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lunedì 2 marzo 2009

La bomba iraniana, jeu de dupes?

C’è un’aria da presa per i fondelli, in gergo diplomatico un jeu de dupes, su questo terribile Iran che si fa la bomba nucleare. Un esito al quale tutti sembrano confluire per fatalità. Compreso in certo modo lo stesso Iran, che pure da tempo, dai tempi dello scià, ha ambizioni di potenza militare. È un evento infatti che da tempo si potrebbe disinnescare, ma nessuno lo fa.
Gli Usa conoscono gli ayatollah, gli ayatollah conoscono gli Usa meglio di chiunque altro. Gli Usa sanno che dovrebbe dare qualcosa all’Iran, gli ayatollah se lo aspettano e ci hanno diritto, ma niente succede.
L’Italia ha la posizione giusta, tra Iran, Russia e Usa, perché la partita è a tre. Così come è a tre in Afghanistan, anche questo la Farnesina o sa e lo dice, dove non si possono sconfiggere i talebani senza passare da Mosca. Tutto noto dunque, tutto risaputo, e nodi non irrisolubili. Al centro dell'Asia che è la nuova frontiera del mondo.
Ma gli Usa mettono in campo quintetti e quartetti, tutto meno che seguire il ragionamento italiano. Che se non ha forza o potenza contrattuale, è però inopinabile. Gli Usa hanno da moltianni agli Esteri una ministra, che non può quindi dare pacche sulle spalle. Ma i sorrisi agretti di Rice e Clinton a Frattini e D’Alema sono più che rilevatori. È come se gli Usa, col terrorismo e le guerre, ben due contemporaneamente, in terra islamica, continuassero a giocare con l’islam, in Palestina, nella penisola arabica, nell’Arco della crisi, per tenere sotto il sionismo, alto il prezzo dell’energia, a rischio disintegrazione l’India e la Cina. Non è così, ma è come se, l’effetto è quello.
La prova del nove è la Russia. La politica antirussa dell’America è inconcepibile, e perfino assurda. È la Russia che darà, se la darà, la bomba all’Iran. E non è sempre stato così: la bomba iraniana non ci sarebbe stata, nemmeno come minaccia, se Bush avesse mantenuto l’atteggiamento di apertura del 2000-2001 verso Putin e la Russia.

Consolidare il debito

Consumare il capitale è il meccanismo della rovina - Più debito contro la crisi? - Dalla marco-lira all’inedia - Se la spesa pubblica è oltre la metà del pil - Che cos’è una cassa d’ammortamento - S.Weil: «Abbozzo di una teoria della bancarotta» - La storia comincia nel 1976 - Il punto forte: l’Italia non può morire - Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating - L’euro non è una moneta, è un trattato - La più colossale speculazione mai montata - L’Europa Bovary – La guardia al bidone: il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole
Astolfo

Signor ministro,
ci liberi dal debito.
Lo faccia subito, con un taglio netto.
Faccia la sola cosa di sinistra che ancora le resta da fare.
Faccia la sola cosa cristiana in Europa, ben più del preambolo alla costituzione che gli spiriti liberi non vogliono: il nostro peccato è il debito, il paradiso è privarsene – la nostra crisi è il debito, la liberazione è dal debito. Tanto più se non è tempo di economisti ma di bibbie, come lei va dicendo. Già Nicolas Oresme, vescovo di Lisieux, insegnava nel Trecento la dottrina semplicissima, e quanto vera, che la moneta non appartiene al principe e dunque al governo ma alla comunità.
Lei meglio di tutti sa, lo dimostra, che questa crisi è piena di trappole. E che, anche con Obama, la signoria è sempre quella, della gente di denaro - salvare una banca in tre rate, o un’assicurazione, che facile speculazione! L’ammortamento (consolidamento, riduzione) del debito pubblico corrisponde nella teoria a un’espropriazione del capitale, e a un riscatto forzato eseguito a spese dei detentori dei titoli dello stesso debito. Ma, tali Robin Hoood, di fronte a un tale governo del mondo è giusto mettersi fuori legge.
Viviamo da vent’anni stringendo la cinghia, ogni giorno di più. Frustati da soavi ministri spagnoli di Bruxelles, con il tre per cento del pil che il novantanove per cento degli italiani non sa cos’è ma capisce che è un mostro brutto. Poi il feticcio si è scoperto abbattuto da tutti i suoi animatori, compresi i ministri spagnoli di Bruxelles, e il tre per cento è solo rimasto convenienza dell’aborrito governo nazionale. Ministro, faccia un altro passo, anche andando se necessario a Bruxelles: li mandi a quel paese.
Il Patto di stabilità non si tocca, dice lei, sarebbe “demenziale”. Non esagera: l’euro deve rafforzarsi nella crisi, se è la moneta di tutti in Europa, e una corazza contro l’instabilità, e non soccombere. Ma un differenziale di un punto e mezzo sul Bund è insostenibile: il debito, già caro, diventa carissimo, e un’indebita aria d’insolvenza lumeggia sinistra sull’economia. E se non domani, dopodomani il suo ennesimo prestito potrebbe andare deserto, a favore del Bund, e di Obama. E allora? Un po’ di sussiego, coraggio, chi gioca d’anticipo suda meno.
Arrivati a questo punto, e nel mezzo di una crisi che non durerà meno di un decennio, soluzioni radicali ci vogliono. Senza crescita i conti pubblici non si governano, il debito cresce – questo lei non lo dice ma lo sa. Ma il debito blocca la crescita. Il circolo vizioso va interrotto.
Ci vuole una soluzione europea? E chi lo dice, Almunia – o si chiama Solbes? Si sa che il timbro del cancelliere tedesco ci vuole sempre, anche se l’Europa non esiste, e noi non vogliamo dispiacere alla Germania. Ma se i tassi sono fissati dalla Bce, e l’indebitamento da Bruxelles, ogni paese è ancora sovrano nel debito, non c’è un debito europeo – mentre il timbro tedesco è svalutato, che alla signora Merkel comunque, personalmente, non gliene può fregare di meno. Ci si può chiedere anche che euro è, se il Bot costa un punto e mezzo più del Bund. Ma questo è un altro discorso.

