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giovedì 31 dicembre 2020

Secondi pensieri (438)

zeulig


Demiurgo – Il Dio di Platone è Platone: il mentore, il filosofo secondo Platone, colui che dà le forme - chiama il modo e lo definisce.


Filosofia – Si compone (costruisce)? S’intuisce? Il lascito platonico o aristotelico, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, Kant, Hegel, gli stessi asistematici Kierkegaard, Schopenhauer, Heidegger, autori di dozzine di pagine di riflessioni al giorno, con una vita pratica peraltro densa di impegni, personali, politici, professionali (insegnamento), e distrazioni, ne fanno un lavoro quasi enciclopedico. Ma, certo, non senza impennate, o colpi d’ala.


Idee – Sono essenza e verità, immutabile? Modello archetipo, fondamento della conoscenza? Soggettive e oggettive, finite e infinite, fisiche e concettuali? O non sono un prodotto, un derivato – la verità stessa non è un prodotto, derivato, le verità?

Idea, in fondo, è vedere: quanto di più adattabile della vista, in tribunale, nell’escussione dei testi, e anche fuori, tra gli arbitri di calcio, le giurie, i voyeurs, l’occhio della cine- e telecamera? Sono quelle di Cartesio, un composto, mobile, sia quelle avventizie (esterne) che le fattizie opera dell’ingegno) e le innate.
L’intuizione è un derivato, di un linguaggio, una tradizione (più tradizioni), una società, una storia.  Volubile anche, per il giudizio perennemente attivo, all’opera, instancabile, in milioni, miliardi, di combinazioni. La natura è certamente molto limitativa, ma anche l’intelletto è condizionato.
 
Sono le idee modello del reale – quelle che danno la forma, definiscono. Delimitano, ma essendo limitate, delimitate: le idee cambiano, non solo in politica.


Immortalità – L’immortalità dell’anima è la fonte e il dispositivo della morale. Della dialettica male\bene, di una distinzione. Non c’è altro fondamento  che il darwinismo, che non è propriamente una legge morale – homo homini lupus.
 
Innatismo
– C’è, in innumerevoli forme. Non nel dispositivo platonico, dell’anima e le idee. Ma tutto si radica.  
 
Intellettuale – È di massa: è - ha una funzione - in rapporto alle masse. Mentre la psicologia profonda delle masse, ormai è dimostrato, è fascista. Dello stesso fascismo che ha inventato le avanguardie, con Pareto, Mosca e Ortega y Gasset - che fascisti non sono ma l’intraprendente Mussolini, che li ha messi a frutto, se l’è appropriati: le élites, notabili per censo e anche intellettuali.
Le avanguardie non potevano non piacere a Stalin, che nel 1935 forgiò l’intellettuale dei Fronti popolari, l’utile idiota pronto a illustrare il partito non suo. Il suo Compagno di strada è traduzione di Mitlaüfer, che sa di gregario.


Le masse sono specchio delle élites, sosteneva Ortega y Gasset, aspettano di essere plasmate da spiriti superiori. Vengono dal lessico di Weimar gli intellettuali, quelli che denigravano la dissidenza e l’originalità, intellettuali-massa.
Un’élite camuffata da egualitaria, lo dice Allan Blom. Che sfrutta l’egualitarismo, si può aggiungere, e lo devitalizza.
È una forma di potere, il potere intellettuale, che è esclusivo. Il potere si esercita con l’esclusione. E l’intelligencja è una maniera di esclusione.

Simmel lo fa sociale: “L’uomo puramente intellettuale è indifferente a tutto ciò che è propriamente individuale”.  Fu “operatore” in una parte del Sessantotto, adiacente a “Tempi Moderni”, a iniziativa di Cesare Garboli. Una sorta di salariato. Ma senza funzione se non per il prodotto: giornalista, redattore editoriale, pubblicitario. Fu detto anche Intellettuale Collettivo. “Organico”, orrenda parola, è di Gramsci. Fu Mitlaüfer a metà degli anni 1935 con i Fronti Popolari, “indipendente di sinistra” col partito Comunista nel dopoguerra.


Lettura – È pratica solitaria. È, come la riflessione, la maniera con cui la solitudine si fa sociale, comunicazione, scambio.
 
Libertà – È anarchia. Il liberale è benpensante, possessivo, passatista, ma queste sono le concrezioni della sua lunga permanenza al potere, che ne fanno un conservatore. Il pensiero liberale, che poi è il principio della libertà e la sostanza della borghesia eterna, è l’individualismo, il contrario cioè della conservazione e della proprietà, e insomma l’anarchia.
Il Vaticano e i comunisti hanno accettato perfino Hitler, ma mai il liberalismo, e questo spiega tutto: la libertà non si addice alle masse. È cibo troppo raffinato.
 
PlatoneQuantum mutatus ab illo”, leggendolo – quanto non è i suoi innumerevoli, minuti, commentatori.
 
Populismo – Ritorna, da un secolo ormai, o da due, per la concezione del mondo come guerra civile globale, e questo per effetto di una teologia secolarizzata? Sulla matrice trinitaria della storia di Gioacchino da Fiore, secondo la quale, dopo il regno del Figlio succeduto a quello del Padre, l’umanità è in attesa del Terzo Regno, della salvezza in terra. Da qui la mitizzazione degli impulsi e gli ideali delle masse. Le quali sono però inette a Dio, senza teologia né morale.
 
Potestas in populo, si è sempre saputo: senza consenso non c’è potere. Ma il fatto – il problema – è che ci sono gli intellettuali, o avanguardie, e ci sono le masse. E il consenso non è un dato, è genere acquisitivo, si vuole manipolato. Che il popolo, insomma, è sostanza evanescente.
Ciò si può arguire a contrariis, per tutti, su un brano di Sartre, la prefazione nel 1972 a Michèle Manceaux, “Le Maos en France”: “Lo spontaneismo dei maoisti significa semplicemente che il pensiero rivoluzionario nasce dal popolo e che il popolo solo lo porta, con l’azione, al suo pieno sviluppo. Il popolo non esiste ancora in Francia: ma dappertutto dove le masse passano alla prassi, sono già il popolo”. Solo i lavoratori possono costituire “una società morale”, una società cioè “in cui l’uomo disalienato possa trovare se stesso nei suoi veri rapporti con il gruppo”. O anche prima: “La violenza rivoluzionaria è immediatamente morale perché i lavoratori divengono i soggetti della loro storia” – ai maoisti Sartre attribuiva “una prassi anti-autoritaria”.
 
Sensibilità –Sartre la vuole legata all’intelligenza, sorgente dell’intelligenza - niente intelligenza senza sensibilità: “La sensibilità e l’intelligenza non sono separate”, anzi “la sensibilità produce l’intelligenza, o piuttosto è la stessa intelligenza” (Simone de Beauvoir, “Conversazioni con Jean-Paul Sartre”. Cui arriva per gradi, nel cosiddetto processo di formazione: “Pensavo (e lo penso tuttora) che si ha una sensibilità, e che il lavoro dell’infanzia, dell’adolescenza, era di rendere astratta e comprensiva, e ricercatrice, questa sensibilità, in modo da farne a poco a poco una ragione d’uomo, un’intelligenza applicata a problemi di ordine sperimentale”. Senza sensibilità, “un uomo razionale, occupato da problemi teorici è un’astrazione”.
 
Tempo – “Un’immagine mobile dell’eternità” in Platone, “Timeo”.


zeulig@antiit.eu

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