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mercoledì 24 giugno 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (429)

Giuseppe Leuzzi

“Il dominio naturale ha Comunità naturale, il violento violento”: è uno degli “aforismi” di Campanella, recuperati dalla vecchia edizione 1911 (Lanciano, Carabba), a cura di Domenico Ciàmpoli, “La città del sole & aforismi”. Da quando il Sud è diventato violento? Da dopo l’unità – in Calabria con la Repubblica.
 
“La metamorfosi classica naturalizza, il rito cristiano umanizaa”, spiega Carlo Ossola in “Dopo la gloria”. Bisognerebbe spiegarlo ai vescovi urtati dal “paganesimo”: ciò che è pagano e ciò che non lo è – nelle processioni e nei riti in genere. Sanzionabile forse, come ignoranza e superstizione, ma umana e cristiana.
 
Conversando con Mahmud Salem Elsheikl nel 1980 a Forte dei Marmi Montale s’inquietava di sapere se ci sono dialetti arabi: “Se i dialetti sono innovativi rispetto all’arabo, o sono ancora più arcaici” (la conversazione è riportata in “Poesia travestita”, 13). Dialetti innovativi? Oggi di direbbe una curiosità molto più bizzarra che quarant’anni fa – oggi tutti parlano dialetto per non dire nulla.
 
Leggi temperate
Tra gli aforismi del 1601, non molto puntuti, Campanella si fa questo atlante politico dell’Europa:  “Alli settentrionali per natura feroci non conviene imperio stretto, ma licenzioso, perché a pena di Repubblica portano il peso. Però Anarchie e Repubbliche e Principati solo per elezione per lo più si fanno, come i Tartari, i Moscoviti, i Poloni, i Svezii, i Germani, i Svizzeri mostrano…
“Alli meridionali, massime a quelli che stanno sotto ai tropici, non convengono se non principati che a bacchetta comandino, e leggi severe; perché son deboli di forze ed astuti e religione cerimoniosa…”…
Non che sotto i Tropici si sapesse allora granché. Ma “nelle regioni mezze tra il settentrionale e il tropico, Repubbliche e Principati temperati, e leggi più o meno severe, secondo che più o meno ai Tropici s’avvicinano, convennero sempre, come a’ Greci, Italiani, ecc.”.
C’è da sperare.
 
Ma fia, figlia mia
Una nuova fantasiosa etimologia della parola mafia – la parola sembra eccitare la fantasia – in aggiunta alle tante che abbiamo repertoriato in “Fuori l’Italia dal Sud”, è di Gay Talese nel vecchio “Onora tuo padre”. Durante i Vespri Siciliani, racconta Talese, “migliaia di francesi furono uccisi in pochi giorni, e si è preteso da alcuni storici locali che la Mafia  (la mafia è maiuscola in Talese, nd.r.) è iniziata allora, prendendo il nome dal grido angosciato della madre di una bambina che correva per le strade urlando ma fia, ma fia, figlia mia figlia mia”.
Non si sa da dove Talese l’abbia presa – è scrittore accurato, preciso, perfino troppo. Ma non sarà per questo che dalla mafia non ci si salva.
Un racconto, benché minuzioso, straordinariamente accattivante, e per questo pericoloso. Del fallimento della mafia siculo-americana, di fatto della sua disintegrazione – il peggiore nemico della mafia è la mafia. Ma con un che di tragico, mitico. Uno ha difficoltà a tornare ai Riina, ai Provenzano, i corleonesi mediocrissimi sanguinari.

I don notabili
Nel monumento alla mafia siculo-americana che è “Onora tuo padre”, Gay Talese usa “don” per capomafia, non “padrino” (godfatner) come i boss venivano chiamati dall’Fbi e dai media dopo Puzo. Usa il “don” come usavano tra loro i capimafia e i subordinati: i “dons” si riunivano, i “dons” discutevano, la commissione dei “dons” decideva. L’ambizione dei mafiosi era – è – di diventare notabili, più che di arricchirsi. Di arricchirsi per diventare notabili.
Nella stessa apologia, “Onora tuo padre”, Talese fa di Josegh Bonanno e Peter Magaddino, capimafia in America negli anni 1950-1960, originari di Castellammanre del Golfo, Trapani, due ragazzi antifascisti, in guerra contro i metodi militari del prefetto di Mussolini, con controlli, divieti e violenze per tutti, cioè per i molti non mafiosi. Studenti a Palermo al Collegio Nautico, avevano “aderito a una giovane organizzazione radicale antifascista che faceva circolare letteratura antifascista, denunciava Mussolini in volantini e manifesti, e rubava o danneggiava le sue immagini negli edifici pubblici”. Mori ne decretò l’arresto, ma i due ragazzi fuggirono, con cinque mafiosi, su una nave da carico diretta a Marsiglia. Da qui furono a Parigi, ospiti di un cugino di Bonanno che era pittore. Quindi si imbarcarono per Cuba. E da Cuba furono trasbordati a Tampa.
 
