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sabato 30 luglio 2022

Ombre - 626

Raccapricciante, bestiale, nello svolgimento e nella documentazione fotografica, l’assassinio dell’ambulante nigeriano a Civitanova Marche, sul corso Umberto, davanti a decine di testimoni: uccidere un uomo di quarant’anni a bastonate richiede tempo e applicazione, non è un atto inconsulto, e si può bloccare con una semplice spinta all’assassino. Ma tutti stanno a vedere come si uccide un uomo, nemmeno uno sguardo di meraviglia o disapprovazione.
 
“Intervista a Michele Santoro: «Vorrei fondare un partito e allearmi a Conte»”. Che ci vuole, lo hanno fatto Della Valle, Montezemolo, Moana. Ma perché su “la Repubblica”, Santoro è di sinistra, quello che mise nel mirino di Riina il giudice Falcone?  
 
“Il voto divide Confindustria”, si aspetta che Bonomi, il presidente, sia “tentato dal centro destra”. Perbacco, si aspetta, la tentazione. Anche gli imprenditori devono essere di sinistra, e chi altro?
 
“La cera stesa sui dipinti a Pompei fino agli anni Novanta per esaltarne i colori ha provocato gravi danni”. Non c’è tecnica di restauro che non produca danni – dopo qualche ano: c’è bisogno di una tecnica nuova, di un nuovo restauro. Il restauro è opus infinitum.
 
La diffusione del colloquio fra l’esponente della Lega e il diplomatico russo affidata ora alla “Stampa”, dopo “Libero” e altri media, è più un siluro contro Salvini oppure contro Gabrielli, il capo dei servizi segreti? I servizi segreti italiani, più che spiare il nemico, si spiano tra di loro, è una vecchia tradizione: contro De Lorenzo, contro Miceli, contro Pollari, contro Mancini. Una volta, ma non molto tempo fa, negli anni 1960, due generali si accusavano reciprocamente delle peggiori turpitudini – le lenzuola per il corredo della figlia….
 
Statisticamente la destra non è più corrotta nell’amministrazione pubblica della sinistra. Ma in prossimità di elezioni gli scandali emergono solo a destra. È solo un caso? Sì, naturalmente, i giudici sono indipendenti. Anche i Carabinieri. E la Guardia di Finanza. Ma perché poi questi processi si perdono per strada? Una condanna, una?
 
Solo quelli di destra parlano al telefono. Le intercettazioni intercettano solo gente di destra, che complotta, si scambia favori, progetta furti. Le altre intercettazioni non si fanno, o sono sempre pulite?
 
Ora avremo nella comandante della capitaneria di porto di Terracina che ha scardinato la giunta per una concessione balneare una vedette, a giudicare dalle prime foto, dei talk show tv? Perché le varie armi si gloriano di mandare in tv belle donne, e non magari un comandante baffuto, se altrettanto capace? Per farsi pubblicità - non c’è arma meno femminista, si fa per dire, di un’altra. Anche con le inchieste civetta? Certo, è sempre meglio che lavorare. Il problema è che abbiamo tante polizie e troppi delinquenti, impuniti.
 
La Ue promette di razionare i consumi di gas per non saper che fare? È chiaro che se il gas non ci sarà, bisognerà risparmiare. È una mossa tanto per fare? Per non incidere sul “mercato”, che invece è intoccabile, sulla speculazione: il gas pilota degli aumenti è quello olandese, non grandi quantitativi, tutti spot. Non quello russo, che continua a essere fornito ai prezzi concordati.
 
Jovanotti monopolizza per un paio di settimane un km di spiaggia a Fermo, per un Jova Beach Party, un rave, sia pure autorizzato e senza baracchini della coca. Col patrocinio del Wwf.
A Fermo che non ha spiaggia, non è una città di mare, ma nel baraccamento marino che raccoglie barboni e altri poveracci.
 
Il liberista Macron rinazionalizza Electricité de France, l’ex monopolista elettrico pubblico. Oh, come mai? Perché è un vero liberista, non uno stupido – sa come vanno queste cose.
 
La Ferrari continua a perdere posti e punti per errori di management, della squadra ai box, dei tecnici – delle gomme, della meteorologia, perfino del pit-stop. E niente succede, non ci sono licenziamenti né correzioni.
 
Il pit-stop era una volta dominio dei meccanici italiani e inglesi, girando per i boxes delle corse automobilistiche. Poi si vede che gli italiani hanno preso altri mestieri, snobbando il meccanico,
 
Sono partiti Insigne e Bernardeschi per il Canada come se fosse delle stelle inseguite dai milioni. Mentre la squadra dove giocano, il Toronto, è penultima, dopo 22 partite – tra le 14 squadre della Eastern Conference, il campionato canadese orientale (una metà della Mls, la Major League Soccer).

Niente libro senza editore

“Un buon editore è quello che pubblica circa un decimo dei libri che vorrebbe e forse dovrebbe pubblicare”: con questa chiusa Calasso ricostruisce per ampie campiture la storia di Adelphi e il carattere dell’editoria, o l’arte di pubblicare libri. Con l’esperienza dei suoi quasi cinquant’anni in Adelphi, a partire dai ventuno. I “libri unici” di Roberto Bazlen, con cui Adelphi ha debuttato, nel 1962, per per qualche anno ha vissuto. La riedizione-riproposta di Nietzsche per cominciare, con immane lavoro critico - e poi di molto Heidegger, di tutta o quasi Simone Weil, di C. Schmitt. Le copertine. I risvolti. La Grande Vienna scoperta dallo stesso Calasso che ha portato al decollo economico, con le grandi tirature: Joseph Roth sopra tutti, Karl Kraus, Lernet-Holenia, Canetti, Wittgenstein, e poi Bernhard. Le riscoperte: Savinio, proposto dalla figlia Angelica con la sua “Enciclopedia”, irresistible, commenta Calasso, cominciando con “abat-jour” e finendo con “zampironi”, Karen Blixen, Pessoa, rianimato da Tabucchi. Infine, sopra tutti, Simenon, anche lui rianimato e anzi portato al prestigio letterario, anche in Francia, dove era uno scrittore da edicola: approdato in Adelphi da Mondadori, dopo un paio d’anni di tentennamenti, per una lettera entusiasta del suo grande amico Fellini, e subito imposto al pubblico, sempre vastissimo (50 mila copie le tirature iniziali), da una recensione di Parise.
Una raccolta di testi di varia occasione, articoli, commemorazioni, conferenze, di lettura leggera e piena. Con un trattatello sui risvolti, dall’alto dei “millecento” da lui scritti (“1089 a oggi”). Con molti personaggi, l’elusivo Bazlen sopra tutti (“due persone “sono state determinanti nella mia vita: Robert Bazlen e Ingeborg Bachmann”, ma di Bachmann poi non c’è traccia). I ritratti di Giuio Einaudi, Luciano Foà (revisore di tutte le traduzioni di J. Roth, se le portava a casa, extra time, per rivederle e armonizzarle: c’è un J.Roth italiano, di Foà), Roger Straus, Peter Suhrkamp. E di Vladimir Dimitrievič, il serbo grande editore del mondo slavo in Francia, ma per Calasso più che un editore, e un amico, un altro sé stesso, uno che il mestiere di editore diceva di “traghettatore e giardiniere”.
Sul perché un libro viene pubblicato oppure no, Calasso non dà risposta. Ma sottintende che non c’è letteratura – e nemmeno storia, filosofia – senza editoria: una mediazione necessaria, con la stampa (accurata, del giusto carattere di stampa e formato, e con la giusta copertina – che può essere il lavoro maggiore dell’editore) e la promozione-distribuzione del libro. Se Manuzio non avesse stampato la “Hypnerotomachia”, o non in quella forma, la “Hyperotomachia”, il libro più bello mai stampato, oltre che primo romanzo moderno, di avventure, non esisterebbe.
Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, La Repubblica, pp. 164 € 8,90

