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giovedì 21 settembre 2017

L’Outsider è uno che legge veloce

“The Outsider” è un racconto di Lovecaft, che Colin Wilson ha letto, amato e studiato molto - di cui dirà in “La filosofia degli assassini”: Blake, Nietzsche e Lovecraft “furono outsider solitari!” – alla p. 151 dell’edizione italiana, per un legame tra “frustrazione creativa e violenza”. Gli outsider impazziscono, come Nietzsche. Si arruolano, come T.E.Lawrence, soldato semplice. Nijinski butta la moglie dalla scala, Van Gogh vuole ucciderfe Gauguin. La frustarzione è tanto più diffusa e spessa nella società industriale, che tratta gli uomini come numeri e ingranaggi. E dunque, ora, tutti outsider?
Del suo primo editore italiano, Roberto Lerici, racconta Antonio Giusti in “Memorie scompagnate” a proposito di Wilson: dopo Calogero, il poeta d’avanguardia calabrese, e Pizzuto, il questore dalla sintassi rivoltata, “fu la volta di Colin Wilson, un inglese del Galles fissato con i delitti di Jack lo Squaratore, di cui pretendeva aver scoerto tutto, anche l’identità. Ne aveva ricavato un romanzo a cavallo tra la cronaca e la fantasia e intanto abitava in aperta campagna in una capanna sospesa ai rami di un albero. Perlomeno così mi raccontò Roberto”.
Che dirne? È un cult, è un classico. Ma nonce arduo da tradurre, l’outsider è, in questa parusia di Colin Wilson, difficile da concettualizzare. Se non come la rilettura di una serie di grandi autori. Almeno una cinquantina sono riletti in questa ottica, ma non si capisce quale. Se non quella ottocentesca dell’antifilisteismo. Di chi sa che il mondo è complesso e bugiardo, e che la vita va cercata altrove.
Angry young men
All’uscita, ai primi del 1956, in contemporanea con l’andata in scena di John Osborne, il libro e l’autore ebbero un’accoglienza fervida. J.B.Pristley inventò per Wilson e Osborne il nome generazionale di “angry youmg men”, i giovani arrabbiati. “The Outsider” fu lettissimo, in tutto il mondo – in Italia fu proposto da Lerici nel 1958, col titolo “Lo straniero”, anche se ripeteva Camus, tradotto da Aldo Rosselli e Enzo Siciliano. Si dirà pure che influenzò gli anni Sessanta e quindi lo spartiacque Sessantotto. Riletto, scorre sempre agevole, ma non si vede verso che sbocco. Altro che l’autore è uno inquieto – il vero autore, uno che ha qualcosa da dire.
Colin Wilson ci ha costruito sopra, per le riedizioni del decennale e del  ventennale, un romanzo. Ne ebbe la visione la notte di Natale del 1954, solo in un seminterato fuori Londra, nella pausa del lavoro come lavapiatti, dopo aver cenato con pomodoro in conserva e bacon fritto. Riaprì il volumnoso diario che veniva compilando e, dice vent’anni dpo, “mi colpì che ero nella posizione di molti dei miei personaggi preferiti nei romanzi: il Raskolnikov di Dostoevskij, il Malte Laurids Brigge di Rilke, il giovane scrittore di Hamsun, «Fame»”. Girò pagina, e scrisse in cima “Note per un libro «L’Outsider» nella letteratura”. Ne scrisse una scaletta di due pagine. Dormì. E due giorni dopo, alla riapertura del British Musem, il suo studio di scrittura, come lo era stato di Marx, scrisse in pochi mesi le quattrocento pagine del libro. L’editore Gollancz, cui lo mandò a caso, decise in un paio di giorni di pubblicarlo subito. Quando il libro uscì, lunedì 26 maggio 1956, era stato letto in bozze da grandi e influenti letterati, che ne avevano fato recensioni entusiaste.
È possibile. Con un che di falso, o che suona falso: implausibile. Quando ebbe l’illuminazione Colin Wilson era di soli 23 anni, ma aveva licenziato il suo primo romanzo. Che aveva mandato in lettura a Angus Wilson, nientemeno, critico principe, che si si era detto onorato dell’invio. Il romanzo di  “un assassino basato su Jack lo Squartatore”, personaggio che lo terrà occupato per numerose opere successive – diceva bene Lerici a Giusti. Quando scivolerà sensibilmente verso l’esoterico e il soprannaturale. Era di famiglia operaia, ma era già sposato. E non dà l’impressione di letture superficiali dei pur troppi autori che cita: sarà stato un lavapiatti ma colto. In grado di “sistemare” molti grandi nomi, e con poche faglie – le rapidissime letture sono, quelle accertabili, accurate.
Un voyeur
Ma chi è l’outsider? L’illuminazione è venuta a Wilson leggendo un romanzo-racconto di Henri Barbusse, il primo, “L’enfer”, il cui protagonista, senza nome, vive vicario, osservando la vita degli altri, dal buco della serratura, per la strada, sul tram, e questo lo riempie di passione, anzi solo lo smuove. Wilson fa grande caso di questo Barbusse a inizio di trattazione, l’outsider quindi delineando al contrario, come colui che non addenta la vita, astenendosi, sotto illusioni e confusioni. L’innominato di Barbusse “è un Outsider”, dice Wilson, “perché sta per la Verità”, contro la società. Mah.
