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giovedì 9 giugno 2016

Wittgenstein a scuola da Gramsci

Questa volta Lo Piparo si supera. Ha superato ogni limite dela filologia, che pure non si pone limiti. Ma fa un bel racconto. Come Gramsci e Wittgenstein abbiano pensato insieme, tramite Piero Sraffa, è fantafilosofia, ovvio. Ma, non volendo, il filologo fa un’utile scenografia del mondo delle idee: come si formano, si sviluppano, si radicano, trasmigrano.
Il pretesto è solido. Anzi, ha più pezze d’appoggio o giustificativi. Dal dicembre 1933 alla morte, il 27 aprile 1937, Gramsci è ricoverato in cliniche private (dal 25 ottobre 1934 anche in libertà condizionata), dove viene a trovarlo spesso da Cambridge per lunghi colloqui Piero Sraffa. Che ha anche accesso ai “Quaderni” di annotazioni di Gramsci. Negli stessi anni a Cambridge Wittgenstein rivede il “Tractatus”, e elabora un approccio agli usci “civili” del linguaggio – le “Ricerche filosofiche”. Elaborazione per la quale deve molto, dirà, a Sraffa, col quale s’intrattiene quasi ogni settimana, quando cioè Sraffa non è a Formia o a Roma da Granscui. Conversazioni dopo le quali, dirà sempre Wittgenstein, si sentiva “come un albero cui erano stati potati tutti i rami”. Ora Sraffa, economista, era anche un po’ logico, ma non più di tanto. È dunque Garmsci, per via di Sraffa, che dissecca e rianima Wittgenstein. Lo Piparo dice “stupefacenti” le corrispondenze tra i “Quaderni” di Gramsci, il 29 in specie, e l’ultimo Wittgenstein. In filosofia – e in filologia – tutto si può dire.
La lettura sicuramente è affascinante. Ma Gramsci si sarebbe sorpreso, forse più di Wittgenstein – Gramsci non era sistematico, ma non era nemmeno tanto per i giochi.
Franco Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein, Donzelli, pp. VI-186 € 18

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