sé. L’altra operazione è più moderna: è portare alla luce. Confessare Foucault dice  strumento antidiabolico: è portare alla luce, con cui il principe delle tenebre è incompatibile.
Una pratica pia, dunque, la exagoreusis, che è diventata “questa cosa improbabile: una scienza-confessione, una scienza che si basa sui rituali della confessione e sui suoi contenuti, una scienza che presuppone questa estorsione multiforme e insistente, e si dà per oggetto l’inconfessabile-confessato”. La psicoanalisi, l’innominata di queste conferenze. “Questa nuova pratica”, commenta alla fine Arnold Davidson, è “la forma moderna della vecchia «tentazione epistemologica» del cristianesimo” – dunque, Freud è al fondo cristiano? E “un inaudito fondamento positivo del sé”. Per questo labile?
Col soggetto contro il soggetto
Si potrebbe obiettare a Davidson su “inaudito”, su “fondamento” e su “positivo”. Ma è vero che Foucault è morto nella fase ascendente di questa scoperta, della meraviglia.
Approntato e curato in Italia due anni fa, da Laura Cremonesi, Orazio Irrera, Daniele Lorenzini e Marina Tazzioli, tra gli “MF materiali foucaultiani”, con un saggio di Arnold Davidson, il volumetto è ora ripreso in Francia, come un pilastro del secondo o ultimo Foucault, quello dell’archeologia del sé. Riprende due conferenze lineari, “Soggettività e verità” e “Confessione e cristianità”, tenute all’università di Califonria a Berkely il 20-21 ottobre 1980, per un pubblico straripante, e riprese al Dartmouth College il 17 e il 24 novembre. Che troveranno poi sviluppo nel corso 1981-1982 al Collège de France, “L’ermeneutica del soggetto”. Lineari per il percorso di ricerca di Foucault, la genealogia del sé moderno, e il suo metodo di lavoro. Compresa la sintesi della filosofia del Novecento, nel cui ambito la ricerca si colloca, come filosofia del soggetto: la fenomenologia esistenziale post-Husserl, il positivismo logico, lo strutturalismo. Col dovuto riconoscimento al primo Habermas, di “Conoscenza e interessi”, lo studioso delle tecniche di produzione, trasformazione e manipolazione, delle cose, dei segni e sistemi di segni, dell’individuo. Che sono anche “tecniche di produzione, tecniche di significazione e tecniche di dominio”. Ma in questo terzo ambito sono anche tecniche del sé, di dominio del sé.
Davidson richiama a questo proposito Vernant, che richiama Groethuysen, e la coscienza di sé come cattura in sé di un lui, non di un io”. La genealogia del sé moderno “è stata per anni la mia ossessione”, spiega Foucault. Per un motivo preciso: “per sbarazzarsi” della filosofia del soggetto, “di una filosofia tradizionale del soggetto”. Per il fascino del pensiero circolare?
Michel Foucault, Sull’origine dell’ermeneutica del sé, Cronopio, pp. 114 € 12,50
L’origine de l’herméneutique du soi, Vrin, pp. 159 € 15

domenica 11 gennaio 2015

Si prendono ostaggi in Nigeria

La trattativa per il Biafra si svolge a Saõ Tomé, isola che il re portoghese Giovanni II, siccome i suoi coloni, non meticciati, morivano presto, ripopolò con i più coriacei ebrei passati alla croce. Nairobi è falsa destinazione, degno esito per essere stato referente lungo un mese dei falsi allarmi e progetti folli di riscatto degli ostaggi. Primo e inarrivabile il motociclista, un signore belga di mezza età, piccolo, tondo, occhiali metallici, con una lucidatissima Harley Davidson, secondo lui il mezzo più adatto per un’incursione, novello san Giorgio. Questo era anche il primitivo piano di Hitler per invadere la Francia: una sventagliata di motociclisti che sparano col mitra. Poi è arrivato l’assoldatore di mercenari, che si diceva francese ma lo parlava da vecchio russo e ne aveva l’aspetto: squadrato, benché disidratato dall’età, con stivaletti militari e una mimetica personalizzata che per un paio di giorni ha pavoneggiato per i piani. A questo punto è nata l’idea d’istituire un’accoglienza diversificata.