venerdì 29 luglio 2022

Berlusconi abbandonato – Berlusconi 29

Da kingmaker a Robespierre di piazza, spalla di Salvini: Berlusconi è sempre a tutti denti, ma non conta più nulla. Già la preview, con lui sempre a tutti denti a una barzelletta di Salvini, a ruoli invertiti, con Salvini poi, che non fa ridere nessuno, non deponeva bene. E prima ancora la presenza di Marta Fascina al colloquio della congiura sollevava dubbi: compagna di affetti o badante politica? Ma anche la campagna presidenziale fu sgradevole, più che ridicola: Berlusconi ottantaquattrenne che chiede il voto per sette anni di presidenza, e ci crede, lascia i covid a ripetizione e gli altri segreti al San Raffaele di Milano, per stabilirsi a Roma, nuovamente – salvo tornarsene a Milano senza nemmeno fare notizia.
Si vota il 25 settembre, entro il 15 ottobre le Camere devono essere “convocate”, il 27 ottobre secondo i sondaggi Giorgia Meloni dovrebbe avere l’incarico di presidente del consiglio. Il 27 ottobre è il centenario della marcia su Roma, di Mussolini che ebbe dal re l’incarico di presidente del consiglio – e fece un governo di coalizione, con i Popolari, i Liberali, perfino i Democratici, tutti eccetto i Socialisti. Forse non andrà così, e comunque non c’è una marcia su Roma, solo pacifiche elezioni, ma è a un mesto tramonto che Berlusconi si è avviato, provocando il voto anticipato.
O non è lo stesso Berlusconi? Quello che si voleva amico di tutti, eccetto “i comunisti”. Acido col “Draghi stanco”, dopo che lo ha silurato – detto da uno con la faccia tirata e lo guardo perennemente velato. Infelice col “riposino in pace” ai collaboratori di trent’anni che lo hanno abbandonato, spiegando profusamente perché. Per non dire dell’instagram della sua compagna Marta Fascina, che dileggia Brunetta con una canzone di De André, “Un giudice”, la scalata di “un nano” ai vertici della magistratura – roba che in America l’avrebbe portata in prigione. Berlusconi che dà un calcio negli attributi a qualcuno era difficile da immaginare. Perfino con Travaglio, che lui fece giornalista e poi gli ha scritto alcuni libri contro, ci riuscì, nella famosa sceneggiata da Santoro: lui era quello dell’amore.
Ora si ragiona sul 37, il 61 e il 2 per cento: nel Rosatellum, il sistema elettorale per intenditori (l’elettore non sa per chi vota), si può finire col sedere per terra per un’infinità di motivi. Se in più non si sa quanti andranno a votare, sicuramente non molti…Tutti i poteri sono del capo partito. Che quindi deve avere grande influenza, per poter dare sicurezza. E cisì è finita che Berlusconi non trova più abbastanza candidati, e pochissimi di rilievo. C’era la fila, li faceva selezionare dalle migliori headhunter americane, ora avvocati, ingegneri e ragazze di bella presenza ci ripensano – a meno che non si accolli lui le spese elettorali. Fuori dall’uninominale secco per oltre un terzo dei seggi, che ora sono solo 600, invece che 945. E nel proporzionale di coalizione chi decide, quanto conta Berlusconi?
Rimarrà come quello che ha saputo guidare alla ragione politica i neofascisti e la Lega di Bossi – di cui non si ricordano più le ampolle di acqua santa di non si ricorda più quale fiume, la Venezia dei dogi e dei carrarmati di cartapesta, il parlamento padano, il marco invece della lira, la politica in canottiera, giallastra, il celodurismo, e che non fu buttato fuori dalla scena politica per caso, il 4 per cento per tornare in Parlamento rimediando per pochi voti (berlusconiani?). Ha reso la destra in qualche modo politica. Ma ha sempre impedito che qualcuno nel suo partito crescesse, non gli ex socialisti (Tremonti, Cicchitto, fino a Brunetta), non gli ex democristiani (Casini, Follini, e i tanti altri), non i suoi ragazzotti eletti a delfini, Tajani, Toti  Alfano, Bondi e altre mezze figure - e in campagna elettorale si programma sulle sue tv mentre ascolta annoiato, irritato, il parlatore Tajani. Un Micciché stratega di due cappotti in Sicilia in due distinte elezioni, con la vittoria in tutti i seggi – la sola Sicilia faceva la sua maggioranza – non ha mai avuto un incarico, uno spazio. E ora si trova solo. Politicamente: avrà problemi a trovare candidati alle elezioni – a meno che non paghi lui le spese elettorali: la fuga è generale. Con la contemporanea sorprendente, non richiesta, professione di fede leghista, pura e dura, da sempre e per sempre (“l’unità d’Italia è stata un errore”), di Fedele Confalonieri, l’amico e collaboratore dai tempi dell’oratorio (“chi portava il pallone si faceva la squadra, Berlusconi portava il pallone”).
Il programma è ridicolo - mille euro al mese ai pensionati sociali, roba da Lauro. I precedenti infausti: chi provoca il voto anticipato è punito dagli elettori, i socialisti nel 1972, i democristiani nel 1976, i comunisti nel 1979. Ammesso che gli elettori a settembre vadano a votare – si parla già di “vedove di Berlusconi”, i più delusi sono le sue innumerevoli, determinate, agitate fan.

Cronache dell’altro mondo - debitorie (205)

“Per decenni”, racconta la storia di apertura del “New Yorker”, “Betty Ann ha lavorato come insegnante. A 52 anni si è iscritta a Legge alla New York University, nella speranza di cambiare vita”. Per pagarsi l’università, “ha preso in prestito 29 mila dollari, dei fondi federali. Oggi deve 329.309,69 dollari. Ha novantun’anni”.
Una nuova crisi del debito emerge dai prestiti agli studenti. La bolla è – era un anno fa – di 1,7 trilioni di dollari, nella scala americana equivalente a 1.700 miliardi. Sono molti, sono pochi? Non sono ripagati.
La storia del debito studentesco è lunga, parte dagli anni 1950. Quando fu lanciato come promessa di ricchezza e istruzione, a favore dei non abbienti, di chi non aveva sostanze familiari. Senza mai un’avvertenza sulle dinamiche di accumulo. Nel tempo, il debito studentesco ha finito per prosciugare le rendite dei pensionati, e prima ancora la capacità di accumulo ai fini della pensione. Complice anche la politica delle retribuzioni calanti che ha dominato gli ultimi trent’anni, del mercato globale.