Per una storia comparata delle mafie
Ci sono tante storie delle mafie. Anche se non documentate, se non dal punto di vista della repressione – e non può essere che sì così, la mafia è crimine, peggio in quanto associazione a delinquere segreta, e quindi non lascia tracce, non vuole. Ma anche accettando queste storie per buone, hanno un difetto: non sono comparative. In questo – anche in  questo – l’America ha creato un precedente. Ha catalogato le mafie su base etnica, e ne ha rilevato una rotazione: quando prevale l’una non c’è l’altra. La mafia è stata in America irlandese tra fine Ottocento e primo Novecento, ebrea tra le due guerre, italiana (siculo-napoletano) a partire dal proibizionismo e fino agli anni 1960. Poi latinoamericana e afroamericana.
Si potrebbe caratterizzare la mafia etnicamente, oltre che periodizzarla, anche da noi. Quella siciliana contro i Borboni. Napoletana e siciliana contro i piemontesi. Calabrese, siciliana e napoletana pro e contro la Repubblica.
 
Problemi di base mafiosi
Questo sito ha una rubrica che intitola Problemi di base. È curioso, inquietante, che i problemi di base mafiosi non vengano posti, di fatto non nella rubrica. Chi e perché diede a Riina e Provenzano le coordinate esatte , di tempo e luogo, per la strage di Capaci, che necessitava di lunga e complessa preparazione, compresa la segretezza o mascheratura mentre si facevano opere di scasso, di un’autostrada. Lo stesso per via d’Amelio. Tanto più, nel secondo caso, che l’attenzione dell’apparato repressivo doveva essere al culmine. Chi e perché ha spiegato a Riina e Provenzano, ignoranti, rozzi, il senso di san Giorgio al Velabro (Campidoglio), dei Georgofili, della Galleria milanese di Arte Moderna?
 
Annetta è napoletana
“Annetta”, una delle “donne” di Montale, è Anna, figlia di un ammiraglio Nicastro, napoletano. Di  Gustavo Nicastro, che visse a lungo anche lui in Versilia (morì Viareggio, nel 1940), ammiraglio armata, senatore del regno, o del suo fratello minore Ugo, anch’egli ammiraglio.
Montale, che non amava parlare delle “donne” dei suoi versi, spiega a Mahmud Salem Elsheikl, grande italianista, accademico della Crusca, in visita deferente a Forte dei Marmi, con Rosanna Bettarini, il 18 luglio 1980 (la conversazione è riprodotta parzialmente dall’accademico in Eugenio Montale, “Poesia travestita”), che Anna “era figlia di uno dei due ammiragli che tornano in una poesia”. Il prosieguo è così sintetizzato da Elsheikl: “I due ammiragli omonimi, rivela Montale, si chiamavano Nicastro , e con espressione furbastra aggiunge: «Non credo che ci siano altri esempi di ammiragli italiani omonimi».
Non si ferma qui Montale, è preda di un raptus di generosità.”Non credo di dover dedicare”, aggiunge nel resoconto di Elsheikl, “la capinera alla figlia di nessun ammiraglio. Tuttavia suo padre aspirava ad aiutarmi”. A trovare un impiego: Montale giovane non aveva professione.
“Annetta” del “Diario del ‘72” è un’evocazione di gioventù, con l’amico Bisolfi, tra la “rupe dei doganieri\, e la foce del Bisagno dove ti trasformasti in Dafne”. Ed è l’”Annetta – Arletta” della lirica del 1930, che diede il nome alla plaquette del 1932 che risulterà la prima pubblicazione di quelle che saranno “Le Occasioni” – di cui ora la plaquette costituisce la quarta e ultima parte.
La conversazione con Elsheikl è l’unico punto fermo della questione. Le ricostruzioni in genere fanno capo alla famiglia degli Uberti, che aveva gradito e facilitato l’accostamento. “Annetta” sarebbe Anna degli Uberti, figlia sempre di un ammiraglio, Guglielmo degli Uberti, anch’egli napoletano, e di madre livornese, Margherita Uzielli, di famiglia di Livorno di origine ebraica sefardita, che per questo ebbe qualche noia nel 1939 – la madre si adopererà molto per l’accostamento. Gli Uberti nei primi anni 1920 trascorrevano le vacanze a Monterosso.
Anche Guglielmo aveva un fratello ammiraglio, Ubaldo, sommergibilista di molte imprese, e poi  buon amico e confidente di Ezra Pound a Rapallo.

leuzzi@antiiit.eu

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