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giovedì 22 marzo 2018

Secondi pensieri - 339

zeulig

Biopolitica - Un concetto storicizzato – la concettualizzazione della storia, di una storia – quale è in Foucault, studioso del potere nelle forme assunte dalla modernità, si assolutizza o ipostatizza. Viene fissato, seppure nelle forme divisive di istantanee in successione. E semplificato. Mentre è un processo, complesso. L’operazione del potere sulla vita è continua, e incessante – è il suo proprio: il potere interagisce sulla vita.

Femminismo – È autorappresentazione. Non più liberazione, da vincoli, pregiudizi, ineguaglianze, ma una forma di pensiero. In opposizione, più che costitutivo – lascia insoluti o irrelati dati fondamentali  come la fisiologia, la procreazione, la genitorialità. In un’uguaglianza non contestata, ora non più, ma senza la–le differenza-e. Di cui il mito della bellezza è parte. Non subdolo o artefatto, un mito non può esserlo.
L’uguaglianza non è un mito, è un fatto, giuridico, economico, politico.  

Gran Simpatico – Si è perduta questa denominazione, a lungo in uso per il sistema nervoso centrale. La parte addominale di esso. Che presiederebbe alle passioni, eventi incontrollabili, i suoi centri non dipendendo dalla volontà né i suoi moti dalla ragione, dalla coscienza. Il luogo anzi delle passioni (ambizioni, gelosie, invidie) che, arrivando al cervello, diventano le fedi e gli ideali. Se ne può parlare oggi per sancirne la decadenza, o l’assenza. Soppiantato, come la coscienza, dall’inconscio della psicoanalisi, della “cura con le parole”, o della “psiche da manuale”. Ma se ne è perduta anche la funzione? 
Guido Piovene, lo scrittore, sanciva il declassamento cinquant’anni fa (“Le stelle fredde”, 1970). “È stato il padrone del mondo, ma adesso è declassato e perde importanza. Sta uscendo dalla scena, almeno rispetto al cervello. Il cervello riceve sempre meno i suoi invii e soffre anche lui a modo suo: non domina, non trasforma, non esprime più nulla”. Funziona, ma senza effetto: “Continua a scatenare le sue tempeste, che si alzavano un tempo fino a toccare il cielo. Adesso rimangono lì. Antigone non diventa Antigone, Enea non diventa Enea. Sono fanatismo, violenza, rabbia, imposizione di fedi, smaniose, senza scopo, senza bellezza, sordide e micidiali come i cadaveri viventi”.
Cinquant’anni fa come oggi? Forse nella psicoanalisi, tutto vi è già avvenuto.

Narcisismo – È il dato dell’epoca – come in ogni altra epoca, ma ora senza argini. Né contorno o contesto. In letteratura, nei media (il “personaggio”), in politica (“io e il mio io”). Tutti “eroi” di loica virtù o chiacchiericcio – senza nessuna virtù. Ma senza i sensi di colpa che Freud vi connette. La strategia narcissica dovrebbe generare sensi di colpa, per quell’intima malafede, e anche viltà, per cui si argomenta per escludere ogni senso di responsabilità, e senza mai arrivare al coraggio della menzogna professa. Può dardi che Freud sbagli, ma l’esito è pur sempre di un imbuto, o un impasse. Una sorta di tautologia – di afasia sonora.
Vincono Di Maio e Salvini perché parlano più di tutti, ma loro stessi non sanno quello che dicono – parlano “a macchinetta” – né se ne curano. Sanno solo che vogliono vincere, che ogni mossa va condotta a quel fine. È solo questa la loro coerenza, la logica. E i loro elettori non chiedono altro, per la stessa sindrome, dell’apparire e del vincere.
U altro discorso è se questo narcisismo di superficie, da “Isola dei famosi”, non sia l’esito di una regressione, del giudizio e anche dell’alfabetizzazione – al “discorso senza senso”. Che un tempo era il linguaggio del comico.

Percezione – È la determinante delle decisioni, più che il giudizio: si decide sulle apparenze e sulle prime impressioni. Lo studio post-elettorale presentato da Ipsos Flair (Nando Pagnoncelli) al Cnel afferma e spiega che le percezioni sono state all’origine del terremoto al voto. Ma questo è successo anche prima, ed è inevitabile: la prima risposta, e anche la seconda, è d’impulso. 

Psicoanalisi – Fa il mondo piatto, pretendendo di spiegarlo, pur scavando o costruendo montagne. Snervato, per innumerevoli dissezioni, interminabili, perché il mondo fa senza ossigeno, spento. Terapeuticamente, è un cura che è un morbo, una dipendenza – una droga.
Se è una terapia, la psicoanalisi dissecca.

Spazio - Lo spazio c’è. La città non è le persone, non è il sangue né gli affetti. Non è tribù, né insieme di gruppi sociali coesi: è un’organizzazione dello spazio. Sempre si sa che è la città a fare le persone, è l’organismo prototipo, che prevarica i componenti,  

Tribù - Nel Medio Evo la chiesa imponeva agli ebrei due e tre conversioni. E non solo per avidità, per moltiplicare i donativi obbligatori. Era una forma di saggezza. Dirazzare, uscire dalla tribù, è come dividersi, nella mente e perfino nel corpo, nel passo, nel portamento, si perde in lucidità. Non si ha in realtà rispetto del tribalismo: ogni mondo è una costruzione culturale, e la cultura ha pochi segni. Forse il mondo fisico ne ha di meno, ma quello culturale certo ne ha pochi, siamo più o meno gli stessi, se non altro perché ci parliamo, il  linguaggio è comune. Né si può avere della tradizione culto feticista, meno che meno eliotiano, ideologico: si vive nel presente, ci si lusinga di vivere nel presente, non ci si ferma a guardare indietro, il compiacimento appare stupido. Anche se le deliberazioni nette non sono altro che polemiche certezze dell’incerta adolescenza. Ma la tribù, pur tra parentele, prestiti, acquisti e ogni altra verità etnografica, è un dato di fatto. Anche a Parigi o Londra.
La conversione non è il battesimo originario, benché ne ripeta la formula, il quale è invece per sempre, un imprinting. Come i coloni volenterosi in Africa, i convertiti, voltando le spalle alla famiglia, la cultura, la terra, sono per sempre disturbati, avendo rinnegato se stessi. Si può vivere la pensione in Portogallo, anche nelle remote Azzorre, o alle Madeira, se piace il Sud: senza tasse, si raddoppia l’assegno e si spende meno, il costo della vita è inferiore – lontani anche, per molti servizi, dagli abusi che sono purtroppo la norma in Italia, nella dissoluzione dell’Italia. E tuttavia, si vive nell’incompletezza: il senso della vita si vive nella comunità originaria, anche se aborrita.

zeulig@antiit.eu

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