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domenica 25 ottobre 2020

Vita dura e divertita del Critico Militante

Giuseppe Leuzzi  

“Non posso stare tranquillo un attimo: stanno ammazzando lo Stato Sociale, che è il massimo risultato della mia vita politica”. Walter Pedullà si angoscia, e non può nemmeno tanto, l’ischemia è in agguato. Ma non smette lo humour che lo ha fatto gigante, di uno e ottantatré, per settanta di spalle: si proclama vittima, mentre si accinge a raccontarceli, di “ricordi involontari che pretendono di dire la loro”. Mentre lui ha solo due certezze: “So solo che sarò sempre interista (lo sono da più di ottant’anni) e sempre socialista (lo sono da settantacinque)”. Una professione di fede oggi non comune – non quella nell’Inter.
A novant’anni, quello che è stato il critico militante e anche il teorico dell’innovazione letteraria, della ricerca nella scrittura, soprattutto sulla pagina “Libri” dell’“Avanti!”, e negli studi di Svevo (“socialista e umorista”, che di meglio?), Palazzeschi, Gadda, Savinio, D’Arrigo, Pizzuto, Bontempelli, nonché a capo di importanti istituzioni, la Rai, il Teatro di Roma, prova a mettere ordine nei ricordi. Per un risarcimento personale, e per un bisogno di collocarsi, di rivedere il mondo com’era – quando “il passato remoto diventa presente infinito”. Socialista, tiene a dire, controcorrente sui tempi, dal primo all’ultimo voto – “ sempre a favore delle correnti di sinistra, Foa, Basso, Giolitti, Mancini, Lombardi” (ma “di fatto appartenevo alla corrente muta fondata da me stesso”).
La vita rimemora come un romanzo, pieno di sorprese anche negli angoli più frequentati, nelle pieghe più usate. Un “Buddenbrook” minore, in prima persona – e senza l’alterigia thomasmanniana, cioè onesto: l’altoborghese, di censo o cultura, è pur sempre nato piccoloborghese. Ma è storia, per lo più, seppure recente - una storia recente ma remota, già arcaica, nell’Italia del Millennio: familiare, locale, dei luoghi di origine, accademica, culturale, politica.
La famiglia a Siderno – “partimmo tutti”
Singolare è il quadro familiare, che viene per primo (in parte anticipato nella raccolta di scritti d’occasione, “Quadrare il cerchio”, qui sistematizzato) e del piccolo mondo in cui visse fino ai venticinque anni, Siderno, in Calabria, sul mare Jonio. Il padre sarto di paese, maestro di taglio, e quindi “don” Salvatore, uomo saggio e previdente. Il fratello Gesumino, uomo colto, modesto, ottimo insegnante, secondo padre del molto più giovane Walter, “che morì a trentadue anni nel viaggio di ritorno dalla lotta partigiana” -  organizzatore del Pci nel frusinate, a lui era intestata la sezione Pci di Alatri. Il fratello Alfredo, epico non-studente, anche all’università, alle università, Genova, Napoli, Messina, ma cultore irrefrenabile d’a zannella, lo scherzo con gli amici in paese, e comunista invece serioso, che ogni giorno spendeva ore sull’“Unità”, segretario inappuntabile della Camera del Lavoro – “nessuno senza un lavoro”. Sette figli, “quattro lauree, nonché tre diplomi con  studi universitari interrotti per urgenze o emergenze”. La memoria è lusinghiera: “Belli anche i corpi. Le figlie erano bellissime”. 
Ma niente di regalato. La memoria è pure un documento storico. La vita a Siderno negli anni 1930-1950 è solidale ma grama. “il paese del melodramma”, Siderno Marina, cresce dal nulla fino a  diventare una cittadina – il borgo originario in collina resterà abbandonato. I sidernesi si disegnano il marciapiedi, dato che nessuno glielo costruisce. E indorano la giornata con l’ironia – che probabilmente inerisce al dialetto, è parte della forma espressiva dialettale - e lo scherzo. Ma l’isolamento è totale – nella Calabria di quegli anni, pur povera, la parte jonica era reputata un deserto.
