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sabato 24 giugno 2017

Il romanzo dell'intraducibillità, sonoro

Un libro di note di traduzione, su 70 pagine di testo. Si può solo dire di “Finnegans Wake” come a una qualsiasi presentazione. Per esempio quella di Antonella Barina sul “Venerdì” del 13 gennaio:
“Come ci divertimmo a tradurre «Finnegans Wake». Enrico Terrinoni e Fabio Pedone ora escono con la penultima tranche dell’opera (proseguendo il lavoro di chi tradusse i primi due terzi) e si sono impegnati anche ad arrivare alla fine.
“Fu Joyce a proporre all’amico Nino Frank di tradurre in italiano l’ultimo capitolo del «Finnegans Wake»: «Prima che sia troppo tardi», spiegò. «Finché ci sono ancora io a capire cosa ho scritto». Frank protestava: l’italiano non è una lingua adatta ai giochi di parole e quel capitolo è intraducibile. «Non esiste nulla che non possa essere tradotto», ribatteva Joyce. Così i due presero a incontrarsi due volte a settimana per tre mesi. E, come racconta Richard Ellmann, biografo dello scrittore, era lui a spiegare l’ambiguità delle proprie invenzioni, sottolineandone la musicalità. Mentre il significato del testo gli era piuttosto indifferente”.
È così. Ma tutto è traducibile nel senso che è intraducibile, sul presupposto che il lettore si accontenta. Proprio Joyce con “Finnegans Wake” prova – vuole provare? – che il testo è intraducibile: accessibile in principio nelle tante lingue di cui è il miscuglio, dialetti e gerghi compresi, ma inafferrabile di fatto. Continuano infatti Terrinoni, Pedone e Barina:
“«Ci sono voluti quasi tre anni, cinque ore al giorno, per tradurre 70 pagine che, si fosse trattato di un testo qualunque, avrebbero richiesto sette giorni di lavoro», spiega Terrinoni, ordinario di Letteratura inglese all’Università per stranieri di Perugia. «Dopo aver affrontato separatamente ogni brano ed esserci poi revisionati a vicenda, abbiamo iniziato un lungo ping pong di idee, proposte, compromessi: la versione finale ha continuato a cambiare fino all’ultimo. Perché tradurre vuol dire provare e fallire, diceva Beckett, riprovare e fallire sempre meglio. Ed è impossibile mettere la parola fine a un testo che in ogni parola condensa più significati, irradia allusioni sorprendenti, reinventa la lingua. Un testo che offre una sconfinata libertà interpretativa. Per mesi abbiamo tenuto una rubrica sul settimanale “pagina 99”, chiedendo ai lettori di proporre la loro versione italiana di alcune frasi: sono emerse soluzioni inaspettate e spesso molto valide. Non solo, traduzioni in lingue differenti assumono significati diversi tra loro: ogni cultura coglie ciò che le è affine. Anche perché Joyce scrive il “Finnegans Wake” in un impasto di almeno una cinquantina di lingue”.
Soluzioni valide forse, ma irrelate all’originale, inevitabilmente. Il cotraduttore Fabio Pedone, che si mestiere è critico letterario, porta un esempio che dovr ebbe smentire questo esito e invece lo conferma:
See Capel and then fly, scrive Joyce. E siccome Capel Street è una via di Dublino, la traduzione più ovvia – visto l’abbandono dell’Irlanda da parte dello scrittore – sarebbe “«Vedi Capel e poi scappa». Ma la frase richiama anche l’espressione «Vedi Napoli e poi muori», che solo un italiano può cogliere. L’abbiamo quindi tradotta «Vedi Dàboli e poi fuori»”. Che, diciamo così, non cik azzecca nulla – “sintesi tra Dublino e Napoli, tra fuggi e muori”, argusice Pedone.
Ma l’impresa infine si compie:
“Nonostante questo esordio d’autore (la traduzione di Nino Ftrank) – e benché Joyce abbia vissuto in Italia più di dieci anni, parlando la nostra lingua con moglie e figli – non esiste ancora una versione italiana completa del romanzo, che pure è stato pubblicato in francese, tedesco, olandese, portoghese, turco e perfino in cinese, giapponese e coreano”.
Terrinoni e Pedone si propongono di rimediare, completando la traduzione per il 4 maggio 2019, ottantesimo anniversario della prima edizione di “Finnegans Wake”. Valente proposito. Anche se i precedenti volumi in traduzione sono da troppi anni irreperibili, forse non richiesti.
Un divertimento d’autore, un pasticcio per il lettore che non abbia genio enigmistico? Un esercizio in dissolvimento della lingua? Terrinoni ne ha il sospetto, ma applicato al nazionalismo: “Il fatto di utilizzare un inglese colonizzato da tanti altri idiomi è la sua geniale vendetta contro la lingua imposta all’Irlanda dai colonizzatori britannici”.
Una sorta di partitura musicale, con parole invece delle note: 
“Un ibridismo culturale che è alla base di tanti doppi sensi. Come Esule a Trieste, Joyce assorbì il parlottio di quella società poliglotta con l’incertezza acustica di chi è confuso tra le varie lingue e le ascolta – e fraintende – come fosse in un dormiveglia. Percezioni approssimative, ambigue, di cui si coglie soprattutto la sonorità. La più difficile da rendere in traduzione: il libro è scritto come una partitura musicale. E andrebbe letto a voce alta». «Due righe al giorno», aggiunge Terrinoni, «per tutta la vita»”.
James Joyce, Finnegans’Wake, vol.III, 1-2, Oscar, pp. 420 € 24

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