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lunedì 15 agosto 2016

Il mondo com'è (272)

astolfo

Fascista – È diverso che “fascismo”: questo è un sistema politico, fascista è generico per violento, impositivo, sopraffattore, intollerante. Lo stesso Eco ne dà i contorni nel saggio “Il fascismo eterno”, che avvia con un interrogativo che è già la risposta: “Perché un’espressione come “Fascist pig” viene usata dai radicali americani persino per indicare un poliziotto che non approva quello che fumano? Perché non dicono: “Porco Caugolard”, “Porco falangista”, “Porco ustascia”, “Porco Quisling”, “Porco Ante Pavelic”, “Porco nazista”?”

Fascismo eterno – È la categoria di Umberto Eco - che in questo si alinea su Croce, sul suo fascismo come “malattia morale” – in un saggio che scrisse vent’anni fa per la “New York Review of Books”, che ora lo ripubblica – il saggio, che alla fine, modificandolo, intitolò “Il fascismo eterno” e ha incluso nei “Cinque scritti morali”, uscì (e riesce) come Ur-Fascism” sulla “Nyrb” il 22 giugno 1995, e come “Totalitarismo fuzzy e ur-fascismo” su “La Rivista dei Libri”, n. 7/8, luglio/agosto 1995.
Partendo come usa da una domanda semplice - tutto è fascismo, ma che vorrà dire? - Eco si risponde elencando ben 14 attributi, direbbe Spinoza, del fascismo. Che di fatto sono solo uno: un sistema di potere. Lo stesso Eco fa questa differenza introducendo la sua riflessione. “Il nazismo era decisamente anticristiano e neopagano”, e un testo sacro che era “un manifesto politico”, “Mein Kampf”. Allo stesso modo, “il Diamat (la versione ufficiale del marxismo sovietico) di Stalin era chiaramente materialista e ateo”. Due dittature totalitarie. “Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica della sua ideologia”. Ma, poi, invece di dire che il fascismo in senso proprio (mussoliniano, italiano) è il fascismo che è durato di più, anche se solo un ventennio, e che è stato il più vociferante e presenzialista, ma il meno definito e anzi contraddittorio (anticlericale e clericale, innovatore e tradizionalista, rivoluzionario e reazionario, dei ricchi e dei poveri… ), un esercizio di potere, violento, lo definisce in 14 punti – cioè in niente (molti attributi sono “positivi”). Il culto della tradizione. Il rifiuto del modernismo. L’irrazionalismo, o l’azione per l’azione. Il disaccordo come tradimento. La paura della differenza. L’appello alle classi medie frustrate. L’ossessione del complotto, con connessa xenofobia. Il nemico esterno, troppo forte o tropo debole. La guerra permanente. Il disprezzo per i deboli. L’eroismo o culto della morte. Il machismo. L’antiparlamentarismo. Il neolinguismo.

Gerrymandering – È la tecnica, in uso da sempre negli Usa, in Europa dagli anni 1960, su iniziativa del generale De Gaulle, di ridisegnare le circoscrizioni elettorali in modo da favorire al voto il candidato del proprio partito – da Gerry, governatore del Massachussetts che nel 1812 ridisegnò le circoscrizioni sinuose, come salamandre, e appunto “salamandra”. Un po’ come le leggi elettorali italiane della “Seconda Repubblica”, che il partito vincitore ridisegna secondo le sue previsioni.
Maurice Duverger documentava già nel 1961 come il gollismo aveva ridisegnato le circoscrizioni elettorali a Parigi, segmentando le periferie urbane - la “cintura rossa” creata dagli sventramenti di Haussmann dopo il 1848 e dalla speculazione immobiliare sul centro storico, che spinse artigiani e lavoratori verso le periferie - che votavano socialista e comunista, in tanta fettine annegate nelle periferie residenziali e nel centro storico: si votava non più per quartieri, per comunità residenziali, ma per rettangoli sottili e sinuosi dal centro alla periferia operaia, con curve e gomiti per diminuire il peso del voto presumibilmente avverso. Negli Usa un organizzatore politico, David Daley, mostra in un libro appena pubblicato sul “Gerrymanderismo”, “Ratf**ked”, mostra una circoscrizione in North Carolina per il voto al Congresso, la 12ma, che è una sottile linea che va da Charlotte, la città maggiore, a  Salisbury e Greensboro, circa 90 miglia, 150 km., con un percorso peraltro molto sinuoso fra le tre città.

La tecnica il partito Repubblicano americano ha perfezionato con appositi studi nell’ultimo quarto di secolo, per bilanciare col voto legislativo, locale e federale, il voto presidenziale a prevalenza Democratico. Alle elezioni di novembre solo 37 su 435 seggi alla Camera dei Rappresentanti sono realmente in gara, gli altri sono già “assegnati” a solide maggioranze circoscrizionali, secondo il Cook Political Report, il sito indipendente che analizza le elezioni e le intenzioni di voto. Una “redistribuzione” di cui sono maestri i legislatori statali e i governatori repubblicani. Che ridisegnano le circoscrizioni elettorali in maniera da favorire il proprio candidato. Dopo aver studiato quartiere per quartiere e caseggiato per caseggiato, le scelte di voto dei residenti.

