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lunedì 11 ottobre 2021

Secondi pensieri - 459

zeulig


Arte
- Ha diverso peso specifico, e capacità di vincolo, la parola (poesia, filosofia, narrazione) rispetto al segno (figurativo)? È più Limitata e limitante? La parola obbliga – chiusa, completa, coerente. Lo scrittore forse non invidia il pittore, oggi il regista, perché non ne ha le costrizioni materiali. Può volteggiare anche senza un foglio di carta, mentre l’artista figurativo ha bisogno di moti elementi, e di una luce frivola – incostante, inafferrabile, incontrollabile. Ma è, certo, se non più libero nello strumento, sì nelle figurazioni e nei significati – la parola è anch’essa come la luce, mutevole, in sé e nei costrutti.
 
Autofiction
– Il genere letterario nasce di fatto con Freud: il racconto di se stessi in analisi è ben romanzato – tale lo vuole anzi il terapeuta: un racconto, il racconto in prima persona, dal proprio punto di vista, per quanto inteso a rimuovere la rimozione, e tanto più fantastico o fantasioso (sogni, visioni, effetti a sorpresa) tanto meglio.
 
Catastrofe ambientale – È sempre dietro l’angolo, per il principio base della selezione naturale: la “lotta per l’esistenza” è derivata dall’osservazione che gli organismi sempre si moltiplicano a un ritmo “troppo” elevato, tale cioè da riprodursi in misura superiore a quella che le risorse naturali possono sostenere – le risorse naturali intendendosi “per natura” limitate.
 
Dio - È umano, naturalmente, non c’è in natura. Sì, la selezione naturale, Lamarck, Darwin, ma è anche essa a misura d’uomo, cioè di Dio – Darwin è la prova di Dio. Che ne sappiamo noi dei miliardi (miliardi) di galassie, a distanze incommensurabili, squarciate di continuo da esplosioni che poi si ricondensano? Nel vasto mondo, insensato, Dio è impensabile – insensato. La fisica della complessità che oggi si premia con Parisi ne ha la controprova.
 
Fotografia – È diventata la “prova di esistenza in vita” che una volta le Poste pretendevano per pagarci la rendita: fotografare, fotografarsi, meglio se con testimoni, i “selfie” con chi capita, per ogni occasione. E anche storia, una sorta di monumento, per quanto di luce, quindi variabile.
La pratica, ritenuta fino a pochi decenni fa esotica, quando era esclusiva dei turisti giapponesi, intesa a eternizzare una realtà per loro remota a cui però ambivano (occidentalizzarsi), è ora comune e universale. Fotografie che quasi sempre non si rivedono: una pratica  automatica. Come darsi corpo. Un tempo molte persone di varia civiltà rifiutavano di farsi fotografare per non farsi rubare l’anima. L’immagine è tuttora proibita nelle rappresentazioni sacre dell’islam. Ora si direbbe il contrario: l’immagine – un’immagine qualsiasi – come prova di esistenza. Non ce n’è altra evidentemente, la memoria (narrazione), la storia, anche familiare, la pietra, tanto più che al cimitero si viene incinerati. Un mondo di immagini è più o meno reale? Si direbbe derealizzato, considerato l’uso e il senso che si legano alle immagini.
 
Memoria – È labile, per definizione, per costituzione, e variabile. In un mood è una, in un altro mood è un’atra – ma è variabile con tutti i possibili fattori, stato d’animo, stagione, temperatura, compagnia, solitudine, euforia, tristezza. Il fondamento più solido della più solida scienza umanistica, la storia. I ricordi non emergono, galleggiano. Sono forme ibride e scomposte, frattaliche, a cui noi diamo grammatica e sintassi, rigore grafico euclideo. Li organizziamo, diamo loro una forma e un senso. Anche nella forma del visto e sentito – della testimonianza.
 
MitoIn uno degli ultimi appunti de “Il mestiere di vivere”, il 9 gennaio 1950, l’anno cominciato con i pensieri di morte (ben prima dunque dell’innamoramento con Constance Dowling), Cesare Pavese si rimprovera “la passione smodata per la magia naturale, per il selvaggio, per la verità demonica di piante, acque, rocce e paesi è segno di timidezza, di fuga davanti ai poveri e gli impegni del mondo umano”. Perché farsene una colpa? Del mito, parlato (svuotato) o curioso (vissuto), del sogno a occhi aperti, della (parvenza di) conoscenza ultima seppure non definitiva, e condivisa, popolare. Il mito si direbbe realtà aumentata, e dunque il suicidio? Nel caso può essere l’ossessione dell’impotenza sessuale, fisica o mentale, alla quale si riduce per i tanti rifiuti – alla maniera di Nietzsche, e come per il filosofo non per improntitudine o goffaggine ma per incapacità. Vedi il rifiuto sofferto da parte di Constance, e subito dopo di Romilda Bollati, e prima, a cadenza quinquennale, di Bianca Garufi, di Fernanda Pivano, di Tina Pizzardo.
 