Non c’è economia col debito
Non c’è economia flessibile, liberata dal vincolo fiscale, con un debito pubblico alto. È il fondamento del “Catechismo” di Jean-Baptiste Say e dell’economia politica che Say fonda, la prima e una delle poche cose che la scienza economica sa: “Il debito pubblico è una maniera di consumare dei capitali i cui interessi sono pagati dalla nazione”.
Il reddito totale di una nazione è aumentato o diminuito dai prestiti pubblici?
“È diminuito, perché ogni capitale che si consuma trascina la perdita del reddito che aveva procurato….
“Se io avessi valorizzato, o un imprenditore avesse valorizzato per me, un capitale di 10.000 franchi, ne avrei ricavato un interesse di 500 franchi che non sarebbe costato niente a nessuno, perché sarebbe venuto da una produzione di valore. Si lanci un prestito e io presti questa somma al governo. Essa non serve più a una produzione di valore; non fornisce più un reddito; e se il governo mi paga 500 franchi d’interesse è forzando i produttori, agricoltori, manifatturieri, o commercianti, a sacrificare una parte dei loro redditi per soddisfarmi. Invece di due redditi di cui la società avrebbe profittato (quello di 500 franchi del mio capitale impiegato produttivamente, e quello di 500 franchi prodotto dall’attività del contribuente), non resta più che quello del contribuente, che il governo mi trasferisce dopo aver consumato per sempre il mio capitale”.
Due redditi invece di uno è il principio della crescita. Consumare il capitale è il meccanismo della rovina.
Ministro, colga l’occasione, ci liberi del fardello. La strada maestra sarebbe toglierci di dosso la Pubblica Amministrazione, il fardello della burocrazia, che è il vero motore del deficit. Organici in soprannumero, inoperosi e anzi sabotatori, firme plurime per ogni matita che si compera, per sancire il potere del ricatto, appalti che nessun giudizio universale potrà mai lavare, non basterà l’inferno. Gli Stati Uniti, i padroni del mondo, pare facciamo la contabilità nazionale, la più affidabile per ogni studioso, con soli duecento contabili; lei quanti ce n’ha, al ministero, alla Ragioneria, all’Istat, all’Isco o come altro si chiama? Certo, la contabilità è importante, tutto Maastricht, cioè l’euro, cioè l’Europa, si basa sulla contabilità. Ma, poiché non può liberarci dal governo, ci liberi almeno dal debito.
Faccia senza timore. Tanto più che il debito non è più la rendita degli Italiani di Carli, il famoso governatore libertino della Banca d’Italia, e del pensoso Ciocca – oggi ne detengono, glielo mostreremo, non più del dieci per cento. Non si lasci influenzare dagli economisti, che sono giornalisti mancati – i Giavazzi Mieli li usa per sollazzare Milano, che quando si parla di soldi, come lei sa, gode. E agisca senza esitazioni, l’intendenza seguirà, malgrado gli andreotti in maschera che l’attorniano, i mugwump televisivi, e i draghi della Banca d’Italia. Ha la maggioranza, anche nella minoranza. E questa è roba da vero governo.
Anche perché ci vuole un governo di destra per farlo (“ci vuole un governo di destra per fare le cose di sinistra”, si potrebbe aforizzare rivoltando l’Avvocato Agnelli). Anche perché, bisogna aggiungere, non è che la sinistra abbia governato molto in Europa: nel secolo scorso in Germania solo venti anni e mezzo, e sei e mezzo in condominio con la destra, in Gran Bretagna ventidue anni e mezzo, in Francia appena sedici (più due a sostegno del radicale Herriot, uno che finirà a Vichy con Pétain), in Italia venti, ma solo in condominio, mettendo assieme il centro-sinistra, il compromesso storico e l’Ulivo. Ma questo non vuol dire. Nel Novecento solo Poincaré e Mussolini hanno abbattuto il debito pubblico.
Ministro, faccia il nuovo Solone, come direbbe la Weil, e ci rimetta i debiti.
O il buon Padre. La liberazione dal debito è la prima preghiera del cristiano al Padre Nostro: rimetti a noi i nostri debiti. L’Italia non ha comunque alternative: è schiacciata dal debito da ormai vent’anni, e prossima all’asfissia. Il tempo sarebbe maturo, e la crisi propizia, a una qualche forma di consolidamento del debito, senza la quale l’Italia non potrà mai sopravvivere e rilanciarsi, meno che mai in una crisi mondiale così grave. Anche per scongiurare l’incubo che i governi Berlusconi, con ampie maggioranze e tutto, liberali, pimpanti, accorti, appassionati, sociali, portino male. La prima volta per il cattivissimo Scalfaro, la seconda per Osama, che è tutto dire, il diavolo, e ora per i titoli tossici. Ce lo deve.
Lo dice anche Davos, lo dice l’Fmi: “Tagliare i tassi non basta, ci vogliono politiche di bilancio espansive”. E dunque? Si lamenta che il Belpaese non è più quello. Niente più grazia, solo musoneria. E ronde, vendette, razzismi, vaffa, coi tromboni moralisti a ogni canto. Ma i percettori di reddito fisso, dipendenti e pensionati, tre famiglie su cinque, vengono da due crisi da strozzinaggio. Quella del 2002, del passaggio dalla lira all’euro, in cui tutto all’improvviso raddoppiò di prezzo, e quella del 2007-2008, col caro-petrolio e il caro-denaro. Nel mezzo il fisco di Padoa Schioppa, duemila euro in più l’anno a famiglia, due punti e mezzo di pil in più in un anno e mezzo, 37 milioni di euro.
Non siamo i soli. La Germania, per dire, che sempre ci viene buttata sui coglioni, si sarà pure gonfiata all’esportazione, ma ha impoverito i tedeschi. Noi, è vero, non ci siamo nemmeno gonfiati all’esportazione. Ma perché: che made in Italy è, se viene da un paese fallimentare? Ci pensi, questo è un serpente che si morde la coda: un tedesco può girare il mondo e dare lezioni di qualità, robustezza, ecologia, e farsele pagare, anche se le sue macchine si fermano ogni cinque minuti. Lei magari vende macchine che non si fermano per cinque anni – la mia Alfa non si è ancora fermata dopo sette anni – ma nessuno ci crede.
Ma non questo è importante – non è giusto, ha ragione, lagnarsi. Bisogna guardare alla sostanza delle cose.
Il potenziale distruttivo della crisi è ancora contenuto dall’economia globale. La Cina sterilizza quantitativi enormi di dollari, a fini disinflattivi all’interno. È così che mantiene ancora un valore, ancorché basso, alla moneta americana. E così i fondi sovrani dell’Asia e del petrolio. Ma domani? La Cina detiene la chiave del valore del dollaro, con riserve in valuta americana per 650 miliardi (erano 610 prima della crisi). Non sa cosa farsene, ma la Cina è il paese più prevedibilmente cooperativo ala stabilità internazionale: nei circa venticinque anni dacché Washingon ha lanciato la globalizzazione, ha spiegato al “Financial Times” il vice-presidente della Bcc, Li Ruogo, la Cina non ha mai creato un problema. Rivalutare lo yuan potrebbe convenire, visto che la Cina ha un tasso di risparmio del 40 per cento del debito, mentre la manodopera, malgrado una demografia insufficiente, costa ancora sui 500 yuan al mese, cinquanta euro, il 3 per cento dell’Europa e degli Usa. Ma la Cina sta al suo ruolo, che è quello di produttore a basso prezzo per i gruppi occidentali che controllano i mercati: dopo il tessile, le calzature e l’alimentare, punta ad assorbire i personal computer, la chimica, l’acciaio e le automobili. Ma fino a quando?
Se la Cina e l’Asia hanno molto margine, per l’Europa non ci sono molti modi per chiudere la crisi, dopo la stagnazione lunga ormai cinque anni. Non ce ne sono nemmeno due. C’è solo da sterilizzare una parte del debito pubblico, attraverso una qualche forma di consolidamento, l’unico modo per allentare la camicia di forza che la Fortezza Europa si è cucita addosso col supereuro e il Patto di stabilità. Il Giappone ha seguito il cammino inverso, l’allargamento della spesa pubblica senza limiti (il debito è ora al 160, se non al 170, per cento del pil), ma è una strada meno plausibile in regimi politici meno monocratici, e comunque l’Europa non può permettersi quindici anni di sterili rilanci come è successo in Giappone.
L’Italia vive anch’essa da quindici anni, prima della crisi, da quando è entrata nel circolo virtuoso dell’euro, in una sostanziale stagflazione, seppure non dichiarata, non tecnicamente dichiarabile: un aumento costante ed elevato dei prezzi, al consumo e di produzione, in un’economia stagnante, come investimenti e valore aggiunto. La cui crescita supera di decimali lo zero, tavola solo per accorgimenti contabilistici e statistici, con l’effetto di prosciugare il reddito disponibile. Il ristagno è anzi più antico, di un ventennio, da quando l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi volle la marco-lira, per raddrizzare la schiena agli italiani, che poi il filantropo Soros ruppe col famoso attacco al ribasso del triste autunno del 1992. Dalla marco-lira all’inedia, questa è tutta la storia recente, non edificante a nessun fine.
Il mercato vuole profitti, e le aziende li pagano, ma non investono, non a sufficienza per stare realmente nel mercato. I salari sono da troppi anni ai livelli più bassi dell’Ue per tassi di crescita, e ora lo sono in assoluto (con il buon quinto della forza lavoro schiavizzata, quella degli immigrati, si può dire senza sbagliare che il monte salari è appiattito), e questo non fa bene alla distribuzione del reddito e al consumo. Il risparmio si è fortemente ridotto. I prezzi aumentano costantemente ben più di quanto la metodologia Eurostat registri. Creando molti nuovi poveri tra i pensionati. Che dopo i dissennati tagli all’occupazione degli anni 1996-1997, con due milioni di posti di lavoro perduti, sono cresciuti a un quarto della popolazione, e a oltre la metà della popolazione attiva. L’euro, che doveva e deve essere lo scudo contro l’inflazione, ne è stata invece una delle cause, al momento della sua introduzione, e poi col caro denaro, senza mai reale concorrenza.
È una crisi che nel corpo umano si direbbe da costipazione. Per l’indigeribilità del debito. Le stesse cause esterne sono ingovernabili perché il debito è eccessivo. Bisogna liberare risorse per l’investimento pubblico – pensi quanto gli italiani le sarebbero grati. E ridurre il peso multiforme schiacciante del debito sul mercato finanziario. Sui tassi d’interesse, il credito, i prezzi. Trasformando le virtù posticce, delle sacre carte di Bruxelles e i loro ministri spagnoli, in vizi, per arrivare alla vera virtù. Giusto la lezione di Mandeville, Marx, Carli, e gli altri libertini.
Ci pensi, in un colpo solo riduce, anzi elimina, la morsa del debito sull’economia e sulla felicità degli italiani. Dopo che, sotto il governo del suo illuminato predecessore, la spesa pubblica è salita, per la prima volta nella storia, e caso unico al mondo, a oltre la metà del pil. Altri si deliziano a dichiarare morto il pil, furbi: se si allarga la base, pensano, in Francia, in America, insomma se si moltiplica il pil, se un qualche professore ci autorizza a dirci più ricchi, molto più ricchi, il debito non pesa più. Lei li prenda in contropiede, dichiari morto il debito. Farà felice Almunia, o è Solbes?, insomma il nostro amico spagnolo a Bruxelles. E restaurerà saldo il primato dell’Italia.