Quando la Finlandia era felice in Russia

Un incontro di solitudini, vuote, incerte. Col rifiuto, la curiosità, l’abitudine, la complicità, la gelosia, il distacco, il ritrovamento, per due solitudini infine piene. Dentro lo scompartimento soffocante di un interminabile treno russo – di quelli che fanno anche lunghe soste, per ogni possibile diversivo. E nella Russia grigia e gelata attorno a Murmansk, il grande porto carbonifero nel circolo polare. Un’ambientazione che da sola fa le storie soggettive.
Kuosmanen è già un maestro riconosciuto di atmosfere, ed è stato per questo film premiato dalla giuria a Cannes. Ma la cosa che più attrae del film, presentato a Cannes nel 2021, è che lei è una finlandese che vive a Mosca e va a Murmansk per turismo, e lui è un minatore russo. Che il cattivo è un finlandese, uno che disprezza i russi. Che il film è parlato in russo. E Kuosmanen fa della Russia più brutta e povera un capolavoro d’arte. Prima che Finlandia e Russia diventassero, di nuovo, nemiche, acerbe, giusto pochi mesi prima.
Juho Kuosmanen, Scompartimento n. 6 – in viaggio con il destino, Sky Cinema

giovedì 28 luglio 2022

La guerra non tocca la Russia - 6

Unicredit ha dismesso, teoricamente, le attività in Russia. Ma nel trimestre aprile-giugno vi guadagna 346 milioni, un sesto del totale dell’utile, per un giro d’affari che è una frazione minima del suo totale. E grazie alla rivalutazione del rublo si ricapitalizza, seppure di uno 0,5 per cento. “Abbiamo molte imprese europee clienti, molte italiane, ben contente di essere in Russia con noi”, dice l’ad del gruppo Orcel a “la Repubblica”.  
Tra le banche occidentali ancora operanti a Mosca, alcune sono alla ricerca di personale, per coprire le dimissioni seguite all’annuncio delle sanzioni. Secondo Headhunter, l’austriaca Raiffeisen Bank ha pubblicato a luglio 276 offerte di lavoro, l’americana Citibank 84.
Si tratta sul canale turco per l’esportazione dei cereali ucraini come artificio diplomatico, da una parte e dall’altra, per tenere aperto un canale di comunicazione. I cereali in realtà (grano, mais e altre specie minori) sono stati già esportati, secondo il ministero dell’Agricoltura americano, che monitora il commercio internazionale dei grani. Lo stoccaggio delle raccolte 2021 era stato già smaltito per cinque sesti prima della guerra. E durante la guerra le esportazioni non sono mai cessate, per i quantitativi residui.

Cronache dell’altro mondo - bellicose (204)

La visita annunciata dalla Speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, a Taiwan, come segno di solidarietà, è ritenuta da Pechino un atto ostile. Le dichiarazioni in questo senso si susseguono, dei portavoce della presidenza, e sui giornali di partito, come riportati dal “Global Times”, il giornale del partito in lingua inglese - praticamente  solo di Taiwan si sarebbe parlato oggi nella lunga telefonata tra Biden e Xi. Un atto ostile, in qualche commento, addirittura militare, dato che Nancy Pelosi, come terza più alta carca dello Stato, sarà trasportata o accompagnata da aerei militari.
Il presidente Biden, che considerava il viaggio annunciato di routine, non ha reagito - non al presidente cinese, che si sappia. Ma il suo ministro della Difesa (“il Pentagono”) sì, ha criticato la Speaker dei Rappresentanti. Il suo capo di Stato Maggiore, il generale Mark Milley, ha criticato il viaggio annunciato indirettamente, spiegando che l’unico rischio di una guerra tra Stati Uniti e Cina è solo per “un incidente”, una catena di reazioni non controllate.

Se la giustizia politica passa a sinistra

In America non si perdono i diritti politici per decisione di una giudice, cioè per una condanna, spiega il costituzionalista americano Brian Kalt a “la Repubblica”. E cita il caso, “accaduto negli anni Venti al socialista Eugene Debs: si candidò dal carcere alla presidenza e ottenne un milione di voti”. Ma non dice perché Debs era carcerato: era in carcere da due anni, dal 1918, perché si era opposto all’entrata in guerra degli Stati Uniti, con una condanna a dieci anni – il presidente Harding, contro cui si era candidato, lo grazierà a fine 1921 (anche per i problemi di cuore sviluppati da Debs in prigione, che lo porteranno presto alla morte). Debs, già candidato quattro o cinque volte alla presidenza, era da trent’anni il creatore e l’animatore del sindacalismo in America. Aveva fondato l’Industrial Workers of the World (Iww). Era stato già in prigione, con una condanna a sei mesi, nel 1894 per avere organizzato uno sciopero dei ferrovieri - che il presidente Cleveland represse con l’esercito.
La giustizia politica è sempre stata di destra, dell’assolutismo e poi dei regimi più o meno forti. Da tempo invece, in Italia e negli Stati Uniti, è un’arma di sinistra. Spuntata contro Berlusconi, che è fatto della stessa pasta dei suoi giudici persecutori, ma efficace contro altri obiettivi. Per un successo politico della sinistra? Che arranca su tutti i versanti, del voto come dei lettori?

