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mercoledì 1 febbraio 2012

Il mondo com'è - 82

astolfo

Alta velocità – È oggi quella che era nel 1930. Quando fu sviluppato e messo in funzione lo “Schienenzeppelin”, Zeppelin su rotaia. Un treno il cui assetto è tale e quale i Freccia Rossa di oggi (si vede su youtube, è il video dei Kraftwerk per “Trans Europa Express”). Detto Zeppelin perché all’epoca un treno col muso arrotondato aerodinamico assomigliava all’aeromobile. Era a combustibile, propulsore un motore aeronautico. Col quale stabilì una velocità record di 230 km. all’ora, che sarà superata solo dopo venticinque anni. Le ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, che in un primo tempo avevano contrattato lo “Schienenzeppelin”, decisero poi di costruirsene uno in proprio, che chiamarono “Amburghese volante” e tennero in esercizio alcuni anni.
Gli anni attorno al 1930 vanno rivisti, prima della marea nazista – che non ne è espressione, veniva prima, dalla guerra e la povertà.

Fascismo – Saddam Hussein, che in un manifesto celebre si mostra in doppiopetto col mitra in mano, scimmiottava Mussolini. Il suo manifesto è tal quale quello mussoliniano “Libro e moschetto”, che non si fa più vedere. Il fascismo ha avuto e continua ad avere echi duraturi fuori dell’area occidentale o democratica.
La politica antibritannica di Mussolini gli procurò influenze nel mondo arabo e islamico. Che durarono dopo la guerra. Quella più nota è sul Muftì di Gerusalemme, al quale Mussolini offri la formazione di molti giovani palestinesi in Italia. La più duratura fu sull’Afghanistan. All’ultimo re dell’Afghanistan, Zahir, fece educare la futura moglie, una sola correttamente, al Poggio Imperiale, e le figlie che ne sono nate. Il principe Daud, cugino di Zahir, fu camicia nera in gambali, al tempo di Mussolini e dopo, in odio agli inglesi. Fu Daud a scacciare il debole Zahir nel 1973, e a proclamare la repubblica – poi abortita nel colpo di stato comunista di cinque anni dopo, e a fine 1979 nell’invasione sovietica.
Persistente è anche l’interpretazione grafica del totalitarismo. Nelle sigle, tutte maiuscole. Nelle parate, che poi saranno sovietiche, cinesi e coreane. Anche le immagini del nuotatore e del mietitore, con cui s’immortalava il presidente Mao, sono all’origine mussoliniane. L’immagine più evocativa è quella di Mussolini a cavallo – che Hitler si affrettò a copiare, per la Casa dell’Arte Tedesca, anche se non sapeva cavalcare. La copertina dell’“Europeo” che nel 1975 mostrava Gheddafi sul cavallo bianco, con la didascalia “Il nuovo duce del Mediterraneo”, fu accolta con giubilo a Tripoli – benché si volesse critica del colonnello, che allora alimentava ogni sorta di terrorismo.

Ruoli rovesciati alla voce “Fascismo”, redatta da Sergio Bologna, dell’Enciclopedia Feltrinelli curata nel 1970 da Antonio Negri, enciclopedia politica e sociale: il fascismo è buono, il sindacalismo postbellico pessimo.
Della politica economica del fascismo sono di più le cose positive, afferma subito Bologna, al contrario di quanto sostiene “soprattutto la storiografia comunista, particolarmente solerte nel mettere in luce gli aspetti regressivi del fascismo e quasi propensa a mutuare l’ipotesi crociana della «parentesi», dell’arresto della storia, del blocco del progresso”. Mussolini diede “garanzie di reddito e di stabilità economica per il proletariato”, pose “le basi strutturali dell’economia ” potenziando i settori strategici, auto, elettricità, chimica, credito, e avviò il capitalismo di Stato “che sarà l’aspetto saliente della storia italiana nel dopoguerra”. Il fascismo “fallì nei suoi progetti dirigistici, diversamente da quanto accadde nella Francia di Vichy e nella Germania nazista”, per la bassa qualità della borghesia di Stato, “un ceto inefficiente” di raccomandati. Ma mise in moto “un processo di intervento dello Stato nell’economia che non ha paragoni in Europa”. Fallì naturalmente per la guerra. Ma, “a parte ogni altra considerazione”, conclude Bologna, “l’eredità più pesante che il fascismo ha lasciato all’Italia è, paradossalmente, l’impostazione riformistica della politica del movimento operaio, lo strano innesto tra metodologia leniniana e strategia keynesiana, la sua concezione di una missione nazionale, o meglio complessiva, della classe operaia nei confronti della società tutta intera, nei confronti di tutte le classi”.
Non è tutto. “Per perseguire questo tipo di strategia, il movimento operaio nel dopoguerra ha lasciato da parte anche i progetti propri della borghesia radicale, di riforma e moralizzazione delle istituzioni”. Anche se, “avocando a sé il riformismo dello sviluppo, il movimento operaio italiano ha ottenuto il grosso risultato di mozzare il fiato ad ogni politica di riforme gestita direttamente dal capitale” – che non sembra una consolazione.

Imperialismo – È benefico in Dante, nella seconda parte della sua vita politica, da neo ghibellino autore del “De Monarchia”. È la giustizia. È provvidenziale la storia dell’Impero messa in bocca a Giustiniano, nel “Paradiso”. L’impero è terreno e quindi imperfetto, ma se è universale è provvidenziale. Perché allora il dominio, senza più nemici esterni da combattere o spazi da conquistare, non avrà da esercitarsi che nelle forme della socialità e della libertà. L’unità garantisce la pace e apre i mondo alla felicità.
L’unità imperiale benefica è tema ricorrente ancora nel Cinquecento, e nel Seicento, come lo ha studiato Frances Yates in “Astraea” - la vergine Astrea cantata da Virgilio nella Quarta “Bucolica” che introduce ai “Saturnia Regna”, la nuova età dell’oro.

Nazismo – È, si ricorda e si studia, per quello che è stato e ha fatto, guerre, persecuzioni, stermini. Ma ha concepimento, gestazione e nascita precisi, nella guerra e la povertà. È qui il nazismo di massa.

Oriente – Grande cultore ne fu Flaubert, fin da ragazzo – ben prima quindi di Pierre Loti. Prima lo fantasticava in forma di baiadere. Dopo che ne fece uno dei primi grand tour, a 27 anni, con l’amico Maxime du Camp che vi si esercitò alle prime foto di maniera, lo ridusse a polvere. Il suo Oriente è il deserto, la scenografia di quel disfacimento, o vuoto, che lo affliggerà malgrado la creatività, un anticipo del suo ricorrente néant.

Stato – Non è – non sarebbe – di sinistra. Non in Marx ma nemmeno nel comunismo italiano degli anni sovietici. Curando nel 1970 la voce “Scienze Politiche 1” dell’Enciclopedia Feltrinelli, intitolata Stato e politica, Antonio Negri ne escluse lo Stato: c’è Stato pianificato, sovietico, nazionale, di diritto, eccetera, ma non Stato. Sono tanti i motivi per cui lo Stato manca, il principale è, Negri dice, che è alienazione e distruzione: “Una realtà che l’uomo nuovo, prodotto dallo sviluppo capitalistico, che sa natura e storia non come nesso oscuro ma come sua propria realtà, costruita e sofferta nel lavoro, e nello sfruttamento che l’organizzazione del lavoro determina, sente come un’impostura da distruggere, distruggendo tutte le forme attraverso le quali lo Stato si fa dominio”.

astofo@antiit.eu

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