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martedì 22 dicembre 2020

Secondi pensieri - 437

zeulig


Com-dividuo
– Si fa tesoro del mit- heideggeriano per ribaltare la base dell’esistenza. Che però era già quella, da quando si pensa (si scrive il pensiero): dell’identità irriducibilmente multipla, di individui e di geni (famiglie, società, tribù, poi nazionalità…). Dell’umanità una, certo, e indivisibile. Ma si vuole e sembra una scoperta, o meglio un progresso nella riflessione.
Nietzsche direbbe che com-dividuo non funziona, dividuo essendo qualcosa che (si) divide. Comunque, e pluribus unum è il rapporto. Di cui si può rovesciare l’ottica, se e quando privilegiare l’uno o i più,  ma non la dialettica, la relazione logica. Io non è  solo io, è anche noi. Le persone con cui vive, i luoghi che abita, o che anche non abita ma si figura e desidera/rigetta, gli oggetti che usa  o anche non usa - i vestiti come i libri, o le immagini. La vita è di relazione, anche la più solitaria. L’individuo nasce e si qualifica in comunità – famiglia, società, tribù. Connotandosi peraltro basilarmente di un valore sottostante e non personale, la libertà. Di giudizio e di azione.
Il meticciato è tornato all’onore politico, con Léopold Sédar Senghor e il Sartre del razzismo anti-razzista del 1948, “Orfeo nero”, come acquisizione. Acquisizione della cultura europea – le istituzioni e la conoscenza - da parte dell’africano. Che porta in dote il “senziente” piuttosto che il “conoscente”: la natura animata, il ballo – il ritmo -, il canto, la souplesse, di corpo e di spirito. Non c’è etnicismo valevole per l’Europa, il più piccolo dei continenti – peraltro non separato fisicamente dalla Grande Madre Asia, i “primati” sono roba politica, dell’Ottocento, anche se sono sopravvissuti fin alla seconda terribile guerra mondiale e alla decolonizzazione. Ma parliamo di storia, limitata – anche brillante, oltre che mertrière. La condizione umana non è masi stata di isolamento, in nessuna riflessione e in nessun modo di vivere.
La con-divisione non è una novità. Si vuole un’ideologia, ma allora è altra cosa: in nome di che partito, per quali fini?
 
Coscienza
– È, resta, il luogo del giudizio, anche oggi che ce n’è la nostalgia, dopo il ripudio, nel mezzo di una comunicazione vacua tanto quanto invasiva. Il deposito di tutte le informazioni possibili, ancorché solo potenziale. Di accesso libero, cioè, ancorché episodico. E plastica: frammentaria, evolutiva. Mai intera, o fissa. Curata: è selezionatrice, l’accesso non vi è libero. Ma ad ogni momento attendibile e inattendibile, neanche per se stessi: in evoluzione continua, dubita e fa dubitare nel mentre che rassicura..
È facile anche mutarla, basta un minimo cambio d’umore. Anche indotto, da una luce, un tepore, un contatto, un elisir.
 
Emblema
– Non è annotazione, promemoria, è la cosa in sé? Italo Calvino fa parlare in questo senso Marco Polo e il Gran Kan nelle “Città invisibili”, nel primo momento, quando Marco, inviato alla scoperta delle città, riferisce e racconta con emblemi, non conoscendo la lingua del Kan. Era una comunicazione confusa, ma “tutto quel che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né rimuovere”.
E il potere comunicativo delle cose, sia pure sotto forma di emblemi, è maggiore, più intenso, del linguaggio parlato? È quello che lo stesso Kan è potato a concludere quando Marco Polo comincia a saper parlare, ed è preciso, minuzioso. Ogni notizia, per quanto circostanziata, prende per l’imperatore la forma dell’oggetto o gesto con cui inizialmente era stata designata. Ma funziona come una trappola: “Il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso”. Al punto da trascinare l’imperatore a dubitare dell’impero e di sé – o almeno così Marco Polo-Calvino vuole fargli credere: “Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente. «Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi», chiese a Marco, «riuscirò a possedere il mio impero, finalmente?» E il veneziano: «Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi»”.
Un esercizio di divinazione (potere), non di logica, quello di Marco. La conoscenza è imperfetta ma non irrelata. L’emblema non è il sostituto della cosa. La cosa esiste anche prima di essere parlata, ma è il linguaggio che le dà un senso, oggi, domani, dopo.
 
Emozioni
– Una forma di conoscenza – “parte della coscienza” le dice Sartre, “La Psyché”, “le Erlebnisse, che si possono chiamare emozioni”. Intenzionale anche, voluta. Comunque non autonoma né eterodeterminata - da un evento, un accadimento, un oggetto, una qualsiasi pietra d’inciampo. Ma parte della coscienza – del proprio, si direbbe più a proposito, personale, apparato cognitivo.
L’emozione è sempre singolare, caratteriale. Condizionata da una situazione esterna, ma non determinata – si può ridere al funerale e piangere alla festa. Parte dell’ego. Costruito, anche se non voluto a comando. È nell’intimo e spontaneamente la stessa costruzione che si adopera nell’artificio della rappresentazione, quando l’attore deve fingerle: ci può arrivare con sussidi esterni, chimici, meccanici, ma meglio se per lui si cerano – o lui stesso si crea – le condizioni preliminari all’emozione.
 
Falso-vero
– “Ci sforzavamo di distinguere il vero dal falso e soprattutto di scoprire se non stavano dicendo il falso per far credere il vero, o il vero per far credere il falso. C’era il falso-vero e il vero-falso…”. Ricordando della guerra, la Grande Guerra, la lettura dei giornali “tra le righe” – “con la fronte aggrottata e lo sguardo marcio di malizia e diffidenza” – lo scrittore Simenon enuclea in  sintesi la sostanza della comunicazione: un processo selettivo.
Non c’è opinione vergine, l’opinione pubblica è un processo selettivo..
 
Memoria
– È ridondante – accrescitiva, fantasiosa, inventiva. Ma anche diminutiva – riduttiva, episodica, frammentaria. O distruttiva. Consigliera inattendibile.
 
È il luogo della colpa. Infettivo: se è parte – poiché lo è – della coscienza, questa diventa una sorta di luogo delle colpe, di deposito di ciò che non dovrebbe essere. Più a a lungo, con più costanza, e con più peso, delle realizzazioni, di ciò che dà soddisfazione o orgoglio.  
 
Morte assistita
– Si chiama la buona morte ma commercialmente: è un suicidio a pagamento. Invece che arruolare le prefiche, il morituro paga medici, infermieri (-re) e cliniche asettiche, ancorché sorde e grigie. In Svizzera perché vi si parlano quattro lingue. Anche l’inglese.
 
Ricerca –Il viaggio di scoperta, fisico o mentale, è di arricchimento e insieme di indebolimento.  Nel passato: “ Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più di avere”, nota Calvino raccontando Marco  Polo a caccia delle “Città Invisibili”. E “l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco in luoghi estranei e non posseduti”. E nel futuro, lo stesso per “i futuri non realizzati”: “I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi”.
Da qui il carattere demoniaco della ricerca. Certo non angelico, c’è sempre da perdere qualcosa, nel modo di essere, in carriera, nell’autostima.
È una scommessa. C’è chi si gioca la smorfia, e chi un’ipotesi, magari a lungo vagliata.

zeulig@antiit.eu


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