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domenica 25 marzo 2018

Il mondo com'è (337)

astolfo

Argentina – Era la regione di Innsbruck, il nome allora in uso per il Tirolo, per le miniere di argento che vi si sfruttavano. Si ritrova il nome in molta letteratura ancora del Cinquecento, quando cominciò a prendere piede la denominazione che i conquistadores  diedero al Rio de la Plata.
Argentiera e Argentina erano in evo moderno i nomi di molti siti sulle Alpi, e anche sul Reno (p.es. Strasburgo) , per dire di luoghi dove c’erano – o c’erano state – miniere d’argento. La parola era in uso presso i galli anche nel senso che fu poi dato al Rio de la Plata, di corsi d’acqua.

Guerra – Non è più popolare. Non presso gli intellettuali, o i poeti, gli artisti, i filosofi. Per la prima volta nella storia. Perché i rischi sono elevatissimi, del tipo catastrofe. O perché lo sviluppo, l’economia, il calcolo, ha preso il sopravento – il commercio nemico della guerra è vecchia teorizzazione, da ultimo in Constant. E perché l’Europa, anche, che sempre è stata in guerra, da settanta e più anni la evita. Ma si fanno guerre più numerose che in passato. E sanguinose. Gli Stati Uniti in particolare, si può dire siano sempre stati in guerra nel dopoguerra. A Berlino, col ponte aereo, nel 1948-9. In corea dal 1950. A Suez nel 1956. Contro Cuba e in Vietnam a partire dal 1961. E poi in Afghanistan, Somalia, Libano, Iran, via Iraq, nel Golfo, contro l’Iraq, e un po’ in tutto il Medio Oriente dopo l’11 settembre 2001: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria.

Nigeriane – L’illegalità dell’immigrazione è italiana? Le nigeriane in Italia, si potrebbero dirle un mistero, o farne un mistery, ma risaputo. Anche semplice: chi le porta in Italia, legalmente, chi le sfrutta? Col corollario che le colpe, o i reati, dell’immigrazione illegale sono dell’Italia. Prevalentemente, di organizzazioni e controlli compiacenti italiani.
“La Lettura” indaga con Teresa Ciabatti a Castelvolturno nel casertano, “25 mila italiani e 25 mila immigrati”, l’ampio mondo delle nigeriane in Italia. Delle prostitute nigeriane. Del traffico nigeriano di prostitute, “qualcuna di dodici anni”. È una scoperta, non è mai troppo tardi. Ma c’è di più: le nigeriane sono la chiave, ancora irrisolta, dell’immigrazione illegale i’n Italia. Da un paese cioè non confinante e anzi remoto. Da un’epoca anche remota, quando non cera il traffico degli esseri umani a basso costo e profitti stratosferici attraverso il Mediterraneo, e dalla Nigeria bisognava arrivare in aereo o nave, e con un visto, impossibile sottrarsi alle polizie di frontiera.  
C’era il treno delle nigeriane (“delle puttane”)  sulla Roma-Genova già negli ani 1970. Un vagone riservato, più o meno, che a Livorno si riempiva di prostitute alle sette di sera, destinazione la Versilia, da Viareggio al Lido di Pietrasanta,  Forte dei Marmi (un noto bistrot canagliesco del lungomare ha conservato il soprannome “Mangia e fotti”: una banca) e Massa Centro. E alle tre di notte prendevano il terno inverso, sempre in gruppo, in vagone praticamente riservato. Niente di clandestino. Una logistica complessa, e nei decenni imperturbata. C’erano le “nigeriane” negli anni 1980 disseminate per la pineta di Castelporziano contigue alla tenuta del Presidente della Repubblica, con rigida suddivisione territoriale, stabilita dalla “madama” che ce le portava la mattina, e a ora prestabilite le riuniva per conciliaboli evidentemente di indirizzo, o per collettare le entrate. Quando Pertini aprì al pubblico buona parte della spiaggia, i sette km. dei “cancelli”, diventarono una parte del panorama.
Le virgolette sono d’obbligo perché intanto il business si era esteso dalla Nigeria ai paesi confinanti. A opera delle “madam”, che in Nigeria sta per imprenditrici: donne di grande energia e disinvoltura: appena fuori dal poto di Lagos e dagli aeroporti internazionali, nessun affare, piccolo e grande, sfugge alle “madam” nigeriane. In età e anche giovani. In “La gioia del giorno”, così Astolfo ricorda la figura della “madam” già negli anni 1970, uscendo dall’aeroporto di Lagos: “Nella fila lenta di macchine che vanno in città, lunga dieci chilometri, o venti, solo incedono i camioncini delle madam. Cigolando, fumigando, i cassoni pieni, di uomini e donne seduti stretti con le mani sulle ginocchia, scivolano sul bordo, fanno un pezzo fuori strada, poi risalgono sull’asfalto, sorpassando imperiose le macchine senza balestre che restano a sudare ferme nell’afa equatoriale sotto lo smog, e suonare il clackson.
“Altre donne domatrici si trovano in Africa, non quelle voluttuose dei romanzi dell’Ottocento, ma donne d’affari, la regina Vittoria non è riuscita a ingabbiarle nell’antropologia della schiava tribale. Il corpo delle matrone reso più massiccio dai paludamenti, la voce rauca che emette unicamente un suono, una cifra, lo stecco mobile tra i denti mentre sogguarda il cliente con le palpebre scese, per calcolarne la tariffa. Che non è quanto il cliente può dare, per censo, abiti, lingua, ma quanto è disposto a dare. La madam dirà una cifra che per lei è alta ma fa sentire il cliente contento, oltre che protetto. Il denaro deve avere proprietà terapeutiche nella magia yoruba, una causa da aggiungere alle origini del capitalismo”. Il privilegiato in taxi, o in auto aziendale”, continua Astolfo, “non ha questo piacere, è preso e riportato da mezzi che beneficiano dell’extraterritorialità, avendo pagato in anticipo, in abbonamento, il fee o bakhshish dovuto ai vari gradi di autorità. Ma ogni madam con cui incrocia lo sguardo dietro il finestrino gli fa il calcolo mentalmente di ogni altro affare possibile, compravendite, cambi, affitti, le ambitissime licenze commerciali, o solo marchette.
“Sporco e ingorgato, il mercato inizia a Lagos all’aeroporto, arrivando dal Ghana ex socialista, ma con offerte e proposte di convenienza, quindi di efficienza. Si danno in albergo molti ricevimenti, per uomini grassi, l’aria sudata o affannata sotto le cravatte sgargianti, che passano da un ricevimento all’altro, per il potere, che è chiacchiera. Le donne, anche le mogli, sono invece padrone severe del mercato, per i soldi”.
Le madam avevano e hanno molti commerci a Lagos e altrove Nigeria. Nigeriani erano i primi pusher di droghe sui marciapiedi. Tutta gente quindi con passaporto e visto di ingresso. Nella distrazione continuata e totale.
Solo un anno fa, e solo sul “New Yorker”, il fenomeno delle nigeriane in Italia è stato investigato, da un giornalista americano. Che ha trovato agenzie di reclutamento in più città della Nigeria. Un’attività dichiarata. Con tariffe scaglionate per vari tipi di “ingresso in Italia”. Compreso quello a basso costo, la rotta del Sahara e della Libia, senza visto.
Fenomeno analogo, se non criminale come la prostituzione, è stato ed è – oggi un po’ ridotto – quello dei “vu cumprà”. Torme di piccoli ambulanti del Nord Africa e del Bangladesh arruolati , con l’offa del banco al mercatino. Organizzati, suddivisi, collocati ognuno in una sua area. Oppure,  da alcuni anni, quello dei giovani africani del Ghana e del Senegal, postati ogni giorno a migliaia come mendicanti attorno ai bar, le edicole, sui marciapiedi, portati e ripresi a turno, con cellulare.