Grande guerra - Fu il disegno del’impero tedesco. Jünger onesto lo risonosce in “Fuoco e movimento”, un saggio del 1930, della guerra mondiale pianificata e gestita come una continuazione della guerra franco-tedesca del 1870: “Lo spirito di una tradizione vittoriosa si esprimeva nella fiducia considerevole e giustificata accordata alla forza d’urto che traducevano il concetto del combattimento dei tiratori scelti nella campagna piatta, la mobilità dell’artiglieria, la forza della cavalleria, e l’immagine strategica ideale della grande battaglia d’annientamento”
Il “valore del capitale guerra” diminuisce nel tempo, scrive ancora Jünger: “La vita interna della guerra è molto presto dimenticata, trent’anni di pace bastano a imprimerle il sigillo del leggendario e dell’inimmaginabile”. E questo è l’“errore” della Germania – non la sconfitta, cioè.
Non è quello che è successo con la Grande Guerra. L’Europa oggi non finisce di “celebrare” altro che un attacco suicida, lungo cinque anni, della Germania al resto d’Europa, la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia, la Russia con gli slavi in genere, al culmine della sua potenza. Attacco e non suicidio di massa, poiché ci sono delle colpe, degli attaccanti e degli attaccati. La “guerra civile europea” di Nolte non può distribuirle uniformi: nessuno disturbava i tedeschi.  La guerra no fu combattuta in Germania e in Austria, Germania e Austria la combatterono in territori alieni, che esse avevano invaso o occupavano.
Anche l’imputazione della guerra alla tecnica – al capitale, agli armamenti, la “guerra di materiali” – non può prescindere dal dato di fatto politico.

È i primo caso, straordinariamente cruento ma senza fare scuola, della guerra come potenza di fuoco: allora dell’artiglieria ma insieme già dell’aviazione e dei corazzati semoventi – invece della cavalleria. Dei campi di battaglia “vuoti di uomini” (Jünger). Si finisce allo stallo, alla “guerra di posizione”, dal Vietnam all’Afghanistan e all’Iraq-Siria.

Guerra aerea - Torna, coi bombardamenti in Libia, l’illusione della guerra che si vince dall’alto, per la potenza di fuoco, senza vittime proprie e con limitazione delle vittime nemiche – la guerra “chirurgica”. Ma la guerra aerea non è risolutiva. Non in Vietnam, Afganistan, Iraq, Siria. Sì nella guerra del Golfo e in quella alla Serbia, ma contro un’invasione avventata e non consolidata del  Kuwait, e contro un regime perdente. Si programma la vittoria nella Sirte in trenta giorni di bombardamenti, contro una minuscola forza militare sul campo, ma non è detto che se ne venga a capo.
È anche, la guerra a distanza e non di contatto, oggi aerea e missilistica, uno spreco di enorme portata, contrario a ogni legge dell’economia. Gli studi di Samuelson hanno legato la crescita all’economia bellica, ma con l’handicap dell’“effetto bolla”, dell’economia drogata soggetta al crac, senza contare l’effetto negativo in caso di insuccesso. La “guerra di materiali”, molto costosa e molto distruttiva, è anche inutile.

Internet – La rete funziona come i manifesti murali in suo nel sovietismo, specie negli anni quasi liberi, fino alle purghe staliniane. Redatti anonimi, o quasi anonimi, da chiunque, e affissi liberamente ovunque, anche nella metropolitana a Mosca, nelle stazioni, negli alberghi, perché ognuno, competente o incompetente, aveva diritto di mettere la bocca su qualsiasi argomento. E  soprattutto di denunciare  questo e quello, anche persone o fatti di cui non aveva nessuna cognizione. La differenza è che non c’è la polizia politica per raccoglierli – non sono delazioni. Ma denunce sì, anche pesanti, e mai senza effetto.

Italia-Caucaso – Non c’è solo l’identificazione dell’Italia con l’India, opera di Marx e Carlo Cattaneo
la penisola è stata identificata anche con il Caucaso. A opera dell’ing. Omodeo, che Corrado Alvaro incontrò a Rostov ottant’anni fa, alla pag. 153 del suo “I maestri del diluvio”, la raccolta delle corrispondenze inviate alla “Stampa” dalla Russia, dopo l’eccidio dei contadini e alla vigilia delle purghe  del Pcus, il partito Comunista: “L’ingegner Omodeo, consulente in Russia per molte opere pubbliche, quali il canale tra Don e Volga, e per opere d’irrigazione nell’Altai, ha computo uno studio in cui confronta la formazione della penisola italiana e di quella caucasiana.  Chi guardi una carta geografica può notare questa somiglianza esteriore  sotto la medesima latitudine”.

astolfo@antiit.eu

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