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lunedì 3 agosto 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (432)

Giuseppe Leuzzi

“Un paese ci vuole”, questa la citazione integrale di Cesare Pavese, scrittore delle origini, del radicamento (“La luna e i falò”), “non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

“La Campania doppia la Valle d’Aosta nel prelievo (fiscale) locale”, “Sole 24 Ore”: 2.066 euro nel 2019, la quota più alta fra le regioni italiane – era 2.416 nel 2015…. Seconda viene la Calabria, con 1.846 euro – alla pari di Toscana e Piemonte. Le regioni con i servizi (sanità, viabilità, rifiuti, assistenza) non migliori e anzi probabilmente i peggiori.

La questione meridionale non è la stessa. Rileggendo gli studi – analisi, ricerche - per lo più storici, o di storici dell’economia, che hanno letto l’Italia della Repubblica, si capisce che il Sud è in una fase di nuovo disgregamento. Dopo che per mezzo secolo, da Moro e De Mita a Berlusconi (base elettorale) e Napolitano, ha determinato gli assetti istituzionali. Il dirompente “Saggio sulle classi sociali” di Sylos Labini, 1974, le “Tre Italie” di Bagnasco, “Il sacco del Nord” di Ricolfi, l’oveview di Toniolo sulla “Italy’s Economic Growth”.


Machiavelli al muro di Ancona
Non c’è una parola, nelle opere teoriche e storiche di Machiavelli, del Regno aragonese. Che pure nei suoi anni pesava negli equilibri europei e italiani. E si distingueva – si era distinto prima della sottomissione all’impero - per forza e munificenza.
Marcello Simonetta, “Tutti gli uomini d Machiavelli”, vuole Machiavelli a Napoli. Paolo Vettori, nominato ammiraglio della flotta pontificia da Leone X nell’aprile 1516, “lo coinvolse nelle operazioni  navali della spedizione punitiva nel Tirreno contro il corsaro turco Curtogoli, che faceva base a Biserta, in Tunisia”. Non si sa che grado di partecipazione Machiavelli ebbe nella spedizione. Ma c’è “un Machiavelli marinaro che emerge dalle carte”, assicura Simonetta. E specifica: “Di sicuro si trovava a Napoli verso la fine dell’estate per occuparsi delle galee pontificie di ritorno dalla Sicilia”. Un Machiavelli che non misconosceva il Sud, aggiunge lo storico. Ricordando però, appunto, che “nelle sue opere teoriche non dedica neanche una riga al Regno aragonese”.
 
Una storia di morti, senza rinascite
Meglio morire che sopravvivere, dice Renato Fucini, per una volta fuori dal bozzettismo toscano, in “Napoli a occhio nudo”, a proposito di Pompei: “Pompei è la città che ha saputo morir meglio di tutte le altre sue bellissime sorelle della Magna Grecia, poiché la morte violenta per asfissia è l’unica morte che  si addice alla bellezza”. La morte immediata. Mentre Agrigento, Siracusa, “scheletri corrosi dal tempo”, sono materiali da osteologia, “il cadavere di Pompei ha tutte le sue membra intatte” – “l’anima è partita ed il corpo non si è corrotto”.  
Ma la verità storica, al di fuori dell’estetismo, è un’altra: il Sud è una serie di morti senza mai una rinascita. Se non il progetto, forse, di Federico II di Svevia, un tedesco.
 
Se la ricostruzione è la rovina
Curiosamente sdegnato lo scrittore peruviano Manuel Scorza in visita a Napoli nel 1981, l’anno dopo il terremoto dell’Irpinia. Forse non incantato dalle sirene, ma non senza logica: “Mi chiedono qual è l’aspetto di Napoli che più mi ha colpito. Preferisco rispondere leggendo alcune righe di un settimanale italiano: «La misura della degradazione sociale la diedero i commercianti nella giornata di mercoledì: andarono in processione dal commissario straordinario Giuseppe Zamberletti a lamentarsi perché arrivavano in soccorso  troppi generi alimentari e vestiario. E loro vedevano precipitare gli affari». E allora dico: l’aspetto più difficile di una ricostruzione sta nel fatto che ricostruire, secondo il significato letterale della parola, vuol dire costruire di nuovo la stessa cosa. E come costruire, ricostruire una società basata su tali mostruosità? Ecco perché si auspica, al posto del tragico terremoto geologico, un terremoto morale, che riduca in macerie il sinistro edificio in cui abita tanto egoismo”.
 
Non c’è solo la mafia
Cerca la mafia naturalmente (pigramente) Saviano su “la Repubblica” nella stazione dei Carabinieri di Piacenza arrestati per violenza e spaccio. Ma la cerca dalla parte sbagliata: “È difficile credere che si possa costruire un’organizzazione come hanno fatto questi carabinieri infedeli senza l’alleanza e l’accordo con le ‘ndrine”. 
Non è problema di “credere”, è un fatto. Non c’è il male se non c’è la mafia lo dovrebbe pensare solo Riina.
La stazione dei Carabinieri di Piacenza operava all’interno di una tenenza. Che opera all’interno di una compagnia, che opera all’interno di un gruppo, e il gruppo sta sotto un Comando provinciale. Prosperava a danno di prostitute e spacciatori africani, naturalmente invisibili, ma non nascondeva i profitti e anzi la esibiva.
Naturalmente non si può rigirare lo schema Saviano e dire i Carabinieri una mafia. Però i giardinetti che erano terreno operativo dei Carabinieri di Piacenza i giornalisti accorsi hanno trovato, dopo gli arresti, bambinetti e nonni tra le siringhe e gli spacciatori seduti.  
Mentre è vero che la banda dei Carabinieri di Piacenza è siculo-napoletana. Questo è, sarebbe, un altro discroso, ben più interessante. 
 
