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lunedì 10 ottobre 2016

Secondi pensieri - 280

spock

Anti – “Ogni anti- deve provenire dal medesimo fondamento essenziale di ciò di cui è anti-”, è assioma  del terzo dei “Quaderni neri!” di Heidegger. In particolare in fatto di religione: l’ateo è in qualche modo deista, eccetera.
Se è vero, è rischioso: l’antisemitismo sarebbe semita? Non lo è. Ma pensare che possa esserlo?

Banalità - La banalità del male di Hannah Arendt è da intendere nel senso di “normalità”. Di senso comune, corrente. Come può essere quello di mafia nel Mediterraneo. O di eugenetica presso i popoli del Nord, che eliminavano – ed eliminano – i vecchi e i malformati. Corrente nel caso dell’antisemitismo negli anni 1930. La banalità di Heidegger e del suo antisemitismo è di essere normale è la tesi di Jean-Luc Nancy, “La banalità di Heidegger”  Tanto più per essere blando, scontato, accettato tranquillamente senza mai porsi una domanda. Allineato anzi sui “Protocolli di Sion”, l’antisemitismo “più banale, volgare, triviale e torbido”. Ma così, non per cattiveria, non c’è nemmeno bisogno di indagare se Heidegger abbia letto i “Protocolli”: erano nell’aria del tempo.
La banalità-“normalità” antisemita è di una certa cultura, che specialmente nel Novecento ha attaccato e corroso l’Occidente – e tuttora lo insidia. Ed è la non banale “cultura tedesca”. Da Lutero in poi per motivi religiosi. Dall’Ottocento per motivi culturali – dall’antifilisteismo all’antisemitismo il tereno dik coltura è lo stesso. Per Heidegger – come per Thomas Mann – l’Europa e l’Occidente sono impegnati “in un formidabile autoannientamento delle proprie forze e delle proprie tendenze”. Anzi, è in questa deriva che si innesta il loro (anche di Thomas Mann) antisemitismo “banale”, in quanto sarebbe l’ebraismo ad avere dirottato e portato a mali passi – l’“autoannientamento” – l’Europa e l’Occidente.
Questo perché l’Europa non ha accettato l’egemonia tedesca? L’argomento non è filosofico e quindi è per questo trascurato, ma è ineliminabile. Tanto più che in Heidegger arriva alla non trascurabile insistenza –quasi un augurio – che la fine è meglio dell’agonia, che il naufragio è indispensabile a un “nuovo inizio”. Che non è naturalmente, nell’auspicio, ebraico, ma occidentale, europeo, tedesco. Si potrebbe – dovrebbe – dire “umanista”, ma questo non è necessariamente in programma.

Heidegger – Tutto è in lui –tum e Art von, una specie di: impreciso.

Heidegger è Marx anche per questo: 1) entrambi sono antislavi.
2) comune è l’analisi storico-religiosa: “Il cristianesimo è sorto dall’ebraismo. Nell’ebraismo esso si è disgregato” potrebbe averlo scritto Marx.
3) ugualmente escatologici. La rivoluzione - la catastrofe – anche Heidegger ritiene indispensabile e augurabile al “nuovo inizio” che dopo la guerra continuamente prospetta, da tedesco indomito.  Di cui faceva levatrice il “russismo” invece della classe operaia, ma allo stesso effetto. Nel terzo volume che si pubblica dei “Quaderni neri” Heidegger giunge alla conclusione che “solo il Russentum ci potrà salvare”, il Volk russo dopo aver inseguito vanamente quello tedesco: tutto ciò che è russo, il carattere russo. La “russità” si sottrae alle determinanti europee o occidentali, al dominio della tecnica. In questo senso, si direbbe tutto il contrario di Marx, al comune disprezzo degli slavi. Ma il Russentim è la leva della sua salvezza.

Immortalità– La chiave dell’immortalità è lasciare un fantasma, argomenta un personaggio di Queneau ossessionato dalla morte. Ma è indeciso, tra lasciare la coscienza di sé, oppure farla morire, lasciare un sembiante.

Male - È banale nel senso che è normale – corrente. Non ci vuole molto per uccidere, né di mezzi né di volontà, nemmeno uno scatto d’ira, l’ex moglie, il socio, l’amante, il malato incurabile, il down. Sì, del down si fa anche scientificamente, nella eugenetica: molte volte il male si ritiene perfino virtuoso. Era banale in Germania durante la guerra eliminare gli ebrei, roba di cui nemmeno si parlava in famiglia, se non per denunciarli, anzi con buona coscienza dei più.

Nietzsche – Era tutto nella “Volontà di potenza” fino agli anni 1960, quando Adelphi e Gallimard accettarono di pubblicarlo in originale e per intero, e organizzarono il gruppo di C oli e Montanari, che ci lavorarono dal 1963 al 1970. Ma questo non può occultare quello, sebbene si tratti di compilazione. Postuma. Di autori non affidabili, principalmente la sorella, poi nazista. Le cose ci sono.
Il Nietzsche di mezzo secolo di cultura europea, compreso il “Nietzsche” voluminoso di Heidegger,  è quello della compilazione, “La volontà di potenza”.

Normalità – Viene tra virgolette, nel senso di impreciso, incostante, non vero. Come la verità e gli altri concetti affermativi – peraltro in disuso, resta solo “”verità” e, più raro, normalità.
La verità si approssima per aggiunte, marginalmente. Non più per scostamenti, partendo da assiomi. È più vero – normale – questo o quel procedimento? È più produttivo ma inconclusivo, di programma.

Razzismo – Quello spirituale – Evola, Heidegger – o storico-metafisico, non è meno razzista di quello naturalista o biologico. Non è banale - la pelle, l’odore, il colore, le forme, etc. – e non è spregiativo. Può anche non proporre gerarchie. Ma la differenza approfondisce.
Tanto più quando la differenza si prospetta come superiorità: la superbia è il primo dei peccati capitali, il più comune si direbbe – il meno costoso, faticoso.
Nello stesso Evola il razzismo è come in Heidegger per quando concerne gli ebrei – e alla fine nel non apprezzato, da entrambi, Hitler: espressione di una razza o cultura materialista, e per ciò stesso inferiore, anche se non si fanno graduatorie, rispetto a quella ariana.

È di fatto comune agli “inferiori” – le razze inferiori – come ai “superiori”. Nel momento antirazzista, di resistenza o ribellione, come argomenta Sartre in “Orfeo nero”, ma stabilmente: è un tatuaggio indelebile. Molti risentimenti politici, a mezzo secolo dalla fine del colonialismo, si radicano nella differenza, a preferenza dell’integrazione.


Selfie – È letteratura sentimentale. O altrimenti psicoanalitica, terapeutica. Per questo materiata di figure materne - e paterne - e di sesso. Di una terapia che è, a sua volta, materiata di letteratura più che di sintomatologia o fisiologia. E ha in effetti andamento circolare, da circolo vizioso. Come narrativa e, probabilmente, come terapia.  

spock@antiit.eu

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