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lunedì 13 febbraio 2017

Riecco il sacro, in Vaticano

“Il Vaticano sopravvive grazie alle iperboli. Noi daremo l’iperbole, ma rovesciata”. Col sottotitolo “Il Vangelo di Lenny Belardo”, Sorrentino pubblica i dialoghi del suo seriale tv “The Young Pope”. Del papa giovane e americano, il papa a sorpresa, che rovescia il cerimoniale e la retorica del papato: il papa è Dio. Il sacro che si manifesta in Vaticano non è una facezia, un tabù viene infranto – e non alla maniera di papa Francesco.
Sorrentino scrive i suoi film: è romanziere, finalista al premio Strega, e cineasta. Un susseguirsi pirotecnico di battute. Con tante frasi nate famose: “L’assenza è la presenza”, “La bravura è un affare da arroganti”, e perché prete? “la vita è così breve, ho optato per l’eternità”. etc. Ma anche una concezione – e un rispetto – sorprendente del sacerdozio. Nella speciale veste della curia, e non della cura d’anime. Di una condizione solitaria, cioè, del sacerdozio, che Sorrentino ha vissuto da vicino a scuola dai Salesiani. Di cui dà il senso nella prefazione: l’incapacità, dei preti e delle suore, di amarsi e di amare, se non Dio.
Senza le ridondanze pittoriche del film, il testo è una concezione severa del sacerdozio, malgrado le sigarette e l’eloquio libero. E una celebrazione del sacro – una rivisitazione, una riscoperta. Non anacronistica, Sorrentino è scrittore convincente. Di un mito greco modernamente. Il sacro che investe cieco – nel prete americano e giovane. Il sacro che si sottrae, che vuole essere pregato. Il sacro che si manifesta e si festeggia con gli eletti. Lo sguardo di Sorrentino è quello di un osservatore laico che non rifiuta (dileggia, nega), ma osserva e mette sul tavolo. Curato: i dialoghi sono come le immagini, pieni, sostanziosi, elaborati e insieme acuminati, con la grazia frequente dell’epigramma.
Ma è anche una concezione meno sacerdotale del sacerdozio, che la chiesa mantiene ieratico e separato senza alcuna ragione. Del sacerdozio cattolico, che l’abito talare, il celibato e il linguaggio separano. Soprattutto il linguaggio, dalle forme alle formalità, le tonalità, il modo di porgere, atteggiarsi, guardare, che perfino nei giovani preti e più moderni, perfino nei talk-show a cui pure ambiscono, è sempre stranamente tartufesco. Un reintegro del sacerdozio nella vita comune. Uomini e donne che s’incontrano naturalmente. Potenti e non. Laici e religiosi. Preti e madri, o donne in carriera. Come è nella realtà nella vita di ognuno, compresi i preti.
Alla lettura è anche un manifesto involontario contro papa Francesco, di cui Lenny-Pio XIII è all’opposto, che al primo ingresso in Vaticano censura il gossip, l’invadenza, e subito poi impone il riserbo e il colloquio con Dio, la preghiera.  Lenny è un papa che si rifiuta di “fare il papa”: dare carezze e benedizioni – sono “esibizionismo”. E ha un Dio, quello che sorride: dai fedeli vuole che sorridano, e ne è felice, certo che un giorno sarà in grado di abbracciarli “a uno a uno”.
Il progetto del “papa giovane” viene da lontano, dice Sorrentino, come tutti i suoi progetti. Ma, evidentemente, è ora che l’urgenza prorompe, la realizzazione matura. Nel telefilm la censura si annacquava nella rapidità dei dialoghi, sulla carta è netta: “Quanto piccolo è diventato il nostro Stato e la nostra influenza quando abbiamo deciso di cedere, di soccombere, di ritirarci, di diventare accoglienti e rassicuranti?” Dopo cioè la “chiesa trionfante”, testimoniata da Giovanni Paolo II.
Un racconto, anche senza le sontuose imagini, avvincente.
Paolo Sorrentino, Il peso di Dio, Einaudi, pp. 133 € 13

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