La bancarotta non è una novitàSul consolidamento decida lei, ci sorprenda. Tutti sono una purga, ma è sempre meglio prenderla in una volta se elimina la costipazione di una vita.
Qualche precedente può essere utile per i suoi fans. Eccolo.
Nel 1926, richiamato alla presidenza del consiglio dei ministri per risolvere una crisi di eccezionale gravità che bloccava il funzionamento dello Stato, Raymond Poincaré fece il 3 agosto una “manovra” da undici miliardi di franchi, cioè impose undici miliardi di nuove tasse. E il 7 agosto creò una Cassa d’ammortamento del debito pubblico che, prendendo il testimone dai Monopoli di Stato, utilizzerà le tasse sul fumo e le lotterie per ammortizzare i buoni della difesa nazionale 1914-18, e rimborsare anticipatamente o convertire le rendite anteguerra, più le anticipazioni, rateizzandole, della Banque de France. Lo Stato riprese a funzionare e dopo diciotto mesi Poincaré poté varare il franco che porta il suo nome, e che per oltre mezzo secolo è stato il mark-up della tesaurizzazione - nonché il tema di dottorato di A.O.Hirschmann, il ragguardevole cognato di Eugenio Colorni e Altiero Spinelli, “Il franco Poincaré”.
Il 21 giugno 1928 alla Camera dei Deputati Poincaré ricordava lo scoraggiamento dell’Assemblea due anni prima, quando aveva cominciato a delineare il piano fiscale, e i risultati acquisiti: “La politica d’ammortamento e di consolidamento facoltativo non è stata affatto, come si è preteso talvolta per ignoranza o malafede, una politica d’indebitamento. Essa è consistita, al contrario, nella sostituzione di prestiti rimborsabili a breve termine, e di conseguenza minacciosi e pericolosi, con prestiti a lungo termine automaticamente ammortizzabili, che non hanno, di conseguenza, niente di minaccioso. Con l’effetto di rafforzare rapidamente il credito dello Stato”. Nonché le esportazioni, valendo il franco Poincaré un quinto del vecchio franco germinal.
In precedenza lo stesso Poincaré, non volendo affrontare il problema, aveva puntato sui debiti di guerra della Germania, come se fossero esigibili, col suo famigerato “la Germania pagherà”, in quella che chiamava “Verdun finanziaria”, Verdun essendo la Vittorio Veneto della Francia. Esagerando, era arrivato a sostenere che la Germania alimentava l’inflazione per sottrarsi agli impegni. Per questo, a gennaio del 1923, occupò militarmente la Ruhr, come “pegno di produzione”. La Germania si fermò, non poteva nemmeno riscaldarsi, e si ebbe l’iperinflazione. Il cui effetto, oltre la fame dei tedeschi, fu il crollo del franco, e dello stesso Poincaré, nella primavera del 1924. Il Cartello delle sinistre che gli succedette, presieduto dal radicale Herriot, lo Zapatero dell’epoca, si inimicò col suo acceso laicismo i cattolici, che decisero di non sottoscrivere più un franco del debito, e la Banque de France. La Francia andava avanti con gli anticipi della banca centrale. La quale era però privata, e doveva far guadagnare i suoi duecento azionisti. Che erano le duecento famiglie più ricche della Francia, molto religiose, cattoliche e calviniste. Il Cartello di Herriot vivacchiò un paio d’anni, ma dovette cedere al cosiddetto “muro dei soldi”: non era mai successo che un governo in Francia cadesse per una questione di soldi.
In Italia Mussolini aveva adottato una Cassa per l’Ammortamento del Debito Pubblico interno dello Stato – dopo avere beneficiato dell’abbuono del debito estero contratto in guerra dall’Italia con Stati uniti e Gran Bretagna – un anno prima di Poincaré. Ma con effetti non risolutivi, anche se la situazione era notevolmente stabilizzata in Italia rispetto al resto d’Europa.
Dopo la Grande Guerra, l’Italia più che la Germania sembrava predestinata a un rapido fallimento. Nel 1914 il debito pubblico era il 75 per cento del pil. Nel 1918 era il 150 per cento del pil. Un primo tentativo di ammortamento del debito, con la patrimoniale fortemente progressiva del 1920, fallì: il gettito fu esiguo. Le cose si trascinarono fino al fascismo, sotto il quale com'è noto riguadagnò all'Italia la fiducia degli ambienti internazionali, specie di quelli finanziari. Mussolini, col suo ministro De Stefani, ricavò molto più della patrimoniale con la riduzione della spesa, e il contenimento delle tasse. Nel 1926 De Stefani poté vantare un debito pubblico al 50 per cento del pil. Ma sapendo che era per effetto soprattutto del condono del debito estero da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Da qui il progetto di una Cassa d’Ammortamento, che il nuovo ministro del Tesoro Volpi realizzerà un anno dopo. Abbastanza per riportare la lira nel gold standard, con la famosa Quota Novanta (92 lire, esattamente, per una sterlina).
Nel 1936, per finanziare la guerra in Etiopia, Mussolini emise un prestito doppiamente forzoso sugli immobili. I proprietari di immobili furono obbligati a sottoscrivere un prestito venticinquennale in proporzione al valore degli immobili stessi. Una imposta immobiliare straordinaria fu levata per il sevizio del nuovo debito.
Le vie della finanza sono imperscrutabili, dal punto di vista della giustizia e della politica. La "manovra" di Mussolini nel 1936 è certo roba da fascismo, seppure anticapitalista: il prestito forzoso è odioso, e anche autoritario. E tuttavia è meglio, è meno ingiusto e più democratico, di una imposizione fiscale elevata, la più elevata al mondo, che a ogni manovra – ogni sei mesi – si aumenta.
Nel 2005 l’ex ministro delle Finanze Guarino ha proposto un consolidamento sotto forma di una società per azioni, alla quale conferire i tanti attivi non esigibili dello Stato. Una società privata, fuori cioè dello Stato. In grado di produrre utili, e di raccogliere quindi un conveniente numero di sottoscrittori privati. Questo grazie al conferimento di un patrimonio che Guarino stimava in 450 miliardi, pari al 35 per cento del debito (di allora). Forse addirittura in 600 miliardi, pari al 45 per cento del debito, che così sarebbe sceso sotto la soglia virtuosa del 60 per cento del pil.
Era una stima prudente: il patrimonio pubblico, dello Stato e degli enti locali, si valuta in 1.800 miliardi. Togliendo dal computo i beni artistici, e quelli locali, difficilmente mobilitabili, l’Agenzia del Demanio calcolava all’epoca che beni per 450 miliardi si potevano agevolmente mettere sul mercato: partecipazioni, quotate e non, immobili, crediti. Il debito sarebbe stato abbattuto a mano a mano che le quote di Debito Spa venivano vendute agli investitori. Per un controvalore stimato appunto fra i 450 e i 600 miliardi.
Il professor Guarino era un ex democristiano, senza più autorità, per di più ministro dell’infausto governo Amato nel 1992, e la sua proposta non ebbe fortuna. Lei stesso ridusse l’attivo ipotetico della Debito Spa a 60 miliardi, e poi non ne fece nulla. Inoltre, Guarino prevedeva che fossero le banche e le grandi imprese italiane ad avviare il successo di Debito Spa nel mercato, prendendone una quota di almeno il 10 per cento, e oggi le banche non sono in condizione di farlo, né le grandi imprese totalmente private, Fiat, Telecom, Pirelli, Autostrade, eccetera. La pratica, da lei passata al governo Prodi, fu affossata perché “economicamente priva di senso”. Ma il professor Messori, consulente di Prodi a palazzo Chigi, riteneva che in forma specializzata e non aggregata, con una serie di holding e non una sola, il progetto potesse riuscire.
Una Cassa d’ammortamento è, insegna Jean-Baptiste Say, al cap. 30, “Sui prestiti pubblici”, del suo “Catechismo d’economia politica”, “un mezzo per sostenere il credito del governo”:
Che cos’è una cassa d’ammortamento?
“Quando si mette un’imposta per pagare gli interessi di un prestito, la si mette un po’ più alta di quanto è necessario per pagare questi interessi, e l’eccedente è confidato a una cassa speciale che si chiama cassa d’ammortamento, la quale lo utilizza per riacquistare ogni anno, ai corsi di mercato, una parte delle rendite pagate dallo Stato. I ratei delle rendite riscattati dalla cassa d’ammortamento sono quindi versati in questa cassa, che li impiega, così come la quota di imposte che le viene attribuita a questo scopo, per il riacquisto di una nuova quantità delle rendite”.
Say non amava il debito pubblico: “Un governo che vende delle rendite per appropriarsene il prezzo vende in realtà il reddito dei cittadini”. Non molti anni prima del suo “Catechismo”, nel 1776, una Cassa d’ammortamento era stata creata, col favore di Turgot, a fronte di un debito pubblico che all’improvviso apparve colossale, con lo scopo di rassicurare i sottoscrittori. Malgrado la Cassa, la Francia finì nella Rivoluzione. E la Rivoluzione, che si può anche dire provocata dall’instabilità finanziaria, finì negli assignats, cioè nella cancellazione della moneta.
A questo riguardo è utile un appunto di Simone Weil al tempo del breve governo del Fronte Popolare delle sinistre in Francia, tra il 1936 e il 1938, che lei stessa intitolava «Abbozzo di una teoria della bancarotta»:
“La parola «bancarotta» è una di quelle che si usano con imbarazzo, che suonano male, come adulterio o truffa. Quando si pronuncia riguardo alle finanze del proprio paese, si parla volentieri di «bancarotta umiliante». Si possono cercare scuse a una bancarotta, si possono trovare ragioni di attenuare tale o tale responsabilità, ma nessuno pensa che la bancarotta non proceda in qualche maniera da un peccato; nessuno considera che essa possa costituire un fenomeno normale. Già il vecchio Cefalo, per far capire a Socrate che aveva condotto una vita irreprensibile, gli diceva : « Non ho ingannato nessuno, e ho pagato i miei debiti». Socrate, maligno, dubitava che questa fosse un definizione sufficiente della giustizia. Il cittadino medio – e noi siamo per la maggior parte del tempo cittadini medi – applica volentieri allo stato il criterio di Cefalo, almeno per quanto concerne il secondo punto; perché sul primo, nessuno chiede a un governo di non mentire.
“Proudhon, nella luminosa opera di gioventù intitolata “Che cos’è la proprietà?” prova col ragionamento più semplice e più evidente che l’idea del buon Cefalo è un’assurdità. L’idea fondamentale di Proudhon, in questo libretto troppo ignorato, è che la proprietà non è cattiva, né ingiusta, ma impossibile. E intende per proprietà non il diritto di possedere un bene qualunque, ma il diritto molto più importante di prestarlo a interesse, qualsiasi forma prenda questo interesse: affitto, mezzadria, rendita, dividendo.
“La dimostrazione di Prudhon riposa su una legge matematica molto chiara. La messa a frutto del capitale implica una progressione geometrica. Il capitale, non rendesse che l’1 per cento, s’accrescerebbe tuttavia secondo una progressione geometrica in ragione di 1+ . Ogni progressione geometrica genera grandezze astronomiche con una rapidità che sorpassa l’immaginazione. Un calcolo semplice mostra che un capitale che non rendesse che l’interesse derisorio dell’1 per cento raddoppia in un secolo, e si moltiplica per sette in due secoli; e con l’interesse ancora modesto del 3 per cento è centuplicato nello stesso spazio di tempo. È dunque matematicamente impossibile che tutti gli uomini di un paese siano virtuosi alla maniera di Cefalo per due secoli: anche se una porzione relativamente piccola dei beni mobili e immobili fosse affittata o investita a interesse, è matematicamente impossibile che il valore di questa porzione centuplichi in alcune generazioni. Se è necessario all’ordine sociale che i debiti siano pagati, è più necessario ancora che i debiti non siamo pagati.
“Dacché esistono la moneta e il prestito a interesse, l’umanità oscilla tra queste due necessità contraddittorie, e sempre con un’incoscienza degna di ammirazione. Se ci si divertisse a riprendere tutta la storia conosciuta presentandola come la storia dei debiti pagati e non pagati, si arriverebbe a capire buona parte dei grandi avvenimenti passati. Ognuno sa che, per esempio, la riforma di Solone a Atene, o la creazione dei tribuni a Roma, sono effetti dei torbidi provocati dall’indebitamento eccessivo della popolazione. Che si tratti della popolazione o dello Stato, non c’è stato mai altro rimedio all’indebitamento che l’abolizione dei debiti, aperta o mascherata…
“La nozione di contratto tra lo Stato e i singoli è un’assurdità in un’epoca come questa”.