Il nostos, il ritorno al paese, che Pedullà ha lasciato nel 1956, è la parte più combattuta dei “ricordi involontari”. “Eravamo tutti un’unica famiglia. Le case a un solo piano affratellano: sei contemporaneamente in casa e sulla strada, dove si fa salotto tra vicini”. Ma “d’inverno lo Jonio era quasi sempre violento, invadente e travolgente”. Si facevano tre ore di treno più una e mezza di traghetto per andare all’università, che era solo a Messina, altrettante per tornare. Walter per anni lavora fino a quattordici ore al giorno, con le lezioni private, dalle sei di mattina a mezzanotte, e fino a trenta studenti al giorno (diecimila lire per ventisei ore mensili – ma “lezioni gratuite ai bisognosi”), dormendo appena cinque ore. Furono anni anche difficili: “Avevamo tanta fame che avremmo sgranocchiato il legno”. E poi, morto Gesumino, “eravamo rimasti sei figli, partimmo tutti”. Gesumino era partito per primo.
Siderno è la parte più raccontata – verrà utile quando quei luoghi avranno infine una  storia. Walter ci tornerà da grande, e la troverà diversa. “Tranne che in Grecia, oggi ci sono sidernesi in ogni parte del mondo”, constata. E anche: “Un giorno mi accorsi che i sidernesi non pativano più la fame”. Quando la ficaia che copre il muro davanti casa appare stracolma di frutti maturi, di ogni tipo, che nessuno coglie, mentre da ragazzo Walter personalmente stava in agguato, tastando ogni giorno i fichi nella speranza che fossero mangiabili.
Per molti anni ci passerà le vacanze. “Abbiamo appreso ad accogliere i migranti e abbiamo imparato la lezione: il lavoro c’è dovunque”. Combatte, per ridere, anche lui la battaglia con la vicina, vicinissima, Locri: “Fatta salva la mitologia, che parteggia per Locri, la storia dice che i sidernesi opposero irriducibile resistenza prima al fascismo e poi alla Democrazia Cristiana”, che Locri invece locupletarono di “uffici da riempire con impiegati”, il Tribunale, l’ospedale, la sotto-prefettura, il liceo. Fino al conglobamento nella “locride”, neologismo presto famigerato (“ È chiamata Locride solo da quando le dette tale nome il mio professore liceale di italiano”) per dire riserva di caccia mafiosa, dai rapimenti di persona allo spaccio. E le vacanze di Walter tornano a Nord, anche se Siderno è il luogo dove un giorno si vede riposare. È lo stigma del calabrese, come probabilmente di ogni altro costretto all’emigrazione: in sintonia col luogo natio, ma tra suoni discordanti.  
Il maestro, Giacomo Debenedetti
C’è il ricordo del maestro, Giacomo Debenedetti, che ritorna in ogni piega del ricordo – è il quarto o quinto libro di Walter Pedullà in cui Debenedetti è parte dominante. Qui assortito con quello di Galvano Della Volpe. “Ogni quindici giorni andavo a Messina dal giovedì al sabato, che erano giorni buoni per le lezioni di altri professori, da Mazzarino a Della Volpe” - altri in aggiunta a Debenedetti (Messina ha, aveva, una singolare abbondanza di teste pensanti). Che veniva da Roma dal giovedì al sabato a settimane alterne.
Galvano Della Volpe non ha studenti, solo tre: “Era davvero singolare, il filosofo aspettava me, Filocamo e Strati per fare le proprie ore di lezione, di almeno doppia durata” – “la lezione poteva durare più di un’ora e mezza, ma Della Volpe non se n’era accorto”. Erano lezioni-riflessioni per se stesso, “per lui noi non esistevamo”. Del “filosofo materialista” impegnato a “dimostrare quanta poesia c’è nella struttura razionale dell’opera”: “Ci pareva di sentire il ticchettio ossessivo del suo cervello”, impegnato nel parto concettuale. “Era felice lo sgravio”, Della Volpe sorrideva infine sprezzante: “Ho assistito così alle lezioni di un professore che insegnava filosofia a se stesso”.