Sofri vittima della caccia al Psi

Fa senso imbattersi in un dossier a carico di Sofri per l’assassinio di Calabresi, pubblicato il 20 maggio 1990 come inserto de “L’Espresso”: conferma che la confessione di Marino fu utilizzata per azzoppare il partito Socialista. Niente di meno.
È un dossier odioso, di ìntercettazioni sul telefono di casa di Sofri e di altri di “Lotta Continua”, 700 pagine, fatte trascrivere integralmente dagli avvocati di parte civile, della famiglia Calabresi – i CC avevano prodotto un breve sommario. Da cui si palesa indirettamente (sono trascritte quasi soltanto le telefonate da casa Sofri e altri di Lc solo se riferite al partito Socialista) che la messa in causa personale di Sofri (e di Pietrostefani come copertura) nasce dal suo rapporto col Psi, e in particolare con Martelli, all’epoca vice-segretario del Psi. Dieci anni dopo l’avvicinamento, durante e dopo il sequestro e l’assassinio di Moro. Al governo è De Mita, che ha preteso palazzo Chigi per “dare una lezione” ai socialisti – è ministro anche Mattarella.
È palesemente, alla rilettura, un dossier che vuole dimostrare la stretta vicinanza di Sofri e i suoi compagni con i socialisti. Con molte annotazioni solo apparentemente vaghe. Tipo: “Carlo Panella, marito di Roberta La Capria, parente acquisito di Sandro Viola, inviato di punta di Repubblica” – tre o quattro insinuazioni in una. Carlo Degli Esposti, altro intercettato del dossier, si salverà inventandosi i “Montalbano” di Camilleri.
Qualche anno fa Cazzullo, “Il caso Sofri”, ha fatto di Lotta Continua una costola del Pci. No. Questo è importante per capire la vicenda. Sofri sì, in parte, all’origine, Lotta continua no. Anzi, è nata e si è sviluppata in opposizione al Pci. Sofri stesso non ha più avuto tessere dopo quella giovanile del Pci, eccetto quelle radicali. E si era avvicinato politicamente al Psi, dal rapimento e l’assassinio di Moro in poi, a una parte del Psi, quella più in sintonia con le lotte di libertà, che Claudio Martelli negli anni 1980 impersonava. Ed è qui che s’innesta il caso Sofri. Vittima, l’ennesima, dopo Sciascia e altri meno illustri, della politica che decise l’assassinio di Moro.
Del Pci furono i primi confidenti di Marino. Del Pci il primo collegamento tra Marino e Bonaventura. Del Pci la campagna di stampa che accompagnò l’incriminazione e forzò la condanna. Cazzullo ricorda il senatore Bertone, come tramite coi servizi. Ma si schierarono molti politici subito, i giornali di partito, e anche l’Anpi, l’associazione dei partigiani. Ancora nel Duemila Piero Fassino, ministro ex Pci della Giustizia, non solo si rifiutò di proporre la grazia per Sofri, come avrebbe dovuto nella vecchia procedura, ma per non scarcerare Sofri non propose nemmeno l’indulto, benché lo chiedesse il papa, per il giubileo del millennio.
Con Napolitano al Quirinale la grazia non fu nemmeno discussa, e Sofri si è fatto tutto il carcere, fino alla scadenza della pena nel 2012. Caso raro, anzi unico, negli annali giudiziari. Quella di Napolitano è l’unica delle tre presidenze della detenzione di Sofri dopo la condanna definitiva che non hanno discusso la grazia. Lo fece perfino Scalfaro, in medias res. Mentre Ciampi arrivò a promuovere una decisione della Corte Costituzionale che gliene attribuisse la facoltà anche col parere contrario del governo: la pronuncia della Corte, a prevalenza ex Pci, arrivò tre giorni dopo la scadenza del mandato di Ciampi. In occasione della grazia per direttissima a Bompressi, il proponente Mastella, ministro di Giustizia, annunciò che la proposta era in arrivo anche per Sofri, solo un po’ più complicata. Ma non è stata mai proposta, né da Mastella né da Napolitano, che dopo la sentenza della Corte Costituzionale poteva agire di sua iniziativa.
Il giudice Pomarici, che istruì il caso, era il terminale dei servizi segreti. Il colonnello Umberto Bonaventura, carabiniere, che mise a punto la testimonianza di Marino – poi unica “prova” al processo - in almeno dieci giorni di isolamento con lo stesso, veniva dalla famigerata divisione “Pastrengo”, non una buona scuola (c’era stato Dalla Chiesa ma anche il generale Palumbo, fascista dichiarato, con lo stupro di Franca Rame), ed era dei servizi segreti, specialista della controinformazione. Tratterà lui il “Dossier Mitrokhin”, che infamerà non pochi giornalisti onesti. Il generale dei carabinieri Bozzo, che lo ebbe ai suoi comandi, ne conserva una buona opinione, ma ha voluto dire che non ha apprezzato il modo come l’allora maggiore Bonaventura raccolse la testimonianza di Marino contro Sofri, soprattutto non la decisione di remunerarlo.
Pomarici e Bonaventura erano incaricati delle indagini sull’assassinio di Calabresi da subito, nel 1972. E si erano perduti in ipotesi fantasiose. Dovevano non fare la vera indagine? A che cosa lavorava Calabresi quando fu assassinato? Calabresi era vice-capo dell’Ufficio politico della Questura quando fu assassinato. In servizio attivo. Non passava le giornate nelle polemiche e la causa con Lotta continua, come hanno narrato i giornali. 
Il cuore della questione è: come è nata la questione Sofri?  Dalla testimonianza di Marino. E com’è nato Marino? Sì, era stato  “Gasparazzo”, era stato Lotta Continua, ma il Marino della confessione è nato dalla frequentazione del Pci. E dalla reazione giudiziaria al rovinoso referendum sulla responsabilità civile dei giudici promosso dai radicali e dai socialisti per i Morti del 1987, con l’80 per cento di voti in appoggio, e un 65 per cento di votanti, due record. A poco più di un anno, il tempo di preparare la trappola, dal referendum stesso. A opera di inquirenti di destra, missini. In contemporanea con la parallela offensiva che, sempre sul lato missino, lanciava in Calabria contro i socialisti il giudice Cordova. Lo stesso che, pur non nascondendo le sue idee missine, sarà il cannone del Pci per abbattere Falcone, isolandolo - mettendolo nel mirino.
Il fasciocomunismo, come all’epoca si sarebbe detto, non è inventato - né è invenzione posteriore di Pennacchi romanziere. Né sono sono state eccezioni Marco Travaglio che diventa analista dell’“Unità” e D’Avanzo di “Repubblica”. Sofri è il primo anello di un aggiramento del Psi che si concluderà nel 1992, sul terreno più fertile del finanziamento politico illecito.
Il cuore della questione sono le condanne preconcette, in tribunale e fuori. Dei giudici, dell’ex Msi e dell’ex  Pci.
Leo Sisti, Linea continua
http://www.misteriditalia.it/calabresi/inchieste/Lineacontinua.pdf


mercoledì 27 luglio 2022

Problemi di base produttivi - 707

spock 

Globalizzazione significa che la Cina produce e noi compriamo, con che soldi?
 
Il pianeta si salva con l’economia del ricambio continuo, nuovi sneakers, nuovo iphone, nuova auto, magari elettrica, e sia pure made in China?
 
È per questo che il Made in China dopo un po’ non funziona, per iol ricambio?
 
Perché le ferrovie ritardano i treni, senza (quasi) mai un motivo?
 
Perché il wifi ogni tanto salta – con la fibra ultraveloce?
 
