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martedì 9 gennaio 2018

Il mondo com'è (330)

astolfo

Bistecca sintetica – Evgenij Zamjatin, lo scienziato scrittore russo di un secolo fa, aveva già la bistecca sintetica” derivata dal petrolio”. In “Noi”, il romanzo dello Stato Unico. Era il 1920 ma il suo Stato Unico Zamjatyn, comprese le proteine petrolifere, proiettava verso il Tremila. Mentre lo Stato italiano, con la chimica dei “pareri di conformità”, messa su da Andreotti negli anni 1970, e cioè con le sovvenzioni pubbliche, ci puntò con un investimento da un miliardo di euro in lire, a beneficio della Bp, la British Petroleum, e del suo socio italiano Raffaele Ursini, un uomo d’affari di Reggio Calabria che aveva rilevato la scatola vuota Liquigas-Liquichimica, con sede in Svizzera. Per la bistecca sintetica fu realizzato un porto e costruito un impianto a Saline Joniche, che non hanno mai funzionato – i 400 dipendenti dell’impianto sono andati in pensione di anzianità senza avere lavorato un solo giorno.

Emigrazione politica. Divide le opposizioni invece di unirle. I singoli come le forze politiche. C’è poca solidarietà fra gli emigrati politici. E c’è concorrenza tra le forze politiche spinte all’esilio, che l’inattività acuisce. Tra gli émigrés della rivoluzione francese. E tra le forze Bianche che combatterono l’Armata Rossa. Tra i mazziniani della Giovane Italia, in Francia e in Svizzera. I cileni in Italia, dopo il golpe di Pinochet nel 1973, restarono divisi tra comunisti e democristiani. Gli emigrati politici brasiliani a Parigi a cavaliere del 1970 si caratterizzavano per le lotte intestine. Lo stesso per gli italiani in Francia tra le due guerre, diversi e divisi per partito o gruppo.
Sul piano individuale la divisione fu molto visibile tra i tedeschi negli anni di Hitler, tra emigrati tedeschi ed ebrei, tra gli ebrei tedeschi tra di loro, tra i tedeschi tra di loro. Thomas Mann non riceveva Schönberg a Pacific Palisades, ma non parlava nemmeno con Brecht. Difficile trovare contatti, peraltro, anche tra gli italiani esuli in Usa, tra Fermi per esempio e Prezzolini.

Germania-Italia – La “latinità” ritorna periodicamente in Germania – anche come “mediterraneità”, in un’accezione più larga, più degna di disprezzo – come rifiuto, per un ritorno alla “germanicità”. Parte della “questione ebraica”.
I due mondi, il germanico e il latino, sono compenetrati, lo sono sempre stati nella storia, il tedesco delal selva è preistoria, ma non nell’inconscio tedesco. Nell’opinione media o comune che la Germania si fa di se stessa, da quando si è riunificata un secolo e mezzo fa in un’ottica di potenza, quella della casa reale di Prussia.  
Ma il germe del disprezzo viene da più lontano, o da profondità oscure, in un groviglio inestricabile di impulsi. Di cui Thomas Mann, che pure aveva una formazione e una proiezione cosmopolite,  rilevava nel 1937, nella conferenza “Il problema dell’antisemitismo”, il nodo forse più corposo in questi termini: “La Chiesa Cattolica, signore e signori, ha forse ben ragione quando, per affrontare certe idiozie e rozzezze anticristiane, oggi spiega: solo con l’adozione del cristianesimo i tedeschi sono entrati nel novero dei popoli culturalmente dominanti, Non lo si può negare. Ma col cristianesimo è entrato nella germanicità un elemento mediterraneo-orientale, e il fatto che i tedeschi tentino periodicamente di rinnegarlo, comporta ogni volta un ritorno alla barbarie, al preistorico non-ancora-tedesco ma di ceppo esclusivamente germanico”. Per “Chiesa cattolica” Thomas Mann intende un personaggio specifico, il cardinale Michael Faulhaber, che aveva celebrato il Capodanno del 1933 con questa predica: “I Germani sono divenuti un popolo di cultura nel vero senso della parola solo attraverso il cristianesimo”.  
Di questo risentimento – antimediterraneo, antilatino – è fatto l’antisemitismo, continuava Mann: “A voler ben vedere, l’elemento mediterraneo-europeo-orientale, ovvero l’elemento umano e universale, è indissolubilmente legato a tutta la germanicità storica maggiore, a tutta la cultura tedesca, e lo sarebbe anche se in Germania non vi fosse neppure un ebreo. Ma gli ebrei rappresentano fisicamente questo elemento spirituale nella realtà tedesca, lo rappresentano nel sangue e nella razza, direi quasi nella persona”. Ragionamenti che sembrano frescacce, e lo sono, ma non in Germania evidentemente. Continua Mann, a proposito di ebrei e “mediterranei”: “Quella che viene chiamata la loro componente «internazionale» non è altro che la componente europea e mediterranea, elemento inalienabile della cultura e della civiltà tedesca”. Inalienabile ma subordinato: “L’odio che di tanto in tanto esplode fra i tedeschi nei confronti degli ebrei non è rivolto, dal punto di vista spirituale, agli ebrei stessi, o perlomeno non solo a loro: è il tentativo impossibile di espellere dall’essenza della cultura tedesca un elemento che vogliamo ritenere oscuro ed estraneo, anche se è proprio quello che illumina, plasma, quello umano, ovvero l’elemento mediterraneo, i cui rappresentanti di sangue in Germania sono gli ebrei”.

