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lunedì 15 giugno 2020

Il mondo com'è (405)

astolfo
Continentale – “Stiamo nel cuore dell’Europa”, così lo scrittore Savinio spiega il paradosso della Germania, molta cultura e molta violenza, in “Alcesti di Samuele”, 47-48: “Terra da ogni parte. Terra, terra. E la terra strozza l’uomo, lo istupidisce, lo porta alla disperazione. Queste crisi che periodicamente squassano al Germania, che altro sono se non i movimenti convulsi di un sepolto vivo? La terra stringe tutt’intorno questo paese, lo strozza, lo porta all’isterismo e alla pazzia”.
Lo stesso si potrebbe dire degli Stati Uniti, che hanno una storia di violenze. Le civiltà continentali vivono come costrette, in un orizzonte basso e chiuso, anche in uno spazio ampio e disteso, come è la Germania centrale, o il grande belt agricolo americano.
Gli Stati Uniti sono però anche potenza marinara. Questa duplice natura è stata la forza della pax americana  dal dopoguerra a oggi. Lo stesso per l’impero romano, che si costituì dapprima come potenza marinara, contro i Cartaginesi.
Sull’ambivalenza punta ora la Cina, potenza eminentemente continentale. Per allargare e irrobustire la sua proiezione mondiale Pechino ha avviato il programma che fantasiosamente ha chiamato Via della Seta: investimenti al’estero di ogni tipo e qualità, pubblici e privati, per allargare comunque la presenza oltremare.
 
Il rilievo di Savinio era venuto svolgendo in contemporanea, nel 1942, per i 450 anni della scoperta dell’America, su un altro piano di riflessione, Carl Schmitt in “Terra e mare”. Un saggio sulla storia determinata dalla dicotomia terra-mare scritto in forma di racconto, “Una considerazione sulla storia del mondo raccontata a mia, figlia Anna” – il tema sarà sviluppato in “Il Nomos della Terra”. Schmitt tratta di Venezia, potenza di terraferma proiettata sul mare, ma soprattutto di Spagna, Portogallo e Gran Bretagna, che si avventurano fuori dalle “colonne d’Ercole”, specie dopo la scoperta di Colombo.
 
Dottor Živago – Il film è stato nelle sale 900 giorni. Tre anni. Benché durasse tre ore. E il Pci lo boicottasse. Per un incasso di sei miliardi.
 
Partigiani tedeschi – Fu diffusa in Germania la Resistenza a Hitler, in senso proprio, di opposizione politica manifesta, ma non si dice.
Numerosissimi furono i soldati tedeschi ribelli a Hitler in guerra. Non tutti renitenti: una buona metà si batté con la Resistenza in Grecia e Jugoslavia, perfino in Polonia, in Cecoslovacchia e in Russia, e in Italia dopo l’8 settembre. In tutti i paesi occupati nei quali c’era un movimento di resistenza armato, compresa la Norvegia. L’unica ricerca che ne è stata fatta, “Das letzte tabu”, l’ultimo tabù, dagli storici Wolfram Wette e Detlef Vogel, dà i condannati per diserzione in circa 100 mila, molti dei quali comunisti. Molte diserzioni, specie nei Balcani e in Grecia, provenivano dai battaglioni di disciplina “999”, di detenuti – che in larga parte, però, non erano comuni ma politici.
Il conto dei prigionieri politici non si fa, ma furono almeno cinquantamila, quelli internati. A migliaia restarono in cattività tutt’e dodici gli anni di Hitler. Si opposero anche gli artisti. Qualcuno preferì emigrare, ripartire da zero. Stefan George, pur reazionario, volle morire a Minusio di Locarno per evitare il funerale nazista  Il poeta Metzger piuttosto si fece fucilare. Un sergente Anton Schmidt si mise a salvare gli ebrei, gratis, per cinque mesi, poi lo fucilarono. Un bellissimo sergente venticinquenne delle SS voleva far evadere Rudolf Vrba da Auschwitz in uniforme da alto ufficiale, con lui attendente (lo scrittore slovacco sarà famoso poi per l’evasione da Aschwitz, ma con altra organizzazione). Salvò invece Lederer, un ufficiale ceco, l’unico che si fidò di lui: lo portò a Praga in treno in prima classe. Si chiamava Viktor Pestek. Poi tornò ad Auschwitz benché ricercatissimo, pretendeva di far evadere un ragazza di cui s’era innamorato, ma un tedesco lo riconobbe e lo denunciò, e finì al forno. E c’erano ebrei nascosti variamente in Germania a guerra finita, nascosti dalla popolazione, malgrado il puntiglio della persecuzione.
Poche ricerche ne parlano, non di grande diffusione. Non c’è una festa o una giornata dell’opposizione. “Nel secondo dopoguerra solo la Germania di Bonn  ha saputo criticarsi a fondo, un atto d’intelligenza e di forza. Un processo esteso anche all’altra Germania con il crollo del Muro”, è stata considerazione lusinghiera, davanti al Bundestag il 27 gennaio 2003, di Jorge Semprun, lo scrittore spagnolo antifranchista già esule in Francia, dove era stato fatto prigioniero dai tedeschi, per professo comunismo, e internato a Buchenwald. Ma la Repubblica Federale tace della Resistenza: niente celebrazioni, niente ricordi o richiami.
Ventimila sono i condannati per reati militari giustiziati, nei conteggi di Vogel e Wette. Le esecuzioni di tedeschi, militari e di civili, furono tante che si dovettero trovare metodi diversi per eseguirle. Il Plötzensee, il carcere presso Berlino dove è stato eseguito un quarto delle condanne a morte accertate nel dodicennio, fu attrezzato per esecuzioni simultanee, otto alla volta per impiccagione. Più tecniche sperimentali varie: la ghigliottina piacque, e Hitler la sostituì all’ascia. Il record fu stabilito la notte del 7 agosto ‘44 con trecento decapitazioni. Furono ghigliottinati tutti i detenuti del Plötzensee, per il timore che scappassero sotto le bombe.
Vogel e Wette danno circa mille tedeschi passati con la Resistenza in Francia, 600 in Jugoslavia e altrettanti in Grecia, 100 in Polonia. Per l’Italia non danno cifre. Ma segnalano un rapporto della polizia segreta tedesca che dava a Civitella (Arezzo) la diserzione nel luglio 1944 di ben 741 soldati. Civitella era stata sede di uno dei peggiori massacri tedeschi di civili, per numero e crudeltà anche peggiore di Sant’Anna di Stazzema o di Marzabotto (Civitella non si celebra perché la popolazione locale è rimasta a lungo divisa sull’azione partigiana che innescò la rappresaglia, e tuttora cova risentimenti). Lo storico della Resistenza Roberto Battaglia, in uno scritto pubblicato a Vienna in tedesco nel 1960, “Deutsche Partisanen in der italienischen Widerstandsbewegung”, dice “forte e significativa” la “partecipazione di partigiani stranieri alla Resistenza italiana”, tra essi anche di tedeschi. In “dimensioni ragguardevoli”, anche se non dà cifre: “L’ingresso di tedeschi nelle file del movimento di Resistenza italiano non si è limitato a pochi singoli casi ma ha raggiunto dimensioni ragguardevoli. In tutte le regioni del Nord Italia, senza eccezione, è dimostrata la presenza di tedeschi nelle principali formazioni partigiane”.
Se ne trovano tracce sparsamente nella memorialistica. In Toscana, Umbria, Lombardia, e le regioni di frontiera, Trentino, Friuli. Stranamente, la maggior parte, senza nome. Le segnalazioni sono nell’ordine di molte decine, qualche centinaio.
 