Spionaggio - Non è più trafugamento di documenti e segreti ma guerra psicologica. Quella che si chiamava guerra psicologica nella guerra fredda, oggi attacco informatico. Una intrusione nel campo avverso, seppure solo a parole. Per minarne l’unità e la confidenza in se stessi. Simon Kuper, un giornalista del “Financial Times” che, dice, ha “appena licenziato un libro che mi ha introdotto nel mondo degli agenti doppi russo-britannici nella guerra fredda”, trova che segreti e documenti erano irrilevanti anche allora. E cita gli agenti doppi britannici più famosi, Kim Philby e Guy Burgess: “Per due paesi che non avevano molto in comune, prima che i ricchi russi colonizzassero, in questo secolo, il centro di Londra, la Russia e  il Regno Unito si sono impegnati in un vasto reciproco spionaggio. Ma per lo più inutile. Doppi agenti britannici della levatura di Kim Philby e Guy Burgess si lamentarono spesso che i sovietici ignoravano le loro segnalazioni. Molti dei documenti britannici che Burgess diede al Kgb non furono nemmeno tradotti in russo”. In parte per “paranoia”: “Si può reclutare un traditore, ma mai avere fiducia in lui. Il Kgb sospettò sempre il doppio agente d’oro Kim Philby di essere una talpa britannica”. IN parte, o soprattutto, perché il doppio agente eminente è una sorta di testimonial, importante per il suo nome e la funzione, e non per quello che sa o confida.

Svizzeri – “Godonsi… una libera libertà”. Machiavelli, brevemente legato della Repubblica fiorentina presso l’imperatore nel 1508, nella succinta classica informativa che invia alla Repubblica (“Ritracto delle cose della Magna”) si dilunga (quattro pagine su dieci) sull’argomento che più gli sta a cuore, la libertà. Surrettiziamente introducendo il tema a proposito degli Svizzeri, tra le “genti de la Magna”. Gli Svizzeri difendono una doppia libertà, dall’imperatore e dai principi in lotta con l’imperatore, “ma eziandio sono inimici alli gentili huomini”, quelli che vogliono farsene signori – sottinteso: come i Medici: “Perché nel apese loro non è dell’una spetie né dell’altra, et godonsi, senza distinctione alchuna di huomini, fuora di quelli che seguono nelli magistrati, una libera libertà”.

astolfo@antiit.eu

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