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mercoledì 22 maggio 2019

Letture - 385

letterautore


Aleppo – “Aleppo, che fu Oriente e oggi è soltanto decadenza”, era rovina già nel 1953. Tale la trovava Moravia, in una corrispondenza per il “Corriere della sera” che “7” ripubblica. Effetto dell’etnocentrismo? O non è ignoranza, è provincialismo. Moravia,che viaggiò molto, e di molti mondi scrisse, non ne ha scritto nulla di memorabile, solo luoghi comuni.

Filisteo – In disuso in questo dopoguerra, è concetto che ha accompagnato la cultura europea, specie tedesca, dal romanticismo alla guerra di Hitler – in disuso ma non disfenomenico, anzi in tutto collimante con le più contemporanee espressioni dell’opinione pubblica, le chat, i social, i blog. Persona di studi, e anche di cultura, ma rigido, non aggiornato, non disponibile. Misoneista in genere, ostile cioè al nuovo e al diverso, gretto, retrivo, lo dice la Treccani. Sta per borghese torpido e insieme pieno di sé, quello che ha sempre ragione anche se non sa di che.
Un termine emerso con la Restaurazione – i repertori linguistici storici lo attestano attorno al 1830 - a opera dei Brentano, Clemens e Bettina, e di von Arnim. Ma in senso restrittivo, per chi “non aveva scuole”. Dal  Philister del gergo goliardico tedesco, per chi non aveva studi universitari – essendo già allora l’ordinamento degli studi in Germania compartimentato, tra chi, alla fine della scuola dell’obbligo, proseguiva col ginnasio-liceo, e quindi con l’università, e chi invece andava a un mestiere, seppure supportato da un diploma, di scuola tecnica-commerciale. Oggetto – bersaglio – di molto Nietzsche furioso, dopo esserlo stato dei teorici del romanticismo. Nelle “Inattuali” e un po’ ovunque. 
Nella prima “Inattuale”, non spiegandosi il trionfalismo culturale per la vittoria sulla Francia, Nietzsche lamenta: “Com’è possibile che fra le persone colte di Germania regni la più grande contentezza, una contentezza che, dall’ultima guerra in poi, si mostra addirittura costantemente pronta e prorompere in un costante tripudio e a trasformarsi in trionfo?... Che genere di uomini dev’essere giunto a dominare in Germania…? Questo genere di uomini, voglio chiamarli per nome, sono i filistei colti”. Una figura di cui contesta “la potenza da supremo giudice” del paese.
Anche Hofmannstahl successivamente se ne lamenterà, segnatamente in una conferenza tenuta a Monaco nel 1926. All’università, ma come fulcro di un evento politico di larga eco. Lamentando con Nietzsche la sopravvenienza, a pochi anni dalla guerra perduta del 1914-18, di “tutto ciò che è sazio, fiacco, debole, ma, nella sua fiacchezza, tracotante e contento di sé: il filisteo colto tedesco”. Indignato che “un tale atteggiamento di tracotante sazietà dello spirito abbia potuto guadagnare terreno tra la maggioranza di quella grande tragica nazione”.

Film – “È qualcosa di molto simile a un sogno”, L. Wittgenstein, che ne andava pazzo, “Movimenti del pensiero”, 25: dei sogni alla Freud.

Italia tedesca – Nonché vilipenderla e vilificarla - su tutti Thomas Mann – la Germania letteraria più frequentemente vuole annettersi l’Italia. Sullo sfondo di Carlo Magno, degli Ottone, del Barbarossa e di Federico II di Svevia. Studi seri vogliono Dante tedesco, o comunque longobardo. E prima ancora vogliono tedesca la Scuola siciliana, l’isola essendo all’origine della poesia italiana, per l’influsso e l’opera di Federico II, il “secondo vento di soave” di Dante, di Svevia cioè o Germania, a Palermo. Altri studi vogliono il toscano una dialettizzazione del tedesco e non del latino, per via delle aspirate – ma allora, più propriamente, sarebbe tedesco il fiorentino. Perché sono “tedesche” pure parole chiave come “casa”.
Malaparte, che era tedesco, si voleva invece arcitaliano. Anche Goethe giovane si sarebbe voluto romano.

Leggere –“Leggere assorda la mia anima”, L. Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 40.

Lutero – “Lutero non era protestante”, L.Wittgenstein, id. 42.