Non è tutto. L’outsider è al punto di giunzione tra la scimmia e l’uomo: “La scimmia e l’uomo esistono in un solo corpo; e quando i desideri della scimmia stanno pe realizzarsi, essa scompare ed è sostituita dall’uomo, che è disgustato dagli appetiti scimmieschi”. È l’artista? “L’outsider può essere un artista, ma l’artista non è necessariamente un outsider” - è l’antiborghese, quello che una volta si diceva l’antifilisteo. Uno un po’ sprezzante, occhio di lince che penetra la cortina della non-esistenza – che “un disprezzo” nutre “swiftiano” (ma senza “la minima traccia di insania”). Uno che non si trova a suo agio nella “normalità” – esclusa quella delle sinossi modeste con cui l’autore compila il volume. Ben scritto, certo. Ma con la domanda fondamentale, “che cos’è la Realtà?, non risposta. Se non che l’outsider la considera “senza esitazioni, vuota, stupida, e miope”. Un visionario: Colin Wilson già si avvia su quella strada, verso Gurdijeff, Ramakrishna, Uspenskij. È quello che fa muovere la storia, possiamo dire per risolvere il nodo, scuotendola.  Ma sarà?
C’è l’outsider esistenzialista. Il primo a essere trattato, con Kierkegard, Camus, Sartre, Hemingway – su sfondo ancora di Barbusse. Poi l’outsider romantico: il giovane Werther di Goethe, con Schiller, Wiliam Morris, e Joyce (Joyce?). Poi tanti altri. Fino a quello spiritualista. Solo se ne può dire che  non è un ribelle, ma uno che si vuole altro da se stesso. Uno che esce dalla “normalità” – dall’uso, dal quotidiano, dall’ananke: la critica e la sfida. Cioè tutti gli artisti, prosatori compresi, di ogni genere? E gli imprenditori no, fino al negoziante al minuto e, a maggior ragione, l’ambulante? E perché no gli atleti e i divi, comprese le starlette, sopra e fuori del tappeto rosso?
L’outsider è quello che si chiede: chi sono io? E si risponde con una domanda: chi voglio essere?
Qui è chiaro, è lui stesso, Colin Wilson, che la notte di Natale del 1954 fantastica di ritirarsi in un basement  di periferia, da lavapiatti di giorno, e svegliarsi diciotto mesi dopo celebre e autorevole. L’eroe – l’outsider è un eroe – è se stesso, quale è venuto a essere, a rappresentare, alla metà degli anni 1950.
Hemingway è Sartre
Le pezze d’appoggio sono numerose e robuste. La lista è lunga degli autori analizzati, più o meno congruenti con l’assunto – sempre che ce ne sia uno. Molto H.G.Wells, il suo ultimo bereve saggio, “Mind at the End of its Tether”, oltre a Barbusse, molto Hemingway, Nietsche, T.E.Lawrence, Nijinski, Van Gogh, William James, Dostoevskij, Sartre, “La nausea”, e Camus, “Lo straniero”. E un George Fox come “punto di partenza” con Barbusse, il fondatore dei quaccheri nel Seicento.
È molto e quindi nulla: questo outsisder resta una categoria inapplicabile. “L’attitudine fondamentale dell’outsider: la non accettazione della vita, della vita umana vissuta da esseri umani in una società umana”, confligge con le estese riletture che il voume propone. Di autori e personaggi al contrario vitalissimi. L’outsider è in realtà il contrario: quello che vede molte cose che non vanno e le combatte, per il semplice fatto di scriverne, di denunciarle. È “l’unico capace di vedere”, dice ancora Wilson. Che però porterebbe al niente, perché quello che vede è il niente. O allora, modestamente, quello che è insodisfatto della realtà che ha di fronte. Come tutti – chi è contento alzi la mano. E che dà battaglia, oppure rinuncia. Come avviene nel più vasto mondo, tertium non datur. Non riunciatario, poiché ne scrive e se ne tormenta. Ma è un insoddisfato che si soddisfa dell’insoddisfazione. È una sorta di operatore dela mente. È l’élite.
Il poscritto del decennale lo dichiara: è la “minoranza dominante”, che Wilson stabilisce nel 5 per cento. E all’interno del 5 per cento una minoranza più ristretta: è quello che resta togliendo dal 5 per cento “gli altri tipi dominanti – soldati, politici, imprenditori, sportivi, attori, religiosi, e così via – e cioè quelli il cui dominio non è intellettuale”. Dopodiché ci sarebbe da chiedersi chi è intellettuale: solo l’artista? Ma meno male che sono pochi: “Il mondo moderno (ccontemporaneo, n.d.r.) non fornisce sbocchi a una larga fetta della minoranza dominante – un secolo fa c’era un centinaio di modi con cui una persona dominante poteva esprimersi”.
Qui si potrebbe fornire a Wilson una patente di indovino, per le “figure dominant” del millennio, ristrette dalla globalizzazione. Sarebbe troppo. È per qusto, insiste Wilson, insisteva sesant’anni fa, che aumentano i crimini, il teppismo giovanile, le disabilità mentali, i suicidi: “L’uomo non esiste ancora,. è ancora un semplice animale”. E la camera oscura lo prova: una persona chiusa in un ambiente totalmente buio e insonoro “va a pezzi in un giorno o giù di lì…  La sua mente è totalmente dipenndete dal mondo esterno, da stimuli esterini”.
Un libro arrabbiato certamente, anche se non si capisce a che fine. La vera sorpresa che propone è il enorme successo all’uscita e la considerazione duratura di cui gode. Anche se, attraverso questa confusa figura molte associazioni più o meno stravaganti si propongono. Di Hemingway con Sartre per esempio, chi ci avrebbe pensato. O con Camus. È così che il libro si fa leggere: è la rilettura di un centinaio di libri con sano impeto viitalistico.
Colin Wilson, L’outsider, Atlantide, pp. 400 € 35

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