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martedì 9 agosto 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (296)

Giuseppe Leuzzi

Salvini a Roma in campagna elettorale, senza voti ma con i gazebo, sembrava una paparazzata: un farsi vedere per poi immortalarsi alle tv, delle quali non manca una – Non mancava: ora non lo chiamano più tanto. Perse le elezioni, invece insiste e vuole “un programma per il Sud”. Cioè, per liquidare il Sud? Che gliene frega, cosa sarà il Sud per un Salvini?

Reggio Calabria non è molto più lontana da Roma di Milano, 700 km. contro 575 secondo l’atlante del Touring. E non ha l’attraversamento dell’Appennino, che fino a un paio di mesi fa, per mezzo secolo, non si saputo quanto potesse durare, né i 200 km della Orte-Firenze nord in corsa ristretta affiancati dai tir. Ma è molto più remota, senza paragone: un viaggio a Reggio Calabria è quasi un  salto interminabile sul vuoto. Il “percepito” del Sud è il vuoto.
Da Roma a Milano si va in treno in metà tempo che a Reggio. Ma in autostrada è molto meno caro e più agevole.

“Maigret va al Sud” è una compilation Adelphi di tre romanzi maigrettiani di Simenon, “Liberty Bar”, “Il mio amico Maigret” e “La pazza di Maigret”. È un titolo editoriale. Ma l’incipit, da “Liberty Bar”, è un programma: “La prima sensazione fu di essere in vacanza”. Perché il Sud è – era per Maigret – vacanza. Ma non senza motivo: “Quando Maigret scese dal treno, la stazione di Antibes era inondata per metà da un sole così luminoso che la folla in movimento sembrava fatta di ombre”. Un Sud popolato di ombre.

Quello che più colpisce Maigret al Sud, nel secondo racconto della trilogia meridionale, “Il mio amico Maigret”, ambientato a Porquerolles, sono gli odori. Della cucina, “a base di aglio, peperoncino, olio e zafferano”. In stanza, sui materassi, “dell’olio con cui le donne si ungono il corpo prima di esporsi al sole”. E delle persone, dei capelli, della pelle, dei vestiti, “insieme tenue e piccante, non sgradevole”. Non ci sono odori al Nord? Il Sud è una scoperta.

La vita “pigra e serena” comincia presto al Sud di Maigret – questo è vero. È “la vita di gente che si alza presto, che ha molto tempo davanti a sé, e invece di agitarsi  lancia di tanto in tanto, in italiano e in francese, un grido di richiamo”. Anche questo è vero, è una vita comunitaria, il linguaggio è sottinteso. Ma solo con la calura?

Rocco Cotroneo ha l’occasione dell’Olimpiade di Rio per parlare sul “Corriere della sera” di Pasquale Mauro, “89 anni portati con esuberanza”, emigrato a sei anni da Paola coi genitori, il più ricco della metropoli brasiliana. Fosse emigrato a Milan, a quest’ora sarebbe in carcere, imparentato  con qualche famiglia di ‘ndrangheta – a Paola non si chiama ‘ndrangheta, solo tra Gioia e Locri, ma pazienza.
Anche a Rio ci hanno tentato. “È stato accusato di ogni cosa”, scrive Rocco, e lui ribatte: “Ma non ho mai perso una causa”. Ma a Milano sarebbe stato diverso: l’avrebbero arrestato per prima cosa, e addio business.

C’è mafia dove c’è Sicilia, procuratori e giudici – la condanna è modello, in cornice.
Anche coi napoletani, la camorra zavorra.

Sorrentino è un napoletano nostalgico, felice e infelice – di essere napoletano, anche se emigrato.
Nelle nostalgie che ha raccolto sotto il titolo “Tony Pagoda e i suoi amici”, dice Napoli soprattutto snob. Snob? Sì: “Napoli, questo lo dice Pagoda vostro, è la città più snob del mondo, rivendica continuamente la sua unicità. Non importa di cosa. Che sia il genio di Croce, o di Maradona, o la munnezza per strada, Napoli è sempre sfacciatamente orgogliosa se quella cosa ce l’ha solo lei”. Non è un complimento (è un complimento?).