Perché le aziende dei telefoni sono così disastrate?


spock@antiit.eu

Giappone fatato

Gli zoccoli di legno? “Parlano, ogni zoccolo ha un suo suono” - “e può anche capitare che la folla si metta di proposito al passo”. Il jinrikisha, o kurumaya, il “cavallo umano” che lo porta a spasso alla stanga, parla col sudore, e anche con l'atto di detergersi. E i piedi, i “piedini”, non deformati dalle scarpe? E i caratteri grafici - pitture, miniature: allegri, chiassosi, malinconici, pensosi? E i fiori di ciliegio naturalmente, così vaporosi e così fitti e spessi, una neve, un cuscino.
Lafcadio Hearn, e con lui oggi Ottavio Fatica, il curatore, condividono l'entusiasmo fine Ottocento per il Giappone. Tutti, si dice lo stesso Hearn al primo giorno in Giappone, ne hanno l'impressione di “un paese fatato”, e di “un popolo fatato”. Due iamatologi entusiasti, senza riserve. Anche se di niente, di un Giappone che non esiste da tempo, già da allora.
Finendo il primo giorno di visita su e giù per Yokohama trascinato dall'uomo cavallo, Heran ha infine la visione di Budda. Nel recesso più segreto del santuario. È uno specchio, brunito. E viene da pensare a quanto Borges era già qui, in questi “Glimpses of unfamiliar Japan”, d a cui la plaquette è tratta. Fatica, che condivide anche gli entusiasmi buddisti, richiama opportunamente San Paolo: “Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem” – ogni tanto ci guardiamo allo specchio.
Con qualche preziosità del curatore – toscanismi? L'asserpolìo. L'illusione “spare”. Se non sono sviste: “I giapponesi battono le mani per far venire gli inservienti” - o non sono gli occidentali?
Lafcadio Hearn, Il mio primo giorno in Giappone, Adelphi, pp.74 € 5
 

martedì 26 luglio 2022

Il gas russo - e la moglie di Berlusconi

La storia del gas russo comincia nel 1969, quando l’Eni, monopolista del gas italiano, conclude che le riserve nazionali non sono grandi e che bisogna importare il gas. I rapporti con Mosca erano buoni, dopo il primo accordo per il petrolio, firmato nel 1955 da Enrico Mattei. Il successore di Mattei, Cefis, avviò i contatti per il gas nel 1967, quando Mosca varò un programma di messa in produzione del bacino di Tjumen in Siberia: Cefis propose di farsene grande compratore, in cambio di forniture di servizi e materiali di ricerca e produzione. Il negoziato fu duramente opposto da Repubblica Ceca e Ucraina, secondo le quali il gas veniva venduto all’Italia, col sistema delle forniture in cambio di beni e servizi, a un costo inferiore a quello che Mosca applicava a loro. E dal governo italiano dell’onorevole Moro, personalmente non in buoni rapporti con Cefis e l’Eni, ritenuto feudo fanfaniano, e più ancora dai socialisti, col ministro del Commercio Estero Tolloy, perché gli acquisti di materie prime da Mosca si riteneva comportassero “sfioramenti” in Svizzera a favore del Pci.  
L’accordo, pronto nel 1968, fu bloccato dalla crisi cecoslovacca, culminata con l’invasione. Fu concluso nel 1969, col primo governo Rumor - Vittorino Colombo, Sinistra Dc, al Commercio Estero. Per la fornitura di sei miliardi di mc l’anno di gas naturale, da inoltrare mediante una condotta attraverso l’attuale Slovacchia e l’Austria (Tag, Trans Austria Gasleitung), da realizzare in cinque anni, col contributo dell’industria italiana. Ci lavoreranno Saipem, Snam Progetti e Nuovo Pignone del gruppo Eni, e l’Italsider-Iri per la fornitura delle tubazioni della condotta, tubi speciali, d’acciaio molto temperato e di grande diametro - l’accordo per la fornitura delle tubazioni Italsider verrà celebrato ogni anno con un ricevimento all’ambasciata russa a villa Abamelek a Roma.
Già prima del completamento della condotta Tag, tra Eni e Mosca si progettava una rete europea del gas.
Nel 1973 l’accordo veniva raddoppiato, a 12 miliardi di mc.. Coinvolgendo altri importatori sul transito dell’oleodotto, come l’Austria. La diffidenza, come già per il petrolio, di cui l’Eni si era fatto acquirente nel 1955, dopo il primo moto di scandalo cessava, essendo i russi buoni fornitori, rispettosi dei tempi e delle clausole, benché ci fosse la “guerra fredda”.
Nello stesso 1973 l’Eni aveva anche adottato una politica del “tutto gas”, dando per scontato che l’Italia non sarebbe passata al nucleare, come la Francia stava facendo. Cercò quindi una seconda fonte di approvvigionamento, oltre alla Russia: avvistata prima nell’Iran, poi nell’Algeria, con cui a fine 1974 concludeva il primo accordo d’importazione. Contemporaneamente triplicando gli acquisti di gas libico della Esso, che già arrivava liquefatto da Marsa El Brega a Panigaglia, con un gasdotto.
A partire dal 1996 le forniture di gas russo sono raddoppiate – e in seguito ulteriormente amentate – per la messa in produzione del nuovo immenso bacino di gas naturale di Urengoy, anch’esso in Siberia. Al cui sviluppo vari gruppi italiani hanno partecipato, Eni, Enel, Italsider, fornendo stazioni di compressione per il sistema di trasporti da Urengoy all’Ovest, tubazioni, montaggi – oltre all’ammodernamento delle condotte esistenti. Si è passati da 12 miliardi di mc. importati dalla Russia ai 35 miliardi del 2021.
La triplicazione dell’import di gas dalla Russa si deve alla spinta dei governi Berlusconi, e di Berlusconi in persona, nei tanti contatti avuti in proposito con Putin, in Italia e a Mosca, e con Medvedev. In contemporanea, e in gara, con quanto faceva la Germania del cancelliere socialdemocratico Schröder, al potere dal 1998 al 2006 – poi diventato, dal 2006, superconsulente molto ben retribuito di Gazprom: la Germania di Merkel diventerà con lui l’hub europeo del gas russo, l’alleato privilegiato di Gazprom (un legame talmente stretto che oggi la Ue deve plafonare i consumi di tutti per rifornire la Germania).
Il primo approccio di Berlusconi per un aumento delle importazioni fu fatto per un privato, per il suo amico personale e socio in affari Bruno Mentasti, che voleva entrare nel lucroso business da grossista, nel 2002. Una iniziativa che poi non si concluse. L’aumento fu opera soprattutto della gestione Scaroni all’Eni, nominato da Berlusconi. In contemporanea con l’affacciarsi sul mercato internazionale dei grandi distributori di gas nel mercato ormai liberalizzato, come Enel, Edison, e altri, e con la collaborazione industriale per lo sviluppo dei giacimenti Urengoy. 
 
