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giovedì 14 ottobre 2021

Fanciulle in fiore, a Torino, nel 1940

“Il tempo passava adagio” per Ginia, la ragazza di cui il racconto segue il passaggio alla vita adulta. Ma dopo un attacco promettente. Folgorante, fa storia a sé: “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada…”. Ai tempi della beata incertezza. Il racconto della maturazione, senza adulti, senza maestri. Una maturazione come scoperta, e come perdita dell’innocenza.
“La storia di una verginità che si difende”, così è registrata da Pavese nel diario. Anche “una storia di ragazze lesbiche”, cosa che non è – forse riferito a una prima redazione, “La tenda”, la tenda nella camera-studio del pittore dietro cui si sta in intimità. O più giusto, “storia di artisti e di modelle”. 
Un racconto di Pavese femminista, benché misogino: molto dialogato tra ragazze, cioè agito da ragazze. Di un autore anzi al femminile, di quella che si diceva “scrittura al femminile”: amicizie, dubbi, ansie, conversazioni spinte e incerte, della e sulla vita delle “fanciulle in fiore”. Vita pratica, non poetica. Scritto curiosamente con molto toscano, ma ancora misurato, scorrevole. Nella forma sempre della “nuova oggettività” o pavesiana, realista, del linguaggio che dice, senza sottolineare, commentare, spiegare, giudicare - racconto “naturalista”, così Pavese lo classifica nel diario il 26 novembre 1949.
La “bella estate” sono i mesi dell’amicizia e delle avventure di una sedici-diciasettenne, Ginia, modista la mattina dalla signora Bice, grande sarta, cuoca la sera per il fratello che lavora di notte, con amiche navigate, dapprima Rosa, operaia, poi Amelia, “modella” di pittori. Nei luoghi quotidiani, gli alloggi modesti, i portici, il caffè, il cinema, il parco, il ballo. L’uscita dall’adolescenza, e lo scontro con la “dura realtà”, di artisti, giovani e vecchi, fino alla malattia, al rifiuto.  
Bizzarra lettura, sembra di oggi: con le ninfette, l’adolescenza sola, malgrado tanta, perfino eccessiva, solerzia
Bizzarra lettura, sembra di oggi: con le ninfette, l’adolescenza sola, malgrado tanta, perfino eccessiva, solerzia genitoriale, il girovagare fra i luoghi, il bar e la balera-discoteca, il rapporto sessuale e l’atto stesso indifferente, benché sempre decisivo. In ambiente anch’esso si direbbe contemporaneo, anche senza gli auricolari, i tatuaggi, gli sneakers. Di una persistente vecchia bohème, poiché si tratta di pittori marginali, falliti o incerti, a fronte delle belle speranze,  dell’improntitudine o superficialità.
Una riedizione corredata da una introduzione di Claudia Durastanti, dall’introduzione concettosa di Furio Diaz all’edizione 1966 del racconto, e dalla nota editoriale di Laura Nay e Giuseppe Zaccaria a “Tutti i romanzi” nell’edizione della Pléiade Einaudi, 2000. Che riporta un tratto significativo della presentazione  dei tre racconti della silloge “La bella estate” (“La bella estate”, “Il diavolo sulle colline”, “Tra donne sole”) fatta dallo stesso Pavese: “Si tratta di un clima morale, di una presentazione di temi, una temperie ricorrente in un libero gioo di fantasia…Tema ricorrente… è quello della tentazione, dell’ascendente che i giovani sono tutti condannati a subire. Un altro è la ricerca affannata del vizio, il bisogno baldanzoso di violare la norma, di toccare il limite. Un altro, l’abbattersi  della naturale sanzione sul più colpevole e inerme, sul più «giovane»”.
Cesare Pavese, La bella estate, Einaudi, pp. 119 € 10

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