L’americano s’è presentato in grisaglia, asta dei pantaloni alla caviglia, capelli a spazzola, e una carta da visita con la sigla Raf, Rescue & Attack Force. Con elicotteri, infrarossi, bombe abbaglianti e stordenti, e l’appoggio di sommozzatori nelle zone lagunari, dicendosi sicuro di salvare gli ostaggi, con pagamento a operazione conclusa, ma con munizioni e mezzi a carico dell’Ente. Un altro belga avventuroso, cercatore d’oro nel Congo, o Zaire che sia, ha proposto i servizi del “leone”, o “leopardo”, che sarebbe l’ultimo uomo forte del paese africano, a tutti confidando: “L’oro è come l’amore. Ti rende la vita impossibile per sempre”. Più di un assoldatore di mercenari s’è proposto, per la suggestione degli affreux di Denard, ninja massicci che si aggirerebbero dal Congo al Biafra, agli ordini del noto colonnello, eroe in Francia della resistenza a Hitler.
È stato turbolento, per tutti e per l’Ente, l’anniversario del glorioso maggio. Le guerre di religioni - non di religione, non ci sono guerre di religione - sono spietate come tutte, e all’alba del 9 maggio undici operai in Biafra, dieci italiani e un giordano, sono stati massacrati nel sonno con una potenza di fuoco tale da frantumare ogni immagine di bambini denutriti, trademark della guerra di liberazione di Odumegwu Ojukwu – la guerra inventata a Madison Avenue, che però c’è, si spara. L’indipendenza volge al termine e Ojukwu, biancovestito da ammiraglio, mette fieno in cascina. Ha preso in ostaggio i superstiti, quattordici italiani e quattro arabi, e ne vuole il riscatto. Altri messaggi minacciosi fa giungere, per vie variamente definite, radio bush, radio tam-tam, radio foresta, il depistaggio non ha limiti, ma con repertorio ripetitivo. Il più dettagliato, con foto di giudici neri sotto parruccche incipriate e arricciate, voleva gli ostaggi sotto processo a Owerri, capitale del Biafra, latitando il riscatto.
La Caritas Internationalis, eletta a canale della trattativa su indicazione del cardinale Dell’Acqua, della segreteria di Stato vaticana, è stata a lungo muta. Il direttore della Caritas Karl Bayer, un omone che viaggia in Alfa spider, non ha negato i legami con Ojukwu, ma ha indicato il tramite in un padre O’Connor, al cui recapito, un telex, nessuno ha mai risposto. Neppure le salme sono state recuperate, in tanta cristianità. Finché il Dottore non ha preso in mano la vicenda: ha discusso col governo le soluzioni politiche, dal riconoscimento diplomatico del Biafra, escluso, alla fornitura di armi, esclusa ufficialmente, all’aiuto umanitario, scuole, medicinali, ospedali, da campo, raccomandato, e un sabato, dopo aver allertato quattro capi africani cattolici amici dei biafrani, due di essi amici anche dell’Ente, Kaunda e Nyerere, e due della Francia, i presidenti della Costa d’Avorio e del Gabon, Félix Houphouët-Boigny e Albert Bongo, ha racimolato dalle banche chiuse un valigione di dollari, ed è partito per Lisbona, da dove ha proseguito per Saõ Tomé. È partito con almeno sei milioni di dollari, per le minute spese, del governatore e gli altri intermediari. Ai funzionari minori è toccato sciamare per le capitali africane, Nairobi compresa – l’Ente fa scalo a Nairobi per riprendere l’aereo per il Sud Africa, destinazione ufficialmente off-limits se non sotto embargo.
Nel canale alternativo sono stati infilati psicopatici, sciacalli e spie. Si dicono spie i salvatori che ansiosi vogliono notizie, o bivaccano per carpire informazioni. Non si sa chi sono, né per chi lavorano, ma si sa che ci sono. È venuto il direttore di Afriques, arabo di Francia, da Parigi per elaborare il lutto, e cioè per sapere, pure lui. È un mondo dove il segreto non esiste, se non per farlo pesare. Un toscano del genere avvocaticchio, vantando titoli misterici e l’intimità di Nixon e Ceausescu, vagheggiava al telefono una lobby con Israele e il Sud Africa. Tra i cazzeggiatori non è mancato il fascista razzista. Il senatore di Milano Pisanò voleva ricostituire la Xma Mas, e lo sbarco del principe Borghese, “una legnata ai ghezzi” proponendo in alternativa a “musi neri”.
