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lunedì 21 febbraio 2022

Thomas Mann e il disprezzo dell'Italia

Il libro “segreto” di Thomas Mann – delle sue pulsioni più vere, per un momento non controllate (nascoste) dal suo normalmente supercontrollato supe-Io. Un crescendo incredibile di cattiverie, dirette, senza paludamenti. E la chiave della sua antipatia. Una rabbiosa, ribadita, benché a guerra (la guerra del 1914-1918) quasi perduta, pretesa alla superiorità della Germania, e di se stesso nella Germania, erede autoproclamato di Schopenhauer, Wagner e Nietzsche. A quarant’anni.
Thomas Mann si scrive a quarant’anni una prefazione al suo stesso libro, lunga trenta pagine, più un centinaio almeno di pagine di elogi di sé stesso. Terribili anche le idee che professa, e la virulenza con cui vuole imporsi. È un libro confuso, oltre che insolente: ripetitivo, nervoso, sempre impreciso, ma apodittico. E sempre ripubblicato, rivisto, quindi non un’opera dal sen fuggita.
Perfino Hitler, si dimostra qui indirettamente, viene da lontano. Non dal Terzo Reich di Moeller van den Bruck, che è del ‘22 ma è antirazzista. Viene da questo “Impolitico” di Mann di prima del ‘18, la cui divisa resta la “simpatia con la morte” che lo scrittore proclama inconsulto - nel mentre che moltiplica figli e racconti. Necrofilia e spregio della libertà, “croce e sacrificio, sangue e morte” l’Impolitico Mann dice “il segno più certo della germanicità”. In lodi all’orrido Houston Stewart Chamberlain sperticandosi, l’inglesotto che i germani avvinse al primato, dell’antisemitismo.
“Dove sono io è la Germania”, proclama l’ancor giovane Thomas Mann erigendosi a padre della patria, e intende l’odio della democrazia. Che pratica in famiglia col fratello e con i figli. Tesse l’elogio del Buonannulla di Eichendorff in spregio alla politica. Alla “cultura” tedesca imputa il vituperio della politica in quanto democratica. Roba per le deboli “civilizzazioni” latine, d’Italia, di Francia, e per la perfida Albione: elezioni, parlamenti, opinione pubblica.
Thomas Mann è uno che quando ha ragione si arroga “un diritto d’infamia” intellettuale: “Odio la politica e la fede nella politica, perché essa fa l’uomo borioso, dottrinario, testardo, disumano”. Benché sappia che “la impoliticità è anch’essa politica”. È che “l’ironia come modestia, come scetticismo volto all’indietro, è una forma della morale, è etica personale, è «politica interna»”. 
“La virtù” l’Impolitico delle Considerazioni impersona in Hans Pfitzner, e questo merita un capitolo a parte. Il compositore Thomas Mann vitupererà, pure lui, ma lo ha già preso a modello di Adrian Leverkühn nel ‘Doktor Faustus’. Si vuole Adrian un calco di Nietzsche e Hugo Wolff: no, da loro Mann media solo la lue, il modello è lui, non dichiarato perché Pfitzner era vivo quando il romanzo uscì. Quando Pfitzner, dopo aver perso la casa e il posto a Strasburgo nel ’18, si propose a musico nazionalpopolare, Thomas Mann cooperò entusiasta, con Alfred Einstein, alla fondazione del Centro Pfitzner per la musica tedesca. Poi Hitler fece visita nel febbraio del ‘23 al musicista malato d’itterizia all’ospedale Schwabinger. Pfitzner reciprocò a novembre inviandogli libri nel Landsberger, la fortezza dove Hitler scontava il fallito putsch e scriveva ‘Mein Kampf’. Si ebbe per i settant’anni nel ‘39 feste nazionali, credette alla Ridotta Alpina, rifugiandosi a Garmisch nel ‘45, negò l’Olocausto, benché fosse intimo del “macellaio dei polacchi” del ‘Kaputt’ di Malaparte, Hans Franck - di Franck si professerà amico fino alla forca a Norimberga. Fu riabilitato nel ‘48 malgrado l’ostilità di Mann, e reintegrato all’Accademia di Monaco retroattivamente: la sua musica romantica non s’intonava al Terzo Reich, e il posto all’Accademia aveva perso per una lite con Göring.