Il fenomeno non è stato studiato perché fino al 2002 i condannati negli anni di Hitler per diserzione, renitenza, disfattismo e tradimento erano considerati tali anche dalla Repubblica Federale. Non c’è stata riabilitazione neanche dopo, se non caso per caso. Nel 2006 una ministra socialista della Giustizia, Brigitte Zypries, rifiutava la revisione dei processi: “Le asserite probabili ingiustizie nei casi di condanne per alto tradimento, e il fatto che esse siano state commesse durante una guerra di aggressione che infrangeva il diritto internazionale non sono ragioni sufficienti per una riabilitazione”.
 
Lady Hester Stanhope – La “mascula e amazzonia nipote di Pitt” (Mario Praz, “Il mondo che ho visto”, 214), che nel 1813 volle visitare Palmyra, e farvisi “acclamare dagli arabi” quale novella Zenobia – “un po’ per ammirazione, ma anche, certo, per le sue prodighe largizioni”, id.
Ancora Praz, evidentemente attratto, la ricorda (247) “fanatica eccentrica che trovava insipida l’Europa, e affascinante, formidabile, sibilla in abito di sceicco”. Finirà insabbiata, tra le comunità druse del Libano, a Djihoun, in fama di maga e profetessa, dove morirà nel 1839, a 59 ani, indigente, in un palazzo in rovina. Lamartine, che la incontrò e ne tratterà a lungo in “Le voyage en Orient”, la dice “giovane, bella e ricca”, ma insoddisfatta, e per questo passata in Medio Oriente, alla ricerca di sensazioni forti.
Resta però nella storia dell’archeologia. Per gli scavi da lei finanziati e organizzati a Ashkelon nel 1815, considerati i primissimi nella storia dell’archeologia biblica. E per l’uso di documenti medievali italiani, con i quali introdusse nell’archeologia sul campo le fonti testuali.
Era figlia di Hester Pitt, sorella di William Pitt il Giovane, il primo ministro britannico. Dall’adolescenza visse in casa della nonna materna. E nel 1803, a 27 anni, passò in quella dello zio primo ministro, fino alla morte di lui, nel 1806. Per tre anni ne fu la segretaria e anche la padrona di casa, e in questo periodo acquisì la rinomanza di cui si faranno eco Lamartine e Praz. Alla morte dello zio ebbe dal governo una pensione annua di 1.200 sterline. Nel 1810, a 34 anni, finita nel nulla una storia d’amore, decise di partire per il Medio Oriente.
astolfo@antiit.eu

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