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lunedì 9 aprile 2012

Il mondo com'è - 90

astolfo

Collaborazionismo – Fu un fenomeno diffuso in Europa sotto occupazione tedesca nella guerra, specialmente contestato in Francia alla fine della guerra, e più diffusamente ai letterati che ai politici. Si può dirlo anzi la ragione principale della costituzione, già nel 1943, di un Comitato nazionale degli scrittori, clandestino. Il 4 settembre 1944 il Comitato redigeva una prima lista nera, pubblicata il 16 settembre su “Les Lettres françaises”. Comprendeva 94 nomi, tra essi Céline, Giono, Montherlant, Morand, Maurras, Jouhandeau, Sacha Guitry, Alfred Fabre-Luce, Drieu La Rochelle, Rebatet. Una secondo lista, senza alcuni nomi della precedente e con molti altri, 154 in totale, fu pubblicata il 21 ottobre 1944. Colpevoli di “intesa col nemico” secondo il codice penale, o sulla base di un’ordinanza del 26 agosto che introduceva il crimine di “indegnità nazionale”. Tra ottobre 1944 e febbraio 1945 si pronunciano cinque condanne a morte di letterati, tra essi Georges Suarez e Brasillach. A gennaio 1945 Maurras, giudicato a Lione, è condannato all’ergastolo.
Ma l’ambiente letterario è già diviso sull’opportunità dei processi, piuttosto che di una riconciliazione nazionale. La polemica è aperta da Mauriac sul “Figaro”. Su “Combat” il giovane Camus è per l’epurazione radicale. Finché l’esecuzione di Brasillach non sposta i pesi: Paulhan e altri contestano l’opportunità di condannare i letterati piuttosto che i politici o i “mercanti di cannoni”. Camus recede dalla sua posizione radicale. Sartre rimane praticamente solo a sostenere che “la letteratura è un atto”. Rebatet, altro condannato a morte, è graziato dal presidente Auriol. E un’ordinanza del 30 maggio 1945 sull’“epurazione professionale”, a termine, di artisti e letterati colpevoli di collaborazione, cade progressivamente nel vuoto: istituisce 172 procedimenti ma ne porta a decisione 66, di cui una trentina di assoluzione - non luogo procedere. Céline, condannato in contumacia a un anno di prigione, è amnistiato nel 1950 dal tribunale militare.

Internet - È il vero mercato. Senza strozzature all’entrata, e senza filtri (censure, esami, ostacoli). Selettivo: un mercato e non una palestra.
Per questo anche sovrabbondante: un munizionamento e una trincea che si rafforzano per accumulo, nella confusione, per la difficoltà di delimitare, come in tutte le attività nuove, le aree d’incontro dell’offerta e della domanda. Molte merci si contrabbandano anche di lusso che sono copie povere o falsi.

È una democratizzazione, il suo senso originario si conferma il più esatto: una democratizzazione globale e radicale, dei saperi, del gusto, delle conoscenze, delle differenze. Una rivoluzione a tutti gli effetti – sostenuta anche dalla globalizzazione negli affari. Questa e quello hanno già sovvertito, di fatto, gli ordini preesistenti, culturali, politici, economici. Che erano uno solo, unificato senza resistenze trent’anni fa. Una democratizzazione, per ora, apparentemente, senza bisogno di ordine. Anche per questo rivoluzionaria, per l’euforia perdurante, l’effervescenza.
La storia potrebbe considerarlo un momento di vuoto. Ma anche questo sarebbe rivoluzionario: non ci sono mai stati vuoti nella storia – momenti di debolezza sì.

