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mercoledì 14 dicembre 2022

La Trinità disvelata

“Dall’avere un unico Dio all’avere un’unica idea di Dio” si fa presto, ma non bene. L’incontro, in un negozio, della riproduzione della Trinità di Rublëv risolve a Michela Murgia, credente praticante, il suo problema di una Trinità che è difficile da concepire di suo, e peggio per come viene rappresentata, con un Padre barbuto e accigliato, un Figlio bel giovane biondo con la croce addosso, e una colomba svolazzante non si sa per dove. Col problema succedaneo, di un “Credo” onnipotente. E ce ne fa partecipi, in una disamina che sarebbe teologica, ma è un racconto che dire appassionante è dire poco. In brevi capitoli che si leggono d’un fiato – malgrado le fastidiose terminazioni queer in un 3 che risospinge verso gli insopportabili social (ma si può pensarla una ε greca rigirata, che si pronuncia breve, indistinta). Gesù bel giovane biondo in effetti è un mistero, copia di un Apollo dipinto visto in Grecia (mistero relativo: la posa è da sole divinizzzato, in età tarda - Dio padre barbuto e la Trinità sono rappresentazioni recenti) ma qui non si fa pesare, non è questa la questione che pone Murgia. 
“È possibile essere credenti, femminist3 e queer allo stesso tempo?” La risposta per Murgia è sì. Qui si è tentati di dire: embé? Non lo è possibile, senza problemi, non lo è stato per millenni, per innumerevoli persone, in campagna ma anche in città, specie al Sud ma anche a Parigi, a Londra non ne parliamo, ma poi in tutte le metropoli? Si è più spesso soli e solitari, senza essere per questo queer, cioè strani – rima che Judith Butler ingigantisse (imbastardisse) la parola.
“Catechismo femminista” si vuole la trattazione in sottotitolo, ma in senso proprio. Marinella Perroni, la teologa emerita degli atenei pontifici romani, ne fa l’expertise in postfazione: la femminista “Murgia è una credente che interpella i credenti”. Eliminando i sottintesi ovvi: “Murgia non si rivolge ai non credenti, né è un’atea devota che fa sfoggio delle sue reminiscenze dottrinarie”.

Murgia è contro il “Padre nostro” e per il “Credo”. Ma il Dio “onnipotente” del “Credo” la lascia per più ragioni perplessa. È un concetto problematico - non solo per la questione “unde malum” – che Murgia ripercorre con l’esperienza personale, il racconto di sé. E su una faglia dell’onnipotenza, che, scopre sorpresa, il “Genesi” ha certificato, 2, 18-20, quando lo stesso Signore dice: “Non è bene che l’uomo sia solo”. E fabbrica la donna.
Soprattutto la disturbano le “Trinità” che si rappresentano in chiesa e nelle immaginette, con due uomini, un vecchio e un giovane, e un uccello in volo, “rappresentazione di Dio piatta, abbrutente e intrinsecamente violenta” – una Trinità, si direbbe, che è un po’ il Trinità dei western di Sergio Leone. L’icona di Rublëv la dice invece possibile e sensata. “Dio non è banalmente una «Persona», ma una comunione indivisibile di persone”, la materializzazione del mistero Trinità. In una triangolazione fluida e ricca, ferace. Murgia ci vede “un vertiginoso crescendo di scambi reciproci”: “Ciascuna persona della Trinità riceve l’amore da due Persone distinte e non è lo stesso amore, sono due amori diversi che mutano”. Che sembra ovvio, ogni amore è diverso, ma Murgia ne fa una tipizzazione, la triangolazione. Come opposta alla “coppia chiusa, patriarcale”, al sacramento del matrimonio, “inventato di sana pianta fuori tempo massimo”. Ancora: “Un tavolo trinitario apparecchiato per quattro, con un posto vuoto proprio davanti a me, come un invito a sedermi”, “un cerchio aperto e inclusivo”, “un Dio così fortemente relazionale”, senza paragone con quello astratto del catechismo.                                     
Una trattazione felicemente conclusiva ma veloce. A volte aforistica. Su fede e logica, fede e speranza, cristiani e cristianizzati, emozioni e frasi fatte sulle emozioni. E alcune constatazioni: le incongruenze del catechismo, i “padri” nel “Credo” e i padri in chiesa, assenti, nella pratica religiosa. Cristo, “l’idea di un Dio con la con la carne e i suoi limiti è così folle in chiave narrativa che non può non essere vera”. Il § “Il Messia queer” è, in poche parole, una storia. Temi desueti, tanto più dl punto di vista femminista. Anzi della queerness – che potrebbe anche essere anti-femminista. Insomma, da un punto di vista originale, in vario modo.  Con qualche questione aperta.
I sensi sono “la cosa più limitata di cui disponiamo per farsi un’idea della realtà”. Perché, cosa c’è d’altro? Non c’è la “realtà oggettiva”, chi lo dice? Ma la capacità critica sì. L’“immaginazione immersiva” è nella pubblicità, nel “tracciamento” di se stessi a fini di consumo, cavie e vittime per il commercio. Lo Spirito Santo è queer “nel senso etimologico della parola”, dove? E “il sexting di una domenica pomeriggio con uno sconosciuto” non è una delectatio? quindi nemmeno nuovo.
C’è, a parte, anche un disinvolto adattamento di una categoria sociologica in materia di Meridione e di mafia, il familismo amorale, sbagliato perché la famiglia si vuole in crisi. Mentre questo familismo è ben il tribalismo, un residuo incontestato tanto quanto persistente, nelle faide, nelle combinazioni matrimoniali, nelle denominazioni, cinematografiche, soprannominali. Altro aspetto problematico incidentale è il rapporto madre\figlia. Risolto nello stereotipo “le donne si odiano fra di loro”. Che però non è solo (di origine) maschile, né patriarcale: il rapporto conflittuale madre\figlia, ancorché ignorato dalla psicoanalisi, è un fatto perturbante, molto.
E c’è la questione del titolo a disturbare la trattazione, la queerness – non solo per la terminazione barbarica. Che Murgia non risolve con la “Trinità” di Rüblev, non può. Una “questione” derivata dall’anglosassone, mentre è documentata, piana, non problematica, dalla realtà di ognuno, familiare, di zie e zii, fratelli e sorelle, amici e amiche, che vivono senza pulsioni sessuali, non terminali, di fratelli e sorelle che convivono senza turbamenti anche nelle arti, i fratelli Goncourt, i fratelli Grimm, le sorelle Brontë, i fratelli “Delly”, gli Svedomskij o i Rizzoni, russi animatori della scena romana a fine Ottocento, i tanti fratelli del cinema. 
Per non dire delle infinite sfaccettature dell’amicizia, relazione forse anch’essa tabù in ambito anglosassone – ma non da Chaucer e fino a Shakespeare. Nonché dalla lunga e consistente tradizione cristiana della verginità, che da alcuni decenni si trascura (Freud non ne ha nemmeno il sospetto), ma è stata ed è importante, e anche affascinante. Di santi e sante, beghini e beghine, di operosità amorevole, dentro e fuori della parrocchia, nel vasto mondo. E anche di chi santo non vuole esserlo. Certo, la queer question è il vero fuoco infernale della divisione psicologica e sociale in America, ben più della violenza sessuale, e del razzismo, del #metoo e del #blacklivesmatter. Ma è un fatto storico e politico.

