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martedì 12 febbraio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (386)

Giuseppe Leuzzi


A lungo i siciliani andavano a Milano, dopo l’unità. Non solo gli uomini di denaro, anche gli scrittori. Verga vi elesse domicilio in piazza Duomo. Capuana vi arrivò solerte, consigliato da Verga. De Roberto pure: solo a Milano si sentiva vivere (“Rimpiango quella grande Milano, dove la pianta uomo cresce con qualità ignorate nel resto d’Italia”), e prese casa sotto quella di Verga. Fino a Vittorini, poi non più, già prima della Lega.

Quando Ferdinando di Castiglia e Isabella d’Aragona unirono i regni e scacciarono l’emiro di Cordoba, inglobando anche l’Andalusia, questa era l’area forse più progredita dell’Europa del
Quattrocento. Per cultura, architettura, irrigazione, produzione, artigianato: un paese molto evoluto, civile, e ben organizzato. Poi, quasi subito, è diventata una delle aree più povere d’Europa – fino
agli anni 1980, al governo a Madrid del socialista Felipe Gonzales, che l’ha rifatta nuova. La storia può andare all’indietro. Ma il sottosviluppo non è indomabile.

Un servizio del Tg 3 Rai sullo scrittore svedese Stieg Larsson lo mostra che monta in macchina e fa una conversione a U, saltando sul cordolo. È successo uguale nell’unica occasione di lavoro a
Stoccolma: due tassisti, che dovevano invertire la direzione di marcia, sono partiti con una inversione a U. Si può essere anarcoidi ma ben amministrati. Anzi bisognerebbe. Ma il Sud è mite,
e si abbandona a promesse e compari.  

La calabrese Banti ignota in Calabria
Richiesta di parlare di Roberto Longhi, il grande storico e esperto d’arte, da Antonio Gnoli sul “Robinson”, il settimanale di “la Repubblica”, negli anni 1950-1960 a Firenze, cosi fertile di ingegni, la francesista e romanziera Fausta Garavini parla distesa invece della moglie di Longhi, Anna Banti. Longhi lo vede gigione, dissipatore: “Possedeva un’intelligenza dissipativa. Come la sua inclinazione al gioco d’azzardo”. E “era dotato di una capacità mimetica straordinaria”, che manifestava “non solo nel modo in cui la sua prosa aderiva al soggetto, fosse un quadro o un artista non importa, ma anche nel talento di imitare i personaggi televisivi”. Al suo confronto la moglie, che si pensava inconsistente, Anna Banti, minuta e riservata, “timida al limite della scontrosità”, era la vera intelligenza della coppia. Garavini lo dice per l’amicizia che l’ha legata alla scrittrice, romanziera e saggista: “Longhi lo vidi poco. Della Banti divenni amica”. Ma con spirito critico: “Mi piaceva la qualità della sua prosa ed è forse la cosa che le ha nuociuto di più. Passava per una scrittrice difficile”. Gestì “Paragone”, la “rivista di casa”, come centro di riferimento delle arti e la letteratura per due decenni almeno. “Emilio Cecchi”, ricorda Garavini, “disse che il cervello della Banti era molto più potente di quello di Longhi. E una volta sembra che Berenson rivolgendosi a Longhi disse: come si sta a vivere con un genio?”.
Banti, di suo vero nome Lucia Lopresti, nata a Firenze da Luigi Vincenzo, ingegnere delle ferrovie, nato a sua volta a Torino da padre calabrese e in continua peregrinazione per l’Italia (Lucia fece le scuole nelle Marche e a Roma, dove al liceo, il Tasso, ebbe Longhi a professore, che poi avrebbe sposato), e da Gemma Bennini, pratese, fu toscana di vita, tra Firenze e Ronchi di Marina di Massa, fuori Forte dei Marmi. Ma rivendicava l’origine calabrese – la testardaggine – del nome e della linea paterna. Il suo romanzo forse più duraturo, più delle pionieristiche narrazioni femministe, “Artemisia”, “Le donne muoiono”, è “Noi credevamo”, che gira attorno al “gentiluomo calabrese” Domenico Lopresti, il nonno paterno, mutanghero negli ultimi anni perché repubblicano d’un pezzo. Calato nel personaggio di un garibaldino che non si è acconciato ai compromessi post-unitari, culminati nel “tradimento” dell’Aspromonte, al punto da lasciare il suo impiego pubblico. Un personaggio molto “etnico”. Per la “punta”, benché in questo caso ragionevole e anzi onorevole, e appunto per la testardaggine, la cocciutaggine.
Anna Banti è soprattutto sconosciuta in Calabria. Che pure si fa un culto, in innumerevoli sagre, dei suoi “figli illustri”.