Il primo approccio di Berlusconi per il gas russo, a Mosca nel 2002, con Medvedev, è una storia sapida. Berlusconi era già in affari con Mentasti. Ma il gas fu opera delle mogli di Berlusconi e di Mentasti. Bruno Mentasti, che Berlusconi voleva imporre a Medvedev, era in quell’affare il marito di sua moglie: era la signora Mentasti che aveva il cuore di Berlusconi. E non per il noto casanovismo dello stesso, ma per essere intima dell’allora first lady Veronica.
Mentasti partner italiano di Gazprom, anche soltanto per la provvigione in Austria tramite la Centrex, è sembrata all’epoca, e forse è stata, una delle barzellette di Berlusconi “diplomatico”: Mentasti sta all’Eni come un concessionario d’auto alla Fiat. Ma poi abbiamo saputo perché: i Mentasti erano – e sono - amici di Veronica allora Berlusconi.
“Oggi”, informava tenero il “Corriere della sera”, oggi il giorno dopo le elezioni del 7 giugno 2009,  la moglie di Berlusconi “dovrebbe raggiungere le amiche del cuore per un paio di giorni a Lodi, dove Floriana Mentasti ha organizzato nella sua bellissima casa di campagna un ritiro tutto «al femminile»”. Oggi, due anni e mezzo dopo la lettera a “Repubblica” della moglie contro Berlusconi, nelle more della separazione che ne era seguita. E la cosa si collegava al gas, al mancato affare: la cosa russa era sfumata sul nascere, gli affari comuni si erano divisi, e i Mentasti si sono scoperti amici della moglie di Berlusconi e non di Berlusconi.
Sono stati loro a portare Dario Cresto-Dina alla moglie di Berlusconi e la moglie di Berlusconi a denunciare il marito su “Repubblica”, il giornale di cui Cresto-Dina è vice-direttore.

Pasolini giovane, affamato e liberato

Il libro forse più diretto - semplice, non artefatto – di Pasolini, creato postumo raccogliendo qualche appunto e le collaborazioni giornalistiche dei suoi primi anni a Roma, anni 1950, che però non si ristampa. Anna Magnani dal vivo. La madre: “Com’è piccolina mia mamma, piccolina come una scolara, diligente, impaurita, ma decisa a compiere fino n fondo il suo dovere”.  Il mondo “borgataro” che poi sarà dei due romanzi “di vita” visto con semplicità, come una cosa diversa. L’apprendistato del romanesco, il “gergo a Roma”, un po’ ferroso, rigido – e tale rimarrà in effetti nei romanzi: quello di Trastevere, a cui lui lo imputa, è piano, invitante, non irto come lo fa Pasolini. Il debito pagando al “portentoso Gadda” – col quale, arriva a dire,  “non senza orgoglio, condivido per analogia – e forse proprio per affinità elettive, se non con nemmeno un centesimo delle facoltà naturali”, “l’incontro col Belli”.
La propensione è ancora non rimossa per i pisciatoi pubblici e i calzoncini sopra il ginocchio dei ragazzini: gli anni erano censori, ma Pasolini non se ne faceva una colpa, non ancora, come se esercitasse la paideia greca, l’educazione dei ragazzi attraverso l’intimità. Il tema principale è da subito, 1950, all’arrivo in città, quello dei “pischelli”.
Molte scenette poi di genere, con i “pischelli” e senza, a Roma anni 1950-1960. Roma è il tema principale, già in quegli anni – Scalfari e “l’Espresso” ne contestavano i titoli di capitale, insieme con Antonio Cederna e altri lombardi. Pasolini sa di che si tratta: “Roma è sicuramente la più bella città d’Italia – se non del mondo. Ma è anche la più brutta, la più accogliente, la più drammatica, la più ricca, la più miserabile”. È la città del cinema.
Sono le prime prove, se si vuole, del genere prima pagina che imporrà Pasolini sul “Corriere della sera” vent’anni dopo, di “cose  viste”  alla Victor Hugo. Ma con più pienezza di sé, malgrado le difficoltà economiche, e senza violenza. C’è perfino un “pezzo” sul fenomeno dei “romanisti” e dei “laziali”, gustoso, come vissuto dal di dentro di queste strane psicologie. E c’è già la maniera, per i funerali di Di Vittorio.
Il primo trattamento di “La ricotta” è per un Totò ricco capitalista, furbo, che tutto vede e antivede, detto Mater Danarosa, che finirà tra gli stracci per amore della Bambina Stracci, la figlioletta dell’uomo, una comparsa di cinema, di cui è detto che è morto in croce per fame, per indigestione di ricotta.
Pier Paolo Pasolini, Storie della città di Dio

lunedì 25 luglio 2022

Cronache dell’altro mondo – velenose (203)

“Delusa dalle divisioni della politica americana, dalla polarizzazione della nostra società”, si dice Scarlett  Johansson a Severgnini sul “Corriere della sera”. Si diceva nel 2010, in un’intervista da copertina sul settimanale “7”: “La faziosità dei media è ripugnante, davvero. Veramente difficile da mandare giù”.
La richiesta è ora quotidiana, dei settimanali in versione online, cioè minuto per minuto, e dei quotidiani, al Procuratore Generale (il ministro della Giustizia) Merrick Garland perché incrimini Trump per l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021.
La popolarità di Biden è in calo, secondo i media, perché è una presidenza “debole”. Cioè, perché non affronta energicamente il caso Trump (il presupposto è che il Procuratore Generale non si muova per una direttiva politica). Biden si è fatto un programma, già in campagna elettorale, di svelenire le tensioni fra destra e sinistra, su tutte le questioni aperte: aborto, immigrazione, polizia (disarmo?), vendita di armi, relazioni con la Cina. Nonché sulla politica economica, per la quale, dovendo passare dal Congresso, cerca sempre l’accordo con i Repubblicani – che gli è peraltro indispensabile al Senato, e potrebbe diventarlo dopo il voto di novembre anche alla Casa dei Rappresentanti. Avendo vissuto negli anni di Obama, di cui era il vice-presidente, la crescita abnorme della polarizzazione di opinione.

Letture - 496

letterautore

Aneddotica – “L’aneddotica è dominio pressoché esclusivo dello snobismo”, Wisława Szymborska (“Come vivere in modo più confortevole”, 226), “e assai difficilmente riuscirà a farvi breccia una persona dal cognome che dice poco, per quanto arguta sia”.
 
Céline – “Un enorme ammontare di energia verbale e di prolungate metafore” è il segreto anche delle ”bagattelle”, i libelli antisemiti: Alice Kaplan così individua sulla “New York Review of Books” il “segreto” di Céline – sormontato da “un incongruo inchino a spettacoli di bellezza”.
 


Cibo – “Il cibo è green, healthy, lactose free e caro”, Guillaume Musso, “La sconosciuta della Senna”. L’ultima follia americana (o mercato, giro d’affari) – ma non si dice più, nemmeno in Francia (la Francia è stata a lungo gelosissima, attenta all’americanizzazione, con De Gaulle e non solo, l’ultimo difensore fu Jacques Toubon, ministro della Cultura e della Francofonia, dal 1993 al 1995, quindi trent’anni fa): con i social siamo diventati tutti americani, all’istante, come il caffè Nestlè, solubile.


Cristo – Prima di Pasolini, la questione era posta da Pavese, in “Ciau, Masino”, il primo romanzo rimasto inedito, e affidata a Hoffman, “l’ebreo”, l’amico intelligente: “Io ho dinnanzi una religione che dovrebbe essere fondata su una bruciante carità. Amore di Dio e amore delle creature. E se la considero agli effetti, trovo che tutto si riduce a una  nebulosa tenerezza  verso entità nebulose, l’umanità, il bambino, la vergine. Dov’è il vero amore di Cristo?”