La vicenda è durata un mese, stremante. L’epilogo si attende a Libreville, capitale del Gabon, in albergo tra gli affari e la carne sudata:
- Attenti, queste ci cavano i tappi delle birre – avverte Natalone, che all’Ente cura il cinema e la Rai, che dia la versione esatta dei fatti, e l’Africa ossessiona: la stappabottiglie va con la danzabottiglie, la sparacoriandoli, attraverso un bossolo?, e la succhiamonete, aspirate dallo stesso possente orifizio. Mentre il negro se l’attorciglia alla canna della bicicletta. Possibile reminiscenza questa dell’Ercole del Pollaiolo, Natale non è nato incolto. La stappabottiglie è figura che lo fa sudare nell’aria condizionata gelida, l’eviratrice nera. Anche se la vera carne è lattea. Francesine, dicono. Bionde lo sono, e il Gabon è francese. Parlano poco, ma non abbastanza che non si capisca: la polacca s’individua, la ceca, la magiara, spie o schiave. Un paio potrebbero essere, contro ogni aspettativa, russe.

Dicono pure che il presidente Bongo s’è fatto musulmano, ingordo, per via delle donne. Questa potrebbe essere notizia ferale per l’Elf-Erap, i cui uomini sono gentilmente al controllo, perché ogni sceicco che si rispetti ha donna e magione a Londra e Ginevra più che a Parigi, l’harem non è più una casa chiusa. Il Gabon è, in piccolo, il Far West del petrolio. Era il paese di Lambarené, dei lebbrosi. C’è stato il dottor Schweitzer, che era più bello di Pierre Fresnay nel film del collegio, ma non ne resta traccia.
Lambarené era attivo già al tempo di Brazzà, un duro, arruolato nella Marina francese, Pietro Brazzà di Castelgandolfo. Cioè di Udine, ma di padre divenuto scultore ricercato a Roma, da papi e cardinali. Pietro scoprì l’Africa a bordo della nave “Vénus”. Risalì l’Ogooué, raggiunse in sette mesi Lambarené, e qui rimase senza soldi, finché la famiglia non provvide. Ricevuto il denaro, si comprò il locale re Renoké, che lo guidò all’interno per fare schiavi. Né lo scoraggiò che l’Ogooué non defluisse dal Congo: raggiunse il grande fiume ugualmente, attraversando gli altipiani di Bateké. Per scoprire che Henry Stanley c’era già stato, famoso tra gli indigeni. Risalì due anni dopo l’Ogooué, per scoprire che la laguna del Congo era appena stata battezzata Stanley Pool. Riattraversò il fiume e sotto l’altopiano costruì Brazzaville e la Repubblica democratica del Congo, per conto della Francia, comprandola da Mokoto, re dei Bateké. Finché finì i soldi e dovette ricorrere di nuovo alla famiglia.
La famiglia Savorgnan di Brazzà ha dunque finanziato l’impero francese, la storia è tutta da inventare. L’ultimo Savorgnan di Brazzà aveva l’incarico all’Ente di ricevere i reali del petrolio. Secondo lo schema collaudato per lo scià a Ferragosto del 1953, in esiliò provvisorio da Mossadeq.  “Lo porti a Capri sullo yacht di Rizzoli”, disse il Principale al n-bile Brazzà, “ce lo presta. Da Napoli col nostro aereo lo porti a Milano e gli organizzi un pranzo di principi”. “Ma Ingegnere, a Milano non ci sono principi, i principi stanno a Roma”. “Li prenda a Roma e li porti a Milano”. È la stessa storia dello scià da sposare a Gabriella di Savoia.
