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venerdì 18 settembre 2009

Kaputt è l'Europa

Malaparte è autore di primizie. Molte insuperate, bisogna dire, anche a distanza, che ormai è lunga. “Kaputt” fu il primo best-seller mondiale del dopoguerra, un “romanzo” molto italiano, sull’orrore molto italiano della guerra, scritto da un “maledetto italiano”. Un “romanzo storico” lo vorrà Malaparte nei suoi diari parigini qualche anno dopo. Il romanzo dell’Europa sconfitta. Della guerra dell’Europa alla Russia, che la Russia, scrive Malaparte nel 1942, vincerà. In un mistilinguismo alla “Guerra e pace”, impensabile nella gloriosa marcia odierna delle lettere italiane. Con tutto Arbasino, buona parte di Primo Levi, mezzo Fellini, mezzo Visconti. Tolstojani anche i racconti di cani e cavalli: Malaparte è il primo, e per ora unico, scrittore che anima gli animali.
Malaparte, scrisse Répaci, ama girovagare per “porti amari”. Di “Kaputt” sempre si ricorda la definizione dello stesso autore, di “libro orribilmente allegro e crudele”, che si avvia con l’aneddoto raccapricciante dei cavalli imprigionati dal ghiaccio nel lago Ladoga - un ossimoro che ne definisce l’ambiguità suo marchio di fabbrica, ricercata fin dalle prime prove da ragazzo, la “Rivolta dei santi maledetti”, volontario nella guerra e la morte. Ma è anche un libro segreto, che sfugge, nel capitolo iniziale “Storia di un manoscritto”, alle SS di mezza Europa, “Živago” al confronto fu un’edizione di stato. È sempre deludente cercare di parodiare un certo genere di emozioni negative (disgusto, violenza): il lettore ha bisogno di essere dalla parte dell’autore. E questo Malaparte lo evita. Ed è effettivamente un romanzo resistenziale, per i tempi, essendo stato scritto nella prima metà del 1944 (ma forse già nell’estate del 1943: poi Malaparte passò attraverso varie prigioni, alleate e antifasciste, anche se solo per poche ore: molto tempo dovette spendere a difendersi), e per i temi, comprese le crudeltà sugli animali. Entro cornici labili: pranzi seduti, notti lunghe tra amici, cocktail parties – con ufficiali tedeschi, tra nobili moldavi – e incontri al caffé. Ma di forte felicità narrativa, mezzo rondista mezzo hemingwayana, e in definitiva sua propria, malapartiana.
L’invenzione è più spesso di scuola che vista o vissuta, di lettura, letteraria. L’aneddoto più famoso, della mandria di cavalli congelati nel Ladoga, un lettore curioso aveva già letto in “Inshallah” di Maud von Rosen, baronessa, bellissima virago svedese-americana, pubblicato nel 1935, in quel caso la carovana era di cammelli, seppellita da una bufera di neve sui monti Elburz in Persia – Malaparte che sapeva il tedesco era in grado di leggere lo svedese, e comunque “Inshallah” era stato tradotto in inglese. Ma l’effetto in lui è sempre di una sorprendente verità storica, dietro le ambiguità esibite, a partire anche qui dal suo primo reportage, “La rivolta dei santi maledetti”, seppure contemporanea ai fatti, e più a distanza di tempo.
Malaparte si fa forte anche qui del racconto hoffmanniano come sogno, da lui introdotto in Italia nei viaggi un decennio prima. Degli a parte geniali, il “cielo proustiano di papier gros bleu”, il colore dei pacchi di pasta da due e cinque chili, la pasta dei poveri, “La provincia è la vera patria parigina di Proust”, il famoso Hitler è donna, di cui si gloriava di essere lo scopritore, l’“Io ti amo e tu dormi”. E delle figure romanzesche nella loro ordinarietà, qui innumerevoli: Axel Munthe, il re Gustavo V di Svezia che in guerra ricama, Mannerheim, Edda Mussolini, un fantasma che domina Roma e l’Italia, Galeazzo Ciano “il levantino”, Himmler, Hans Frank, il Re hitleriano di Polonia, che “suona Chopin come Paderewski”, con la fantastica corte dei governatori hitleriani della Polonia occupata nella sua reggia al Wawel di Cracovia, Ante Pavelic, patriota sincero e crudele, che parla italiano “con lieve accento toscano”, Max Schmeling, il campione dei massimi paracadutista a Creta, e il “coté Guermantes” che più volte ritorna, Harold Nicolson, Oswald Mosley, i diplomatici italiani