La storia comincia nel 1976
La storia del debito che ci asfissia comincia nel 1976, quando il dottor Vittorio Barattieri, giovane funzionario della Banca d’Italia, assistente di Rinaldo Ossola, scopre nella contabilità un buco di venticinquemila miliardi. Scandalo, eccetera. Anche perché quell’anno la Banca d’Italia non aveva un dollaro in cassa, e l’oro Andreotti si apprestava a dare in pegno alla Bundesbank, neppure apprezzato e anzi disprezzato dal cancelliere Helmut Schmidt. Ma il debito pubblico italiano era ancora al 57,60 per cento del pil nel 1980, perfino sotto il parametro che sarà il capestro di Maastricht.
Dieci anni dopo il buco di Barattieri aveva fatto valanga, e il debito era al 95 per cento del pil (94,70). Il balzo maggiore si ebbe nel quinquennio 1983-88, dal 64 al 90 per cento. Corrispondente al governo Craxi, con le due code, iniziale e finale, di Fanfani e De Mita.
Il secondo balzo si ebbe nel triennio 1992-1994, con l’aumento del debito dal 98 al 121,56 per cento del pil. Ai livelli cui l’aveva portato il Buonanima nel triennio fatale 1940-42. E da cui, con Maastricht, l’euro, la cinghia stretta e tutto quanto, riesce arduo scendere. Anche perché non si vede all’orizzonte una guerra (perduta) che abbatta il debito - e poi non la vorremmo, questa volta la impediremmo.
Nel quinquennio 1983-1988 il debito aumentò con un fine. Craxi ne ebbe bisogno nel momento in cui eliminava l’odiosissima imposta da inflazione - tanto odiata che un referendum lo incoraggiò ad abolire la contingenza, l’aumento automatico dei salari. E se creò nuovo debito, creò anche nuovo sviluppo: nel 1988 la crescita era del 4 per cento, reale.
Ora non restano che macerie.
Paghiamo 6 miliardi di euro al mese di interessi.
Tirando la cinghia a ogni bilancio annuale con un avanzo primario – più entrate che spese, se non si considerano gli interessi da pagare sul debito.
Contemporaneamente, cresce il fisco. Che è, diretto e indiretto, centrale e locale, uno dei più alti al mondo, sicuramente il più alto nell’Unione europea, i decantati paesi scandinavi della probità fiscale compresi. Incommensurabile se si contasse anche l’odiosissima tassa da inflazione. Che lei dice di governare e ridurre, ma sa benissimo che l’accresce con i ticket sanitari e scolastici, e l’aumento a piacere delle tariffe locali, la spazzatura, l’acqua, i canoni, i censi (sì, la prima casa è esclusa, ma la seconda è raddoppiata) – mentre il suo illuminato predecessore aveva aumentato i bolli, le tariffe, le accise, le ammende, le addizionali Irpef, e i coefficienti catastali. Sì, c’è l’erosione e c’è l’elusione, che sono odiose ai più, ma ineliminabili, lei lo sa, perché sono difese ultime, la borsa per la vita.
La storia, in breve, è di una serie ventennale di “manovre”, praticamente tutte le leggi finanziarie, più altrettante correzioni semestrali. Che hanno disseccato l’Italia e gli italiani. Tutte corrette, tutte armonizzate con Bruxelles, tutte virtuose, e tutte feroci.
La “manovra” sembra democratica, ed era infatti la ricetta preferita di Visco, l’esattore di Prodi: viene discussa e approvata in Parlamento, e nessun presidente della Repubblica vi ha mai obiettato. Ma una “manovra” è un prestito forzoso ogni sei mesi. Dia retta al Mulino, ministro, il think tank della sinistra, il loro manualetto di “Debito pubblico”, a cura del professor Musu, è assolutorio, anzi incitatorio, e categorico: “Il risanamento finanziario connesso a un processo di riduzione del debito pubblico può essere paragonato alla produzione di un bene pubblico, di un bene cioè del quale tutti i cittadini possono godere simultaneamente e in modo non reciprocamente esclusivo”.
E poi c’è la verità, più dura del macigno di prammatica: l’Unione monetaria europea è partita con un handicap che ancora non ha cancellato. I programmi di stabilizzazione forzata sono generalmente falliti nel mondo, e non sono mai riusciti in regime politico democratico (le eccezioni sono i paesi del Sud-Est asiatico, la stessa Cina, il Cile di Pinochet). E oggi, morfologicamente, non c’è differenza tra il rigido programma di Maastricht e la Sanierung con cui i governi austriaco e tedesco ritennero attorno al 1925 di avere stabilizzato la moneta e l’economia. Finì nella disoccupazione di massa e nella barbarie. Lo ricorda una studiosa che ha vissuto abbastanza a lungo per fare le due esperienze, la sociopsicologa Marie Jahoda. Nel 1933, andando alle fonti della crisi austriaca, rilevava gli stessi segnali di oggi: incuria e disservizi urbani, moltiplicazione della delinquenza spicciola, degli homeless di varia natura, della droga, licenziamenti a valanga, in un quadro generale depressivo, con scarsa o nulla capacità di reazione. La storia naturalmente non si ripete. Ma i rischi non sono per questo cancellati.
L’avanzo primario non è un artificio contabile. Non c’è altro paese europeo, e probabilmente al mondo, che vanti un attivo, fra entrate e spese così consistente come quello dell’Italia e così costante. Se ironia si vuole fare sulla “favola”, come la chiama la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, dell’Italia virtuosa, o è la “Süddeutsche Zeitung”?, solo in questo senso è possibile: che negli anni Novanta, da quando ha sottoscritto gli impegni di Maastricht per l’Unione monetaria, l'Italia ha fatto molto, sicuramente troppo.
Il tasso di attività è da tempo ridotto. La disoccupazione è bassa, ma anche il tasso di occupazione si è ridimensionato: quasi la metà della popolazione è inattiva. E non c’è modo di riprendere l’attività, se non con un cambiamento radicale.
Il debito rende inefficaci anche misure espansive come la riduzione delle tasse. Questo lo dice la teoria della neutralità del debito pubblico, ma non è un fatto dottrinale, ognuno lo capisce: l’effetto espansivo della riduzione delle tasse è più che compensato dall’anticipazione di maggiori imposte, qualcuno deve pur pagare gli interessi. Questo si sa da Ricardo, quindi da un paio di secoli: non c’è alternativa all’aumento delle tasse per finanziare il debito. Si può finanziarlo con più debito, ma alla fine ci vorranno più tasse.
Reagan, con Friedmann, sembrava avere rovesciato Ricardo con l’economia della domanda, che è l’equivalente delle magnifiche sorti e progressive, della panacea universale, del paese di bengodi. L’economia della domanda non sposta, l’illusione è la stessa che sempre ha originato un debito pubblico: ci si indebita, nella famiglia e nell’impresa, nell’ipotesi di guadagnare di più, produrre abbastanza reddito per cancellare il debito e investire. È il mercato. Ma non funziona così nello Stato: l’economia della domanda non scioglie il nodo del debito, e Friedman è con Ricardo, contro il circolo vizioso debito-tasse.
C’era inoltre e ora non c’è più la storia del debito che era la rendita degli italiani. Né lo è più nemmeno per la banche. Si è sempre saputo che le banche italiane facevano i bilanci sedute sugli interessi dei Bot. Ora non più, da un decennio questo non è più vero. Ora i titoli italiani rimpinguano gli investitori internazionali, ciò che ne resta. Nel 1995 solo l’11 per cento era in mano agli investitori esteri, il 50 per cento era delle famiglie italiane, e il 39 per cento delle banche. Ora il 59 per cento è in mano agli investitori esteri, l’11 per cento alle famiglie, il 30 per cento alle banche.
Lo spostamento è stato voluto e favorito. Si è sempre detto che allargando la quota dei non residenti si poteva allungare la vita del debito, riducendone marginalmente i costi. Non c’è stata insomma un’invasione con conseguente occupazione. Ma ora il debito costituisce un comodo investimento per i fondi e le banche estere, ciò che ne resta, e l’Italia è prigioniera delle loro prefiche. Il che complica la questione. Sono prefiche altisonanti, “Economist”, “Financial Times”, “Wall Street Journal”, di cui lei ben conosce il cinismo, che hanno propiziato, assistito e osannato il baratro mondiale in cui siamo precipitati, e si eccitano anche ora che il mondo è in gramaglie. Ma sull’Italia si permettono uno sguardo censorio - perché l'Italia è papalina, latina, meridionale, immorale, eccetera, il solito armamentario degli affaristi.
Ci sarà dunque da combattere. Ma bisogna pur opporsi al diavolo, anche se è un giornale inglese, puttaniere di razza. E le due o tre società di ratingramericane, tenutarie occhiute del facoltosissimo mercato, che a ogni bellezza trovano questa o quella imperfezione, e delle bagascie avide di casa fanno madonne. Quante triplici A a pagamento, con autovalutazioni dei rischi, da parte di queste matrone del mercato. Che lo hanno tenuto e lo tengono in pugno, peggio delle mafie, attraverso ogni virgola delle sue autorevoli prefiche, gestori privilegiati di ogni segreto, e i declassamenti. Una vera industria del ricatto.
Il consolidamento non sarà insomma benvenuto, tocca interessi potenti. Che in Italia si fanno rappresentare anche in Banca d’Italia. Lei stesso, imprevidente, ha voluto le banche d’affari in Banca d’Italia, perché nessuno sospettasse che l’Italia non voleva stare nel mercato, nevvero? Ma ora il mercato è scomparso, come alle tre carte. E dall’Italia non c’è più nulla da spremere, si toccano organi vitali. Ecco, questo è il suo punto forte, anzi imbattibile: l’Italia non può morire.
Ragioniamo. Il potere di fare male è infinito, questo si sapeva anche prima di Hobbes. Ma le prefiche che possono farle, a parte qualche vignetta contro Berlusconi? Hanno fottuto mezzo mondo, e non hanno finito: se li becchiamo, li attaccheremo ai lampioni – ci pensi: sa perché la sua bad bank non si fa? perché non hanno finito di fregarci, e i maggiori buggeratori sono i finti vergini dei giornali, Bill Emmott prende mille euro per due cartelle. O ci faccia caso, l’Italia è sempre stata per questi fratelli il malato d’Europa: a fine 1800, la tonnellata di carbone la facevano pagare tre volte più cara che in Gran Bretagna, dicendo l’Italia un pagatore non affidabile, negli anni Trenta l’Italia non è affidabile perché non ha il carbone, negli anni Settanta ha troppa inflazione, dagli anni Novanta ha il debito, e non ha respiro. Trent’anni sotto il mobbing delle agenzie di rating, che annidano i peggiori malfattori della storia, non solo dell’economia.
Ministro, insomma, ci pensi. Oggi un italiano su quattro è pensionato, a reddito fisso e, purtroppo, immutabile, cioè in continuo calo in termini reali. Degli altri tre italiani, solo uno e mezzo è attivo, e l’uno, il salariato, ha un reddito stagnante e incerto. Non può pensare di crescere con i professionisti e le partite Iva, che dal suo punto di vista, di governante provvido, sono fatti apposti per eludere, erodere, e celare risorse. Non può durare, e infatti il cavallo non beve più, si lascia morire d’inedia. L’Italia non ha più la sanità, non ha più scuola, non ha più vie di comunicazione, cablatura, strade, metropolitane, neppure il tram si può permettere, e ha la barbarie - per costruire trenta chilometri di autostrada, in pianura, ci vogliono dieci anni, per una linea di tram sette, tutti ci devono guadagnare qualcosa, tutti banditi di strada.