Questione ebraica – C’era una “questione ebraica” in Germania ben prima di Hitler. Questo è noto e rilevato. Non si dice invece che In Germania gli ebrei sono sempre stati un problema. Non c’è nella letteratura italiana – né francese, o inglese, o spagnola – niente di comparabile alle invettive e alla trattatistica antiebraica tedesca. Da Lutero all’illuminismo tedesco (ne è vittima Heine), al romanticismo fino a Wagner, e all’ondata senza riserva della prima metà del Novecento, i trentatré anni prima di Hitler compresi. Il fatto non si rileva nella storiografia dell’antisemitismo, ma ne è il dato più evidente.
Nel 1921, dopo il putsch fallito di Hitler in birreria a Monaco, Thomas Mann sosteneva che “la bestialità della svastica è una goffa espressione popolare”, frutto del  “clima culturale reazionario in cui ci troviamo”. Ma non era diverso nel 1911, e nel 1901, e prima. Nello stesso 1921 gli studenti a Monaco e in altre città oltraggiarono “l’ebreo Einstein” in quanto premiato col Nobel.
In parallelo c’è un saprofitismo incontenibile degli ebrei nel germanesimo. In più gran numero, senza confronto con altri mondi, sono accorsi nelle terre tedesche dell’Est – in parte ora polonizzate ma tedesche storicamente – e tuttora accorrono nella Germania riunificata. Anzi, non un saprofitismo, un’identificazione orgogliosa. Fino a farsi una lingua parallela mutuata dal tedesco  - la seconda lingua in Israele dalla guerra del Kippur in poi, in precedenza la prima. In Italia abbiamo – avevamo – l’ebraico romanesco, ma non come linguaggio ghettizzato, parte del  dialettismo corrente.

Tribù - “Gli ebrei erano anzitutto una tribù”: lo sosteneva Aharon Appelfeld, come lo ricorda “The New Yorker” nel numero di sabato. Appelfeld, che il 3 gennaio è morto di 86 anni, era arrivato in Israele sul finire della guerra adolescente.  Solo, avendo perso in guerra e nei lager i genitori e i nonni, ma a suo agio in un paese animato dal sionismo, con un’anima socialista, nei kibbutz e fuori.  E a sedici anni fece la guerra del 1948, per la creazione dello stato di Israele.
La rivista ripubblica un articolo di Philip Gourevich di dieci anni fa, che richiamava una conversazione con lo scrittore una ventina d’anni prima. Israele in quegli anni era secolare, agraria, collettivista. “Era molto socialista-realista”, ricordava Appelfeld: “Era un elemento spirituale, ma poi sparì. Poi fu denaro e denaro, sempre di più, nessuna meraviglia che la gente si sia trincerata nella religione. È parte della ricerca di un’identità ebraica. Il sionismo da solo non lo offre più, il senso di un progetto”. Ed emerge il fatto.
“Gli ebrei erano anzitutto una tribù”, argomenta Appelfeld: “’Nazionalità’ è una parola che non era mai usata dagli ebrei. Eri ebreo oppure non lo eri. La parola la introdusse il sionismo. Il sionismo lavorava per la normalità. Diventiamo come i francesi o gli inglesi. Il sionismo creò una visione limitata dell’ebreo, come qualcosa che è solo qui – la nuova nazione, il nuovo ebreo. Per cui non si capisce più la diaspora – il sionismo non la concepiva – e questo è sbagliato. Perché la storia ebraica è una  storia di diaspora, e questa è una nazione di immigrati. Separarsi intenzionalmente e internazionalmente dagli altri ebrei è una stupidaggine”.
Ma, poi, Israele ha perso il senso di quell’identità, argomentava lo scrittore. Due generazioni sono cresciute nel vuoto, perché i genitori non volevano assolutamente avere un passato. Giusto un nome, ma non una provenienza, un’appartenenza, una memoria, sia pure di rigetto o denuncia dei campi nazisti. Quel vuoto è stato riempito dall’ortodossia religiosa. Che, Appelfeld non lo dice, ma è il nuovo mastice tribale, sotto forma di clericalismo.

Usa-Israele – La “dichiarazione Trump” il 6 dicembre, di riconoscimento formale di Gerusalemme quale capitale d’Israele non è la prima intromissione unilaterale degli Stati Uniti nella breve storia dello Stato ebraico. Il 19 marzo 1948, in piena guerra per la creazione della nuova entità, presidente Truman, segretario di Stato Marshall, gli Stati Uniti tolsero d’improvviso l’appoggio alla creazione di Israele. Un comunicato del Dipartimento di Stato misconobbe il riconoscimento del piano di suddivisione della Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico. Successivamente, il fatto fu riconosciuto.
Nell’estate del 1956 fu la volta del generale Esisenhower, da presidente degli Stati Uniti, che rovesciò l’esito della guerra di Suez. Al colonello Nasser, uomo forte dell’Egitto postmonarchico, che aveva nazionalizzato il canale di Suez, Israele rispose, col sostegno di Francia e Gran Bretagna, occupando militarmente il Canale. Il generale Eisenhower costrinse l’alleanza israeliana al ritiro..

astolfo@antiit.eu 

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