Nord e Sud nella storia d’Italia
Un libro dimenticato del 1905, una sorta di tascabile diffuso da Laterza agli inizi dell’attività,  fu importante per stratificare i problemi del Sud nella “questione meridionale” come la coniò Giustino Fortunato. Nell’ottica comparatistica cioè che ha affossato più di tutto il Sud, implicita e esplicita:  che il Sud fa sempre, sempre sfavorevolmente è ovvio, misurare con il Nord. E fatalmente ributta il Sud fuori dall’Europa e un po’ anche dall’Italia, verso il Mediterraneo e l’Africa – come se l’Italia fosse estranea al Sud, immacolata. Fuori dai valori, oltre che dalla ricchezza, dell’Europa.
È “Nord e Sud attraverso i secoli” di Francesco Carabellese, storico e letterato di Molfetta. Che trova molte cause della divisione. La seconda guerra punica. I Lucani, i Bruzi e altre tribù rozze. La guerra sociale di Roma contro gli Italici. La discesa dei Longobardi. La discesa dei Normanni – ottimi peraltro, i Normanni come i Longobardi, ma al Nord: in Inghilterra, a Milano. Il Risorgimento. Subito dichiarando, al secondo dei sedici capitoletti: Il Feudalesimo finisce con lo stringere il Nord all’Europa occidentale, mentre il Sud si allontana verso l’Oriente”. Che però non conosceva il feudalesimo – così come anche il Sud, che lo conobbe (lo soffrì) poco: il feudalesimo comporta anche obblighi. 
Dimenticato pure un libro più recente, di cinquant’anni fa, “Le due Italie”, 1977, di David Abulafia, che con più acume e documentazione (listini, spedizioni, imbarchi, sbarchi.) cerca la divisione nella prima conformazione dell’Italia, nel Duecento – il sottotitolo dei suoi studi è “Relazioni economiche tra il Regno Normanno di Sicilia e i Comuni del Nord”. Abulafia, storico italianista a Canbridge di origine israeliana, parte dalla ricomposizione dell’unità economica dell’Italia, dopo la lunga deriva-decomposizione del mondo romano-ellenistico. L’unità economica ricompone secondo le vecchie caratterizzazioni produttive: il Sud agricolo, il Nord, erede degli etruschi, manifatturiero. Il Nord ricomposto, anche produttivamente, in unità di popolo locali, il Sud sotto il potere politico, prima che economico, di signori e proprietari, la vecchia struttura monarchico-centralistica bizantina, che poi sarà detta “borbonica”, essendo traslata pari pari in quella normanna, col tentavo abortito di creare delle strutture feudali – la Sicilia veniva riconquistata del resto agli arabi, che non avevano struttura feudale, e il potere politico centralizzato che ereditavano da Bisanzio avevano frantumato e quasi inesistente. Con la mercatura che cresce accanto alla produzione manufatturiera, e non con quella agricola. E rapidamente si trasforma anche in finanza, il mercante è banchiere, padrone occulto e remoto.
“Il senso completo di questa storia apparirà ancora meglio alcuni secoli dopo”, spiegava Galasso presentando l’edizione italiana di Abulafia, con le crisi del Trecento e poi del Cinquecento, “quando la potenza commerciale delle città dell’Alta Italia declinerà, e il loro ruolo verrà assunto da operatori di altri paesi, senza che la funzione dipendente e complementare del Mezzogiorno muti nella sua logica”. La crisi del Cinquecento, anzi, aggiunge Galasso, di cui furono “protagoniste in gran parte le città italiane”, consegnerà il Mezzogiorno agli operatori stranieri “in condizioni alquanto più sclerotiche e pregiudicate”.
Uno scambio si può dire “ineguale” già all’epoca – di una sorta di “ineguaglianza volontaria”, non c’era dominio imposto. Il Nord sfruttava-metteva a frutto le risorse agricole del Sud già nel Duecento: la prosperità della Toscana viene dall’Abruzzo in giù, lane, sete, etc. La diversa strutturazione economica agli albori dell’Italia Abulafia mette in parallelo con la diversa strutturazione politica maturata nel Duecento, tra città al Nord e campagna al Sud, tra signorie e comuni al Nord e feudi al Sud. È il solo errore: Abulafia chiama i latifondi feudi, ma il feudatario ha anche degli obblighi, mentre al Sud la proprietà resta assente\inerte, nella tradizione bizantina.

Il sesto continente
Perché il Mediterraneo, che è stato unito per un migliaio di secoli prima di dividersi tra Nord e Sud, tra cristianesimo e islam, non è stato un continente, il Sesto continente? Quando era anche la vera Europa, il Centro-Nord essendo tenuto fuori perimetro e lasciato alla barbarie, e tale è rimasto ancora per oltre mezzo millennio, avendo inglobato i barbari, fino alla scoperta dell’America. La riposta è che i continenti sono “continentali”, cioè massicci, compatti e chiusi. Il mare invece è aperto.
Il Mediterraneo è poi un mare “aperto” (chiuso, cioè in contatto) da tutti i lati, essendo un grande lago: a ogni suo pizzo si proietta un mondo terrestre, lo sviluppo di una storia e una cultura. L’elemento liquido, che favorisce le mescolanze, è d’altra parte spesso pure divisorio: le impedisce o oppone.
Ma mai era stato il Mediterraneo un luogo di passaggio. Una sorta di tapis roulant dall’Africa e il Centro Asia verso l’Europa, che s’intende al Nord. Nemmeno all’epoca della tratta degli schiavi. I mercanti di carne umana erano gli stessi di oggi, gli arabi delle coste, ma la direzione nei quasi quattro secoli dello schiavismo non fu verso l’Europa. Ora quindi il Mare Nostrum meno che mai potrebbe ambire a essere un continente.

È di questa (de)localizzazione, da cinque secoli ormai, che soffre il Sud, la parte più propriamente mediterranea dell’Italia, che pure è un Paese tutto mediteranno. Come la soffrono i Balcani, il Sud della Francia, e l’area mediterranea della Spagna – questa fino a qualche anno fa, finché non si è venduta come seconda casa alla Germania. 

leuzzi@antiit.eu

2 commenti:

Anonimo ha detto...

I siciliani sì, si può scherzare. Anche i napoletani. Ma la lotta al crimine è affare serio.
GePi

astolfo@antiit.com ha detto...

Dovrebbe. Il crimine va punito, con rapidità e la giusta durezza. Non accantonato, per esercitare le proprie turbe, per quanto politicamente corrette. Le “campagne” purtroppo favoriscono il vizio, l’antimafia, l’anticorruzione, l’antidoping. Come fare 38 controlli a Paltrinieri e nessuno, o di comodo, ai nuotatori concorrenti. O, peggio, puntare questo o quell’appaltatore, tralasciando gli appalti sicuramente corrotti. Oppure occuparsi a seguire il proprio nemico politico in ogni suo minuto atto, mentre intorno corrono minacce, scoppiano bombe e incendi, si eseguono espropri e rapine a mano armata. Dove è qui la mafia?
Il Sud, per esempio, è mafioso? Le campagne meglio verdi