Natura – È per definizione (Malthus, Darwin) limitata. Come se fosse un dato di fatto inerte, non estensibile. Oppure di capacità evolutiva limitata, inferiore a quella della stessa selezione “naturale”, della capacità evolutiva cioè sua propria.
 
La natura Dürrenmatt, “L’incarico”, la immagina osservata, aggredita, in una sintesi del quadro naturistico: “Mai l’uomo aveva osservato tanto la natura che gli sta dinnanzi quasi nuda, priva di segreti, ed è sfruttata, le sue risorse bistrattate”. Che per questo si difende. O si vendica? L’impressione è c ertamente che si faccia “aggressiva, sotto forma di aria inquinata, terreno contaminato,  acqua freatica infetta, foreste morenti, si tratta di uno sciopero, di un rifiuto consapevole di rendere innocui i veleni, mentre i nuovi virus, i terremoti, le siccità, le inondazioni, gli uragani, le esplosioni vulcaniche, eccetera sono atti di difesa”.  Di “difesa”? Il vulcano, e da che? O il maremoto oggi tsunami? Il fulmine, la tromba d’aria, l’uragano? Che “naturalmente” non c’erano quando l’uomo era inerme, e anzi piuttosto naturalistico, adoratore della natura? La natura è sempre stata aggressiva – e materna – anche quando l’uomo, pur avendo occhi e mani come oggi, la osservava ma in adorazione, non pensava di aggredirla.
E consapevole? Una forma di razionalità c’è in natura in senso quantitativo (calore, umidità, umori o veleni…), ma accidentale, nessuna teoria del caos può configurarla, non teoricamente, se non appunto come accidentale: la forma della nuvola come la tromba d’aria o il terremoto, o il tumore.
Idealizzare la natura è necessario, alla sopravvivenza – il pensiero dell’essere che ne prescinde sarà per questo scivoloso, l’arrampicata sugli specchi. Volendo, si può anche farne anche un dio, ma con juicio.   
 
Probabilità – Il calcolo delle probabilità è la constatazione (certificazione) dell’improbabilità.
 
Psicoanalisi – Si autoalimenta. È una narrazione di sé, sotto forma di ricostituzione della memoria, con la rimozione della rimozione, di ogni eventuale cancellazione. Una storia – “vissuto”, sogni, preterizioni, perturbante o paura – che si costituisce (si dice emerge, ma nasce, lo psicoterapeuta  è una levatrice) con la memoria. Cioè occasionalmente. A ogni stagione diversa, anche a ogni seduta, per temperamento, meteoropatia, insonnie, buona o cattiva digestione, emicranie, perfino raffreddori.  
 
È la prima forma di autofiction. La prima in assoluto no, perché ci sono sant’Agostino e Rousseau. Ma la prima come genere. Genere letterario sotto la forma (entro la cornice) terapeutica. La prima disinvolta, “liberata”, non più sottoposta a redattori editoriali, e anzi a pagamento per essere più libera, per nulla costretta (rimaneggiata, rivista, riscritta).


zeulig@antiit.eu

 

Globalizzazione – La lingua vi è irriducibile, secondo Gottfried Benn. Come “coalizione globale” il poeta la anticipa in una conferenza del 1954, “Invecchiare come problema per artisti” – già allora la comunicazione si voleva globale, se non ancora istantanea. Eccetto che per la lingua, che è irriducibile.

“La tecnica è l’argomento del giorno, e la gente dice che bisogna integrarla, tutto deve stare in armonia: la lirica col contatore Geiger, i vaccini con i Padri della Chiesa, guai a lasciar fuori alcunché, altrimenti la coalizione globale è in pericolo. Anche la lingua le si deve adeguare”. A questo il poeta non crede: “Quella che porta, cresce e opera è una lingua che vive di se stessa, genera da se stessa; essa accoglie, ma integra secondo la sua legge immanente”, i linguaggi scientifici, matematici, motoristici, commerciali.

 

Infanzia E d’uso evocarla, in letteratura, al cinema, in analisi. Non una qualsiasi, osservabile. La propria. Editori e terapeuti insistono. Si aguzzi la memoria. Deducendo, da ogni sia pur vago indizio. Contestualizzando, in realtà storiche, familiari, amicali, memorialistiche (di nonni, bisnonni, personaggi eponimi, tradizioni) il ritorno all’infanzia, con qualche fondo di verità. Un’esplorazione da condurre secondo un disegno, con la consapevolezza e la determinazione, non un ricordo, o un sogno. Un ritorno sempre vigile. E sottoposto a un controllo rigoroso, il più possibile. Ma partendo dalla, coda: per un fine (teraeutico, narrativo, suggestivo) non per la verità – che probabilmente è piana e non fa storia.

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