Debenedetti di allievi ne aveva cento. I più non lo capivano, ma a decine lo andavano a prendere in albergo e lo accompagnavano a lezione. Che si concludeva con un applauso. Molto qui Pedullà spiega del modo di analizzare testi e autori di Debenedetti, la sintesi forse migliore della personalità, gli interessi e la metodologia del grande saggista. Ma è la sua vicenda personale a prendere il lettore, fra il semitragico e l’inverosimile. Debenedetti, incaricato a Lettere, fu  licenziato perché comunista – era il tempo della legge Scelba: niente uffici pubblici per i socialcomunisti. Galvano Della Volpe, che lo aveva portato a Messina (benché anche lui sospettabile…), fece in modo che mantenesse un incarico a Magistero, di Francese. Ma fu licenziato anche a Magistero. Fu chiamato allora a Roma, era il 1958, per succedere a Ungaretti. A Roma fu bocciato all’ordinariato: la commissione doveva cooptare un Dc e un Pci. E il Pci gli preferì Salinari. Presidente di commissione il professor Sapegno, Pci, torinese come Debenedetti, suo amico personale e estimatore. Che andrà anche in tv a dire: Debenedetti non meritava di vincere. “Meritavano di vincere invece Salinari (era membro della Direzione nazionale del Pci in quanto responsabile della Commissione Cultura del partito) e Petrucciani, che tra i suoi titoli aveva di essere democristiano come due commissari” della cinquina – Salinari si illustrerà tardi, spiega Pedullà, rivelando che del compromesso storico di Berlinguer era “precursore nientemeno che il Manzoni dei Promessi sposi”.
La letteratura
Moltissimi aneddoti o piccoli segreti Pedullà ha da richiamare o svelare, in una lunga vita per molti aspetti anche pubblica. Consigliere non assente per quindici anni e poi anche presidente della Rai, presidente del Teatro di Roma, responsabile dei Libri all’“Avanti!” per trenta e più anni, con collaboratori di gran nome, poi critico saltuario al “Messaggero”, “Il Mattino, “l’Unità”, referente di molti premi letterari (“più di me solo Carlo Bo”, che però “non leggeva i libri, li annusava”), professore alla Sapienza per quarant’anni di Letteratura Contemporanea, autore di monografie che fanno testo, su Palazzeschi, Svevo, Gadda, Savinio, D’Arrigo, Pizzuto, Bontempelli, Debenedetti, animatore di molte iniziative editoriali, la Cooperativa Scrittori con Pagliarani, Eco, Manganelli, Balestrini, Sanguineti e molti altri, la Lerici per una quindicina d’anni, le riviste “Il Cavallo di Troia”, “L’Illuminista” e “Il Caffè Illustrato”.
Pedullà è soprattutto il professore di Letteratura Contemporanea e Moderna e il critico letterario, e la letteratura ha molto spazio. Il metodo di lavoro del “critico militante”. Che deve seguire le programmazioni editoriali, con poca libertà di scelta, ma non va a occhio, di fretta, per caso o per un qualche obbligo o servitù. E sempre impegnato per la ricerca letteraria, il nuovo, le avanguardie. A decifrarle, spiegarle, mettere in valore. Senza mai smettere il sorriso, ma con impegno. Anche le lezioni conduce con allegria, col metodo socratico – insegnare, dice,  “è il mio vizio preferito”.
Loquace, a lezione e sulla pagina: “Le mie descrizioni mancano di sintesi, meglio l’analisi”. Ma sempre “col freno a mano tirato”, come riflette una mattina di sé e della sua scrittura mettendo in moto la Cinquecento. Un critico la cui maschera diventa personalità. Si direbbe per l’ironia insopprimibile. Walter dice per il senso del comico. Ma è l’ironia, tutt’altra cosa: un occhio non comico sul comico. Da maneggiare con attenzione: l’ironia è creativa ma anche velenosa, dissecca. Un’anatomia, sotto la lama insopprimibile di se stessi. Un match di scherma, con lama sottile, un fioretto, che incide senza sopprimere, ma isolante più che protettivo – la critica è una scherma, con l’opera e con l’autore, una scherma protetta, con maschera e visiera.