Alfieri, Anfuso, Cicconardi, Umberto di Savoia, Maria José, Isabelle Colonna, la Maria Angiolillo del regime, il conte Gawronskij, i fratelli Antonescu, i soggiorni al Forte dei Marmi con Suni e Clara Agnelli ragazze. E quel personaggio più che malapartiano, ignoto in Italia, che fu Agustìn de Foxà, conte, ricco, diplomatico, scrittore, falangista non franchista. In tutto copia di Malaparte, nella scrittura e nel fisico, che solo se ne distinguerà per morire alcuni mesi dopo lo scrittore toscano. Con una sensibilità speciale per i cibi in tavola, i sapori e i colori, e per le tavolate, un gargantuismo inedito (una delle poche cose non imitate di Malaparte) che sottolinea l’imbelvimento generale. E una continua, costante interrogazione dell’umanità tedesca che la guerra rivela: la paura del debole, il silenzio, del viso, dello sguardo, “l’elemento morboso, femminile”, e quelli che “stanno dalla parte dei salmoni ma obbediscono ai generali”.
Un “romanzo” vecchio di sessanta e più anni che si rilegge con interesse è un segnale che la storia della letteratura del Novecento è da rifare, quando il Muro sarà crollato anche in Italia. Adelphi lo riedita con le molle, selettivamente dice, benché con succose note filologiche, per “Kaputt” di Giorgio Pinotti. E non lo sostiene, non se ne parla. L’ultima cosa che si è detta di Malaparte è di Raffaele La Capria, un paio d’anni fa, che sul “Corriere della sera” gli ha rimproverato la teatralità: “Le cose che racconta Malaparte sono inverosimili perché sembrano false, ed è il modo come sono raccontate a falsificale”. Che è vero, ma nel senso più complesso del vero\falso. La Capria dice che l’inverosimile di Kafka, Rabelais, Cervantes non sembra falso. Ma perché è falso. I racconti di “Kaputt” sono malapartiani, sgangheratamente crudi. Ma per essere veri – inverosimili ma veri. A partire dalla cornice delle cornici: in manoscritti strappati, da affidare ad amici di diversa origine e destinazione, per sfuggire alle SS, e poi assemblati. Che sembra anch’essa una “storia” malapartiana, inventata, e invece è vera. La Capria si confessa ancora stizzito, in quanto napoletano. Ma, in tema di realismo, pochi direbbero che Malaparte non è realistico – anche su Napoli, prima e più di molti scrittori napoletani, anzi ne ha rinnovato il genere: Napoli è quella di Malaparte.
Malaparte è Malaparte, ufficiale di collegamento a Napoli con gli inglesi e gli americani, che si fa all’inizio del 1944 una biografia marxista, e di studioso dell’Urss. Esibendo stili di vita e di scrittura di destra, allora e per lungo tempo ancora. Un fascista che Mussolini ha mandato in carcere tre o quattro volte. Un politicamente corretto sempre scorretto. Detto questo, è scrittore vero anche se inverosimile, e di fantasia stimolante, sa raccontare – non gli si vuol bene, ma perché lui si voleva antipatico: per la sindrome D’Annunzio, il grande rimosso, la tessitura non tanto segreta del Novecento. Si è inventato molte cose della sua vita, ma delle cose che racconta è come se non se le fosse inventate.
“Kaputt” è il romanzo della guerra, cioè della morte. E della morte degli ebrei, l’Olocausto è raccontato già nel 1943: il pogrom (“nell’Europa orientale i pogrom sono sempre preparati ed eseguiti con la connivenza delle autorità ufficiali”), il ghetto di Varsavia, il treno piombato, le ragazze prostituite. È un libro per questo feroce, per i cavalli congelati, e per il cannibalismo, i “mostri” di Napoli nelle caverne, “’o sangue” di san Gennaro, archetipo di tanta narrativa, e una prima serie di animali in tavola. ”Kaputt” è, come poi “La pelle”, e come il libro d’esordio di Malaparte, “La rivolta dei santi maledetti”, il racconto della guerra. Che non può essere fatto come nei film inglesi e americani, che sono di propaganda, la guerra è la stalla dell’uomo, piena di letame, scannamenti, squartamenti. È perciò un racconto dell’orrore, un genere non italiano. Di cui Malaparte si vuole esploratore, congruo – non si può fare sempre della guerra una retorica.
Curzio Malaparte, Kaputt, Adelphi, pp.476, 22, € 18,70

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