Curiosi – Si chiamavano così, nei processi dell’Inquisizione, i delatori–accusatori – secondo Voltaire, che in questi termini ne scrive a Condorcet il 14 luglio 1773. In questo senso il rinvio è spiegato da Linda Gil, la specialista degli archivi degli Illuministi, in nota alla “Correspondance secrète Voltaire-D’Alembert-Condorcet” da lei curata: “Nome dato ai denunciatori ufficialmente incaricati dall’Inquisizione di denunce delle distorsioni della religione”.


Dante e Montessori – È il titolo dell’ultimo saggio del dantista Alfio Albani. Per tutta una serie di citazioni, notizie, riferimenti, nei saggi e nei diari di Mara Montessori. E per la sua lettura dell’“intelletto d’amore” non come fatto emotivo ma come forma d’intendere e conoscere.


Dumas – È autore di 654 opere, pubblicate – una sola opera è stata pubblicata postuma. Morendo sessantottenne. Che ha riempito con 4.056 personaggi principali, 8872 secondari, e 24.339 appena accennati, per un totale di oltre 37 mila nomi.
 
Epistolari – Nel ‘700 (lo lamenta parla spesso Voltaire nella corrispondenza) e ancora nell’ ‘800, le lettere venivano liberamente, se d’interesse del destinatario, rese pubbliche. Si scambiavano anche tra più persone per essere lette, e a volte trascritte, cioè copiate.
 
Fantasmi – Entrano in letteratura a fine Settecento. A opera del romanticismo (il romanticismo se ne fa un ingrediente d’obbligo, e quasi una forza)? Anche il gotico, che di fantasmi abbonda, si può ricondurre al romanticismo.
 
Francesco – “Mi sa spiegare perché è tanto in voga adesso lo spirito finto francescano? Non le pare un po’ un’imbecillità?”, così “l’ebreo” Hoffman di Pavese, “Ciau, Masino”, apostrofa don Rione, uno sperduto parroco da cui gli amici capitano in visita. E rinforza: “Parlo latino”. Il romanzo, rimasto inedito, è del 1932, ma sembra oggi: “…Sì”, continua Hoffman, “vanno tutti in brodo i liberi pensatori laici per quattro sciocchezze sentimentali”.

Hitler-Stalin – Due “liberatori” per Gide ancora nel 1943, che così li registra nel “Diario” tra il 9 marzo e il 12 aprile.
 
Lettore – R. Barthes ha il “lettore isterico” (“Il piacere del testo”, 124): quello che “prende il testo per oro colato, che entra nella commedia senza contenuto, senza verità, del linguaggio, che non è più il soggetto di nessuno sguardo critico e si getta attraverso il testo (cosa ben diversa dal proiettarvisi)”.
 
Montecristo napoleonico – “Il conte di Montecristo” è una celebrazione di Napoleone? È l’ipotesi dello storico Mascilli Migliorini, sul “Sole 24 Ore” domenica. È il primo libro di successo di Dumas, 1844, e “rimanda anche alla scoperta dell’Italia”, fatta negli anni 1830. Ma soprattutto alla nostalgia di Napoleone. Che di Dumas, come di “tutta la sua generazione, generazione romantica, generazione «nata col secolo», come scrive di sé Victor Hugo”, era una sorta di padre putativo. Anche se Napoleone era all’origine delle disgrazie del padre dello scrittore, il soldato creolo della rivoluzione assurto presto al grado di generale, fino a che non si imbatté in Napoleone. Nel 1795 il giovane Bonaparte si era sosti8tuito al generale nella difesa contro l’insurrezione realista a Parigi. Nella successiva campagna d’Italia, e poi in Egitto, i dissidi con Napoleone erano costati al generale Dumas padre la carriera e anche l’occupazione: al ritorno dall’Egitto era stato pensionato (lo scrittore nascerà dopo, nel 1802).
“Pensato dopo una gita all’isola d’Elba e nell’arcipelago toscano, in compagnia del figlio di Gerolamo Bonaparte, il “Conte di Montecristo” è in realtà il vero libro napoleonico di Alexandre Dumas. L’epica vendetta di Edmond Dantès è anche la vendetta che un’intera generazione affida allora alle pagine degli scrittori e degli storici, nelle quali le imprese napoleoniche illuminano la sonnolenta e codarda età della Restaurazione”.
Stendhal non scrisse il libro napoleonico, per il quale pure annotò  moltissime pagine, più che per qualsiasi altro suo “romanzo storico”, perché si era fissato su Napoleone stesso?
 
Parigi – Ha il motto “fluctuat nec mergitur”. Che viene tradotto: “Galleggia e non va a fondo”, mentre sembrerebbe “galleggia per non affondare”.
 
Pasolini – Magris gli trova un precedente in D’Annunzio, non per l’estetica, proprio per quello che ora più lo contraddistingue, la vena sociale (“Corriere della sera”,19 luglio, “I ritratti di Enzensberger”): D’annunzio ha scritto di tutto, anche lui, “ma anche capolavori di poesia nei quali ha fatto i conti  - come molto più tardi, anche se in modo imparagonabile, Pasolini – con quella trasformazione psicologica, fisiologica, sensuale dell’uomo in quegli anni e decenni, in cui nasceva un «oltreuomo», che non era, come forse pure D’Annunzio credeva, un «superuomo», ma un nuovo tipo, una nuova forma d’uomo, una nuova struttura dell’Io”.
 
Rilke – È un altro “eteronimo” di Pessoa? “I Quaderni di Malte Laurids Brigge” di Rilke e il “Libro dell’inquietudine” di Pessoa, “questi due «diari» del Novecento, opera di due poeti che non si sono mai conosciuti, presentano similitudini stupefacenti” – Antonio Tabucchi, “L’automobile, la nostalgia e l'infinito”, 73. Cioè? “Entrambi i loro protagonisti guardano il mondo”.
 
Viaggiare – Pessoa, che pure ha viaggiato, celebra “la viglia di non partire mai,\ perlomeno non ci sono valige da fare” (“Poesie di Álvaro de Campos”).
 
Word-painting – Con la parola Ruskin immaginava di poter descrivere cioè che per natura non può essere descritto – il mutevole e il cangiante, come i colori dell’aria, variabili, varianti all’istante. Ma era un’idea di Keats. E prima ancora di Orazio - “Ut pictura poësis” - la poesia è come la pittura: una parte ti prende se ti avvicini, un’altra se ti tieni a distanza.