Questo è comunque Pedullà, un duellante. L’ultimo lettore probabilmente – tra i recensori specie rara: il recensore sembra anzi che odii i libri, Walter li legge. Che all’incontro con l’autore ne studia, carpisce, somatizza ogni tecnica e ogni abilità, più spesso mimandolo. In un corpo a corpo da scrittore a scrittore, più che da sarto a cliente, da professore a materiale, da presentatore a gentile pubblico. Sia da professore, è da credere dalle monografie, che da critico militante. Con un distinto penchant per la scrittura. Il progetto e l’innovazione, o la scrittura che pensa alla scrittura – si polemizza spesso contro la “scrittura”, ma da parte di “scrittori della non-scrittura” (Montale, Pasolini), altrimenti è sciatteria.
Le pagine settimanali sull’“Avanti!”, e poi, diradate, sugli altri giornali, sono ri-creazioni. Dissimulate ma immedesimate. Anche se, nelle amate avanguardie, il progetto tende a prevalere  - anche nel caso di Umberto Eco romanziere, per esempio, che la letteratura vuole e fa di massa, d’appendice, maestro Dumas. Lettore unico specialmente della vena comica e surreale, che è tanta parte della poesia e prosa italiane ma orfana di critica. Non piace al critico essere sfidato con le proprie armi: se la letteratura è faceta, tanto più la critica si vuole arcigna. Magistrale e quindi arcigna, severa.
E questo forse – è una vena che Pedullà intuisce ma non elabora - per quel tanto di calabrese (bizantino, sarmatico, sardonico) che è la cifra del calabrese integrale, lo stigma del dialetto, il “linguaggio naturale”. Fisico e spirituale, dialettico – dialettale dialettico? la commistione gli piacerebbe. Paziente e irritato. Vicino e lontano. Col tarlo del Witz, che è sempre aggressivo. Ma Pedullà addolcisce, generoso, altra virtù terranea. Gran signore. Prodigale perfino: i giudizi che qui ripete (un primo consuntivo aveva abbozzato dieci anni fa, sotto il titolo sartoriale “Il giro di vita”) sono sempre da pescatore di perle. Diversamente da Debenedetti, maestro e insieme apostolo, alla sua “irrimediabile estraneità al comico”, Walter lo privilegia - come Debenedetti suo malgrado, anche “il saggista deve fare i conti con l’invisibile, trovandogli le figure che suggeriscono verità collettiva”, dice in altra occasione (“Debenedetti e Savinio”, in “Alberto Savinio. Scrittore ipocrita e privo di scopo”).
L’ultimo dei saggisti-moralisti, ricchi di letture, di curiosità umana e estetica, di lingua e di umori che hanno infiorettato le lettere italiane del secondo Novecento, nella tradizione di Croce e De Sanctis: Praz, Macchia, Ripellino, lo stesso Debenedetti - ma senza le sue idiosincrasie (Svevo su tutti), o le sue fisse (Tozzi). Aperto, curioso, lettore di servizio più che professore e giudice. Comparatista, un poco. Interdisciplinare. Critico militante più che accademico, ma di letture approfondite, che lasciano il segno.
