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domenica 26 giugno 2022

Il Dante di Voltaire, bizzarro

Nel Settecento Dante non era ben letto in Francia, dai gesuiti, e da Voltaire – ex allievo dei gesuiti. La posizione di Croce sulla “Divina Commedia” viene in fondo, in riassunto. Più diffusa, e critica, l’esposizione di quanto Voltaire è venuto scrivendo di Dante e della “Commedia”, mai di seguito, ma per accenni costanti. Il più gradevole dei qual è che  Dante è “bizzarro”.

Voltaire non conosceva bene l’italiano quando si avvicinò alla “Commedia”. Ma ne provò a tradurre qualche verso, e nell’“Essai sur la poésie épique”, 1728, lo menziona, solo di nome, accanto a Trissino, Andreini (di cui opina che abbia scritto il vero “Paradiso Perrduto”, che Milton avrebbe poi plagiato), Scipione Maffei, Tasso, e il “Pastor fido” di Guarini. Poi migliorerà la conoscenza dell’italiano, e della letteratura italiana, e si innamorerà dell’Ariosto, che giudicherà incomparabilmente il miglior poeta, anche epico – nel 1774, poco prima della morte, nell’epistola dedicatoria a D’Alembert premessa alla tragedia “Don Pedro” lo dice “il primo dei poeti italiani, e forse del mondo intero” (in precedenza, 1759, scrivendo a Madame du Deffand, “la più feconda immaginazione di cui la natura abbia mai fatto dono a un uomo”). Dante non è epico, è appunto “bizzarro”. Ha però il merito di avere introdotto gli italiani al fiorentino: “Non c’è niente che Dante non esprimesse, sull’esempio degli Antichi. Abituò gli italiani a dire tutto”. Considerazione riprese “sistematicamente” nel “Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni”, nel 1756: Dante ha nobilitato la lingua toscana, “col suo poema bizzarro, ma brillante di bellezze anaturali… ,opera nella quale l’autore si elevò nei dettagli al di sopra del cattivo gusto del suo secolo e del suo argomento, piena di pezzi scritti così puramente come se fossero del tempo dell’Ariosto e del Tasso”.

Felice Del Beccaro, Voltaire e Croce su Dante, “Enciclopedia dantesca” (a cura di Umberto Bosco), free online 

 


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