L’euro forte con l’inflazione
Bisogna fare il consolidamento che è mancato al varo dell’euro. Al momento in cui, per trattato internazionale, si è cambiata la storia, dandosi regole contabili radicalmente diverse e rigidamente vincolanti, sarebbe stato necessario e opportuno liquidare i carichi pendenti. La cosa non si fece per la pavidità dei governati italiani di allora, e per la cecità della Bundesbank di Tietmeyer, il banchiere del papa, e poi di Welteke, la controfigura di Hans Eichel, il ministro delle Finanze che volle la camicia di forza del Patto di stabilità. Ma il problema si è aggravato e non risolto.
L’euro non è soltanto una diversa politica monetaria per alcuni paesi membri, tra essi l’Italia. È anche una politica monetaria vincolistica, rafforzata dal Patto di stabilità. Unicamente vincolistica, non ha altre ricette, e per questo necrofora. Il raffronto quotidiano tra la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea lo dice chiaro, anche ai profani: in America c’è una banca centrale che ragiona e talvolta sbaglia, in Europa un consorzio di burocrati che non può sbagliare perché è già morto. L’euro non è una moneta, è un trattato.
Sarà, ammesso che duri, o sarà stata, la moneta più sterile che si ricordi, in questo senso una vera moneta di ferro. Asfittica, regressiva. Quante sciocchezze non si dicono e non si fanno a Bruxelles all’insegna della stabilità, l’elenco sarebbe sterminato. L’euro è stato per l’Italia quindici anni, o sono già diciassette?, di sacrifici di cui non si vede il vantaggio. Nemmeno in termini di costo della vita: i paesi che vivono col dollaro deprezzato hanno meno inflazione dell’Europa. L’euro che vale mille lire ma ne costa duemila, una serie interminabile di manovre restrittive (più tasse meno spese) per il molosso euro, e il supereuro che proteggerebbe l’Europa dall’inflazione ma non dai rincari a ripetizione delle materie prime che si comprano in dollari svalutati, il petrolio e i suoi derivati, le granaglie, il caffé, il ferro, il rame (l’occhio dell’uomo della strada non percepisce la differenza tra più caro e meno caro, non senza ragione).
La storia breve della moneta europea è tutta qui. Non fosse per la mancata accettazione, perdurante costante, di come il cambio iniziale delle monete nazionali su quella comune europea in rapporto di uno a due fu ed è un errore. Concettuale, per chi veniva da una vita dal marco e dalle mille lire, ed economico. Fondando una politica monetaria che non può essere che restrittiva, cioè una non politica. Quanto allo scudo contro il rincaro delle materie prime che la moneta forte avrebbe costutuito, è più che evidente che è un caso di effetto che è invece la causa: il petrolio non sarebbe salito a 160 dollari il barile se il dollaro non fosse stato compresso dalla innaturale moneta europea.
Se poi si guarda con l’occhio di fuori è anche peggio. C’è una grande area della globalizzazione, del commercio mondiale, ed è il dollaro. E c’è al suo interno un’area, l’Europa, che si ritiene più virtuosa, più solida, più protetta contro l’inflazione, la tassa dei poveri, più avanzata tecnicamente, insomma “più migliore”. Ma le cose non stanno così. Il dollaro offre talmente tanti vantaggi, in termini di grandezza del mercato, e di flessibilità e convenienza, o contenimento globale dei costi, da assorbire le spinte inflazionistiche della sua debolezza, specie sulle materie prime, e rilanciarsi. L’euro sovrano invece è una palla al piede, che imprigiona l’economia: se assorbe in parte l’inflazione del dollaro, lo fa al costo d’isterilire la produzione. Come uno che è virtuoso perché si è castrato.
All’origine fu l’uno che si fece due. L’uno che si fa due è biblico, nietzscheano, misteriosofico – non è evangelico ma non importa. Ha valenza insomma profetica, che si è abbattuta sull’Europa devastante, per colpe certo pregresse. Il perché non lo sappiamo, i padri dell’euro sono reticenti in materia, la creazione dell’euro non è entrata nell’epopea europea. Possiamo dire che erano bene intenzionati. Qualcuno è ancora in vita, magari un giudice gliene chiederà conto. Certamente l’euro è stato un castigo, ed è inutile chiedersi perché, le colpe non mancano mai. Ma ci sarà un giorno un giudice anche per l’euro.
La parità sarebbe stata con il marco, su cui le altre monete avevano modellato nel tempo il loro peso specifico, la corona danese, che vista la parata si è chiamata fuori, il fiorino, il franco belga, la lira, la peseta, lo stesso franco francese, la corona svedese. Invece si è voluto sopravalutarlo. Una buona moneta si conquista sul campo il suo valore, invece l’euro si è voluto da subito eroico. Ufficialmente per prevenire l’inflazione. Che non c’era. In realtà per provocarla, anche se un sistema compiacente di rilevazione dei prezzi l’ha mascherata. Il giudice accerterà un giorno nella creazione dell’euro la più colossale speculazione mai montata, una vera e propria truffa in danno dei consumatori, e più ancora dei percettori di reddito fisso, a beneficio del mercato, il commercio cioè e la finanza. Da questa truffa l’Europa non si è più ripresa.
Che l’euro abbia ingessato l’Europa non c’è dubbio. Tutti vogliamo bene a Ciampi e alla Banca d’Italia, ma non va taciuto che la lira è stata sopravvalutata al di là di ogni utopia pedagogica. Si vuole l’euro una moneta forte. Ma è la forza di chi andrebbe a morte per eccesso di energia. O forte come le zanzare, una sanguisuga, succiasangue: l’onore è tenere altro il cambio con il dollaro, con gran sollazzo dell’America, e altissimo il numero dei disoccupati, molti degli occupati essendo peraltro flessibili, cioè con lavoro occasionale e mal retribuito.
La politica dei cambi ha il fine di sterilizzare l’effetto monetario, di non sopravvalutarlo – e anche di non sottovalutarlo – nei confronti dei concorrenti. L’Italia ha sopravvissuto sottovalutando la lira, e questo è all’origine dei suoi problemi di debito. La politica della Bce invece sopravvaluta l’euro nei confronti delle economie concorrenti, tutte saggiamente adagiate sul dollaro, ancorché la maggior parte di esse siano regolate da politiche generali anti-americane, dalla Cina all’Iran. Lo fa per il nobile scopo di stabilizzare il debito. Ma in realtà lo ha accresciuto, con il costo del denaro, e per la sua parte reso irredimibile.
Questa è la verità dell’euro. Troppo indigesta per i nostri palati di piccoli politicanti. Ma gli altri aspetti della crisi, su cui gli economisti si esercitano alla radio e ai talk-show non sono da meno.
L’Europa in realtà c’è, poiché c’è l’euro. Che la saggezza acquisita vuole solo benefico: dove saremmo finiti se non ci fosse stato l’euro? Non si può sapere. Ma il carovita col caromoneta, questa è tutta la storia dell’euro, che storia è questa? Un tempo l’inflazione portava svalutazione, i due fenomeni si compensavano, sia pure non in modo virtuoso. Oggi l’inflazione va con la rivalutazione, e anzi per troppi aspetti ne è l’effetto: non sarà l’euro, invenzione senza precedenti, ad aver creato questa miscela senza precedenti? Insomma: non sarà stato l’euro, questo euro, la causa dell’inflazione?
La situazione è inedita. Ma l’euro è inedito. E più ancora la pervicace stolidità monetarista che gli sta dietro – che non possiamo nemmeno più imputare alla Bundesbank, da tempo i tedeschi hanno preso le distanze dall’ideologia dell’euro. Che cosa giustifica la forza dell’euro se non un’errata politica monetaria, che si vorrebbe a protezione dall’inflazione? Non la produttività, che in Europa cresce meno che negli Usa e nelle nuove potenze asiatiche, e in alcuni paesi europei, Italia in testa, è stagnante da vent’anni. Non il diverso potere d’acquisto, comparativamente inferiore in Europa rispetto all’area del dollaro, anche molto inferiore. Non, evidentemente, il tasso della crescita economica, che nell’Europa dell’Unione monetaria raramente ha passato l’1 per cento. È un fatto di reflazione forzata e insensata, di cui l’Italia ha già fatto le spese nel 1992, quando una politica di rivalutazione della lira sul marco portò al disastro.
Si dice il contrario: l’euro forte ha attutito i rincari internazionali dei beni che si negoziano in dollari, petrolio e materie prime alimentari. Ma la verità è che la causa prima di questi rincari è un euro troppo forte rispetto alla moneta che fa i valori delle materie prime. È l’assenza di una politica nei confronti del dollaro che non fosse il tasso divaricante d’interesse, al punto da raddoppiare-dimezzare il tasso di cambio in pochi mesi. Anche nel caso, che piace in Italia, del complotto: che il dollaro sia stato di proposito indebolito dalle autorità americane, dalla Federal Reserve in combutta con la presidenza. A ogni riduzione dei tassi Usa, se reputata competitiva, si doveva rispondere con analoga riduzione dei tassi Ue.
Si dice che i tassi elevati sono una barriera contro l’inflazione. Ma il contrario è pure vero: gli Usa non hanno avuto più inflazione della Ue, col dollaro debole, e hanno mantenuto a lungo alta la crescita, della produzione e dei consumi, all’interno e nel mondo. Né è peggiorata l’inflazione delle grandi economie asiatiche agganciate al dollaro, che anch’esse hanno subito il caro petrolio e il caro materie prime.
La politica dell’albagia sul dollaro è più imbelle o suicida? Non riconoscere il dollaro, l’area del dollaro, dove si esprimono il benessere e la crescita mondiali e si fanno gli affari, è insensato. Dacché ci sono le politiche monetarie si è sempre puntato al concerto, all’incontro, alla massimizzazione degli interessi reciproci, se non all’accordo. A meno di non farsi la guerra. Che l’Europa non vuole e non sa fare. Perfino l’avida Francia di Poincaré riconobbe il diritto della Germania alla stabilizzazione dei prezzi e a una politica monetaria. L’Europa invece, che si vuole cattivissima, sull’euro s’è lasciata intrappolare dagli americani, che essa ritiene di disprezzare - si sa come è andata: gli Usa hanno coniato la “Fortezza Europa”, uno slogan, con le solite idiozie del mercato di quattrocento milioni, dei primati, della storia, eccetera, e l’Europa ci ha creduto. L’Europa ha creduto e crede di poter fare da sola, sputando sulla globalizzazione.
Ragioniamo un momento a bocce ferme, fuori dalla crisi. In passato avevamo l’inflazione e la svalutazione. Il meccanismo si riproduceva perversamente, ma non incrudeliva come ora con la coppia avversa, inflazione e rivalutazione, contro i pensionati e i salariati. Oggi la politica monetaria si vuole onesta, leale ai propositi, ma non ha rotto la spirale. La riproduce anzi, per altre ragioni, in altre forme, raddoppiando il danno. Anzi, lo triplica: il reddito fisso paga il carovita, il carodenaro, e l’economia ferma, senza investimenti, con meno occupazione e meno reddito, complessivo e per occupato. Cos’altro è un disastro?