Nell’insieme, i “ricordi involontari” si conformano in una sorta di vindicatio. Di un “destino” costruito con costanza e grande profusione di energia - “Impiegavo trenta ore a scrivere un articolo”, per la sua pagina sull’“Avanti!”. Con qualche regolamento di conti, con parsimonia. Con Angelo Guglielmi alla Rai. Con “Cesarino”, Cesare Garboli, “il facoltoso figlio di un grande costruttore” fascista, per questo animoso antisocialista, recensore “di scrittori spesso scelti tra i minimi affinché risultasse meglio la statura del critico”. Ma la letteratura è soprattutto il campo privilegiato, e quasi della felicità. Anche l’aneddotica, per quanto curiosa, è gentile. Fenoglio all’indice per molto tempo perché aveva fatto la Resistenza nelle “brigate partigiane monarchiche”. Stefano D’Arrigo, l’autore di “Horcynus Orca” - che Pedullà racconta in varie circostanze di avere praticamente tenuto a battesimo, dal primo vagito e poi per una quindicina d’anni (ma era stato Debenedetti, spiega, a “scoprire” D’Arrigo, “un critico d’arte siciliano”), la saga linguistica e mitica marina di cui diverrà il paladino critico - i miti se li creava dapprima per se stesso, discendenze illustri, gesta grandiose, essendo figlio di una prostituta. La stagione aurea da “Cesaretto” in via della Croce, già allora gestito da Crocetta col provvido Luciano, a tavola indifferentemente con Pagliarani, Arbasino, Maccari, Flaiano, Frassineti, Manganelli, i “milanesi” Eco, Balestrini, Porta. La pensione a via Castelfidardo, da giovane assistente straordinario di Debenedetti a Roma, in compagnia di Sciascia, Strati, Bonaviri e La Cava, due mutangoli e due chiacchieroni. O il ri-racconto, sfidato da uno studente all’esame, della mezza pagina di Pizzuto intitolata “Canadese”, che prende due pagine. Gli amici stimati Volponi, Pagliarani, Malerba, Zavattini. E istantanee numerose , di Ungaretti, Sibilla Aleramo, Tobino, Albino Pierri, Silone, Manganelli, Massimo Ferretti, l’inventore degli “indiani metropolitani”, il conversatore Arbasino, “il grande prosatore che avrebbe voluto essere narratore”, Bonaviri, i dimenticati Burdin, Renzo Rosso, Di Ruscio, la rivalutazione di Piero Jahier.
Curiosamente assente dalla pur dettagliata memoria il Millennio, compresa la coda del Novecento. Curiosamente per un contemporaneista, l’assenza dei contemporanei. Da ultimo, per dire, di Baricco, De Luca, o chi sono gli scrittori che il Millennio privilegia. In precedenza  di Tabucchi, Magris, Calasso, e perché no di Umberto Eco, con cui pure Pedullà ha condiviso esperienze importanti. Insofferenza comune a molti contemporaneisti, Citati, lo stesso Magris, ma che in Pedullà cozza con l’attenzione, che è la sua cifra, con la curiosità inesausta. Un ricasco probabilmente del senso della vita che questo “Pallone di stoffa” agita in continuo con forza - l’approccio che s’indovina più prepotente, il motore sincrono della ricerca applicata alla parola e del cachinno - e non trova nel prodotto editoriale.
La fede nel futuro
Molte, qua e là, le tracce aperte alla storia recente del partito Socialista – la storia che non  si fa. Un partito che ha sempre governato come ruota di scorta, eppure è riuscito a fare cose grandiose, col metro di oggi - una rivendicazione di appartenenza coraggiosa nel 2020, quasi solitaria. Con la riesumazione del primo centro-sinistra, la sola stagione delle riforme in Italia: i parchi protetti, archeologici e naturali, lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, il nuovo diritto di famiglia (il divorzio, l’aborto, la parità dei coniugi - c’era il “delitto d’onore” fino a tutti gli anni 1970, la non punibilità del femminicidio…), la riforma della Rai, etc., il catalogo è lungo.  
Con qualche singolare risvolto politico, sempre sul filo della memoria. Il quadro del partito Socialista che costrinse De Martino alle dimissioni “quando annunciò che il Psi non sarebbe mai più andato al governo senza i comunisti”: “Fu costretto a dimettersi da un’alleanza fra gli ex demartiniani passati con Enrico Manca, la sinistra di Riccardo Lombardi e Claudio Signorile, il forte gruppo degli «autonomisti unitari» guidato da Giacomo Mancini, e gli autonomisti «integralisti» di Bettino Craxi”. Craxi, “già manciniano”, emerge su Manca e Signorile perché è il giovane più debole, quindi non avrebbe impensierito il Pci: “Aveva un punto di forza che era la sua debolezza nel partito: la sua posizione nettamente minoritaria nel Psi non avrebbe impaurito il Pci”. E anche perché “l’anticomunismo, che in Craxi non era meno forte dell’antisocialismo di Berlinguer, sarebbe parso paradossale in un partito che proponeva l’alternativa socialista in funzione antidemocristiana”. L’analisi storica sarà più sfumata, ma è su questa antitesi, caratteriale, che s’innesta il tramonto della sinistra in Italia, caso unico in Europa.