Il “queer” del titolo richiederebbe una trattazione a parte – non è nuovo ma è nuovo il genere nella grafica, qui segnalato da un 3, come nella Trinità al centro della trattazione, che è una cosa un po’ inutile - e anche blasfema. Anche perché il concetto rinvia al discorso critico, di libertà, ma nella pratica, nelle varie importazioni dall’indistinto inglese, via Arbasino, finisce in una “diversità” che invece è normalità. Perlomeno in Italia – a Londra, quando Arbasino valicò Chiasso, sospettavano degli italiani, degli italiani maschi, e un po’ anche delle femmine, perché camminavano per strada tenendosi a braccetto: tutti hanno avuto uno zio, una zia, un amico, un’amica “non interessata”, semplicemente. E non è vero che l’impulso sessuale sia pervasivo, onnipresente, anch’esso onnipotente, questa è sfuggita ai Padri del “Credo” – e a Freud: sarà Freud un patrista mascherato? Questo ridurrebbe queer a asessuale, il che la queerness, ammesso che se ne possa costruire una, non vuole. Ma rileggere il Dio onnipotente, che è probabilmente il più grande problema del credente, e in parte la Trinità, non è molto più (meglio) del 3?
Ha una connotazione diminutiva, il mondo dei diritti, quella di essere una dittatura culturale, quella anglosassone, linguistica e ora inevitabilmente mentale, cresciuta veloce nel secondo Novecento, dominatrice nel Millennio - in una con la globalizzazione economica, col trentennio del mondo as business. Un’acculturazione (inculturazione?) che non solo egualizza ogni differenza culturale, ma ne elimina anche le radici, il passato, la storia, come se il mondo nascesse ora, e pensasse, o comunque parlasse, americano. Ora per esempio si può essere non interessati per essere queer, e si può anche andare sottobraccio con gli amici perché la pratica è stata battezzata, bromance. Murgia non è provinciale, ma molte differenze restano factice, direbbe il francese, artificiose più che fittizie, fredde, di imitazione.
Murgia sfugge al vezzo di categorizzare i mondi lgbtqia - di categorizzarsi - come automartirio. Ma fa la “scoperta della queerness”, pur non essendo anglosassone. Contrastando il “femminismo della differenza”, che riduce a “femminismo (o religione) del corpo”, sintetizza la “prospettiva queer” come “quella pratica della soglia in cui la sessualità non solo non concorda con l’identità, ma può addirittura limitarla”. Come se il cristianesimo, quindi una storia e una pratica di duemila anni, non fosse la religione del corpo, mistico e fisico, a fronte degli altri monoteismi. E la più grave trascuratezza della Chiesa, almeno nell’Ottocento, e ancora nel Novecento, non è stata l’elevazione del corpo a suo tabù, col conseguente suo sprofondamento all’inferno – all’inferno psicologico in vita, con la sua maglia di rimozioni, bugie, autoviolenze e violenze?