Calabria
Stefano Mancuso, l’autore de “La rivoluzione delle piante”, il ricercatore che ne provato l’intelligenza – insomma, non hanno il cervello ma ne hanno uno “diffuso” - ricorda a Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore” domenica i suoi “quindici anni”, quindi gli anni 1970: “Ogni estate dopo la fine della scuola io e i miei amici prendevamo il pullman fino a Soverato”, e da lì, con lo zaino in spalla, camminvano per dieci giorni lungo il mare, dormendo nei sacchi a pelo, anche senza tenda. Quando la Calabria non era stata occupata manu militari – dalle cosche?
 
Rose, un paese di quattromila abitanti sopra Cosenza, con otto chiese e un castello, è una piccola Silicon Valley, osputado tral l’altro, il team, per gran parte locale, di The Syllabus, “il meglio dell’informazione online”, selezionata secondo criteri di rilevanza, cioè qualitativi. Un progetto ambizioso e una novità assoluta. Ma non in Calabria.
 
Il “cappello alla calabrese” era rivoluzionario – insieme con la barba a pizzo – a Napoli a metà Ottocento, dopo i moti del ’48. Era “grande delitto” portarlo, nota Gregorovius nelle sue “Passeggiate pr l’Italia” nel 1850. Anche il cappello.
 
Marcello Simonetta. “Tutti gli uomini di Machiavelli”, trova Bernardino Telesio, “filosofo e naturalista cosentino”,  frequentatore del circolo del cardinale Niccolò Gaddi a Firenze, negli anni 1530. Un Telesio poco più che ventenne.
 
Era – con la Basilicata – “il Mezzogiorno dell’osso”, di Manlio Rossi Doria. Le zone montagnose interne reputandosi inerti, benché terre del grano e del pascolo, mentre quelle di mare erano per lo più  malariche.
 
“Mancu li cani”: il sito romanesco “Rome is more” romanizza il modo di dire. Come già da decenni Milano si è presi tamarro e togo. Segno di un’emigrazione stabilizzata, ma che non rinuncia ad alcune parole chiave, seppure “traducendole” – un po’ alla maniera dei “marrani”, gli ebrei che si battezzavano ma non rinunciavano a essere ebrei, seppure per ombre e formule.
 
Il San Luca, squadra di calcio montata da don Pino Strangio all’indomani della strage di Duisburg in un progetto di pacificazione, è cresciuta in fretta e ora va in serie D. La squadra di un paese di tremila abitanti, e con le zavorre mafiose note. Don Strangio però ha perso parrocchia e ogni altro incarico – e con lui il vescovo di Locri che lo proteggeva , mons. Bregantini - per la pace imposta ai clan dopo Duisburg, per evitare l’ennesima faida.
 
Mons. Bregantini, trentino, ex operaio, un vescovo moto fattivo, uno che in pochi mesi aveva ribaltato l’humus della locride, dava fastidio alle logge locali, intese logge massoniche. Piccoli  comitati d’affari - si appoggiano anche alla malavita. Vero. Ma i Carabinieri hanno dato torto al vescovo, dopo averne intercettato al telefono i progetti di pacificazione.    
 
Cento produttori vitivinicoli nazionali classificati per fatturato da “L’Economia”, da 624 a 10 milioni di fatturato, e non un produttore calabrese. Di una regione che ha il record di vitigni autoctoni,  140, e non sa nemmeno di averli, una miniera. E comunque non sa, non si cura, di  metterli in valore.
 
La cosa è peggiorata in pochi anni. Nella classifica per qualità di “Wine Spectator” 2015, la bibbia del settore, fra le 103 case vinicole italiane selezionate figuravano due cantine calabresi. Del resto, ogni anno la Calabria produce meno e non più vino – a differenza della Sicilia e della Puglia, che in un paio di decenni si sono assicurate una larghissima fetta di u mercato che non cessa di espandersi. Ora è al livello della valle d’Aosta – “’ccà ‘ndavimmu l’aria”, cantava Otello Ermanno Profazio ironico, per dire non abbiamo altro, ma ora anche il sole è inutile.
 
Il sanfedismo? Fu rivoluzionario, Hobsbawm laconico decide nel 1969, ne “I Banditi” (“Il banditismo sociale nell’età modena”). “Una rivoluzione sociale non è meno rivoluzionaria perché si schiera a favore della «reazione»”, stabilisce lo storico inglese. Semplicemente, “i banditi – e i contadini – del Regno di Napoli che insorsero in nome del papa, del re e della fede contro i giacobini e gli stranieri erano dei rivoluzionari, mentre il papa e il re non lo erano”.

Ha una squadra in serie A, due in serie B e due in serie C, i cinque capoluoghi di provincia, un record fra tutte le regioni. E non ha altro.

leuzzi@antiit.eu

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