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venerdì 13 luglio 2018

Letture - 351

letterautore


Ablativo - Mandel’štam non amava lo “stato in luogo”, nota Serena Vitale (“Quasi leggera morte”), l’ablativo, e lo infastidiva la “buddistica quiete ginnasiale del caso nominativo”.
L’ablativo è brutta parola in  effetti, sa di taglio, circoncisione, castrazione – un caso che indica “un allontanamento, un'uscita da un luogo o da uno stato, una dislocazione, un'asportazione”, per l’ablativista Enrico testa.

Acqua – “Tutta l’ “Odissea” sa di mare”, è la constatazione improvvisa di Citati , “La mente colorata”, 134. E di metamorfosi – “chi parla di mare, parla di metamorfosi. L’acqua è il “brodo primordiale”, luogo e materia della metamorfosi, dalla gestazione alla catena dell’evoluzione. E con l’acqua-metamorfosi, l’isola, la distinzione, separazione.

Bagattella – Secondo Kant un latinorum per peccatillum, il “peccatum philosohicum” della morale per confessori gesuita, a proposito delle bugie a fin di bene.

Borges – Il tema delle tigri è puro Blake, “The Tyger”, fine Settecento – “Tigre! Tigre! Divampante fulgore\ Nelle foreste della notte”, nella traduzione di Ungaretti.

Censura – È andreottiana per antonomasia – era, quando si esercitava, nella “prima Repubblica”. Basata sugli orientamenti stabiliti da Andreotti quando era sottosegretario di De Gasperi dopo la guerra, e applicata nei decenni da funzionari tutti più o meno “suoi”. Esercitata in particolare sulle scene in qualche modo discinte, al cinema. Mentre è stata ferrea nei decenni da parte del Pci, che si ergeva a paladino della libertà d’espressione. Con una ferrea organizzazione editoriale nei giornali e nelle case editrici: non c’era scampo per un intellettuale non “in linea”, quale che essa fosse – il Pci si-ci concedeva un “pluralismo” di “linee”. Da Morselli a Fellini e a Muti. A Firenze ricordano in questi giorni come nel 1971 ci fu una guerra feroce al giovanissimo Muti e a Roman Vlad per avere programmato al Maggio Musicale “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”, opere non in linea. La guerra a Muti è proseguita a Milano alla Scala, tramite l’orchestra “orchestrata” dalla Cgil, fino al suo licenziamento.
Il ricordo della censura a Firenze è oggi in forma di celebrazione, a opera degli eredi politici dei censori di allora.

Corpo – “Coloro che trovano una differenza tra l’anima e il corpo non hanno né l’una né l’altro”, Oscar Wilde.

Dante – È tessitore, fine, complesso, e tintore. Secondo Mandel’štam che come si sa se ne intendeva, di Dante: “Molto colorato prima dell’alfabeto dei colori di Rimbaud. Dante ha collegato i colori con la pienezza fonica del discorso articolato. Ma lui è un tintore, un tessitore.  Il suo, di alfabeto, è quello dei tessuti fluttuanti, tinti con polveri clorate, pigmenti vegetali… Il manufatto tessile in Dante è la massima tensione della natura materiale in quanto sostanza definita dalla sua colorazione”.
È anche velista, in solitario e con pienezza di mezzi, sempre secondo Manldel’štam, “Conversazione su Dante”: “Per arrivare alla meta bisogna tenere con o del vento che soffia in una direzione diversa e prenderlo. Identica è la legge del bordeggio a vela… Non dobbiamo dimenticare che Dante visse nell’epoca della fioritura a vela, e poté osservare i migliori esempi”. Specie all’“Inferno”: “Il ventiseiesimo canto è la più velica tra le composizioni dantesche, quella che più bordeggia, che meglio manovra”.

Heidegger – “Sentieri ininterrotti” è nell’“Odissea”, VII, là dove Ulisse infine a Itaca non trova più i sui riferimenti.

Italiano – È un dadaismo “naturale”? Mandel’štam assegna a Dante un vantaggio per l’uso dell’italiano come lingua, per “il carattere infantile della fonetica italiana, la sua splendida puerilità, la sua somiglianza al balbettio dei neonati, una sorta di connaturato dadaismo”.

Librerie – Sono scomparse dai cataloghi Ikea e Mondo Convenienza, della mobilia per tutti.

Machiavelli – L’elogio più preciso riceve, in forma di critica, dal gesuita Baltasar Gracián un secolo dopo “i fatti”, nell’ “Oracolo manuale e arte di prudenza”, 1647: “Un valoroso bugiardo”, che “sembra aver candore sulle labbra e purezza sulla lingua ma sputa fuoco infernale che divampa i costumi e incendia le repubbliche”.

Odissea – Ma non è un viaggio di scoperta – Ulisse non è quello di Dante: è una fuga. O un nomadismo. Da un “carcere” all’altro. Mentre i compagni annegano, scompaiono, sono mangiati. Una fuga. Alla deriva – non comandata da Ulisse. Lo stesso progetto di ritorno a Itaca è sfuggente per la massima parte.

Scritture - Darwin funziona, Mandel’štam ne è la prova: “Quando è rovesciato sul dorso e si accinge al salto, l’elaterio piega all’indietro testa e torace, di modo che l’apofisi pettorale, sporgendo all’esterno, si trova all’estremità della propria guaina. Durante il processo di curvatura all’indietro, per effetto dei muscoli, l’apofisi si piega a somiglianza di una molla”. Pochi sapranno cosa l’elaterio sia, né è chiara - chiaro? - l’apofisi, ma lo scatto c’è tutto.
Tocqueville pure non è male e Smith, i liberali. Non i romantici, i liberali realisti: Machiavelli, Hobbes. Marx, che molto si cita senza leggerlo. Gramsci sì, che l’ultimo “Quaderno” prima di morire tessé sulla grammatica, la rivoluzione più grande.

Seicento – Si può dire il secolo della menzogna. Teorizzata da Mazzarino come arte della politica, dal gesuita Baltasàr Gracián nel diffusissimo “Oracolo manuale e arte di prudenza” come arte del vivere, analogamente dal Torquato Accetto della dissertazione meno diffusa del Gracián ma più radicale, “Della dissimulazione onesta”, dallo stesso Descartes, che aveva come motto “bene qui latuit, bene vixit”, si vive bene nascondendosi. E di molti bugiardi a teatro, quali e quanti non se ne faranno nei tre secoli successivi, Tartufo, Jago, lo stesso Amleto, don Giovanni, Faust.

Shakespeare - Se ne potrebbe fare uno partendo dalla sua ignoranza. Della stessa Verone di “Romeo e Giulietta”.  Della Boemia al mare nel “Racconto d’inverno”. Ignoranza perlopiù geografica, non storica: non leggeva libri di viaggio né consultava carte.
Molto ha ambientato a Roma, le cui università e i teatri ne hanno molto coltivato la memoria per il cinquecentenario, almeno cinque drammi. E anche a Venezia. Ma erano settings d’obbligo, storici, di cui peraltro si limita a dare solo i nomi.

letterautore@antiit.eu

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