Manzoni – Un realista. Ai “Promessi sposi” Hugo von Hofmannstahl nel 1927, nella prefazione alla riedizione tedesca del romanzo per il centenario, attribuisce un ruolo di ponte, o comunque intermedio, tra la “socievolezza” del mondo francese delle idee e l’anarchismo speculativo tedesco, trovandoci un fondo di giusto realismo. Nelle parole di Elena Raponi, la germanista, nel commento a “L’opera come spazio spirituale della nazione” dello stesso Hofmannstah, 1926: “Tra l’atteggiamento scettico e secolare dei Francesi da un lato, e l’ansia di interiorità e la tensione metafisica dei Tedeschi dall’altro, Hofmmanstahl sembra suggerire l’esistenza di una terza via, la possibilità di armonizzare e conciliare superficie e profondità, percezione del reale e istanza metafisica… Che egli avrebbe di lì a poco identificato in un’opera precisa della letteratura europea, «I Promessi Sposi» del Manzoni”. Al romanzo, notava Hofmmanstahl, i francesi avrebbero potuto obiettare la mancanza di pointe, i tedeschi di sentimenti intensi, “ma sotto questa ingenuità e quest’aria quasi quotidiana c’è una profondità molto grande e vera passione… Tutto è pieno di realtà,… in ogni impulso c’è una coscienza dei confini (come limiti non sociali, ma come posti da Dio), persino una gioia dei confini – ma intanto è in ogni attimo possibile un salto dei confini e un precipitare impetuoso verso l’infinito, addirittura verso Dio”.

In questi termini si può dire che Manzoni ha orientato tutta la narrativa italiana. Compresa quella apparentemente avulsa e singolare di Pirandello.
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Mare Africano – È in Pirandello, “Taccuino di Harvard”, appunti degli anni a cavaliere del 1900, il mare di Agrigento, oggi Canale di Sicilia - quello percorso dagli scafisti libici, fino a Lampedusa. Non tranquillo: i suoni del Mare Africano Pirandello registra come “mormorio”, “borbogliar”, “fragoreggiar”.

Remake – Non fa buoni film. Il genere si è moltiplicato, è un’industria, con i produttori indipendenti, e con le reti audiovisive, Hbo, Sky, Amazon, Netflix, per l’abbattimento dei costi in videoripresa, mentre si capitalizza sul titolo e sul precedente. Ma l’industria del remake è poco gradevole, quasi sempre deludente. Equivale alla copia che usava delle arti classiche, dei marmi, delle pitture. Magari oneste, ma non un altro originale. Il remake è invece dell’epoca dei multipli, dell’“oggetto d’arte”, dell’arte seriale. Cioè dell’artigiano, anche buono e ottimo. Ma della fine dell’estetica.

Selfie – “Niente mi sembra danneggi per sempre il ricordo di un uomo più dell’autocompiacimento. Anche quando si presenta nelle vesti della modestia”, Ludwig Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 39.

Ulisse – Immortalato da Omero e Dante, eroe modello della contemporaneità – di Joyce, e poi di Kavafis e Pavese, nonché di tutti i viaggiatori, sia pure in crociera - era un figuro, un intrigante truffaldino, un brutto ceffo, per di più assetato di sangue, una specie di Brusca, che fa uccidere i bambini come Astianatte, per chi ne scriveva nell’Atene classica, Pindaro, Sofocle, Euripide.
Due le odi di Pindaro, le “Nemee” VIII e IX, in cui Ulisse è preso a partito per il la contesa con Aiace. Nella “Nemea VIII” quale “principe di parole ingannevoli, ideatore di astuzie, insinuatore di subdole menzogne, sempre pronto ad aggredire gli uomini nobili e a esaltare quelli infami”. Rigettato da Socrate, che lo configura perno e ispiratore dei sofisti. Sofocle e Eschilo lo dicono “seme di Sisifo”, il Brusca del mito. È bugiardo e “tragediaturi” per Sofocle, nel “Filottete”. Euripide, che su Ulisse aveva dedicato una perduta tragedia, “Sisìfo”, lo fa carnefice di piccoli e indifesi, Astianatte, Ifigenia e le donne in genere, in più opere, “Troiane”, “Ecuba”, “Elena”. La commedia lo faceva crapulone. Una commedia di cui resta il titolo lo vuole anche disertore , “Odisseo disertore".
Era anche un vile: si finse pazzo per non andare alla guerra di Troia. Il giovane Palamede, figlio di Nauplio, uno ingegnoso, lo scoprì, e allora Ulisse si vendicò mandandolo a morte con una falsa accusa: nascose nella sua tenda una lettera suppostamente scritta da Priamo, il re di Troia, e un piccola quantità d’oro, e lo fece accusare di tradimento e giustiziare. A Ecuba, nelle “Troiane”, che a sorte andrà schiava di Odisseo, Euripide fa lamentare: “”Ahimé\, ad un uomo abominevole, infido ho avuto in sorte\ di essere schiava,\ avverso alla giustizia,\ mostro che viola la legge”, dalla “duplice lingua”.
“Ulisse il Cretese”, quale lo delinea l’insigne specialista francese di Creta e la scrittura unilineare, Paul Faure, evoca  irresistibile il paradosso del mentitore: “Un cretese dice: tutti i cretesi sono bugiardi”. 
Sempre nelle “Troiane” è Ulisse che convince i maggiorenti Achei a trucidare anche Astianatte, il bambino figlio di Andromaca e Ettore, per “sterminare la stirpe”.


letterautore@antiit.eu 

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