L’Europa BovaryCi siamo permessi una visione di come la vita sarebbe semplice se l’Europa non fosse l’Europa – o se l’Europa non ci fosse. Di nessun senso pratico, quindi, né teorico, se non di dispetto, che la libertà tiene in grande sospetto. Il consolidamento non è possibile in Europa, l’Unione è un’interminabile burocrazia, che tutto sfilaccia. E ha sottratto all’Europa la funzione di governo, l’autonomia delle decisioni, seppure meditate. È tuttavia possibile nella sfera nazionale, la residua sfera di autonomia nella quale la gestione del debito rientra per intiero. Come i fallimenti Parmalat e Alitalia. Del resto, ha l’Europa ha chiesto il suo parere, signor ministro, per accantonare il Patto di stabilità – was ist das? Né lo ha chiesto ad Almunia, o Solbes, insomma allo spagnolo che fa la guardia a Bruxelles. È che l’Europa è una “certa Europa”. Tedesca, si dice, ma in realtà non è nemmeno quello.
Ma forse non è solo uno scherzo, o un sogno. La Commissione Barroso potrebbe proporre, perché no, e la Bce elaborare, un consolidamento del debito pubblico europeo. Che è ormai palesemente, dopo cinque anni di stagnazione, di ostacolo all’economia e all’occupazione, l’unico ostacolo, benché vitalmente condizionante. Le leggi ci sono ora in Europa per il contenimento degli sprechi (assistenza, previdenza, ammortizzatori sociali), per la flessibilità del lavoro e dei suoi costi, la domanda in qualche modo regge, il risparmio pure, ma “il cavallo non beve”: non si è investito, e ora la produzione e l’occupazione si contraggono. La causa è solo una, il freno drastico imposto alla domanda pubblica, che è parte del mercato e ne è una parte condizionante (sanità, istruzione, formazione, ricerca, opere pubbliche). Il freno è necessario, ma è stato tirato tutto in una volta e ha portato la macchina al blocco.
Si vede in modo trasparente in Germania. Il Patto di stabilità, voluto da quel governo in aggiunta alle clausole di Maastricht come condizione per accettare l’entrata nell’euro dell’Italia, paese di tradizioni monetarie lassiste, ha portato i disoccupati in Germania da tre a quattro milioni e mezzo (disoccupati veri, senza impieghi in nero e ammortizzatori familiari), oltre a far perdere ai proponenti cristiano-democratici due elezioni di seguito – e se poi hanno vinto è avvenuto “in discesa”, per il disorientamento e le divisioni dei socialisti. Il rimedio non dovrebbe tardare: l’Europa ha perso, dopo il crollo del 2001, sei anni di forte ripresa internazionale, ha perso opportunità e sta perdendo stabilmente quote di mercato. E il rimedio è solo europeo, le leggi di bilancio e finanziarie nazionali mostrano la loro inadeguatezza, nessuna Finanziaria può ormai modificare l’economia. Si continua a pensare il debito pubblico in termini nazionali, come istituzionalmente è per le leggi di bilancio, mentre è in realtà, concettualmente e materialmente, attraverso le clausole di Maastricht e il patto di stabilità, europeo.
Molti rimedi sono stati peraltro approntati negli interstizi che Maastricht, il Patto di stabilità e la Bce ancora consentono: con le riforme fiscali, soprattutto in Germania, e con la riduzione degli oneri contributivi sul lavoro, che è anche una maniera surrettizia di ridurre i regimi previdenziali. Inoltre, malgrado tutto, l’Europa mantiene un potenziale finanziario, una duttilità imprenditoriale, e un’innovatività tecnologica che, se valessero per il loro peso specifico, la terrebbero al riparo dalla crisi. Ma c’è il debito. Il passo decisivo sarebbe allentare, concordemente ma significativamente, il vincolo del debito, rendendo “normale” l’avanzo primario, al netto dagli interessi, e non più una questione ogni anno di “lacrime e sangue”. Senza rischi per l’inflazione poiché la tendenza è stata per troppi anni, da molto prima della crisi, alla deflazione. La miniriforma di primavera del Patto di stabilità è insignificante, anche per l’unico Paese che potrebbe avvantaggiarsene, che è l’Italia. Non si può concorrere altrimenti con gli Usa, che accrescono il debito ogni anno di più del 5 per cento del pil (senza effetti inflattivi), tenendo così anche il dollaro artificialmente basso.
Si è sempre detto che questa è l’Europa dei banchieri, dei banchieri centrali, ed è vero. Tanto più nel caso dell’Italia. È chiaro che l’Italia non può in alcun modo allentare l’adesione all’euro, ma l’eurodisagio è reale per tutti, consumatori ed esportatori. Molti lutti si potevano evitare all’adesione. Non è stato fatto, e pazienza. Ma l’Italia dovrebbe ora essere con quelle forze in Europa che vogliono fare politica e non fare la guardia al tabernacolo.
Leggendo i commenti, l’ultimo gollismo sembra essersi rifugiato, a guerra perduta, in Italia. Ma non c’è dubbio su qual è l’unica strada per l’Europa e per l’Italia: una decisa immersione nella mondializzazione. La colpa non è delle resistenze sociali al cambiamento, la cui sommatoria è anzi positiva, di disponibilità, ma della sterile guardia al bidone franco-tedesca, di due paesi – o due governi, ma non cambia molto – stanchi.
È la crisi colpa delle banche? È colpa del petrolio? È colpa della mancata riforma politica? È colpa del debito pubblico, del blocco del debito pubblico.
Si dice che è colpa dell’America, ma non ci creda. “Non detta più legge sull’economia, il declino dell’America è già iniziato”. Non è così - e del resto l’intervistato di “Repubblica” il 7 gennaio 2008, l’economista Eichengreen, non lo dice. Il titolo viene buono per spiegare come il declino dell’America sia iniziato “già” cinquant’anni fa, o sessanta, con il Piano Marshall col quale la stessa America si volle far fare concorrenza dall’Europa.
Sembra assurdo parlare di differenze, vantaggi, handicap, quando il crollo è generale. E invece è essenziale. Il modello americano è aperto, e “si fa” concorrenza armando i suoi concorrenti, prima l’Europa, poi l’Asia, il Giappone negli anni 1970-80, la Cina dopo Tien An Men. Ma non è questo il problema: il problema è che il dollaro debole è forte, e l’euro forte è debole. Stimolare la concorrenza equivale per l’America a indebitarsi commercialmente – significa poter usufruire del sistema di produzione mondiale per favorire il consumatore americano. Pagando, se possibile, con dollari sempre meno cari. Che i concorrenti prescelti di volta in volta trovano nel complesso accettabili, se non convenienti. Magari rifacendosi con acquisti diretti negli Usa a prezzi svalutati dal dollaro - l’Europa negli anni 1970, il Giappone con larghezza negli anni 1980, e ora i fondi sovrani asiatici, il nuovo capitalismo di Stato. Tutto ciò per dire che l’Europa è fuori dal mondo. Poi finisce che la signora Clinton va a discutere la crisi con l’Asia, e l’Europa riscopre l’America.
