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giovedì 23 luglio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (431)

Giuseppe Leuzzi

Lo scandalo Wirecard in Germania non ha il morto, ma ha tutti gli altri ingredienti della mafia. L’imbroglio contabile, connaturato e non occasionale. Le complicità, per anni, decenni. Le protezioni – la cupola. Una mafia che pagava (li ricattava?) i controllori: agenzie di rating e funzionari dell’Autorità di Borsa.

“Intanto sono crollati tredici ponti, e nessuno sa il perché”, tuonano sul “Corriere della sera” Milena Gabanelli e Fabio Savelli. Mentre, pare, dall’articolo che gli stessi firmano, che ne siano crollati quattro. Che sono sempre molti ma non tredici.
L’autostrada ancora non è digerita in Italia, anche se Fanfani ne commissionò molti km. negli anni 1960. Sarà per questo che la Salerno-Reggio Calabria è tanto vituperata – lo è stata, adesso, da un paio d’anni, non più: è un principio di autostima?   

“Sotto il governo austriaco”, nota a un certo punto Riccardo Pazzaglia in “Partenopeo in esilio”, e precisa: “Molti non lo sanno, ma qui abbiamo avuto anche quello”. Qui al Sud.

Il Regno di Cavour
Che la questione meridionale – il ritardo del Sud – sia conseguenza dell’interruzione improvvisa del Risorgimento, del processo unitario, nel momento in cui si concludeva dopo i Mille, è nelle ultime parole di Cavour, nel letto che abbandonerà con la morte. Variamente riportate, ma tutte convergenti in un solo pensiero: la necessità d procedere a una unificazione equa, nel rispetto della libertà di ognuno. Montanelli lo fa in queste ultime parole “montanelliano” – un colpo al cerchio e uno alla botte – nelle ultime parole al Re in visita: “E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire sì, sì, si lavi, si lavi! Niente stato d’assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a governare con lo stato d’assedio…”.
Senza riserve la versione del segretario Isacco Artom - uno dei segretari, con Costantino Nigra: “Non sarà ingiuriando i Napoletani che li si modificherà… Basta con lo stato d’assedio, con questi strumenti di dominio assoluto. Tutti sanno governare con lo stato d’assedio. Io governerò con la libertà e dimostrerò cosa possono diventare queste belle contrade con dieci anni di libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia”.


Il Regno di Camilleri
“Testa firrigna di calabrisi”, pensa Montalbano di Livia. “Testa di calabrisi”, pensa sempre Montalbano dell’Autore, che lo importuna con continue telefonate. Usa anche “schettu” e “turduni”, due parole in uso e d’immediata comprensione in Calabria , nel reggino, infrequenti in Sicilia – “schettu” sta per “celibe” e – in questo caso – per “diretto, veritiero, leale”, “turduni” per “cocciuto”.
Camilleri ha spesso riferimenti alla Calabria – non ad altre regioni oltre la Sicilia, solo alla Calabria. Riferimenti comuni nel messinese, da sempre legato alla parte bassa della Calabria, mentre lui è di Agrigento, diametralmente all’altro capo della Sicilia. Ha anche riferimenti - non di modi di dire ma storici, aneddotici, giuridici - anche a Napoli. Da Regno delle Due Sicilie. Che sembra ovvio ma non lo è: nella narrativa meridionale il Regno borbonico è come se non ci fosse stato, a parte la lamentazione.


Il Regno com’era
Torna periodicamente la questione del Regno delle Due Sicilie, se al momento dell’unità se la passava così male oppure se non stava bene e fu depredato. Una cosa è vera e anche l’altra, si sa, ma insieme: non stava tanto male come si è poi detto, e in parte fu depredato, ma non stava nemeno bene, e non fu messo in ginocchio.
Un bilancio si può fare – oltre che con le cifre, come usa, che però non risolvono la questione - con le testimonianze di osservatori o viaggiatori accorti quando ancora il Regno era rispettato, da Campanella, 1692, a Montesquieu, 1728, a Dupaty, 1785, al marchese d Sade, 1796. “In Napoli son  da trecentomila anime”, scriveva Campanella ne “La città del sole”, “e non faticano cinquanta milia” – che “patiscono fatica assai e si struggono”, mentre “l’oziosi si perdono”, e molti “guastano tenendoli in servitù e povertà”. La povertà meraviglia Montesquieu: “Ci sono circa 50-60 mila uomini chiamati Lazzi, che non hanno niente al mondo: né terre né mestiere”. Più dettagliato Dupaty, un giurista: “L’intelligenza non è affatto rara a Napoli… Ma oggi, su cento persone, soltan to due sanno leggere”. Aveva esordito notando: “Le arti meccaniche mancano qui degli strumenti più comuni nel resto d’Europa. Qui impiegano otto giorno per fare un lavoro che in Francia si farebbe in un’ora”. Sade lamenta che l’unica occupazione siano le feste, “simili infamie”.


La porta dell’Oriente
Fino a tutti gli anni 1950, fino a quando l’aereo non ha soppiantato la navigazione per i viaggi intercontinentali, Napoli è stata per secoli la porta dell’Oriente. Giapponesi, cinesi, indiani arrivavano in Europa, e ne partivano, via Napoli. È uno dei gtanti asset che la città ha spregiato, e sprecato, nel dopoguerra – non potendo più essere l’hub viaggiatori avrebbe potuto trasformarsi imn hub merci, e comunque
segnalarsi come punto di collegamento con l’Oriente – un asset di cui residua solo L’Orientale, l’università.  
Montesquieu in viaggio per l’Italia testimonia nel 1728 di un progetto sino-partenopeo, avviato da un “bravo ecclesiastico, don Matteo Ripa”. Che aveva costruito, “con i soldi fornitigli dal papa”, un collegio per giovani cinesi, da istruire nella fede cristiana e poi rimandare in Cina. Un progetto che trovava l’entusiasmo della Cina: “L’imperatore contribuisce alle spese”.