Spia 2 – “Padrona di casa e leader intellettuale” così il Times celebrava in morte Moura Budberg, a Londra per quarant’anni, consulente di Korda e altri geniali registi, traduttrice delle Tre sorelle per il film di Laurence Olivier, nonché di Turgenev, Gor’kij e i favolisti russi, e di Simenon in in-glese, direttrice di La France Libre quand’era occupata. Dopo essere stata al centro del sovietismo per vent’anni, benché discendente di zar – del figlio, attestava il Times, che la zarina Elisabetta la Clemente, la figlia di Pietro il Grande nata prima del matrimonio, aveva avuto dall’unione morganatica con Alexei Razumovskij, poi ambasciatore a Vienna, quello dei quartetti “russi” di Beethoven, op. 59 – nonché di Agrafena Zakrevskaja, la “Venere di bronzo” di Puškin. Amante di H.G.Wells per tredici anni, come lei già obeso, di Gor’kij malaticcio per altri tredici, andando a ritroso, e per tredici mesi di Robert Bruce Lockhart, “agente inglese” a Mosca.
Bella e dinamica figlia del senatore ucraino Zakrevskij, proprietario terriero, Moura si nobilitò col diplomatico estone conte Iohann von Benckendorff, che poi lasciò in campagna coi figli Tatiana e Pavel per godersi a San Pietroburgo amori irresistibili tra i fumi della rivoluzione. Quando il marito nei torbidi fu ucciso, sposò un altro baltico, il barone Budberg, per avere il passaporto. Il suo amore era già Lockhart, che si dice agente inglese a Mosca, col quale ebbe trasporti indimenticabili prima e durante il Terrore Rosso che seguì l’attentato a Lenin di Dora Kaplan. Lockhart affrontò per lei la prigione, per liberarla dalla Lubjanka.
Fallita la controrivoluzione, Moura fu segretaria di Gor’kij. “Quindi condivise quindi la casa”, scrisse il Times pudico, di H.G.Wells - che usciva dal letto di Elizabeth von Arnim, la scrittrice sudafricana, e la elesse “la donna più intelligente del mondo”. Con Wells condivise, da amante, la scena di Londra - Wells ebbe tante amanti, da Rebecca West pure un figlio, senza mai lasciare la moglie.
Lockhart, arrestato dopo l’attentato della Kaplan, sua conoscente, il 30 agosto 1918, era stato subito liberato. Quattro giorni dopo si trovò protagonista di un “complotto Lockhart”, secondo il suo stesso racconto che ne farà un mito. Ma restò libero di girare per Mosca, andare al ministero degli Esteri, e perfino al Cremlino. Fu arrestato quando si presentò alla Cekà per protestare contro l’arresto di Moura, sua convivente. Fu intrattenuto a caviale e bliny, nella Russia affamata, dal vicecapo della Cekà in persona, Jakob Peters, e poi espulso. All’epoca c’era Isaak Babel’ alla Cekà, che non ne seppe niente. Del resto Peters aveva già i codici in uso agli agenti inglesi, qualcuno che viveva con Lockhart glieli aveva procurati senza effrazioni - Peters, che “tanto desiderava”, racconterà Gor’kij, “di fare l’amore con una contessa, nel Terrore Rosso ne ebbe l’occasione”.
Moura fu incarcerata a Mosca da Peters, a Pietrogrado su ordine di Zinoviev, durissimo padrone della città, e in Estonia come spia russa. Era pure un po’ tedesca, a Sorrento fu per questo controllata dalla polizia di Mussolini. E per Gor’kij, che già nella precedente incarnazione italiana, a Capri, aveva scandalizzato i capresi, e non è facile, e i carabinieri: Rilke trentenne, ospite delle nobildonne Faehndrich, von Norbeck-Rabenau e zu Solms-Laubach, ce lo trovò mondano, prodigale, vizioso, niente anarchico.
Il problema, quando si va dentro per spionaggio, è se poi si esce. Una vera spia non dev’essere riconosciuta – seguita, ascoltata, magari carcerata. Si è spie fino alla morte se non si è mai stati ritenuti spie, altrimenti si è inutili. Lockhart, l’agente inglese che al solito era scozzese, che tanto ha scritto su una controrivoluzione che non ha fatto, di cui ha anzi bruciato, se ce n’era una, i possibili protagonisti, era confidente di confidenti della Cekà, avventurieri baltici di basso rango – la Cekà usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé. Ottimo canale Lockhart sarà stato per i sovietici, prima di Blunt e le altre distinte spie britanniche.

Aragon sapeva che Gor’kij fu ucciso, ha ricordato trent’anni dopo il fatto. Era andato a trovarlo, e nell’attesa che la Nkvd gli impose in macchina, la polizia segreta, vide entrare Levin, il medico dello scrittore: ne dedusse che era entrato per ucciderlo. Lo dedusse dopo trent’anni, insuperabile opportunista, da stalinista che si voleva il contrario, con magione in rue de Varenne, vicino dell’ambasciatore d’Italia, e mulino dell’anno Mille con parco a Villeneuve. Della pasta di Fadeev, il nulla che sostituì Gor’kij all’Unione scrittori, per andare ai congressi della pace e acclamato dire: “Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le iene a usare le biro scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, Eliot, Malraux e i vari Sartre”. Uno che zittì perfino l’iperstalinista Garaudy, quando tentò d’opporsi all’arte di Partito, e non ricorda d’aver assassinato Nizan nel ‘39, bollandolo delatore, quando criticò il patto Hitler-Stalin. Nizan andò volontario in guerra e morì a Dunkerque, Aragon si è intronato pontefice delle lettere. Invidioso di Gide, che ai funerali di Gor’kij Stalin aveva voluto ospite d’onore – la propaganda era munifica, i turisti della rivoluzione ricevevano pure montagne di rubli, in diritti d’autore o borderò, era arduo poi dirne male..

Nizan fu dichiarato da Aragon e dal partito Comunista francese una spia e un traditore Sartre, che ne era l’amico del cuore, formavano la coppia “Nitre-Sarzan”, i due occhialuti della classe 1905 all’École Normale Supérieure, ne scrisse in morte un racconto nostalgico, che non pubblicò.

La storia del 1936 è dunque da scrivere. Nina Berberova sostiene che Gide e Aragon, che avevano programmato un viaggio a Mosca da Gor’kij, lo ritardarono per evitare rogne, prevenuti da Ehrenburg e Lilja Brik. Non è vero, se Aragon fu spettatore della morte di Gor’kij – se è vero ciò che scrive tardi in La mise à mort. Ma si sapeva che l’archivio segreto di Gor’kij era arrivato.

astolfo@antiit.eu

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