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sabato 18 febbraio 2012

Il mondo com'è - 84

astolfo

Francia-Germania – L’asse franco-tedesco fu teorizzato da molti intellettuali, specie tedeschi, negli anni 1930. Tra essi Karl Epting e Otto Abetz, che governeranno Parigi nei quattro anni dell’Occupazione tedesca., rispettivamente alla politica culturale e all’ambasciata. Anche da parte francese, furono molti gli scrittori che – un po’ più tardi dei tedeschi – ci credettero: Drieu La Rochelle, Paul Morand e il diplomatico poeta, futuro Nobel, Saint John Perse.

Europa – Fu europea, negli anni della vittoria tedesca e dell’Occupazione di mezza Europa, tra il 1940 e il 1944, l’etichetta, se non il marchio, del nazismo. Era “Francia Europea” la Francia occupata, o l’Olanda, o il Belgio. “Circoli Europei”, di intellettuali di varia specializzazione, furono costituiti in tutte le capitali. Goebbels organizzò a Weimar, il 16-24 ottobre 1941, una Unione degli scrittori europei, con partecipazioni qualificate. Un fatto poco studiato se non in Francia (un breve testo di sei pagine di Maria Clotilde Angelini, “1942. Note in margine al convegno degli scrittori europei a Weimar” è l’unica traccia italiana, in aggiunta alle poche note di Giaime Pintor contenute in “Il sangue d’Europa”, la raccolta pubblicata nel 1950), per una partecipazione di cui i tedeschi si ritennero soddisfatti: Morand e Arland si defilarono, ma Jouhandeau, Drieu, Brasillach, Chardonne, Fernandez padre e Bonnard si fecero tutt’e tre le settimane di vacanza pagata. Col contorno d’importanti artisti, Vlaminck, Derain, Van Dongen, Friesz, Belmondo, Despiau, con Honegger e altri musicisti. Degli italiani preannunciati, tra essi Bacchelli, Bontempelli, Cecchi, Govoni e Papini, a quel primo congresso intervennero solo i germanisti Acito e Farinelli. Il congresso offrì la vicepresidenza a Bacchelli, che rifiutò - qualche mese dopo, ad aprile del 1942, la carica fu offerta a Papini che la brigava. L’anno successivo la delegazione italiana fu la più qualificata. Alcuni invitati anche questa volta si defilarono: Montale (per “malattia”), Alvaro, Tecchi. Disertò pure il vice-presidente Papini, forse già pentito (un anno dopo si farà terziario francescano, in espiazione delle illusioni?). Ma la presenza fu di qualità: Giaime Pintor, giovanissimo germanista, ancora Farinelli, Baldini, Cecchi, Falqui (che poi dirà il congresso “una riunione di cretini”) e Vittorini. François Dufay, “Le voyage d’automne”, ha raccontato e spiegato per esteso nel 2000 la partecipazione francese al congresso del 1941. Mauro Mazza, il direttore di Rai uno, ne ha fatto materia di un romanzo, “L’albero del mondo. Weimar ottobre 1942”, in cui immagina, dice il risvolto, che Pintor e Vittorini “scoprano” il nazismo.