Ecoballe
56 “ecoballe”, da usare come combustibile per termovalorizzatori, giacciono da cinque anni nel canale di Piombino, nel mare di Follonica, noto posto di mare in provincia di Grosseto. Dopo cinque anni, la cosa diventa nota perché il governo ha dovuto disporne la rimozione. Ma giusto in otto-dieci righe nelle cronache locali. Per due o tre estati invece dieci anni fa a Cetraro, Diamante, Amantea, in Calabria si sono cercati invano tre – o trenta, o centotrenta - bidoni di “materiale tossico”, “affondati in mare dalla ‘ndrangheta”, che non si sono trovati. Benché il governo abbia speso molto in campagne di ricerca. Con molto clamore, locale, nazionale e internazionale. E utile dei pentiti, che a mano a mano, avvertiti, non mancavano di menzionare l’affondamento, anche se purtroppo imprecisi.
Contenti soli i pescatori. Che più non pescavano già da molti anni, ma sono stati indennizzati per un paio di stagioni della mancata operatività – si sono molto arrabbiati quando il ministero dell’Ambiente ha sospeso le ricerche, avendo trovato solo il relitto di una nave affondata nel 1917. Cetraro, che puntava a un turismo di qualità, cerca ora di riqualificarsi. Le stagioni estive rovinate all’industria dell’accoglienza nell’Alto Tirreno cosentino non contano.
La paura è di se stessi.


Milano
“Il «primo teatro al mondo» (Stendhal) riapre dopo il virus con quattro concertini stile Martini&Rossi, mentre intorno abbiamo: La Fenice con «Ottone» di Vivaldi, Torino-Rai con Gatti e il Novecento storico, e Roma addirittura in doppietta (Gatti-«Rigoletto» e Pappano – tutto Beethoven)”, lamenta il milanesissimo “Mephisto” sul “Sole 24 Ore”.
I milanesi sempre si lamentano. Ma, certo, il virus ha vanificato la prosopepoea di essere la prima e la migliore città d’Italia, che dico d’Italia, d’Europa, che dico d’Europa, del mondo – come Ezio Greggio avrebbe potuto dire.
 
Virgilio è lombardo. Se ne accorge Ceronetti a Mantova, in avvio di “Albergo Italia”. “Soprannominato la Vergine, messo da Orazio nel raro club degli esseri senza macchia, Virgilio incarna l’aura lombarda nella sua specificità mantovana”.
E a Mantova “quanta bellezza d’anima lombarda” Ceronetti trova – “e per lombardo dell’anima intendo amabile, generoso, tollerante, non incline alla fatuità, pensoso, virgiliano”.
 
“Devi falsificare le carte”: non è il corruttore che in insidia il corrotto, è il corrotto, il funzionario milanese, che vuole la falsificazione, in appalto e nei lavori. Anche a rschio strage: “Falsifica il cavo”, dice il funzioanario all’appaltatore, “se ne accorgeranno solo se brucia tutta la galleria”.
 
La corruzione non è di oggi, casuale, lo è di sempre: “Se sul cavo è stampigliato FC-16 o RFG-16”, dice uno dei funzionari della metro milanese ora sotto accusa, “deve essere scartavetrato e ristampigliato R-18. Ci sono le macchine apposta, lo facevamo trent’anni fa in ferrovia”.
 
Si ruba a Milano normalmente: le mazzette, richieste e date, non fanno scandalo e non necessitano trattative, sono la normalità – forse per questo non c’è più bisogno di “bravi”, di mafiosi. Le mazzette che la Procura con gran dispiego di mezzi ha denunziato all’azienda della metro milanese sono inezie - scontato pure il cinismo della mancata sicurezza delle forniture.
 
Sono pratiche in cui la stessa Procura si era imbattuta all’inizio del 1992, le tangenti all’Atm, l’azienda dei trasporti, ma poi decise di concentrarsi sul Psi e una parte della Dc, nel golpe giudiziario battezzato Mani Pulite. Non sconosciute cioè alla Procura, e tenute in serbo per quando servono, politicamente. Anche la Procura è milanese, benché tenuta solitamente da giudici napoletani, sempre ossequenti. Ora bisogna abbattere Sala, il Pd?
 
Era – è stata a lungo nel dopoguerra, anni 1950-1960 - il luogo delle leggerezza. Del cabaret, inventivo, brillante, fascinoso: Fo-Parenti-Durano, Jannacci, Gaber, Cochi e Renato. Anche Franca Valeri – parla milanese benché romana per scelta. Con la panna montata di Camila Cederna. Era un maschera?
 
Si magnifica il Bosco Verticale. Un palazzo per miliardari. Con manutenzione costosissima. Quasi fosse una soluzione all’inquinamento. E forse i milanesi ci credono – perché, sennò, tanto imbonimento?

L’allenatore di calcio Conte sbarcato all’Inter si fa subito lagnoso. Contro la Juventus naturalmente, contro la federazione, contro gli arbitri. È la sindrome Milano: sono il migliore ma non me lo fanno fare – in questo caso vincere.

leuzzi@antiit.eu

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