Il Pedullà politico è poco afflitto dalla realtà presente. Troppo “comica” forse per essere combattuta. Ma ben conscio dei limiti del paese, del sistema istituzionale che a questo punto è sociale e nazionale: “Dalla Rai”, di cui è stato a lungo consigliere d’amministrazione e poi presidente, “si vedeva un Paese dove il reato non è punibile, mentre lo è non averlo denunciato”. La Rai non poteva licenziare “nemmeno coloro che erano stati colti in flagrante mentre rubavano televisori, videoregistratori, e attrezzature tecniche di alto valore che rivendevano alle tv private”. Doveva fare causa, e inevitabilmente perderla. Contro tutti gli handicap, il Psi riuscì a portare in porto anche la riforma della Rai, almeno nella programmazione aperta, plurale, se non nella “linea”. – che è quella del vincitore. Col paradosso di Angelo Guglielmi, “il dirigente comunista più antisocialista della Rai”, promosso e difeso contro il suo partito dai socialisti Paolicchi e Pedullà, in omaggio al pluralismo….
L’orgoglio socialista è pervicace. L’elenco può essere lungo, all’“Avanti!” e poi alla Rai, di intellettuali socialisti, per le idee e non per il posto: “C’è stata una grande cultura socialista. Io l’ho vista, è stata quotidianamente in azione dagli anni Quaranta alla fine del Novecento”. Oggi sembra strano, ma “c’era un fitto dialogo fra cultura della politica e politica della cultura” – e politica. Malinconico naturalmente, ma convinto: “Era impagabile la fede nel futuro che il socialismo mi ispirava: ne avanzava tanta che la usavo per vivere, leggere e scrivere. Se ci credo, mi viene bene tutto”.
Una professione politica semplice, ed esemplare. Onesta, produttiva. La storia come avrebbe potuto essere e non è stata, in questa prolungata apnea di Repubbliche che si succedono a nessun fine, alla deriva.
Aristotelico un po’ platonico
Un memoriale con lo spessore di un documento, di un monumento – un po’ di cura editoriale ne avrebbe ricavato tre-quattro memoir di successo come ora usa, del filone zavattiniano “parliamo tanto di me”, denudandosi per farsi leggere: il com’eravamo, la navigazione critica, l’università, la piccola-grande politica (soprattutto avrebbe evitato i fastidiosi svarioni, un “istriano” per friulano nel caso di Pasolini, p.204, il mare a “ovest” di Siderno, 152, allievo di Debenedetti per “sette” anni, 148, D’Arrigo in due pagine successive, 183-184, figlio secondogenito e primogenito). E avrebbe incluso il necessario indice dei nomi. Ma anche così “di fretta” il racconto è stringato, se ne sarebbe voluto sapere di più.
Pedullà di suo non è un narratore. Non racconta, rimemora. Come viene, non organizza, probabilmente non riscrive, anche se ha la scrittura lenta, sofferta. Perché non può? Perché non vuole, se ne vergogna, è un critico. E in un senso ha ragione: non convincono, danno fastidio, i tanti giornalisti autori, manager autori, funzionari editoriali romanzieri, filosofi romanzieri, e a volte poeti. Ma i brani narrativi sono la cosa migliore. Insieme col piglio politico – socialista, lombardiano: sa di antan  ma è fresco, è vivo, “dice”.