Nazionalcomunismo – Non studiato, ma fu un fenomeno costante nei maggiori paesi europei tra le due guerre. Di scarso rilievo politico perché non allineato con Mosca, l’una delle due forze dominanti in Europa in quei venti anni. Ma di richiamo costante, per la “forza” del totalitarismo. Il richiamo totalitario si può dire indistinto e quasi universale in ambiente nazionalistico, di destra ma anche di sinistra. Da ultimo nelle formazioni nazimaoiste degli anni 1960-1970. Un bolscevismo nazionalista fu l’ideale di molti terroristi dei Freikorp in Germania dopo la sconfitta del 1918. Dapprima all’Est, in Slesia, e poi all’Ovest, quando la Francia occupò la Ruhr. È il tema de “I proscritti”, il romanzone-memoriale di Ernst von Salomon del 1930, che il giovanissimo Giaime Pintor, alle sue prime prove editoriali a vent’anni, volle tradotto da Einaudi nel 1940. Ben prima del patto Stalin-Hitler, una solida dottrina, da Bruno Bauer a Lenin, sostenne che il bolscevismo poteva farsi rivoluzione mondiale solo se la Russia si metteva con la Germania. Karl Radek la rivendicò nel 1923 per il Pdk, il partito Comunista tedesco, in un famoso discorso su Schlageter, il terrorista nazionalista che era già un’icona del nascente partito di Hitler. Heinz Neumann, beniamino di Stalin, quando fu segretario del Pdk, ne fece il fulcro della sua politica, invano contrastato da Ruth Fischer e Werner Scholem. In una con strani personaggi: Georg Strasser, poi finito SA, le formazioni paramilitari naziste, il tenente Scheringer, in carcere per nazismo e ivi convertito al comunismo, il capitano Beppo Römer, l’eroe Freikorp dell’assalto alla fortezza di Annaberg nell’Alta Slesia, Bruno von Salomon, il fratello maggiore di Ernst, che dirigeva il movimento dei contadini Landvolk, il nazi-comunista Niekisch, Reventlow, il generale von Seeckt, che trattò segretamente col maresciallo Tuchačewskij e l’Armata Rossa il riarmo segreto della Germania, e perfino, agli inizi della sua carriera politica, Goebbels. Fino a che Hitler non andò al potere. Per S talin del resto a lungo fuori dell’Urss ci fu un solo partito Comunista, in Germania. Werner Scholem, il fratello maggiore di Gerschom, che Neumann aveva espulso dal Partito nel ‘26, finirà nel ‘33 a Buchenwald, fino alla morte nel ‘40. Radek celebrò Schlageter all’esecutivo dell’Internazionale comunista il 20 giugno 1923: “Durante il discorso della compagna Zetkin ero ossessionato dal nome di Schlageter e dal suo tragico destino. Egli molte cose ha da insegnarci, a noi e al popolo tedesco. Non siamo dei romantici sentimentali che dimenticano l’odio di fronte a un cadavere, e neppure dei diplomatici. Schlageter, il valoroso soldato della controrivoluzione, merita da parte nostra, soldati della rivoluzione, un omaggio sincero. Noi faremo di tutto perché uomini come Schlageter, pronti a donare la loro vita per una causa comune, non diventino dei Pellegrini del Nulla”. 

Totalitarismo – L’Europa fu per essere fascista, con un paio di eccezioni, alla vigilia della guerra. E fu per essere comunista dopo la guerra, non fosse stato per l’atomica americana, e la guerra di Churchill in Grecia, e ancora fascista, nella penisola iberica, in Grecia, in Turchia. In regime di guerra fredda cioè, e quindi malgrado la presenza nel mondo e in Europa degli Usa, sicura democrazia, la deterrenza influendo negativamente sui processi politici, se non nel senso dell’accettazione delle soluzioni imposte. Ma si può dire il totalitarismo in Europa popolare – più popolare che non – nel Novecento. È una popolarità che deriva indirettamente dalle debolezze della democrazia: l’inconsistenza del voto e dell’opinione, la scarsa capacità di governo. Ma più deve all’attrattiva dell’efficienza di cui si fa bandiera: del decisionismo, si direbbe oggi, o del problem solving. È quello che Aragon, lo scrittore francese che si è voluto capofila della Resistenza, celebrava prima della guerra con odi a Stalin, alla Cekà, la polizia politica, e allo sterminio dei kulaki. Il patto Hitler-Stalin non fu solo tattico. Indelebile era fino a qualche anno fa in molti il ricordo di quando, dopo la spartizione della Polonia, i giovani Alicata e Lombardo-Radice spiegarono nelle cellule che i dittatori non erano male, il nemico è il capitalismo. Il giovane Berlinguer e il giovane Rauti del resto manifestavano assieme a Roma negli anni 1950, coi loro gruppi, la Fgci e il futuro Ordine Nero. Non fosse stato per gli eccessi, di brutalità, di “troppa efficacia” (far coincidere subito ciò che è con ciò che dev’essere), il totalitarismo sarebbe stato il regime politico dell’Europa nel Novecento.

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