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mercoledì 8 dicembre 2021

Secondi pensieri - 465

zeulig
 
Avvenire – “L’avvenire è vuoto e la nostra immaginazione lo riempie”, S. Weil affascinata dal mito cortese apre “In che consiste l’ispirazione occitana”. Non è così semplice, ovviamente.
 
Carboneria – Si può dire l’assetto stabile della società italiana, dove pure nessuno ha mai tenuto un segreto. “Forse sarò stato l’ultimo viaggiatore in Italia”, scrisse Stendhal in “Dell’amore”, 1822 legando il segreto e la reazione politica - ultimo viaggiatore felice:  “Dopo la carboneria e l’invasione austriaca mai più uno straniero sarà ricevuto da amico nelle case in cui regnava un’allegria sfrenata”.
Eugenio Garin, lo storico della filosofia, trovava che il principio base dell’ermetismo nel Rinascimento - e cioè dell’Italia - è che “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per realizzare i miracoli dell’unità”. È così nel ribellismo, carbonaro, italiano: repubblicano e monarchico, socialista e sanfedista, diabolico e beghino. Il ribellismo della bassa forza, all’origine, dell’esercito napoleonico, che in Calabria trovò fertile humus, e da lì risalì a Napoli e negli altri Stati italiani. Uccise Murat a Pizzo per conto del Borbone, e poi si rivoltò contro il Borbone – finanziato dal principe di Canosa, che del Borbone era ministro di Polizia.
 
Complotto - Un complotto ci dev’essere. Poiché si sa, gli uomini quando non credono a Dio non è che non credano a nulla, credono a tutto. E c’è bisogno di un potere da sbugiardare. Lo stesso mito è pettegolezzo, stagionato, ripetitivo. Il cappellano di Kafka lo dice al signor K.: “Non è necessario arrivare alla verità delle cose, basta ritenerle necessarie”.
 
Senza paranoia, non è un complotto. Con è il moto perpetuo, la quadratura del cerchio
 
Spesso legato, un tempo, ai gesuiti, e poi alla massoneria – con recente insorgenza in Gelli, la “massoneria deviata”. La fratellanza viene dall’epoca in cui la filosofia era dei mugnai, sarti, ciabattini, muratori celti delle brughiere scozzesi, e dei fabbri. Epo-ca democratica, il Cinque-Seicento, il mattino dei maghi. In cui un catto-lico fondava la massoneria, l’architetto William Shaw, per tutelarsi tra i calvinisti del re Stuart Giacomo VI. È laico solo il cristiano. Era un’idea latina, il vangelo l’ha fatta propria, e poi la chiesa. Talvolta l’ha repressa, talaltra l’ha difesa. Vale in materia quanto il patriota Croce stabilisce: “Io me la prendo con la Massoneria non già, come si fa d’ordinario, perché la giudichi perniciosa accolta d’intriganti e affaristi, ma appunto perché quell’istituto, originato sul cadere del Seicento, al primo fissarsi dell’indirizzo intellettualistico, plasmato nel Settecento, messo ora al servizio della democrazia radicale, popolato dalla piccola borghesia, rischiarato dalla cultura dei maestri elementari, rafforzato dal semplicismo razionalistico del giudaismo, è il più gran serbatoio della «mentalità settecentesca», uno dei maggiori impedimenti che i paesi latini incontrino ad innalzarsi a una vera comprensione filosofica e storica della realtà”. Dunque la “mentalità settecentesca”, dei lumi e della ragione, è il complotto.
 