Parlando della sua attività di “critico militante”, punto a lungo di riferimento della scena letteraria, nella profusione di elogi della sapienza di lettura di Giacomo Debenedetti, trova a un certo punto l’occasione di situare se stesso. Nella formazione, a Messina, tra Galvano Della Volpe e Giacomo Debenedetti, “un aristotelico e un platonico”, con “tre quarti di debenedettismo e un quarto di neoaristotelismo dellavolpiano”. Il suo “metodo” sintetizza così all’ombra dei due Dioscuri: “Metto così parecchia storia nella psicanalisi e nello strutturalismo, miscelo marxismo e formalismo, cerco significati nell’astrattismo, trovo la figura umana nell’informale, inseguo la vita nella retorica più sofisticata, trattengo per la coda chi spinge lo sperimentalismo verso l’autoreferenzialità, riconduco all’espressione la comunicazione cui ho dato briglia sciolta illimitata, acchiappo sempre il soggetto che si è immerso nella realtà oggettiva che lo renderà diverso”. Sotto la pervasiva curiosità, è da aggiungere, e il filo insopprimibile dell’ironia. Da lettore coscienzioso, va ripetuto. Forte anche di una memoria fotografica, come ricorda già da bambino (al fratello-padre Gesumino che gli fa leggere una pagina per poi riassumerla, risponde ripetendola parola per parola). Non amando la stroncatura, rispettoso sempre del lavoro altrui – “Walter è un nome che si rovescia da viva in abbasso”, nota, ma lui usa frequentare “la W normale”.
La critica “militante” non è – non era - mestiere da poco. Vuole fondamentali solidi del giudizio critico, e antenne sensibili: vigili ma anche intuitive, esercitate  e coraggiose (libere). Sainte-Beuve, il Critico Militante per eccellenza, prima di Debenedetti, con i suoi implacabili “Lunedì”, e uno che si pretendeva chiaroveggente, più di ogni altro, non salva – non ha saputo leggere – nessuno dei contemporanei, a partire da Stendhal. Il mestiere a Sainte-Beuve era chiaro – “Chateaubriand e il suo gruppo letterario”: “Tutti sono buon a discettare su Racine e Bossuet… La sagacia del giudice, la perspicacia del critico, si trova soprattutto sugli scritti nuovi, non ancora provati dal pubblico. Giudicare a prima vista, indovinare, anticipare, ecco il fondo critico. Quanto pochi lo posseggono”. Il fiuto gli mancava – ma è gusto, esercitazione al piacere della lettura. Pedullà mostra anche qui di averlo avuto, a beneficio degli autori che ha censito – la critica militante è uno dei pochi benefici dell’autore, che niente altro compensa dell’applicazione, e della fatica, scrivere può essere un esercizio di masochismo.
Walter si direbbe fisicamente platonico. In tutt’e due le accezioni, la larghezza delle spalle o la larghezza della fronte, che si riconoscono al soprannome del grande filosofo greco – che di suo si chiamava Aristocle, com’è noto, come il nonno. Ma solo fisicamente, il cervello implacabile muove aristotelico. Se c’è un effetto c’è una causa. Se uno è o dice una cosa, non può essere o dire il contrario. Se vogliamo il progresso non possiamo stare fermi. Eccetera: la mannaia del riformista. Anche nel senso dialettale calabrese, la radice che in età scopre incancellabile, dove per “mannaia” s’intende mannaggia – uno a volte vorrebbe accontentarsi, non stare sempre lì a indirizzare il mondo. È una fatica, insomma, ma ai novant’anni è probabilmente una benedizione: essere svegli, avere voglia. Un racconto, anche, di consolazione. Se ne dilettava Cassiodoro, pure lui novantenne, nel buen retiro calabrese, poco sopra Siderno.
A novant’anni, sopravvissuto da dieci a una crisi quasi fatale, il critico decide infine di lasciarsi andare, di parlare di sé. Il “pallone di stoffa” è quello della rivalsa dei ragazzi poveri contro il compagno ricco che, insuperbito, s’è preso e portato via il “suo” pallone di cuoio: non rimbalza, ma serve ugualmente a fare gol. È il primo socialismo: le differenze sociali si superano. Il memoir  di Walter non è rancoroso, al contrario, è tutto andante con brio, nemici o antipatici inclusi, singolarmente corroborante in questa età di mestizie, di crisi a ripetizione. Con la soddisfazione del lavoro ben fatto, anche se spesso improbo, e almeno una certezza, di non avere sbagliato politica, schieramento, partito – una trasgressione a novant’anni, e quasi una sfida, il partito essendo il Psi.     
Walter Pedullà, Il pallone di stoffa, Rizzoli, pp.543 € 22 

 

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