L’Europa è ferma ormai da quasi un quindicennio, da Maastricht. Un atto di virtù che è una castrazione. In omaggio a un tutto privato che è solo assurdo. Con privatizzazioni, cioè, o regalate o onerosissime (Umts), e con sgravi fiscali per i ricchi, compensati dai tagli agli ammortizzatori sociali, alla sanità, alla previdenza, all’istruzione. In spregio cioè della stessa dottrina del liberismo contemporaneo, della curva della domanda signora del mercato. Perché i ricchi non hanno niente più da comprare, e quel poco che spendono incide solo, economicamente, sull’inflazione. Mentre il blocco della spesa sociale blocca la domanda complessiva. E con l’istruzione ridotta assicura che questo blocco sarà per sempre.
Prima della crisi l’economia in Europa ristagnava per due fatti semplici. Uno è l’enorme vantaggio competitivo acquisito dall’America nell’ultimo quindicennio, con la flessibilità e gli incrementi imbattibili di produttività nelle presidenze Clinton, con la politica dell’indebitamento nelle presidenze Bush. L’altro è l’ancoraggio di Cina e India al dollaro, oltre che a condizioni di produzioni tanto innovative tecnicamente quanto arretrate nella dinamica del salario, e quindi avvantaggiate nei costi, e di fatto protette da ogni concorrenza. Colpe specifiche si fanno all’Europa, per le rigidità che mantiene in campo sociale (pensioni, sanità) e nel lavoro. Ma questo è vero solo in parte: l’Europa ha capito con ritardo e di malavoglia la globalizzazione – l’asse Usa-Asia per semplificare – e ancora stenta ad accettarla. Sono i noti difetti dell’albagia franco-tedesca che la domina, e che si trovano specchiati nella condotta assolutistica della Banca centrale europea, tanto più con la presidenza del francese Trichet. L’euro è inteso come il sacrario di un tempio che forze malvagie assediano senza sosta.
Stando le cose come stanno, è un’epoca insensata per l’Europa, del grande freddo. Fra l’era della siccità o, alternativamente, dei ghiacci che si sciolgono ai poli – e poi magari si ricostituiranno? Piove così tanto, e l’Europa si bagna. Mentre gli immigrati si moltiplicano, fanno comodo a un paio d’euro l’ora ma preoccupano, non ci sarà un disegno d’invasione, islamico, arabo, rumeno?, e abbiamo bisogno delle ronde, tutti sbirri. Mentre i migliori europei scappano, se appena possono, anche così lontano come il Canada, o la Nuova Zelanda. L’Europa vive in una sorta di Ancien Régime di prefiche, nobilastri e snob che fosse sopravvissuto pieno di se stesso, col suo immutabile principio del non intaccare il capitale nel mentre che lo annienta.
È assurdo, perché l’Europa resta pur sempre la maggiore area di reddito e di consumo del mondo. Ma è talmente “stupida” – arrogante, burocratica, inerte – che nessuno se la fila più. La rigidità monetaria da sola fa l’Europa un’orrida vecchia signora. Visti da Pechino, Tokyo o Washington, il Patto di stabilità (c’è ancora?) e la Bce sono più dissuasivi di qualsiasi morbo politico o economico – si potrebbe anche dire, ma non è materia di scherzo, che la Germania sta ottenendo con questo euro di ferro quella liquidazione dell’Europa cui ha costantemente operato nel Novecento.
Certo, non bisogna disperare: finché siamo vivi non siamo morti. Ma l’Europa vive nell’irrealtà, ministro, e serve anche a poco: non s’illuda e ne prenda le distanze. Ricca come non mai, è sempre la più ricca del mondo, ma di passioni ormai fanées. Ormai da un secolo, irrimediabile. Non ha intelligenza, se non dissolutrice. L’ultima volta che l’Europa fu qualcosa fu comunista, ed è ormai preistoria.
Che civiltà è quella che ha bisogno degli immigrati e non vuole accoglierli? Salvo che per pagarli due o tre euro l’ora, in quella che è a tutti gli effetti la più grande tratta di esseri umani al mondo, nel Terzo millennio, la più cruenta, la più cinica. Nello schiavismo si veniva razziati, e poi mantenuti, gratis, per l’Europa il viaggio della morte si paga, da mille a cinquemila dollari, il reddito dell’aspettativa di vita in Africa o Asia, di un’intera famiglia, e l’unico futuro assicurato è quello sotto i ponti. Che economia è quella che limita le colture, anzi finanzia la non coltivazione (il maggese), e riduce la produzione di latte e di carne, in tempi di prezzi triplicati di cereali, legumi, latte, carne, e quasi di carestia. Per far guadagnare bene i coltivatori francesi di granaglie, i vaccai bavaresi e olandesi, i porcilai bretoni, piccole rendite. Un’agricoltura in cui, a fine 2007, dei 42 centesimi al litro incassati dal produttore di latte 25 andavano al cartone. Per produttore intendendosi Parmalat o Granarolo, non il bovaro (al supermercato lo stesso latte si pagava 1,60 euro!). Che Fortezza è quella che si acquatta dietro la Germania, che dopo la sconfitta la politica estera considera una noia, professandosi pacifista, e la confida agli Stati Uniti. Alla potenza cioè che odia. Non senza ragione, dacché tutte le direttrici di politica estera americana vanno contro l’Europa: la globalizzazione con l’area del dollaro, l’Arco della Crisi o Medio Oriente (Palestina, Iraq, Afghanistan), il terrorismo islamico, ancora di marca Usa in molti posti, il Kossovo, il petrolio, la Russia, la World Trade Organization.
Ma, poi, qui non si tratta di costruire l’Europa, si tratta di sopravvivere.
Rimpiangeremo la globalizzazione, nel mondo compartimentato che la crisi lascerà. Dove chi ha più fieno nella propria stalla più mangia. Detesteremo l’orrido isolazionismo della Bce, che ha fatto dell’euro un feticcio, stupido ma tossico. E ci diremo infine “americani”, dopo tanta irridente superbia, se l’America, come sta facendo, andrà a fondo. Dopo avere impegnato in un anno e mezzo contro la crisi dodici miliardi di dollari, quasi un suo pil annuale, a nessun effetto. Per quattro quinti spariti nel sistema finanziario. Mentre tremano i fondi pensione e le rendite finanziarie, nelle quali gli americani tradizionalmente investono i loro risparmi. E la disoccupazione si accresce al ritmo di un milione di posti lavoro al mese. Ma bisognerà essere vivi per pensare tutto questo, per continuare a guardare la storia dal di fuori, come l’Europa che ci tocca vivere si compiace di fare. E per sopravvivere bisognerà abbattere qualche falso idolo.

