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sabato 8 agosto 2015

Letture - 223

letterautore

Aleramo – “Che duro mestiere essere una bella donna”, ha confidato Baudelaire in “Confessione” uno dei “fiori del male”. Si può capirla, fra tanti Nobel e candidati: fu faticoso.
Fu – per molti lo è ancora – l’icona della donna liberata per il partito Comunista, anche per Togliatti. Una certa concezione della donna ne emerge.

Céline – Non ha lasciato inediti, ma una corrispondenza interminabile. Di cui cioè si fa la scoperta a pezzi. Da ultimo, dopo la corrispondenza assemblata nella Pléiade nel 2009, le cinquecento lettere a Marie Canavaggia, la segretaria.  E altre, di cui il curatore della Pléiade, Jean-Paul Louis, pubblica gli aggiornamento ne “L’année Céline”.
Nelle lettere alla Canavaggia si è scoperto, tra i tanti, un corrispondete sconosciuto, il dottore Gentil, che ne ha conservato le lettere, che ora si pubblicano. Mancano in particolare le lettere ai familiari, i cui eredi non hanno voluto avere nulla da spartire con lo scrittore: alla prima moglie Edith Follet, che pure ha lavorato nell’editoria come illustratrice, e alla figlia Colette. Questa, una signora grande, bionda, molto dignitosa, ricorda il padre, nei frammenti di memorie che ha lasciato (una trentina di fogli pubblicati in parte da “Le Figaro Littéraire” il 26 maggio 2011), ma non lo frequentava, in casa sua lo scrittore non era ben visto, e anche i suoi figli se ne sono dissociati, pretendendo anzi di non averlo mai letto – Céline detestava il genero Yves Turpin, colpevole di aver fatto cinque figli a Colette, quasi senza intervallo.
Questo campo aperto disturba i biografi, anche perché è una corrispondenza vera, molto spontanea cioè, non a fini di pubblicazione come è spesso il caso dei letterati. Quella con Marcel Aymé avrebbe potuto essere una di queste, ma Aymé buttava le lettere ricevute una volta che aveva risposto. Sono molto lacunose anche le corrispodenze con gli amici, con Gen Paul e Robert Le Vigan.   
Tra le corrispondenze invece che si sanno perdute la più importante è quella con Paul Lévy, giornalista (all’“Aurore” di Clemenceau) e poi editore in proprio, col settimanale “Aux Écoutes” – che gli sopravviverà di dieci anni, fino al 1969. Lévy si distinse nel 1933, all’avvento di Hitler, promuovendo e agitando una campagna per la guerra preventiva alla Germania hitleriana. Dopo la guerra, su posizioni antigolliste, sarà il primo a pubblicare Céline, malgrado i processi.

Il razzismo (vedi “Pericolo giallo”, sotto) è un preconcetto si può dire “originario” – di mentalità, educazione, epoca - di Céline. Molto prima dei pamphlet antisemiti. Non ce n’è però traccia nella sua avventura africana: in Africa forse non considerava i neri.

Classico – Si definisce su parametri ormai “classici”, quelli della triade Sainte-Beuve, “Qu’est-ce qu’un classique?” (1850), T.S.Eliot, “What is a classic?”, 1944, e Frank Kermode, “The Classic”, 1975. Che però combaciano su tre criteri: l’universalità, la durata, la maturità (rappresentare un mondo nel miglior modo possibile, fra i tanti noti).
Kermode scriveva di Virgilio, “creato” classico in vita dalla politica imperiale, a fini politici, seppure di ampia portata. E anche questo è un criterio: si erigono a classici gli autori “più” contemporanei. Ma Virgilio è sopravvissuto.

Dante – È imperialista, oltre che libertario. Nel senso dell’impero, dell’unità politica (del mondo cristiano), come si sa. Ma anche di una cultura dominante, e non irenico, anzi un combattente. In questo senso fu al centro del progetto di Mussolini di un Danteum, o “Tempio a Dante, che doveva sorgere nei Fori Imperiali, commissionato agli architetti Pietro Lingeri e Giuseppe Terragni, con sculture giganti di Sironi.

Germania – “Parlino gli altri della loro vergogna,\ io parlo della mia”, Brecht appose alla lirica “Germania” nel 1933, quando il danno era fatto. Non era tenero però neanche prima: “Germania, tu bionda, pallida”, 1920, è ugualmente sdegnata – “la terra del quando mai” (il Sankt-Nimmerleins è idiomatico per dire il santo del Mai). Un po’ alla Malaparte sull’Italia, alla Pasolini. Che però non sono considerati antitaliani, solo dei letterati vigili, e umorali, mentre Brecht è poco tedesco. Lo è ma per una minoranza.

Giallo – Ha subito una bizzarra degenerescenza, perlomeno in Italia; da genere sospetto, ai lettori oltre che alla critica, a genere passepartout . Tutto è ora giallo, anche la vicenda sentimentale, sociale, storica – si parla del giallo genere editoriale o letterario. È l’effetto Camilleri, vent’anni di primi posti in classifica dei più venduti, al ritmo di uno ogni paio di mesi? Si può capire che librai e editori – che si contendono Camilleri con rilanci, e letteralmente gli strappano i fogli dalle mani – riconducano tutto al genere. O il lettore vuole sempre, in ogni vicenda, un profumo di malsano – crimine, cattiveria, corruzione, furberia?

Pericolo giallo – S’incontra presto in Céline, a ridosso dei suoi primi viaggi in America, nelle lettere e nei “testi sociali”. Un decennio, più o meno, prima dei pamphlet. Il risentimento preconcetto contro i “gialli”, cinesi e giapponesi, che arrivavano attirati dagli alti salari, era forte e radicato in California.

Poesia - È morta con la critica? È un’ipotesi. Se la collana storica di poesia  Lo Specchio chiude,  mentre il genere dilaga in libreria: mai visti tanti scaffali di libri di poesia, che si rinnovano, quindi si vendono,  con voluminose opere complete a ripetizione, anche di viventi.
Alfonso Berardinelli lamenta la fine della poesia, e contemporaneamente la moltiplicazione del popolo dei poeti, superficiali, presuntuosi, invadenti. Che non è una buona cosa, lamentarsi – gli invadenti ci sono sempre, ma talvolta sono appassionati. Ed evidentemente leggono, questo è il punto, poiché appunto gli scaffali si moltiplicano, le opere compete etc., e l’assortimento si rinnova. Quello che non c’è più è appunto Lo Specchio, cioè il poeta che si edita consacrato, su un piedistallo critico: una collana di poeti dal potenziale sceverato se non accertato o consacrato. Ma allora è per carenza di interpreti, di critici – che magari ci saranno, ma a altre opere. L’autore è sempre il suo interprete. È così che Pasolini “nacque” con Contini, Montale con Gobetti (e Cecchi, Sergio Solmi, Debenedetti), Saba con Debenedetti. Quasimodo “nacque” con “Solaria”, e così via: mancano anche le riviste o le relazioni di affinità – i festival non servono a niente. Non mancano i poeti evidentemente, e anzi sovrabbondano, gli interpreti sì.
Anche Matteo Marchesini, poeta, narratore e saggista, lamenta “la foresta editoriale della poesia italiana, groviglio di piante parassitarie senza più stacchi tra bosco e sottobosco”. Ma questa non è una lamentela da sottobosco?

letterautore@antiit.eu

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