O sia il complotto la storia vista dai camerieri. Per cui Lenin è un generale tedesco, Hitler è, anche questo si sa per certo da Rolf Hochhuth, il papa Pio XII, e la regina Elisabetta Churchill magro. Ci si è sempre chiesti che fine avesse fatto Churchill. È storia sempre attraente. La Stazione Finlandia è un bel plot, verrebbe un bel film, con Lenin nel vagone piombato della Wehrmacht. Il vagone piombato è un avanzamento: nel precedente della storia il principe Ferdinando, pretendente al trono di Bulgaria, era rientrato a Sofia da Vienna nel 1913 nel gabinetto del treno, anche se si trattava dello Orient Express, allora lussuoso. Un altro tipo di storie vede l’oro mutarsi in piombo, il piombo in colomba, e la colomba uscire candida da una pozza putrida, tutto in un soggetto e anzi in una persona, spesso in unità di tempo e luogo. Alcuni schemi aiutano, del tipo “da una parte dall’altra”, o “sia sia”, invece che “o o”. Sono logiche povere, messe a punto da francescani e domenicani alle prese con l’Inquisizione. Ma che il dogma tridentino, pur codificando il peccato, riconosce, per la complexio oppositorum del Cusano, l’intelligenza non è netta. Alla fine non si stringe nulla, ma se piace è divertente. È come allo stadio: si canta, si urla, ci si accoltella pure, senza guardare la partita. Non è dunque la storia dei camerieri disprezzabile, come Hegel vuole, e il conte Tolstòj, che mette le mani avanti - “non si può essere grand’uomo per il servo, perché il servo ha un altro concetto della grandezza”: si può essere camerieri e eroi.
 
Il complotto è, come il giallo, genere democratico: ognuno è un detective, e basta poco per creare golpe a diecine, ordinari. Ma il giallo si impone con l’enfasi sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Con la democrazia delle stesse situazioni, verbosamente realizzata da Agata Christie, che Eco tenta di nobilitare in induzione, che sarebbe poi la deduzione. Mentre si sa che non è così, e nella sherlockholmesiana e nel noir se ne vedono le tensioni, l’impossibilità pratica: la giustizia è l’in-giustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’indigenza delle istituzioni incorreggibile. Sciascia immagina il giudice pensoso, per un’idea della giustizia astratta, da candido maestro di scuola. Ma nessuno autore vero di gialli si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È insomma un gioco, ha ragione Kipling. Divertente, pur coi tanti morti. Senza disprezzare il fenomeno secondario: indurre la credenza pubblica, il regime politico è ancora elettorale. Ma sui segreti non bisogna indulgere.
 
Progresso – Un’idea “non fondata in ragione”, secondo Simone Weil nella fase irenica, occitanica, in piena guerra – “In che consiste l’ispirazione occitanica” è del 1942: “La si è legata alal concezione scientifica del mondo, mentre la scienza gli è contraria, prorpio come la filofia autentica. Questa insegna, con Platone, che l’imperfetto non può provenire dal perfetto né il meno buono dal migliore. L’idea del progresso è l’idea di un parto per gradi nel corso del tempo, del meglio dal meno buono. La scienza mostra che un accrescimento di energia non può venire che da una fonte sterna di energia; che una trasformazione di energia superiore in energia inferiore non si produce che come contropartita di una trasformazione almeno equivalente di una energia superiore in energia inferiore. Sempre il movimento discendente è la condizione di un movimento montante. Una legge analoga regge le cose spirituali. Noi non possiamo essere resi migliori, se no con l’influenza su noi di ciò che è meglio di noi”. E: “Ciò che è meglio di noi, noi non possiamo trovarlo nell’avvenire. L’avvenire è vuoto e la nostra immaginazione lo riempie. La perfezione che noi immaginiamo è a nostra misura; è esattamente così imperfetta che noi stessi. Possiamo trovarla nel presente, ma confusa col mediocre e il cattivo; la nostra facoltà di discriminazione è imperfetta come noi stessi…”.
L’argomentazione logica è ineccepibile – l’avvenire è il presente, il domani è sempre oggi. Ma poi resta il fatto, siamo capaci di meglio. La medicina c’è, la chimica pure, e anche le conoscenze si allargano, sia pure sotto il (deprecato?) segno della tecnica: la comunicazione, l’alimentazione, le scienze stesse. Possiamo immaginare di meglio, in ogni aspetto, e non solo desiderarlo, ma applicarsi a esso, sia pure vanamente, in assoluto. Il progresso si può dire limitato, la filosofia non progredisce, per esempio, ma è buon esercizio, e anche utile. Utile ai più, malgrado tutto.  
 
Totalitarismo - La politica si fa totalitaria in modo logico, perfino pulito. Col “ragionamento glaciale” che Hitler vantava e Stalin ha esercitato, introdotto in filosofia da Socrate. Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le sorelle. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, indifferente al rosso e al nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, pure lui, alla  verità: è di Aristotele, il quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici fecero peggio, abbandonando l’esperienza.  

zeulig@antiit.eu                                                                                                               

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