Non si può fare un paragone tra gli ex amici, anche se la frase breve Mann trasse da Pfitzner, ma un parallelo sì. Pfitzner scrisse e rappresentò in piena guerra contro l’Italia l’opera ‘Palestrina’. Su Giovanni Pierluigi, il musico – Pfitzner non si sentiva a disagio in Italia, e anzi nella stessa Roma e nella campagna romana. Che fu un successo a Monaco nel ‘17, sotto la bacchetta di Bruno Walter. Molto apprezzato da Alfred Einstein, il biscugino di Albert che per primo ha studiato e classificato il madrigale italiano, uno dei tanti rivoluzionari conservatori tedeschi che si rifuggeranno in Italia, prima di esserne allontanati da quel genio di Mussolini. Pfitzner aveva debuttato con un ‘Dunkle Reich’, il regno oscuro, su testi di Goethe e Michelangelo. Era destinato a ripetere Wagner grand’operista (Wagner, certo ottimo musico benché pessima persona, è magnificato, dalle sue vittime ebree e francesi incluse, in quanto operista nazionale, il primo ad avere infine colmato l’incapacità secolare dei tedeschi, che tanto ci tenevano, a fare il melodramma, l’istinto mimetico può essere soffocante, voler essere tutto e tutti). Ma scrisse un capolavoro italiano.  
Anche Heinrich Mann scrisse di Palestrina,
con affetto nella ‘Piccola città’, il fratello che Thomas qui infama. Il nome, certo, è fatato: le cose migliori Wagner le fece dopo avere studiato e trascritto Palestrina e lo Stabat Mater. Thomas Mann invece a Palestrina, dove nacque scrittore, trova il Diavolo, nel ‘Doktor Faustus’ scritto a Beverly Hills. Come a Forte dei Marmi s’è inventato sprezzante il Mago, di Venezia vede le muffe, a Firenze il “monaco ruggente”, un’Italia da fondale turistico. Adrian Leverkühn fa tutto quello che fa Pfitzner, compreso andare a Palestrina e vendersi al diavolo Hitler: i suoi gorgheggi col maligno sono un calco delle cantate di Palestrina con l’angelo. Le lodi di Adrian ripetono l’elogio di Pfitzner in queste ‘Considerazioni’, parte della celebrazione della superiore cultura tedesca. Per la maestria, senza simpatia per la storia, il luogo, l’uomo - la maestria di Pfitzner, il creatore può solo essere tedesco.
Degli italiani Thomas Mann solo dice ironico, nelle seicento pagine contro la democrazia: “È vero che alla battaglia di Adua scapparono davanti ai mori”. Dove scapparono, verso quali retrovie? Il pregiudizio è sempre ignorante. E dopo Caporetto: “Qualcuno, per caso, non sapeva che quel paese non sarebbe stato all’altezza di questa guerra”, guerra di titani? È la sconfitta di Mazzini e D’Annunzio, “l’uno e l’altro da me odiati con tutto il cuore”, per essere l’uno repubblicano, l’altro poeta impegnato. Vilipesi più che odiati, D’Annunzio con ferocia. Per un motivo? Quando ‘I Buddenbrook’ uscirono non furono notati. Finché dopo un anno un recensore in Germania, dovendo parlare di D’Annunzio, “Le vergini delle rocce”, usa “I Buddenbrook” a specchio. Una recensione che Mann conserverà, non perché avviò la sua fama ma perché contrapponeva il “moralismo pessimista” tedesco al “lussuoso estetismo” del “latino” – “questi latini non hanno coscienza negli occhi”, lamenta Tonio Kröger.
Con l’Italia ce l’aveva, Thomas Mann, e con la Francia, la cultura dei due paesi bollando col termine civilizzazione e non si sa ancora perché – se non per promuovere l’esegesi, l’ermeneutica è saprofitica ma vuole misteri. “L’Italia”, ha fatto dire a Tonio Kröger, “mi è indifferente fino al disprezzo”. Per quel grande adulatore di sé stesso è “un paese rimasto fanciullo”, cui “la critica e lo scetticismo” difettano – all’Italia? Al Pincio in questo “Impolitico” il cielo turchino gli “pesa sui nervi”, e le palme. Solo ha requie a piazza Colonna, dove la banda dei Metropolitani coi timpani intona Wagner - ma in mezzo a una “folla italianissima” che lo disgusta.
Thomas Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, pp. 624 € 35

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