Curioso, ma non marginale, è anche l’assurdo contrasto che Murgia vuole fra “analogici” e “digitali”. Come un divide epocale, ben più che generazionale, e radicale. Il digitale intendendo come social. Che sono il vecchio bar Sport, delle chiacchiere. Peraltro, dov’è il digitale? Nel Russiagate, un dossier inglese, con gli hacker russi, e i Cambridge Analytica, roba di servizi segreti, vecchia (la disinformacija), solo aggiornata negli strumenti? Nela messaggistica istantanea, privata e di piazza, whatsapp e twitter, ora sostituiti, anche in chiave più narcisista, esibizionista, dai video, tiktok, instagram, meta. Nell’ondata, già spenta, del “da remoto”? Nelle fake news? Lo storytelling è già di più, ma non è nuovo, da Svetonio in poi, anzi da Tucidide, e compreso Erodoto. Rivoluzionaria è solo la velocità, il consumo del tempo nell’istante. Mentre la sottovalutazione è perfino assurda del big tech, che ha creato le piazze-social per vendere pubblicità e consumi – e non lo nasconde, ricchissima solo di soldi e nient’altro, avendo saputo allargare il marketing a ogni minimo gesto quotidiano, dove compriamo le sigarette o prendiamo il caffè, che libro leggiamo (insomma, abbiamo comprato), come ci vestiamo (non ci dice la chiesa in cui siamo entrati, non finché non troverà come appropriarsi delle elemosine). Con buona pace della privacy, altro falso mito. Viviamo allo stadio avanzato di quello che si chiamava neo capitalismo, senza la costrizione e con la partecipazione convinta e anzi entusiasta. Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, il Grande Fratello di Orwell, sono oggi il mercato. Libero, liberale, democratico, aperto dalla e nella tecnologia.

La verginità è lo stato queer per eccellenza. Lo stato quintessenziale, anche, della religiosità. Sant’Ambrogio la lega alla fede: “Castis fides refrigerans” recita nell’inno “Ad horam incensi”, fede refrigerio dei casti. Non patriarcale, né matriarcale, è la queerness, lo stato panico per eccellenza. Concetto problematico, peraltro.
La lotta dei sessi riproduce vecchi modelli (si ripete periodicamente?). Lo nota Lafargue, “Le Matriarcat”, 1889, e si rileva nella pubblicistica di un secolo dopo. Alla donna che cancella la paternità, con la madre vergine, si contrappose in antico Giove che concepiva e figliava di suo, Minerva dalla testa, Dioniso dalla gamba. Un neo patriarcato deve ancora ricorrere all’utero in affitto, ma fino a quando? Che senso ha la lotta dei sessi, se non come passatempo (fatte salve le salvaguardie giuridiche)?
La verginità è come la presenta la chiesa dei Padri, legata al romitaggio e al deserto: è una desertificazione. Lo è nei fatti – nelle vite in convento – e nella dottrina: chiudersi alle passioni.
Eliminare le passioni è anticristiano, Gesù Cristo è Dio di passione. Per non dire che interrompendo l’ordine della creazione interrompe la salvezza. La salvezza è la promessa dei creati. Le verginità premia la salvezza a meno della creazione? Ma piace, in poesia e tra i religiosi, perché intrisa di eros. Non sconta secchezze e fragilità, bensì prolunga lo stato adolescenziale, denso di sensualità (affetti “terminali”, ideali, fantasie, colori), nel bombardamento ormonale cui è sottoposto. Nella religione è proposta peraltro come unione con Dio.
E d’altra parte il sesso (sessualità) è durissimo livellatore. Toglie senso e sapore a molta storia: infanzia, vecchiaia, famiglia, verginità appunto (sia essa sublimazione o sia erotizzazione). Toglie anche il piacere della carne, nel mentre che la moltiplica in immagine. È una ritenzione che propone, un’immensa cupola del desiderio, nel mentre che annulla le diverse esperienze della vita.
 
Un viaggio nella fede ortodosso e piano, leggibile, perfino avvincente. Convincente. Ma di un Dio rivoltato, volto e specchio del femminismo, quindi sempre divisivo. Se non che a un certo punto l’umanità è detta “la specie più fallita di tutte, l’unica capace di causare da sé i presupposti della sua distruzione”. Ma Dio non è in parallelo con questa umanità? Sono “due estremi inconciliabili” (p. 51) il Creatore e le creature? Creatura non è creat3, è qualcosa in evoluzione – è il vangelo secondo Murgia. E non può avere torto, sennò che si vivrebbe a fare?
Si pubblica meritatamente come un classico, con postfazione, nota al testo, bibliografia.
Michela Murgia, God Save the Queer, Einaudi, pp. 142 € 14,50

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