domenica 1 marzo 2009

Pasolini vaffanculista

La recensione di “Un po’ di febbre”, la raccolta di racconti di Sandro Penna, esordisce : “Che paese meraviglioso era l’Italia, durante il periodo del fascismo e subito dopo!” Con “la felicità «reale»” dei contadini e sottoproletari, perduta con lo sviluppo. Il poeta voleva sconcertare, e ci riesce. Ma non di più. La raccolta di articoli si legge sempre molto, ma perché non c'è molto di meglio dopo.
Alfonso Berardinelli nella nuova, impacciata, presentazione, dice Pasolini uno dei pochi autori (con Zanzotto e Volponi) non cifrabili in ambito cosmopolitico. Era un nostalgico. Questi sono sempre i suoi articoli migliori (le lucciole, io so, la rivoluzione antropologica, le recensioni) ma sono passatisti. Paesaggistici, vedutistici. “Strapaese” quarant’anni dopo, se non fosse che Malaparte e Longanesi, altrettanto mordaci, erano nel ruolo, e quindi ben vivi. Si leggono ancora, ma come reperto. Come scritti d’autore hanno perduto lo smalto di quando uscirono. E bisogna chiedersi se la loro forza straordinaria non stava nel veicolo, il “Corriere della sera”, più che nel testo.
C’è anche il frammento inedito contro Carlo Casalegno, odiato più del “miserabile fascista di dieci anni fa”, uno sconosciuto che il poeta ricorda di avere inseguito per un buon quarto d’ora attraverso tutta San Lorenzo tanto il suo sdegno era inesausto. A Casalegno Pasolini imputa, per un articolo sulla “Stampa” contro di lui e Moravia, “la mania che ha preso gli italiani di darsi continuamente dei fascisti tra di loro”. Mania che però egli stesso aveva avviato qualche mese prima sul “Corriere della sera”, con “Il fascismo degli antifascisti”. Con leggerezza, certo, alla Pannella, alla Ottone, i vaffanculisti dell’epoca, certo tirati ai quattro pizzi, sobri, inappuntabili. Molto borghesi.
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, pp.255, €11,50

Il riso non è filosofico

È il § 54 della “Critica del giudizio”. Ma neanche alla rilettura, neanche concentrata nella meritoria opera della curatrice Mascia Cardelli, che dieci anni fa ne tentò il recupero per Le Càriti Editore, la filosofia del riso smuove un lampo, una luce qualsiasi. Specie quella teutonica, fino a Bergson incluso, la concettosità è specialmente vuota.
Aristotele non ha aperto la strada, che non ne ha scritto il trattato, e l’assenza si sente. Non l’ha scritto perché non riteneva il riso cosa seria – ne accenna infatti qua e là incidentalmente. E dunque il riso non esiste, che fa l’uomo?
Immanuel Kant, Il piacere di ridere