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venerdì 15 settembre 2017

Dio salvi Heidegger, da se stesso

Si riedita tascabile la traduzione vent’anni fa dell’intervista che il filosofo fece con “Der Spiegel” nel 1966, con Georg Wolff e col direttore-editore del settimanale Rudolf Augstein, a condizione che fosse pubblicata postuma. L’intervista, pubblicata il 31 maggio 1976, subito dopo la morte del filosofo, viene qui presentata come se fosse la spiegazione del nazismo di Heidegger. Così il settimanale tedesco la presentava. Con un richiamo in copertina (la copertina era sulla “Paura della scuola”, con un bambino perplesso): “Conversazione di Der Spiegel con Maritn Heidegger – Il Filosofo e il Terzo Reich”. Mentre è importante semmai al contrario, perché questa spiegazione latita, anche a futura memoria. E anzi, per chi sa leggere il gergo heideggeriano, è una sorta di attesa aurorale, di velato richiamo alle armi – del tipo: abbiamo perso ma ci rifaremo.
L’intervista è preceduta, per due terzi del libro, da un saggio di Alfredo Marini, “La politica di Heidegger”. Articolato. Esauriente? No, perché il fatto è semplice: Heidegger era un nazista, caratterialmente e politicamente. È la sua filosofia quindi che va letta su questo presupposto, non viceversa. Marini legge l’impegno politico alla luce dell’opera, e allora tutto è possibile – l’opera consta di 120 volumi, almeno 120… Non è il solo, anzi la sua è la procedura corrente. Mentre l’impegno politico è un fatto, e quindi è al contrario che la lettura dell’opera va fatta. Poco importa che si nobiliti per conseguenza il nazismo, poco o molto - o, se c’è, è inutile cancellarlo, fare finta di no.
Si finisce altrimenti con Bourdieu, “L’ontologia politica di Martin Heidegger” (tradotto “Führer della filosofia? L’ontologia…”), che fa di Heidegger un campione della “dissimulazione”, volendo argomentare il contrario. Bourdieu critica chi trascura l’autonomia dello “spazio filosofico” rispetto all’impegno politico. Ma poi mostra come questi spazi Heidegger articoli nell’“ambiguità”, e non a caso o per errore, ma per una precisa strategia di comunicazione. Ha dovuto, ma di più voluto, atteggiarsi, per una sua propria idea del suo pensiero e del suo spazio pubblico. Da qui allusioni, sottintesi, qui lo dico e qui lo nego, affermazioni-distinzioni. Ciò non gli ha impedito di “produrre” un “discorso filosofico”, indenne anche da condizionamenti politici o partitici, ma senza spiegare le strategie linguistiche, le ragioni del dire e non dire – non potevo, non era possibile, non ho avuto il coraggio, una qualsiasi ragione. In realtà Heidegger fino all’ultimo, all’intervista che ha voluto postuma con lo “Spiegel”, non ha disgiunto il “discorso filosofico” dall’impegno politico. Senza secondi fini, era così. Allo “Spiegel” dice: “(I francesi) quando cominciano a pensare parlano tedesco”.
Marini, che si definische “heideggerista”, scrive pensando tutto il contrario: Heidegger non era nazista. Anche recentemente, un anno fa, sul “Corriere del Ticino”, ha ridotto lo scandalo dei “Quaderni Neri” del filosofo a una bega editoriale: all’“incapacità” di Peter Trawny, incaricato dell’edizione, che essendo stato per questo rimosso dall’incarico (ma non si è dimesso?), si è vendicato. Ma Heidegger è stato antisemita. Come quattro quinti dei tedeschi. A differenza dei quali, dopo, non ha avuto una parola di cordoglio, una sola.

Martin Heidegger, Ormai solo un Dio ci potrà salvare, Guanda, p. 169, ill. € 13

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