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Fu l’Umanesimo a privare la donna dei diritti

La figura del cavaliere che monta sul destriero per accorrere in Terra Santa vede anche sul retro alla finestra una donna che lo oserva da una torre con inferriata, di cui si presume, si sa, che il marito l’ha cinta con un’imbracatura di ferro al bacino, la “cintura di castità”. Ma, dice la storica del Medio Evo, non si sa di nessun caso che queste imbracature abbiano trovato uso, o non fossero mentali o modi di dire. E comunque le donne dei crociati non stavano a casa ad aspettarli: migliaia partirono, anche loro, col marito, in molti casi con la servitù, in alcuni con i figli piccoli: andavano all’avventura, a cercare un posto migliore, sia pure con la benedizione celeste. E comunque potevano farlo.
La donna nel Medio Evo aveva pienezza di diritti, fuorché nella scelta del matrimonio. Aveva il diritto di mantenere il cognome e il patrimonio, di ereditare e di fare testamento: i documenti molteplici lo attestano, di varie aree. Negli atti notarili del tempo la firma dell’uomo è affiancata solitamente da quella della donna, e con padronanza dell’ortografia. Poteva anche avere la titolarità di laboratori, officine, negozi.
Nella scelta del coniuge non contava solo la sua volontà. Ma questo si può dire anche degli uomini all’epoca, e ancora nel pieno del Rinascimento: il matrimonio era una scelta familiare e sociale – anche politica, come si sa: Carlo V era maestro dei matrimoni politici, come tutti gli Asburgo, anche i i Borboni crebbero grazie ai matrimoni. Sarà solo nei secoli successivi, post-umanesimo, che, basandosi sul diritto romano, la donna fu privata di ogni diritto.
Grande scavatrice del Medio Evo, e della condizione della donna nel Medio Evo, Régine Pernoud aveva affiancato alla “Donna al Tempi delle Cattedrali”, quest’opera non tradotta sul ruolo attivo delle donne anche nelle migrazioni-spedizioni, che la Bibliothèque de France rende di pubblico dominio, anche se tuttora sotto diritti, nell’ambito del progetto Gallica.
Régine Pernoud, La Femme au Temps des Croisades, Gallica.Bnf, free online

domenica 24 luglio 2022

Cosa ci sarà sotto la crisi politica

È possibile che la crisi sia precipitata d’improvviso, e senza una vera ragione, per caso? Non è possibile, trattandosi di una crsi politica, tra persone cioè navigate, molto. E allora, vediamo un po’.
Non si può dire – non si può sapere  - ma c’è una guerra sotterranea, delle massonerie, nella crisi politica che ha portato al voto anticipato, dalla guerra di Putin in poi? Di Conte, che a Firenze era chiamato “la contessina”, scoperta di Bonafede, avvocato a Firenze di grande rispetto, si sa: è di obbedienza Grande Oriente. Che, come il Grande Oriente di Francia da cui è stato generato da Napoleone, non ha preclusioni, accoglie liberamente anche i comunisti (i repubblico-comunisti della Prima Repubblica) e quindi anche i russi, ancorché non più sovietici.
La massoneria russa è sempre stata di ispirazione francese, dai tempi di Diderot alla corte di San Pietroburgo. Anche per questo la Russia è sempre invisa a Londra, da allora: quella degli zar, quella leninista, e quella di Yeltsin-Putin – con parziale eccezione per i boiardi che hanno portato i capitali nella City.
Di certo si sa che il Grande Oriente è sempre stato accanto alla Russia postsovietica, fino alla Transnistria e alla Crimea, e ancora di recente, muovendo Macron a tenere o riaprire i contatti con Putin. Mentre di Draghi non si sa, ma è sempre stato vicino a Londra, dai tempi del “Britannia” e poi dalla presidenza della Banca centrale europea.
Resta l’incognita Berlusconi. Legato alle logge americane, Columbus eccetera, ma evidentemente non in questo caso, nel licenziamento di Draghi.  
Ma questa è solo una delle piste, volendo fare giornalismo investigativo, come è ora d’uso. Altre ipotesi non sono da scartare.
Una è naturalmente che Berlusconi sia manovrato dalle donne di casa, che lo accudiscono in villa, Licia Ronzulli e Marta Fascina. E così, da uomo dell’amore e notorio autoreferente king maker si è trasformato in killer. Ma sarebbe come dare del rincitrullito a Berlusconi.
Una terza ipotesi vorrebbe la crisi millimetrata sulla maturazione della rendita pensionistica. È l’ipotesi di Aldo Grasso questa mattina: il 24 settembre scade la soglia dei quattro anni, sei mesi e un giorno di permanenza in Parlamento per maturare il diritto alla pensione da parlamentare ai 65 anni. Perfetto, il voto anticipato è calcolato al minuto, dal 25 si può fare casino.
E poi c’è il centenario. Si vota il 25 settembre. Entro il 14ottobre le Camere sono convocate, a termini di Costituzione. Eleggono i loro presidenti, il presidente della Repubblica fa le consultazioni politiche e dà il primo incarico di governo della nuova legislatura. Il 27 ottobre? A Giorgia Meloni, come vogliono i sondaggi? Il 27 ottobre corre il centenario di Mussolini presidente del consiglio – dopo la marcia su Roma, è vero, non dopo un’elezione, ma si dimentica che non fu una forzatura parlamentare: Mussolini ebbe l’incarico formale di formare il governo, e lo formò, di popolari, liberali, nazionalisti e anche fascisti, passando alla Camera con 306 voti a favore, 116 contrari e 7 astensioni (al Senato con 196 voti contro 19). Era un Parlamento con le stesse misure del nuovo Parlamento, più o meno: il 25 settembre si eleggono 400 deputati e 200 senatori.

Il giallo della morta due volte

Una donna muore due volte, a un anno di distanza. Bella, incinta. Non è possibile, e in effetti Musso fatica non poco. Dapprima attraverso Roxane, una superpoliziotta quarantenne in disgrazia non sappiamo perché, che dal suo esilio a un ente inutile in una torre deserta muove rapidamente le indagini. A Parigi come a Lille e a Nizza, questione di minuti, al massimo di ore, le novità si accavallano. Mentre tutti, colleghi e (ex) collaboratori, prontamente si muovono e verificano una intuizione o deduzione. Poi attraverso una confusa serie di altri Virgilio.
Con un tocco lesbico? Con la Boboland, i posti alla moda dei “bobo”, gli intellettuali. In una Parigi cupa. Alla vigilia di Natale. Con microcamere, manovrabili da ogni angolo della terra. E con gli inevitabili droni. Con i caffè parigini classici, il “Select” etc, e quelli fusion – ma non si gustano “sorsi del ceviche”, il ceviche è un piatto, di pesce. Ma di più con un’interminabile dose di Dioniso, storia e personalità, “il Mangiatore di Carne Cruda”. A un certo punto, non si saprebbe dire perché, ma sembra un’opera composita, a più mani – forse mettendo assieme spezzoni di romanzo incompiuti? Il più amabile, e rispettabile, è dell’amore fraterno e dell’amore paterno, a fronte di una madre malvagia.
Con una serie interminabile di sigle di polizia. Forse per intimorire, col burocratismo, sempre forte in Francia? Oppure il francese cambia pelle, non vuole più differenziarsi dall’americano?
Un pasticcio posticcio. Un polpettone, poco commestibile.
Guillaume Musso, La sconosciuta della Senna, Gedi, p. 302 € 8,90