Brazzaville è sito ventilato, più favorevole della Léopoldville di Stanley che si trova di fronte. Stanley, noto in Europa per avere ritrovato Livingstone, e tra gli indigeni come Bula Matari, lo spaccatore di pietre, lavorò invece per il re del Belgio Leopoldo II. Henry Morton Stanley, nato da ignoti gallesi, cresciuto in America, giornalista a Londra, esploratore per noia, fece in Africa una scoperta: al centro del continente, a Niang-we, dopo alcuni mesi di marcia, scoprì che il terreno era nocivo alle cipolle a causa dei vermi che se le mangiavano. Ma era nocivo il terreno, o lo erano i vermi? E come vivevano gli africani senza le cipolle? La testa rasata Stanley prese il tè col pio Livingstone nella foresta di Mayume in compagnia dell’arabo Tippo Tib, grande – “impetuoso”, dice Stanley – mercante di negri. Livingstone scoprì nel Congo le cascate, cui diede il nome, che quattro secoli prima erano state scoperte dal capitano portoghese Diogo Câo. Tippo Tib è nome eponimo, il personaggio può essere inventato. Un Tippo sahib, principe islamico di Mysore in India, in guerra con gli inglesi, aveva cercato a lungo alleati in Europa, soprattutto in Francia, dapprima con Luigi XVI, poi con la Rivoluzione.
Gli esploratori sono inutili. Ammesso che abbiano fatto i viaggi di cui scrivono – la scoperta è anzitutto una foto col piede sulla testa del leone. La scoperta veniva comoda al colonialismo, lo scramble. Mentre gli esploratori, britannici in genere o francesi, con la barba, scoprivano in Africa se stessi, lontani dalle madrepatrie grigie, così come nel Sei-Settecento si sbloccavano a Roma, da Montaigne a Goethe. Ma è vero che Brazzaville è stata rifugio alle truppe francesi della Resistenza, a qualche miglio da Hitler. E tra Libreville e Lambarené c’è ora il petrolio. Foccart si mangerà le mani, per aver impedito a Léon M’ba, predecessore di Bongo, di annettere il Gabon alla Francia. Ma, se c’è il petrolio, è impensabile che non lo sapesse. Né è pensabile che si lasci spiare dall’Est in casa, dalle bagasce poi. La carne può non avere misteri, va pure a buon prezzo: c’è fame di donne nei paesi del petrolio. In subordine alla birra, solitudine e umidità si compensano meglio con l’alcol. Con l’aria condizionata ci sono in albergo americani giganti, tristi, corsi con foulard e catene, grassi greci, o libanesi, col rosario, ingegneri biondi, tedeschi o polacchi, incerti, teste rasate da negrieri, che è la soma di una tribù gabonese, sopra bubù fruscianti, sbirri francesi che tengono a distanza i secondi africani, cui i berretti rigidi, le spalline e le scarpe danno movenze da scimmie.
Qui padre Bayer c’è, in vista al bancone del bar, che ha lasciato il clergyman per la talare e la fascia dell’ordine, con un boccale da un litro e un grosso sigaro. Volta le spalle alle signore ma non si nega ai giornalisti. La sua organizzazione ha fatto apprendistato nel dopoguerra, allestendo il “corridoio italiano” per l’espatrio in Sudamerica di Eichmann, Mengele, e altri buoni cristiani boia, nascosti da convento in convento, muniti di passaporto della Croce Rossa e trapiantati oltreoceano con un piccolo capitale di avviamento. Padre Bayer non lo nega, anche se si fantasmizza troppo il nazismo, con l’operazione “Odessa” e altrettali, che fu invece di pietra, violento ma stolido, perfino limitato, e lo spiega così:
- Sapevamo che alcuni erano SS. Ma le SS erano anche al fronte, non potevamo ridurle agli orrori. Di cui d’altronde all’epoca si sapeva poco. - È affabile, è greve, ha gli occhi vitrei, illeggibili. È monsignore. In gioventù è stato interprete della Luftwaffe in Italia, e personale di Kesselring nella trattativa per Firenze città aperta. La notte che decisero di far saltare i ponti di Firenze si vanta di aver salvato i beni di un bigiottiere amico suo, con negozio in por Santa Maria, e quindi fa fatto pure lui la Resistenza. Ora accoglie i profughi dell’Est, essendo egli stesso della Slesia.
Padre Bayer è tranquillo, gli ostaggi sono con un suo uomo, padre Byrne. Il papa ha inviato a Ojukwu un appello. Dev’essere un segnale, come a dire “i soldi sono al sicuro in Svizzera”. E gli scampati arrivano, passando da Ojukwu a Byrne, da Byrne ai portoghesi di São Tomé, il cui governatore fortemente ambisce alla croce di cavaliere della Repubblica, e da São Tomé a Libreville, si fa il trasbordo con l’aereo aziendale.
(da Astolfo, “La morte è giovane”, romanzo, in via di pubblicazione)