L’eterno ritorno dalla Sicilia sale
Volendo compiacere Sciascia, che l’Italia voleva divorata dalla Sicilia (la “linea della palma” che continuamente sale), si deve riconoscere che così è per il romanzo della politica.  Che in Italia è ben siciliano, fin dagli inizi, col “Mastro don Gesualdo” di Verga, 1889, e con i romanzi di De Roberto, “I Viceré”, 1994, e “L’Imperio”. Poi con Pirandello, “I vecchi e i giovani”, Brancati, “Il gatto con gli stivali”, Tomasi di Lampedusa, “Il gattopardo”, Sciascia, “Il contesto” e molti racconti. Di Roma ladrona, della politica corrotta e corruttrice, eccetera, il tema è ormai scontato, e oggi più che mai. Ma, più al fondo, di una polemica post- o anti-risorgimentale trascesa a – o minata da – un compiaciuto, in qualche modo, immobilismo, una sorta di nemesi esistenziale ancora prima che storica – la storia vera della Sicilia è varia, e non rassegnata, molto di iniziativa.
Oggi però la Sicilia tace. Camilleri, che ama il romanzo storico, evita la politica. Anche nella serie di Montalbano, la limita agli inevitabili accenni al malcostume dei potenti. Di cui gli stessi potenti, i fascisti, ex, i democristiani, ex, si fanno critici - questo, però, è molto siciliano.   

La mafia capitale – o il trionfo della mafia
Annunciava “Il Fatto” il 3 aprile 2018: “Nei giorni scorsi sono stati notificati ai legali rappresentanti delle coop i decreti di dissequestro dei compendi aziendali e delle quote sociali, tra cui 29 Giugno Onlus, 29 Giugno Servizi, Formula Sociale, ABC e del Consorzio Eriches 29, che tornano così «nel pieno possesso dei soci cooperatori, con l’esclusione dei soci ancora oggetto di procedimenti giudiziari»”. Sono le onlus e cooperative create e organizzate attorno alla 29 giugno, cooperativa di ex carcerati, da Ermanno Buzzi, incriminato di mafia, e condannato in primo grado per i soliti intrallazzi romani ma non per mafia.
La restituzione annunciata dal “Fatto” di fatto non è servita. Per quatto anni, mentre “si celebrava” il processo, le cooperative hanno lavorato poco e male, e dopo l’annuncio veicolato dal quotidiano  sono andate anzi in liquidazione: “in virtù” della prima condanna del loro coordinatore Buzzi, hanno perduto gli appalti nei servizi cittadini. Una situazione che una lettrice di “Repubblica” così illustra in una lettera al suo giornale: “Sono una vittima di Mafia Capitale!”, affermando d’acchito. Ma spiega bene perché: “Lavoro per il consorzio Sol.Co, solidarietà e cooperazione, colpito da interdittiva antimafia nel 2015, per questo ci sono stati tolti quasi tutti gli appalti, siamo al 2019 e siamo ancora interdetti per mafia, non abbiamo potuto partecipare a nessuna gara, e ora siamo in liquidazione coatta”. Sa anche come vanno queste cose, che i giornalisti omettono o non capiscono: “Hanno messo un commissario prefettizio a gestire l’unico appalto rimasto, qualcuno si prenda la briga di andare a vedere quanto costano questi commissari”. E ora il liquidatore.
Socia della cooperativa da militante e non da ex detenuta, la lettrice di “Repubblica” si dice sconsolata di fronte all’antimafia: “C’è l’incuria dello Stato che emette interdittive, che nomina commissari con  poteri immensi, che non va oltre al decreto emesso, non guarda il danno. Allora mi scuserete se mi dichiaro una vittima di Mafia Capitale, proprio io ex ragazza dalla gonna a fiori che urlava nei cortei ‘io sono mia’, che voleva cambiare il mondo, che in qualche modo ha cercato di cambiarlo, ma nulla si può”.
Le cooperative di cui Buzzi era presidente hanno perso gli appalti a favore delle società e le onlus che avevano a suo tempo denunziato lo stesso Buzzi e la 29 Giugno, quando hanno perduto le gare di appalto del 2014. Hanno sostituito il gruppo della 29 giugno con risultati subito scadenti. Per esempio nei servizi di ristorazione al Parco della Musica. E perfino criminali, nei servizi di raccolta per l’Ama, la nettezza urbana: i rifiuti vengono più spesso rovesciati per strada invece che asportati, dopo aver fatto straripare i cassonetti per giorni e settimane di mancato svuotamento.
A giudicare dall’esito, si direbbe che la Procura e la Prefettura di Roma hanno fatto il gioco dei denuncianti, che ora si sono presi gli appalti senza avere né competenze né mezzi. In attesa di una nuova inchiesta: se Buzzi ha pagato per avere gli appalti, com’è che adesso gli stessi servizi sono affidati a organismi del tutto inadatti o incapaci? Nonché il gioco dei funzionari prefettizi, una carriera che è diventata ricchissima grazie alle mafie, vere e presunte, non c’è impiegato di prefettura che non diventi commissario, un piccolo dittatore, molto ben retribuito, e dei liquidatori coatti. Ma i giudici non fanno giochi per nessuno. Né si stano a chiedere: cui prodest? Il giudice è infallibile. Soprattutto nel trapianto della mafia – si direbbero specialisti di innesti: ai giudici basta “importare” la mafia dove capita. Create 26 procure distrettuali antimafia – il progetto di Falcone snaturato a fini burocratici - bisogna trovare molta mafia dappertutto.

leuzzi@antiit.eu

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